Salben

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Trovai il toponimo Salben su una carta geografica infilata tra le illustrazioni di un libro del secondo Ottocento. Era un volume della biblioteca di mia nonna, a metà strada tra la geografia antropica e l’economia. Ricordo di averlo sfogliato più volte, senza mai spingermi a fondo nella lettura. Parlava di miniere, laghi, bestiame, ferrovie di paesi sconosciuti e stimolava ogni tanto la mia anima di curioso visitatore di luoghi diversi e particolari.

La carta però non faceva parte del libro: era stata ripiegata più volte e usata come segnalibro e lì era rimasta, forse per indicare qualcosa che nel testo era presente e che era esplicitato dalla raffigurazione simbolica di quel territorio, che doveva corrispondere a una particolare regione delle Alpi.

La parola, se si faceva riferimento a una probabile etimologia germanica, sembrava indicare qualcosa di pomatoso, un’essenza vischiosa che in quella terra si produceva, forse dovuta a qualche caratteristica del terreno o della flora endemica.

Non conoscevo bene quella zona, perché l’avevo attraversata solo un paio di volte, rimanendo però sempre sulla strada principale. Non sapevo perciò quali e quanti paesi si trovassero nell’interno, raggiungibili solo con lunghe diversioni su strade minori, qualche volta molto strette. Decisi comunque di inserirmi sulla statale, per abbandonarla una volta incrociata la provinciale che avrebbe dovuto condurmi alle porte di Salben.

La mia auto era quasi un rudere, a giudicare dalla carrozzeria, ma aveva un ottimo motore e avrei potuto lasciarla incustodita senza che nessuno fosse tentato di rubarla. Una fotocopia della mia carta originale stava accartocciata nel portaoggetti della portiera sinistra, a portata di mano, dato che all’epoca del mio viaggio non erano ancora stati inventati i navigatori satellitari.

Ci vollero almeno due ore per incontrare la strada che doveva condurre a quella piccola città. All’inizio pareva larga e agevole come la statale, ma dopo un po’ cominciò a restringersi e a diventare tortuosa. Trovai un paio di villaggi dalle case livide e tetre, che sembravano tappezzate di nerofumo, con larghi squarci bianchi di calce sporcata dal tempo e muraglioni scrostati dalle intemperie. La gente camminava in fretta, come se temesse di perdere tempo, e non si guardava troppo attorno. Rinunciai a fermarmi, e mi diressi decisamente verso una strada in salita, in cui un cartello segnalava la direzione Salben. Percorsi una decina di chilometri, l’automobile cominciò a muoversi come se fosse a disagio, su un terreno che pareva fatto di argille morbide. Prima che scivolasse e finisse fuori strada, sguazzando su quella superficie di viscida mota, riuscii a parcheggiarla su una piazzetta e decisi di proseguire a piedi, dato che cominciavano ad apparire costruzioni, in parte diroccate, che facevano presumere che la cittadina non fosse lontana.

Infatti, dopo una curva, mi apparve un cartello azzurro che recava il nome di Salben, con avvertenze e informazioni scritte in due lingue, un italiano approssimativo e una sorta di tedesco arcaico.

Ero arrivato quindi, o meglio ero quasi arrivato. Anche andando a piedi infatti non era facile mantenere l’equilibrio. Dappertutto, sul terreno, apparivano macchie iridescenti, simili a quelle che si notano spesso presso i distributori di carburante.

Mentre prestavo la massima attenzione, un uomo di circa cinquant’anni si materializzò sulla via deserta. Era completamente vestito di marrone e dello stesso colore erano i capelli.

Stia attento: la strada è scivolosa, disse.

Grazie, risposi, ma voi come fate a camminare. Lei abita qui? Aggiunsi, come per chiedere conferma di quello che avevo dato per scontato, cioè che quel signore in abito e cravatta fosse un abitante del luogo.

Beh, noi ci siamo abituati, rispose con un sorriso e aggiunse:

Com’è arrivato qua?

Con la macchina.

E dove l’ha lasciata?

In uno spiazzo prima del paese. Non sarò mica in divieto di sosta? chiesi con una certa apprensione.

Qui non ci sono divieti di sosta: ci viene pochissima gente, ma chi ci arriva difficilmente ci lascia.

Perché? Domandai.

