Buzzurrismo

Non sono mai stato un laudator temporis acti, ma di fronte alla brutalità e alla rozzezza dei rapporti umani cui si assiste, e al dilagare della pornolalia e dei gestacci gratuiti, da parte di maschi e femmine dei nostri giorni, non posso evitare di rimpiangere la sublime delicatezza dei tempi di Swann e Odette. La contestazione delle ipocrisie borghesi e del bonton aristocratico, e l’accostamento programmatico alla mentalità popolare, si sono risolti in un sostanziale imbarbarimento dei costumi, una sorta di buzzurrismo culturale generalizzato, in cui tutti gareggiano in volgarità, pensando di essere spontanei e progressisti, mentre non fanno altro che seguire una moda, quella del “Cafo maior” al posto del “Cato maior”, dove la cafonaggine ha sostituito la censura.

Meglio allora le signorinelle pallide, i rossori, i deliqui, la timidezza, il pudore, i turbamenti, le riservatezze, i timori di una volta?
Non esageriamo. Oggi nessuno porta mantelli a ruota e conserva pansè nei libri di latino, come nessuno più si sogna di arrossire o di svenire dall’emozione. Però un minimo di stile e di educazione non credo che farebbe male, né contrasterebbe con lo spirito della modernità.

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Milva

A noi ragazzi non piaceva Milva. Il suo stile non era legato alla moda del momento e soprattutto la sua immagine era molto diversa dalle figure femminili che ci facevano palpitare. Abituati a sognare le Sylvie Vartan e le Birkin, le Spaak e le Romine, così eteree e raffinate, eravamo disturbati da una figura dal viso sensuale e un po’ proletario, che pareva incarnare l’idea di una bellezza contadina e provinciale, l’erotismo campestre del tempo che fu.
Dal punto di vista musicale, la sua proposta pop,che era l’unica che conoscevamo, sembrava guardare alla tradizione italiana. Il suo canto appariva teatrale e melodrammatico,carico di toni gravi, che contrastavano con i cinguettii delle cantanti che adoravamo.
La sua parlata aveva toni enfatici e avvolgenti, che parevano artefatti e un po’ troppo sopra le righe.
Certamente sembrava più vicina a noi Mina, così carina e cittadina, dalla voce alta e squillante, legata a immagini di modernità e di padanità industriale.
Quando vedemmo che Milva si stava trasformando in un animale teatrale, dedicandosi a un repertorio colto e divenendo musa del mondo della sinistra intellettuale, ci parve come una creazione artificiosa e un po’ pretenziosa, uno strumento di carne, dirozzato da pigmalioni che amavano mostrare il loro potere di rieducazione del popolo.
Non avevamo capito niente.
Solo dopo molti anni, quando ormai la parabola di questa grande artista stava calando, abbiamo cominciato a comprendere il valore di una delle nostre maggiori stelle. Abbiamo capito che la dimensione di Milva non erano le canzonette del pop sanremese, ma il palcoscenico del teatro, che le sue migliori interpretazioni erano legate alle stupende musiche di Kurt Weill, alla rivisitazione del tango di Piazzolla, al teatro musicale di Berio, al mondo della canzone tedesca o francese. Poche realizzazioni di qualità della Milva matura sono filtrate attraverso le maglie della censura livellante della scena pop: La rossa di Jannacci e Alexanderplatz di Battiato-Cohen-Giusto Pio. E’ stata soprattutto quest’ultima interpretazione, di una musica perfetta per le qualità canore e sceniche della cantante, a rappacificare la nostra generazione con l’idea banale e stereotipata che avevamo di Milva. Il brano era infatti modernissimo e ricco di un pathos minimalista, così diverso da quello a cui ci avevano abituati i brani sanremesi, così fuori moda: gelido e vibrante, inatteso, bellissimo. Insomma, forse questa era la vera Milva, quella che aveva infiammato i palcoscenici internazionali, quella che noi, i soliti italiani, non eravamo riusciti a comprendere.