Perché qui tutti sono felici: non hanno obblighi, lavorano per divertirsi e per stare insieme agli altri, non hanno bisogno di guadagnare, perché la città soddisfa tutti i loro bisogni e, d’altra parte, il denaro non esiste. Non si ammalano mai, perché la serenità che deriva dalla mancanza di competizione garantisce una salute di ferro. Dove potrebbero trovare condizioni di vita migliori?

Dopo questa sintetica esposizione della realtà sociale salbenese, il signore vestito di marrone si accomiatò, perché doveva lasciare il cammino principale per immergersi in una viuzza laterale.

Diedi un’occhiata ai palazzi che costeggiavano il percorso che avevo intrapreso e notai che, a livello strada, erano pieni di parafarmacie e profumerie e che in tutte le vetrine si pubblicizzavano le miracolose pomate prodotte dalle fabbriche di quel luogo.

Dopo un po’ la strada era diventata una lunga discesa, che andava dalla cima del paese alla zona più bassa, quella che confinava col fiume.

Prima della discesa, in mezzo a quello che pareva il corso, c’era un’edicola. Mi fermai, per acquistare il quotidiano locale, bilingue, che aveva nell’intestazione il doppio titolo La voce di Salben e Salbener Stimme, e ne approfittai per parlare con l’edicolante.

Quest’ultimo era un omone grosso, con degli strani baffi a manubrio come quelli dei sollevatori di pesi del primo Novecento. Sembrava felice di parlare con un turista e mi fornì qualche altra notizia.

Per scendere a Salben bassa, i salbenesi non avevano bisogno di automobili, né di filobus. Era sufficiente scivolare con uno slittino o con qualsiasi altro mezzo di trasporto dal fondo piatto sulla superficie cremosa, melmosa, bitumosa.

Migliaia di specchi amplificavano la luce e accrescevano continuamente l’energia immagazzinata. Quella stessa energia muoveva ogni dispositivo e il lungo tapis roulant che consentiva a chi si trovasse per caso vicino al fiume di raggiungere la sommità della collina in breve tempo e senza fatica.

Nella parte più alta del paese si ergevano, su un gigantesco terrapieno, i palazzi pubblici.

Nel vasto piazzale si affacciava la levigata mole del palazzo comunale, una sorta di broletto medievale, in cui le rudi pietre squadrate erano state ricoperte da uno strato colorato dall’aspetto morbido, che pareva marzapane. Nel giorno in cui ebbi l’avventura di scoprire questo strano luogo, vi si svolgeva una festa di paese. C’era una schiera infinita di bancarelle, che vendevano miele di brugo, marshmallow, aromi morbidi e soffici ciambelle. Nel mezzo, su un palco di caucciù, un’orchestrina emetteva musiche vellutate, con note che sembravano spuntare dagli strumenti e svolazzare salendo fino alle finestre delle case.

Tutto intorno al palco i salbenesi si cimentavano in un ballo popolare.

Anche alcuni rari turisti provavano a danzare, ma in quell’ambiente così viscido e appiccicoso cadevano dopo pochi passi.

Per danzare senza incorrere in incresciosi incidenti (anche se il rischio di farsi male era minimo, per la morbidezza del suolo) bisognava unirsi nel ballo agli abitanti del luogo. Fu per quello che scelsi una ragazza che mi guardava con occhi mielosi e mi affidai a lei per quell’esperienza tersicorea. Col suo aiuto compresi che i passi, anziché decisi e definiti, erano scivolati, calibrando molto bene le spinte. In questo modo sembrava quasi di pattinare, volteggiando senza fatica, come se ci si appoggiasse a una serie di colonne d’aria invisibili.

Così, abbracciato o tenuto per mano, saldamente legato a quella giovane, sana e robusta, con i pomelli rossi come quelli del cartone di Heidi, incominciai a volteggiare All’improvviso, però, qualcosa andò storto. Probabilmente mi ero lasciato cogliere da una delle mie frequenti illusioni di onnipotenza e avevo preteso troppo dal mio senso dell’equilibrio, perché sentii che una forza inarrestabile mi trascinava fuori della pista. Di botto fui scaraventato dentro uno slittino che immediatamente si mise in moto, immettendosi senza che avessi il tempo nemmeno di stupirmi nella lunga discesa che portava al fiume.

La corsa fu come l’esplosione di un lapillo, si fermò solo davanti alla guarnera che separava il fiume dalla stazione dei veicoli che facevano la spola tra la città bassa e la città alta.

Arrivato in questa area di riposo, dove i salbenesi venivano a godere di un po’ di natura, sedendosi sulle panchine che fronteggiavano una specie di darsena e i boschi di un cupo verde che incombevano dall’altra parte del corso d’acqua, mi guardai intorno, per ammirare il panorama.

Ed ecco che, con mio grande stupore, vidi seduto proprio lì su una panchina l’uomo vestito di marrone, lo stesso che mi aveva parlato al mio arrivo a Salben.

È sicuro di volersene andare? mi interpellò. Lo sa che non potrà più tornare?

Perché? chiesi.

Lo vede quel muro, là in basso, sul fiume? Sì, lo so, non è un vero muro; in realtà è un coacervo di punti che formano blocchi virtuali. Si possono attraversare solo nell’uscire dal territorio della città, ma poi scompaiono, immersi in una bruma perenne. Noi lo chiamiamo “muro della ragione”. Nessuno può superare quella barriera all’ingresso, senza il permesso della città, ed è molto complicato uscirne. È quasi un Salbener Mauer, un’Antifaschistischer Schutzwall di sapore berlinese.

Ci pensai su per un attimo: potevo restare in quello strano paradiso ecologico, in cui tutti parevano liberi e felici, vivere strane esperienze, danzare in eterno con qualche bellezza germanica oppure tornare nel mio mondo inquinato e agonizzante. Mi chiesi se ci fosse qualcosa che mi spingeva a tornare nella mia realtà quotidiana e risposi a me stesso: Sì, ho tante persone che hanno bisogno di me, del mio pensiero, del mio affetto. Mia moglie, per quanto ormai totalmente assorbita dalle sue ricerche, mio figlio, che ancora pretende risposte dalla vita, i miei amici, che attendono da me il racconto sincero delle mie esperienze immaginarie, il mio cane, che mi aspetta sempre per giocare con me, anche quando non ne ho voglia.

Non posso fermarmi, dissi, devo andare!

Allora salga su quel battello, disse l’uomo. Si sbrighi: sta per partire!

Attraversai di corsa la banchina e percorsi in fretta la passerella che conduceva al barcone.

Quando fui dentro, la passerella fu ritirata e l’imbarcazione iniziò lentamente a muoversi.

Tanta era la mia confusione, che solo sul battello mi ricordai di aver lasciato l’auto sulla strada per Salben. Sarei dovuto tornare per forza, allora, malgrado quello che mi aveva detto l’uomo dal vestito marrone.

Quella specie di traghetto che mi aveva accolto aveva nel frattempo raggiunto il centro del fiume. Guardai in direzione della banchina appena abbandonata, ma non vidi nulla. Una fitta coltre grigiastra avvolgeva la riva e impediva la vista della città. Era come se il mondo dal quale avevo scelto di staccarmi non fosse mai esistito.

Dopo circa un quarto d’ora il barcone raggiunse una fermata, sull’altra sponda. Non sapevo bene che fare, ma decisi di scendere, prima che il mezzo riprendesse il suo viaggio sul fiume.

Per fortuna, il posto in cui ero disceso era un paese provvisto di ferrovia. Acquistai subito un biglietto per la mia città. Avrei pensato più tardi a cosa fare per recuperare l’auto.

Alla stazione presi un autobus, che mi portò quasi di fronte a casa, e qui avvenne qualcosa d’incredibile. Il veicolo che avevo abbandonato nello spiazzo sulla via di Salben mi osservava serenamente dal parcheggio che si trovava di fronte al mio palazzo.

Mi avvicinai, al colmo dello stupore; guardai bene la targa e passai anche un dito sulla vecchia carrozzeria, ma sembrava che la macchina non si fosse mossa dal parcheggio. Dopo tutte le ore di strada e il percorso così viscido e pieno di mota, non c’era sulla mia auto un solo schizzo di fango!

Non capivo cosa fosse accaduto. La cosa positiva era che tutto era tornato in ordine, così da far pensare che ogni viaggio impossibile potesse avere solo conseguenze immaginarie. Unico testimone della mia avventura è La voce di Salben, che conservo insieme a tutti i miei ricordi di viaggio.

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Supertrump

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Il nostro paese era un così bel palcoscenico: perché non essere tra gli attori protagonisti?   (Stefano Benni, La signorina Papillon)

Sapevamo che il presidente degli Stati Uniti dispone di un potere eccezionale, superiore a quello dei soliti capi di Stato e di governo. Nessuno però immaginava che avesse anche poteri profetici. Infatti, l’attentato in Svezia era stato previsto con largo anticipo. Solo che Trump si era sbagliato e lo considerava come cosa già fatta.