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Sdoganare

erzsebet bathory

Non è che abbiamo sdoganato troppo?
E’ una domanda che comincio a pormi, ascoltando certi fatti di cronaca, in cui pare che la moda del sesso estremo, dello sballo a tutti i costi, della violenza senza freni stia dilagando.
Non è che siamo passati da una sessuofobia totale a un permissivismo totale, in cui tutto quello che era considerato peccaminoso e osceno si è trasformato in occasione di supremo godimento, di esibizione sfrontata e accettata, di moda esaltata nella vita, nel cinema, nella letteratura?
La liberazione sessuale, dagli anni Sessanta ai giorni nostri ha prodotto bestseller erotici, pensieri più o meno stupendi, sadomasochismi, bondage, espressioni più o meno morbose, rappresentate e celebrate. Le prime creazioni hanno subito repressioni e censure, ma lentamente il comune senso del pudore si è talmente lacerato e dissolto da rendere quello che era considerato osceno addirittura gradevole, poi desiderato, infine necessario e indispensabile.
La cosa che più fa riflettere è che quello che era confinato nei libri osceni e censurati e nell’industria del porno ha finito per sconfinare e per penetrare (e mai parola sembra più adeguata) nella vita. La sessualità diventa interessante solo se è deviata, se è rivolta a usare vere e proprie vittime. Gli esempi provengono dall’industria dell’intrattenimento. Le serie tv sono stracolme di persone legate, torturate, fustigate, violentate, pullulano di serial killer e di morbosità erotiche di ogni tipo. Le stesse scene, sia pure edulcorate e rese meno drammatiche dal consenso di attrici e attori, appaiono nei film porno, che ormai faticano a star dietro alla realtà e spesso la riproducono fedelmente, anziché esasperarla per trasformarla in spettacolo.
Resta evidente come gli episodi e le storiacce di cronaca di cui si sente parlare sempre più spesso non siano altro che scene da set di film porno. La loro natura di rappresentazione è rivelata dall’uso dei cellulari, con cui gli atti sessuali sono filmati, come per attestare il potere degli attori amatoriali, che hanno i mezzi e la capacità di vivere certi particolari momenti di dominio e che esibiscono il loro supremo disprezzo dei limiti imposti da una morale che non sentono propria.
Il sesso, in questi riti orgiastici, non ha più nulla di spontaneo: è recita, simulazione, umiliazione sistematica di chi assume il ruolo di submissive. I partecipanti al rito, di solito affrancati da ogni inibizione per effetto di droghe e alcol, compiono o subiscono azioni disgustose, che costituiscono una sorta di fuga trasgressiva, oltre i limiti della morale e della legge.
Queste deviazioni perverse erano una volta appannaggio di nobili e potenti, e potevano virare verso il delitto. Le storie di Gilles de Rais o di Erzsébet Báthory, o i deliri del marchese de Sade, esprimevano l’arroganza del potere e il disprezzo per i diritti fondamentali delle persone inferiori. Oggi è il potere del denaro a caratterizzare i nuovi potenti, pronti a soddisfare ogni capriccio lecito o illecito ed è veramente sconvolgente vedere come le vittime, per lo più giovani donne o ragazzine, abbagliate dalla ricchezza e dal potere, accettino di rischiare salute e vita, pur di compiacere i nuovi padroni, e si rendano spesso troppo tardi che la troppa luce può bruciare e che il calore della lampada può essere esiziale per ogni incauta falena.

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Daniele e gli uomini-ape

Daniele pensa che tutto il vissuto di questo tempo vada nella direzione proposta da sempre da varie religioni e filosofie: la riduzione del molteplice all’uno. La coscienza individuale recede di fronte a un’offensiva globale del collettivo.

Liberalismo e anarchismo avevano stimolato l’individuo, spingendolo verso un’esasperazione dell’autocoscienza. Religione e marxismo, dominanti nel secolo precedente, muovevano in direzione opposta. La coscienza individuale doveva piegarsi alle ragioni della coscienza di gruppo. L’uomo, questo orgoglioso semidio, doveva adattarsi a vivere in una società-alveare, in cui il singolo, le sue esigenze di realizzazione personale, la sua stessa vita erano di scarsa rilevanza. La vita di un individuo poteva essere sacrificata facilmente e utilmente per il bene della collettività. Importante era vivere la vita di comunità, sentire proprie le istanze del gruppo. Abbattere l’egoismo, amare il prossimo come se stessi, realizzare l’unità della classe proletaria erano prescrizioni etiche o addirittura comportamenti e inclinazioni prescritti per legge.