L’impressione è di aver assistito a una recita, ben organizzata, ma qualche volta malamente resa sul palcoscenico dagli attori, spesso improvvisati.

Sembra che ogni azione e ogni reazione siano programmate da un potere superiore e che i popoli non facciano altro che muoversi a comando o assistere impotenti al dilagare delle sventure che qualcun altro ha già predisposto per loro.

Trump aveva forse sotto gli occhi l’elenco degli attentati e, semplicemente, ha letto male le date, considerando quello che doveva compiersi in Svezia come già compiuto.

Naturalmente ognuno di noi desidererebbe avere in mano quel foglio (o quei fogli), in cui probabilmente si troverebbero indicate tutte le tragedie dal Novecento ai giorni nostri, con la segnalazione magari dei veri responsabili.

Per tornare a Trump, bisogna riconoscere che si è rifatto con una recita da oscar. Quante belle parole sui poveri bambini innocenti! Sappiamo bene quale effetto abbia parlare di bambini, in politica come in letteratura. Henry James lo chiamava “giro di vite”. Abbiamo anche visto come quest’intervento da standing ovation sia stato acclamato da sinceri democratici come i Sauditi, Erdogan e Netanyahu, tutti finalmente schierati con il buon gendarme americano, coraggioso e deciso, mica come quell’imbelle mezzosangue che stava alla Casabianca prima dell’intrepido cowboy.

Insomma, tutto sembra già scritto e deciso e non ci rimane che inneggiare al ritorno dei bei tempi del dottor Stranamore. Per cui, se uno di questi giorni vedremo all’orizzonte una luce abbagliante, bella come il paradiso, sapremo che finalmente la lunga agonia della Terra, infestata dagli uomini, sta per finire.

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Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Deborah Sheedy

Words Social Forum

Deborah-Sheedy

***

Deborah-Sheedy-05

dall’altra parte del freddo
e costantemente da sola
_perchè anche la più palese delle verità mi distanzia
come un veleno che si fa prima dolce
e poi postumo di un abbordo al silenzio

allora cosa accade dall’altra parte
mentre tutto il niente mi risale dentro
e a malapena lo avverto
_abile nel trattenermi in bocca
la friabile amarezza
di un assolo di pianto dilaniato
che mai trova fine se non nell’ultima via

è sempre dall’altra parte del freddo
che io sopravvivo
_perchè faccio della mia insesistenza
l’insistenza dal giusto distacco
come l’azzardo del vuoto che mi avvolge da lontano

di Rosaria Iuliucci

***

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E su dai basta, dai
abbastanza dammi 40 rintocchi,
dammi la spina
e poi ti muoio, e poi ti stupisco
mi metterò le campane sul
concetto che non morirò
mai
io già morta, allora vedi
che non mi capisci
stavo sotto il porticato
a portare danze…

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Ricordo una città

Oggi voglio condividere uno dei miei brani più vecchi. L’avevo un po’ lasciato da parte, forse perché mi pare troppo melodico, troppo intimista, ora che ho privilegiato altre scelte. Non posso dimenticarmene però, perché in qualche modo devo fare i conti col passato e raccontare tante, troppe cose. Forse per questo molti miei lavori, a ben guardare, sono in fondo romanzi di formazione, una formazione che non si è mai conclusa. C’è qualcosa di mio, anche nei testi più fantastici: le incertezze, le contraddizioni di un pensiero che non riesce ad assumere coerenza. Certo è che mi sento come quelli che cercano di fare ordine nelle proprie cose, prima di andarsene.

 

Ricordo una città, tante strade vuote, un mondo senza età.

Ricordo le mie sere, il mare sempre uguale, la mia diversità.

Il vento che si leva e poi il sole cade su di noi.

Ricordo quell’età, ma senza nostalgie, tra il sogno e la realtà.

 

Le lunghe chiacchierate, la noia e le risate, la voglia di cambiare.

I primi desideri, i primi tentativi nel gioco dell’amore.

Un mondo senza gioie o guai: la vita non arriva mai.

Ricordo, ma non so, se il tempo che passò io l’ho vissuto o no.

 

Ricordo una città, che dorme senza pace, che non si sveglierà.

Qualcosa che non so l’ho lasciato là, ma non ritornerò.

Un gioco di tristezze e poi il dolce niente su di noi:

un gioco, una pazzia, tanta filosofia, che non serviva a vivere.

 

Ricordo una città, tante strade vuote, un mondo senza età.

Ricordo le mie sere, il mare sempre uguale, la mia diversità.

Un gioco di tristezze e poi il dolce niente su di noi.

Ricordo, ma non so, se il tempo che passò io l’ho vissuto o no.

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Cavalli

uomosandwich

Perché non danzare tutta la notte
come cavalli da uccidere
perché non finire
l’inferno delle parole
l’inferno di pensieri
inferno di paure

quest’orrore che ci obbliga
a divorarci l’un l’altro
uomini sandwich

all night all night
come cavalli da ammazzare
da divorare
carne equina
carne umana

come vitelli da sbranare
come naselli da pescare
da incorniciare
lu piscispada

per tutto il tempo per tutto il freddo tempo
che ci rimane
per tutto
per tutto il tempo lento

mezza vita parliamo d’amore
bevendo coca-cola
l’altra meta frigniamo di salute

trofei trofei
corna di cervo zanne d’elefante
messaggi di passione
un diamante per sempre

imprudenti ansimanti
insufficienti
per gli altri e per noi stessi
a precipizio

aeroplani perduti in avaria
terrificati ansiosi di raggiungere
un immenso obitorio

Una poesia per la giornata della poesia? E allora che sia attuale e antilirica. Tanto la lirica dicono che sia morta da un pezzo, lasciando solo scorie, in questo immenso obitorio che è la Terra.

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Il dito

dito

Il dito alzato è monito e minaccia, strumento di guida e punizione, come la bacchetta dei maestri di una volta.
Adottano questo elemento del linguaggio gestuale anche persone insospettabili, rivelando con questo di considerarsi detentrici della verità, che ritengono loro missione diffondere.
Ovviamente il gesto è frequente da parte delle autorità politiche o religiose, diviene uno dei segni distintivi del potere.
È pertanto naturale che lo stesso gesto infastidisca chi, come il sottoscritto, ha sempre nutrito nei confronti del potere un sentimento fortemente critico.
In tutta sincerità, se fossi meno educato e amassi il turpiloquio, saprei indicare in maniera precisa e colorita il luogo in cui quel dito i rappresentanti del potere se lo dovrebbero mettere.

 

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Giornata autore

Oggi è la mia giornata autore in un gruppo facebook. Lascio qui il link. Spero che qualcuno venga a farmi visita.

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Chi non riuscisse ad accedere al gruppo, può seguire comunque la mia pagina facebook

https://www.facebook.com/guido.mura.3

o le pagine dedicate ai miei libri.

https://www.facebook.com/lacasadovegliangeli/

e https://www.facebook.com/baciomascherabianca/

Sono presente anche su goodreads, da poco tempo. Venite a trovarmi, se vi fa piacere.

https://www.goodreads.com/

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Barolo

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Cercò la borsa termica e il borsone normale, i due contenitori indispensabili per andare al market.
Poi vide, sul mobiletto, accanto al televisore, il buono.
Abbiamo un buono, disse a sua moglie.
Da quanto?
Da quindici euro e sta per scadere.
Allora portalo.
Lo metto in tasca.
Metterlo in tasca significava trovare il blusottone imbottito di penne di volatile, rovesciarlo per individuare l’apertura in cui infilare il foglietto di carta chimica e inserirlo in quella tasca richiudibile per sicurezza con chiusura tipo velcro.
Naturalmente era necessario infilare il giubbotto prima di uscire di casa, per non prendere freddo. Così, gonfio come un tacchino, e con i manici dei due borsoni in una mano, Angelo doveva trovare le chiavi in una delle due tasche per chiudere la porta blindata.
Sua moglie Stefania nel frattempo aveva già chiamato l’ascensore.
Booz – sbrimb – bplamp, fece l’ascensore e la portina si spalancò.
Il marito cercava d’infilare la chiave grande nella toppa, ma non ci riusciva, impedito com’era.
Qualcuno, a uno dei piani inferiori, cominciò a battere, perché l’aggeggio era fermo da troppo tempo.
Ecco, ecco, arrivo. Disse l’uomo alla moglie, e si precipitò dentro la cabina, strettissima. La portina metallica con tante strisce o righine verticali si richiuse e finalmente cominciò la discesa.
Dopo il tonfo dell’arresto e l’uscita dal mostro metallico, c’erano ancora due ostacoli da superare. Il primo portoncino a vetri e l’altro, quello che separava il palazzo dal cortile.