La dittatura sanitaria imposta dalle pandemie genera l’obbligo morale di sacrificare la vita, se necessario, vaccinandosi, e comunque di rinunciare a una parte del proprio benessere e della propria libertà a vantaggio del bene comune. Dulce et decorum est pro patria mori. Per la patria, per la santa religione, per il partito, per il bene, la giustizia, la classe operaia o per qualunque soggetto esterno all’individuo, la logica è la stessa. Bisogna dimenticare il proprio io per identificarsi in qualcosa che io non è ma di cui l’io fa parte. Il bene supremo è qualcosa di più grande, più comprensivo: disintegriamoci, immoliamoci, annulliamoci in questa grande illusione, in questa grande entità inesistente, in questo pensiero universale e infinito. Ha senso ribellarsi? Ha senso opporre la coscienza dell’uomo singolo e unico alla coscienza collettiva dell’uomo ape, unica creatura prevista in un futuro progressista e illuminato?

(dal progetto narrativo “Daniele”)

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Vaccini e alieni

Insomma, che quei disgraziati che muoiono dopo essersi vaccinati la finiscano di rompere le balle alla collettività e alle case farmaceutiche, mettendo in crisi i piani vaccinali. Muoiano prima o almeno qualche mese o anno dopo, almeno quando avremo consumato tutte le dosi già acquistate e pagate.D’altra parte, per questa malattia non c’è cura, o meglio una cura ci sarebbe, ma si è cercato di rallentarne l’approvazione, e comunque sarà destinata solo agli ammalati, ai vecchi decrepiti e alle altre categorie “a rischio”. Quelli sani, giovani e forti che crepino pure col paracetamolo e si arrangino con le loro forze, anche perché la cura costa tantissimo e figurarsi se la possono dare a tutti. Che si vaccinino piuttosto e preferibilmente con un vaccino che costi poco!Questi imbecilli che schiattano dopo la somministrazione di vaccini “sicuri” hanno messo in crisi tutta l’Europa. Bisognerebbe scovarli prima e farli fuori senza nemmeno sprecare le loro dosi di vaccino.Così si eviterebbe di creare allarme nella popolazione, di perdere tempo a studiare casi clinici, a fare autopsie e a chiamare periti e controperiti in tribunale. Tutto inutile, perché non si potrà mai dimostrare che un decesso è stato causato da un vaccino, soprattutto da un vaccino sperimentato solo per pochi mesi. In fondo si sa che le persone muoiono, vaccinate o no. Lo scopriamo adesso che non siamo immortali? Chi c’impedisce di beccarci un infarto o una trombosi anche senza essersi sottoposti a un vaccino?I vaccini saranno sempre scagionati, da esperti e tribunali, e quindi stare a indagare e spaccare i capelli in quattro non servirà a nulla. Per cui vacciniamo tutti, giovani e vecchi, donne e uomini, e se qualcuno non sopporterà gli effetti del vaccino, peggio per lui. In fondo, siamo in guerra contro gli alieni, anche se gli alieni non assomigliano a dragacci bavosi o agli omini di Mars attacks. Questi alieni sono microscopici e diabolicamente furbi, ma ci hanno dichiarato guerra e, in guerra, qualcuno si dovrà sempre sacrificare. Saranno in fondo molto pochi, di fronte a quelli che potrebbero morire se ci arrendessimo al nemico e ci lasciassimo colonizzare. Non abbiamo armi, tranne i vaccini, a meno che non scopriamo che magari la musica hawaiana disintegra gli alieni.Potremmo anche optare per l’autoisolamento, andando a vivere nelle selve, cibandoci di frutta e radici (se vegani) oppure di caccia e pesca, ma la soluzione mi sembra difficilmente attuabile. Purtroppo siamo incapaci di stare da soli anche per breve tempo e così la natura sociale dell’uomo sarà la sua rovina.

Un giorno forse scopriremo che abbiamo sbagliato tutto, dalle strategie ai piani operativi. Forse sarebbe stato meglio puntare alla ricerca sulle cure, anziché sui vaccini, dato che la malattia non aveva un’alta letalità. Ormai però abbiamo scelto una strada e speriamo che le vaccinazioni funzionino. Auguriamoci pure che quest’esperienza non faccia crollare dovunque la residua credibilità nelle conoscenze scientifiche e negli apparati sanitari. Magari torneremo ad accendere ceri alla Madonna e a raccomandarci ai santi preferiti (o alla magia bianca), perché l’efficacia di queste pratiche potrebbe rivelarsi talvolta più rilevante delle raccomandazioni spesso contraddittorie e cervellotiche di virologi ed epidemiologi.