Poco vento fuori e aria biancogrigiastra. La strada era il solito tappeto di automobili. La macchina di Angelo e Stefania si nascondeva stupendamente in quell’ammasso di ferraglia. Era vecchia e più bassa, di un colore grigio luminoso, quasi invisibile. Non ci si ricordava mai la strada o il punto esatto della strada in cui era stata parcheggiata. Qualche volta bisognava camminare, andare avanti, tornare indietro, per trovarla. Spesso, ma non questa volta.
Eccola: è là.
Ah, meno male!
La vecchia Fiat era depositata là, più bassa di tutte le altre macchine, progettate diversi anni dopo di lei. Sembrava che si nascondesse per non mostrare le sue ferite, le ammaccature che nessun carrozziere aveva più tentato di riparare. Solo il lavoro costerebbe più del valore dell’auto, dicevano.
Ora c’è la solita seccatura: aprire la porta posteriore, infilare i due borsoni, sedersi al posto di guida, mettere la cintura.
Pensavo, disse Angelo, dato che abbiamo il buono, di provare uno di quei vini che costano tanto, l’amarone per esempio.
Ah sì, vediamo. Sai che io al vino non ci tengo.
Certo, lei preferiva la birra. Diceva che senza un po’ di birra non riusciva nemmeno a digerire. Però era curiosa. Se tutti dicevano che i grandi vini italiani erano buoni, dovevano essere proprio speciali. Immagini di degustatori soddisfatti, di sommelier sussiegosi, di tante parole, sentori, retrogusti, aromi intensi, perlage, cru, barrique e altri misteri gloriosissimi della santeria vinaria.
Angelo non conosceva molti vini. Raramente aveva trovato un vino di suo gusto. Qualche volta aveva ordinato vino in un ristorante. Quasi mai con la moglie. Ricordava un vino della Mosella, abbastanza sciabido, bevuto a Colonia, qualche champagne, che gli era piaciuto. Poi c’erano gli spumanti brut comprati al market e bevuti alle feste. Piacevoli, per merito delle bollicine, ma nulla più. Buono il lambrusco che servivano a Mantova, in ristorante. Il barbera provato durante una colazione di lavoro, a Milano, era molto corposo, ma con qualcosa di indefinibile, come un sentore di casareccio, che un po’ disturbava.
Il vino rosso di marca, bevuto in casa di amici, durante una cena, gli aveva preso subito la testa. Si era sentito male ed era dovuto correre in bagno, scusandosi. Dopo dieci minuti di fumosità (e un breve episodio di cagarella), l’effetto era passato (mamma, quel vino è generoso…) e aveva potuto riprendere la cena, bevendo però solo acqua. Insomma pareva proprio che il vino non fosse fatto per lui, almeno qualche marca, mentre altre non gli procuravano gli stessi effetti. Non pareva dipendere nemmeno dalla gradazione alcolica, perché aveva riscontrato di non reggere proprio vini a dodici gradi, mentre poteva assaggiare senza problemi vini a quattordici gradi o superalcolici. Il rosso che aveva bevuto a Trieste, per esempio, non gli aveva procurato nessun effetto sgradevole.
Comunque i suoi limiti come bevitore un po’ gli pesavano. Gli sembrava di essere inadeguato, di soffrire di una specie di limite o disabilità sociale. Come facevano gli altri, quelli normali, a bere alcolici senza freni, a fumare, a drogarsi?
Bisognerebbe conoscerli i vini.
A me, come sapore, piace di più la birra.
Inutile dirle che in Italia c’era una cultura del vino, che la birra da noi non era eccezionale. I gusti sono gusti.
Però lo spumante mi piace.
L’auto percorreva la solita strada verso il market, le solite curve. Stefania era maledettamente abitudinaria. A lui sarebbe piaciuto cambiare sempre, andare a comprare in posti diversi. Lei invece lo faceva andare sempre lì, perché in quel market c’era la sua acqua minerale, quella che non trovava in altri punti vendita.
La birra anticamente la bevevano solo i poveri.
Allora, che facciamo, lo prendiamo il vino?
Sì, guarda.
Lui cominciò a studiare lo scaffale. In cerca dell’amarone.
Dopo dieci minuti di ricerca infruttuosa dovette arrendersi all’idea che l’amarone era scomparso. Pareva che l’intero quartiere si fosse precipitato in massa al market per comprare quel maledetto vino. Forse era veramente buono, pensò Angelo.
L’amarone non c’è più.
L’avranno finito!
Cosa prendiamo, il brunello o il barolo?
Di dove sono?
Il brunello di Montalcino è toscano, il barolo è del Piemonte.
Basta che non sia del Sud!
Ci sono vini del sud che sono buonissimi!
Non voglio robe del Sud.
Con lei non c’era niente da fare. Il valore di ogni prodotto, per Stefania, era direttamente legato alla sua latitudine. Era talmente permeata di nordismo da mitizzare ogni aspetto del Nord. Avrebbe comprato limoni della Lapponia e fichi d’india scozzesi, se fossero esistiti.
Prendiamo il barolo, disse Angelo.
Ricordava che una sua amica piemontese, esperta bevitrice, aveva celebrato quel vino, spiegandogliene minutamente l’origine e le caratteristiche. Così lui aveva migliorato le sue conoscenze ampelografiche, che erano piuttosto scarse. Il nebbiolo… cos’era il nebbiolo?
Va bene, disse alla fine Stefania. Il barolo non era un vino del Trentino, come il Ferrari, che lei qualche volta beveva a capodanno, ma era comunque un prodotto settentrionale.
Lo apriamo stasera?
Apriamolo.

Così a cena il barolo finì in tavola.
Non è freddo, però!
Non lo sai che i rossi si bevono a temperatura ambiente!
Ma a me piacciono freddi
Gelati, cioè.
Non fa niente, lo apriamo lo stesso.
Il vino era stato messo per qualche minuto in frigo, ma si era appena rinfrescato.

Angelo si mise d’impegno ad aprire la bottiglia col cavaturaccioli.
Lo assaggio, fece la moglie.
Uah, ma è acido!
Non è acido, è tannico.
Eh?
È colpa dei tannini.
Gli esperti sul web parlavano di piacevolmente tannico. In realtà quel vino legava la bocca, era tannico, ma in maniera un po’ eccessiva e sgradevole.
No, io lo sento acido.
Non sa di aceto, e poi il gusto è piacevole, ci sono aromi particolari.
Insomma, con quello che costava doveva farselo piacere per forza. Provò a berne un po’, ma decisamente il tannino era troppo. Decise di rinunciare. Il barolo anche per lui era proprio imbevibile; e poi, tutto quel tannino non gli avrebbe conciato lo stomaco? Non era col tannino che si conciavano le pelli?
Proverò a usarlo per cucinare la carne, disse.
Cercò informazioni su Google e scoprì che quell’annata di barolo non era eccezionale. Inoltre il vino avrebbe avuto ancora bisogno d’invecchiamento, in botti di rovere, per ammorbidire un po’ i tannini.
L’indomani cucinò un pezzo di vitello in padella e lo bagnò col barolo. Lo assaggiò: non era niente male.
Se si cucina con la carne, l’aspro non si sente, disse alla moglie.
Pensava che, se avesse fatto uno stufato o lo spezzatino, o magari quella specie d’imitazione di gulasch che aveva imparato a preparare, la carne con tutto quel barolo sarebbe venuta buona.
Non avrebbe mai buttato un vino che costava tanto!
Non ce ne intendiamo proprio di vini, disse a Stefania. Quello che a noi sembra buono magari non lo è, mentre quello che sembra cattivo è un vino da buongustai.
Io preferisco la birra, fece lei.

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10 3 17 Poesia «Novecento non più. Verso il Realismo terminale»

Casa delle Arti - Spazio Alda Merini

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Alle ore 18,30 del 10 marzo, Alla casa delle Arti – Spazio Alda Merini, presentazione dell’antologia poetica Novecento non più. Verso il Realismo Terminale (La Vita Felice) a cura di Diana Battaggia e Salvatore Contessini con una nota di Guido Oldani.