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Dimenticanze

I miei sogni ricorrenti stanno prendendo un altro indirizzo. Da un po’ di tempo il sogno del ritorno a casa attraverso una città immaginata, con una disastrata periferia piena di palazzi abbandonati e di erbacce, è stato sostituito dai miei impegni obliati e disattesi. Nel sogno dimentico i giorni e le ore delle lezioni che dovrei tenere e mi ritrovo a salire in un palazzo che dovrebbe essere il mio. Dovrei ristrutturarlo e sopraelevarlo, anche perché da lì si avrebbe una magnifica visione del porto di Cagliari. Chissà perché la mia mente torna sempre più spesso in Sardegna, almeno nella seconda vita, quella dei sogni. Poi mi sveglio a Milano, dove non posso vedere il mare, e dove ho quasi smesso di scrivere. Mi rimane invece una gran voglia di fare musica, ora che nemmeno questo mi è più consentito, e mi rallegro perché il mio Nembo Kid su youtube ha raggiunto le 100 visualizzazioni e perché ho finalmente concluso dopo vari anni una canzone di cui avevo scritto solo una prima parte. Non so se riuscirò a pubblicarla, ma è bello sapere che ancora alla mia età riesco a produrre qualcosa che mi piace, bello o brutto che sia.

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Artisti e sogni

Raramente mi è capitato di essere entusiasta di un film o di un’opera letteraria o artistica. In letteratura mi è successo con La morte di Ivan Il’ič e Anna Karenina di Tolstoj o Le Horla di Maupassant. Fare un film è un’operazione forse anche più complessa, in cui tante componenti devono armonizzarsi e parlare tutte insieme a chi assiste al miracolo creativo.

A questo punto devo confessare di essere un sentimentale, anche se spesso mi succede di ostentare cinismo e forme irrituali di fastidio per le opere che troppo apertamente mirino a suscitare risposte emotivo-sentimentali. In quanto sentimentale, sono stato coinvolto da un film perfettamente realizzato come La La Land, un film che è riuscito a parlare alla mia anima segreta, a suscitare emozione senza strafare, senza eccedere in una qualche direzione.

In definitiva: bella la storia, strepitosa la scenografia, ottima la musica, efficaci sceneggiatura, interpretazione, montaggio. Soprattutto, niente appare sopra le righe: il dramma è solo sfiorato, non degenera in tragedia, il finale agrodolce evita il tradizionale happy end holliwoodiano. I sogni meritano di essere trasformati in realtà, ma devono essere calati nel solco del possibile, del realizzabile.

Certo, chi come me non ha avuto il coraggio di rischiare e ha rinunciato a realizzare i suoi sogni artistici per adattarsi a una vita da impiegato, anche se, in fondo, un po’ sui generis, prova una stretta al cuore, riconoscendosi nelle vicende dei due protagonisti. Avevo immaginato una storia per un musical, tanti anni fa, che in qualche misura si avvicinava ai temi di La La Land. Stavo per scrivere la trama, ma poi l’ho dimenticata, e il musical non ha preso forma. E’ rimasto l’abbozzo di un romanzo, che però sviluppava altre istanze e altri contenuti. Sia il musical che il romanzo traevano spunto dall’immagine di una ragazza vista per un attimo a Londra, mentre fumava una sigaretta sotto uno dei grattacieli di Canary Wharf. La ragazza assomigliava un po’ alla protagonista di La La Land, ma è rimasta un sogno, che ormai si è dissolto, come le mie storie.

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Multiverso

In sogno avevo elaborato una mia teoria sulla struttura dell’universo e ne discutevo con i fisici. Avevo risolto molti problemi e fornito molte risposte ai dubbi sulle caratteristiche della realtà. Finalmente l’uomo avrebbe potuto avere informazioni chiare sul mondo, sull’energia, la materia, il mondo, le dimensioni, il pensiero, la vita.

Peccato che, appena mi sono svegliato, le certezze hanno cominciato a dissolversi. Le idee hanno perso consistenza, i legami logici hanno cominciato a spezzarsi. Insomma, avevo perso ogni cognizione di un complesso di idee che mi avrebbero assicurato almeno una laurea honoris causa in fisica, se non addirittura il premio Nobel nella stessa disciplina.