Partecipano:

Guido Oldani, ideatore del Movimento del realismo terminale

Giuseppe Langella, tra i fondatori del R.T.

i curatori

e i poeti:

Sabrina Amadori, Linda Ansalone, Massimo D’Arcangelo, Giusy Cafaro Panico, Maria Elena Danelli, Caterina Davinio, Angela Donna,  Izabella Teresa Kostka, Marco G. Maggi, Marina Massenz, Guido Mura, Alessandra Paganardi, Max Ponte, Roskaccio,  Fabio Spessi, Andrea Tavernati, Adalgisa Zanotto

con un omaggio musical poetico eseguito dai Poeticanti

Ingresso libero

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La cooptazione

bagliorecasa

(Da La casa dove gli angeli cantano)

A volte si dorme veramente per tanto tempo e, se non interviene qualcuno o qualcosa a svegliarti, puoi dormire fino alla fine, senza renderti conto di vivere. Qualcuno chiama questa sorta di catalessi serenità, qualcun altro accettazione, del mondo e di se stessi; ma quando avviene il risveglio, niente potrà mai essere come prima.
Io, giunto a una svolta del sogno, mi sono svegliato e ho capito.
Ho capito che il mondo è una palla di sterco sormontata da mosconi fantasticamente iridescenti.
Ho capito che il mondo apparteneva a loro, ai mosconi: loro che avanzavano in carriera, lorochevincevanotuttiiconcorsi, loro che mi guardavano con un sorriso di una disarmante superiorità, che un po’ mi compativano, che dicevano tu sei bravo sei geniale sei diverso sei ma… Ma cosa? Era quel “ma” a tormentarmi, ad angosciarmi, a non farmi dormire la notte. Il dolore per l’ingiustizia subita, per il riconoscimento non ricevuto, si trasformava in un dolore fisico, in un’aguzza protuberanza spirituale che dirigevo verso me stesso, generando un tormento generale e indefinibile, una flagellatio interiore che non sarebbe servita nemmeno per ascendere i primi gradini dell’infinita scala verso il paradiso.
Era quella sensazione per cui tanti finiscono per aggredire se stessi, per creare al proprio interno un nemico a cui attribuire le colpe di tutto, un nemico che finisce per divorarti lentamente e ucciderti, un nemico che si chiama cancro. Io però ero diverso. Io non volevo autodistruggermi.
Da quel momento ho diffidato di tutti quelli che guadagnavano più di me, di tutti quelli che avevano ottenuto un incarico, che avevano ricevuto un qualche stupidissimo segnale che li faceva sentire più vicini al potere; qualcosa che significava che il potere li aveva sotto osservazione, che li riteneva adeguati alle sue richieste e quasi consustanziali, che avrebbe finito per cooptarli, in qualche modo. Certo! Perché si arriva al potere solo per cooptazione. Sono loro, i Capi, a individuarti, a sceglierti, a educarti perché tu possa un giorno diventare come loro. Devi avere però delle qualità, delle capacità, devi essere superiore agli altri, ai tuoi concorrenti. Sì, indubbiamente; ma come te, con le tue stesse qualità, con le tue stesse capacità, ce ne sono migliaia; e allora perché dovresti essere tu il prescelto? C’è una spiegazione, forse una motivazione, ma non una ragione. Perché la scelta è irrazionale, in una prospettiva umana, e quella scelta è divina e la motivazione si chiama grazia… la grazia di una divinità terrena, invisibile e inconoscibile, le cui conseguenze, però, sono spaventosamente reali. Ed è perfino ereditaria, qualche volta, questa grazia. Arriva perché erano sorretti dalla grazia i tuoi nonni, tuo padre e tua madre, e ti hanno lasciato i segni tangibili della grazia, e tra questi quello più evidente e più terreno di tutti, il denaro.
Terreno? Ma no, sto riducendo. Il denaro è diventato ormai nel nostro mondo un sostituto del paradiso, quello che ti consente non solo di sopravvivere, ma anche di esistere compiutamente, di realizzarti, di sfruttare la tua intelligenza e renderla produttiva, senza perdere tempo in attività meccaniche e subordinate, prive di valenza spirituale.
Ho capito che il denaro era appannaggio degli eletti. Eppure c’era in loro – ci doveva essere – una qualità che favoriva l’ingresso nella loro dimensione vitale della grazia terrena e questa qualità era la diligenza, unita all’assenza di qualunque idea originale. Era soprattutto questo limite intellettuale che li rendeva affidabili. Loro non avrebbero MAI messo in discussione gli slogan, le verità propagandate dal sistema; facevano propria quella verità e ne erano condizionati e schiavi. Erano parte di quella verità e quella verità era parte di loro.

[E vi pare che un testo che parla in modo così esplicito del sistema possa trovare un editore?]

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