Quanto è fuggevole la conoscenza, quanto è vana la gloria in questo mondo!

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Sentimenti

Come si fa, alla mia età, a piangere come un bambino ascoltanto il finale del Tristan und Isolde? Certamente si tratta di una delle cose più belle che la composizione musicale abbia inventato, un sublime intreccio di tecnica e sentimento, una serie di ondate travolgenti, ottenute con un’orchestrazione che ha ben poco di umano, il ritorno del Leitmotiv, che ti penetra e dissangua. Nulla ci può essere di così bello e così terribile. Il piacere sfuma irrimediabilmente in un’esaltazione mortale, la realtà scompare, si eclissa, sostituita da sensazioni così violente da precipitare in un gorgo al di là della vita.

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Un mondo di api

Tutto è iniziato con l’aggregazione della materia e la conseguente creazione del tempo e dello spazio. Un processo continuo di differenziazione, dal generale al particolare. La materia si è modificata in forme innumerevoli, fino a produrre la vita. Sul nostro pianeta le cellule hanno dato origine a forme diverse, ognuna disseminata in milioni, poi miliardi di individui.

Quando l’uomo ha incominciato a pensare e riflettere, ha stabilito che fosse suo compito invertire la rotta: dal particolare bisognava tornare al generale, all’unità. Vi sono sulla Terra organismi che, se pur suddivisi in molteplici unità, agiscono (e forse pensano) come un essere unico. Pensieri religiosi o esoterici si muovono lungo questa direttrice: unificazione anche per gli umani.

L’individualismo, che ha consentito, tramite l’intuizione, il percorso conoscitivo, la genialità del singolo, lo sviluppo della scienza e della tecnica, deve lasciare spazio alla coscienza di gruppo. Questa vera e propria ossessione delle religioni e delle ideologie diventa di volta in volta imperativo sacro o necessità storica. Profeti e maestri di pensiero predicano da millenni la necessità dell’aggregazione. Storicamente questo precetto è alla base di vari tentativi, sulla cui logica fondamentale tutti sembrano d’accordo.

Il principio di fratellanza, sviluppato in ambito religioso o laico, si manifesta nelle forme più diverse. Gli uomini si aggregano in diverse strutture sociali: cacciano insieme, poi lavorano insieme, insieme combattono. Si creano paesi, città-stato, nazioni, imperi. I membri di società, più o meno segrete, operano per realizzare forme di unità sempre maggiori. Le religioni organizzano strutture basate su comunità di fedeli. Sapienti come Dante sognano strutture politiche universali, come l’impero. La storia moderna assiste allo sviluppo degli stati nazionali e le società segrete operano per realizzarle anche nei paesi in cui la suddivisione politica si pone come freno allo sviluppo economico globale. Il continuo stato di guerra in cui il mondo viene a trovarsi a causa delle contrapposizioni tra gli stati spinge il pensiero politico ed economico verso rinnovate forme di aggregazione. L’ideale è un potere unico, in cui le nazioni perdano rilevanza: una struttura universale a cui tutti debbano obbedire. L’individuo e le sue istanze finiscono per scomparire, dall’io si dovrà passare al noi, dove il noi diverrà sempre più un io universale. La religione laica del marxismo, in cui l’unione partiva dalle classi, e quella del globalismo capitalista, in cui si realizza il potere universale del capitale e del mercato, sono manifestazioni differenti di una logica comune: il ritorno all’unità. Il comunismo o le strutture nazionalsocialiste tentavano di creare società alveare in cui il singolo e la sua individualità potessero essere schiacciate al fine di realizzare un bene comune, di gruppo, in cui il gruppo era di volta in volta la classe, la razza, la nazione. Il globalismo mira a una diversa e più abile realizzazione, in cui il singolo rimane formalmente libero, di pensare e di agire, ma il suo pensiero e la sua azione sono del tutto irrilevanti. Ai muri e ai gulag si sostituiscono i muri di gomma, all’esaltazione ideologico-religiosa si sostituiscono distrazione e droga. Alle punizioni si sostituisce la soddisfazione di bisogni reali o apparenti. Un’élite di dominatori gestirà il potere reale, nel tentativo di creare quella società-formicaio in cui i singoli esseri, totalmente esautorati, navigheranno verso un ideale di benessere e moderata soddisfazione, illudendosi di poter decidere liberamente del proprio futuro.

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