Identità e stati

identità Apophysis-171016-35

Ho atteso un bel po’ prima di parlare dei problemi che le identità stanno creando in Europa e nel mondo.
Istintivamente sono favorevole all’autodeterminazione dei popoli, anche se non riconosciuti e osteggiati nel loro desiderio di autonomia o indipendenza. Che questo invece sia opportuno o possibile nell’attuale momento storico è tutto da discutere.
La mia opinione è che oggi gli stati, creati con la violenza o attraverso spregiudicati compromessi internazionali, siano ancora troppo forti per consentire liberamente ai loro popoli di decidere della propria esistenza.
Se si valutano solo gli aspetti giuridici del problema, è ovvio che gli Stati abbiano ragione da vendere. Il diritto infatti riconosce le strutture politiche attualmente esistenti e i loro diritti, mentre i popoli non hanno dalla loro parte un’organo riconosciuto a livello internazionale che possa creare fonti giuridiche dello stesso livello di quello degli stati in cui si trovano, a forza o a ragione, ad abitare. Per questo catalani, curdi e tutti gli altri popoli senza patria non hanno molte possibiltà di successo.
Confesso di essere fortemente infastidito da tutti quelli che pontificano asserendo che le nazioni non possono essere smembrate perché le costituzioni non lo consentono. Le costituzioni proteggono lo stato e i suoi confini. Anche costituzioni come quella dell’effimera Repubblica cispadana o quella della Cisalpina affermavano che la repubblica era “una e indivisibile”, e lo stesso in qualche modo è assicurato da ogni costituzione possibile.
Uscire dalla legalità costituzionale e separare un popolo imprigionato in uno stato che non sente come suo è impossibile? No. Lo si può fare con un accordo, sempre che lo stato sia ben felice di liberarsi di quella porzione di stato che crea problemi contestando l’attività dell’amministrazione centrale. Succede naturalmente se la parte che desidera la libertà sia meno ricca del resto del paese. Infatti la Slovacchia, area povera della Cecoslovacchia, ha potuto ottenere l’indipendenza senza spargimento di sangue. Quando avviene il contrario, quando cioè un’area più ricca e progredita chiede di staccarsi da uno stato che non naviga in floride acque, la risposta non potrà mai essere pacifica.
La separazione a questo punto rende necessaria una rivoluzione.
Per quanto mi consta, si può attuare una rivoluzione solo se si hanno risorse finanziarie e militari sufficienti e se la maggioranza dei rivoluzionari è disposta a combattere. Insomma, non si tratta di scendere in piazza e prendere un po’ di legnate, ma di affronatre i carri armati e l’aviazione, disponendo di altri carri armati e altri aerei da far intervenire con qualche probabilità di successo. Siamo sicuri poi che ne valga la pena? Non sarebbe meglio invece attendere qualche decennio, lottando nel frattempo per indebolire dall’interno quelle strutture obsolete e fondamentalmente reazionarie che sono oggi gli stati unitari?
Il processo di aggregazione di stati e continenti dovrebbe lentamente svigorire le vecchie nazioni, fino a renderle inutili. Solo in questo contesto le aspirazioni di indipendenza amministrativa di alcuni popoli che non hanno avuto la forza di imporsi come realizzazioni statuali possono trovare soddisfazione.
Il momento non sembra essere ancora arrivato.
In Europa inoltre le identità, tutte le identità locali, sono messe a rischio da nuove forme di immigrazione sempre più consistenti e ingestibili.

Bisogna considerare che di solito non è prevista alcuna protezione per l’identità intesa come condivisione di valori, sentimenti, tradizioni, aspetto fisico. La stessa costituzione italiana garantisce solamente la lingua e l’art. 2 della legge 482/1999, che riconosce l’esistenza di dodici minoranze linguistiche, parla anche di “cultura”, ma sempre con riferimento alle stesse minoranze. Se gli italiani attuali dovessero diventare minoranza per effetto di una migrazione incontrollata da altri territori e continenti, forse sarebbe garantito (sempre grazie alla legge 482/1999) l’uso della lingua italiana, anche se diventata minoritaria in un contesto trasformato e internazionalizzato; ma gli usi e costumi, le caratteristiche fisiche e psicologiche, le abitudini alimentari e ludiche di ogni regione e città dove andrebbero a finire? A questo non c’è risposta. D’altra parte, lo stesso popolo italiano è un coacervo di popoli, spesso notevolmente diversi l’uno dall’altro, che si sono mescolati nel corso di millenni di storia. Vale la pena di insistere nell’opposizione a nuovi rivolgimenti storici che porteranno a ulteriori trasformazioni, proponendo qualcosa che potrebbe apparire come una difesa della razza di infausta memoria?
Tutti noi, chi più chi meno, siamo ibridi. Nelle nostre vene scorre sangue romano e italico, ma anche celtico, germanico, ebraico, punico, arabo, iberico, greco, slavo, anatolico e di chissà quali altri popoli dei quali nemmeno più conserviamo il ricordo.
E poi siamo così entusiasti di questa nostra provvisoria identità da voler combattere per affermarla e conservarla intatta? Non ho soluzioni da proporre, se non ampliare un po’ la protezione giuridica delle nostre culture, ben sapendo però che in futuro una nuova maggioranza di altra composizione etnico-culturale potrebbe rimodificare a sua volta le leggi e cancellare ogni traccia del nostro modo di vivere.
Non so cosa pensare, se non che la storia a volte intraprende un cammino e che cercare scorciatoie e vie alternative è impossibile o magari molto pericoloso.

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Killer city – 2

killercity

 

Per l’amor di Dio, venite via da lì, disse una voce che proveniva dal pavimento. Era così pressante e così decisa la richiesta che corremmo subito, al buio, verso il suono che ci aveva sottratto al fascino dello schermo.
C’era un’apertura nella pavimentazione marmorea e in quell’apertura una scala conduceva a un livello inferiore, dove si trovavano forse le cantine del palazzo.
Finite le scale, scorgemmo un uomo di bassa statura, dalla testa pelata, che teneva in mano una torcia elettrica.
Cosa sta succedendo? domandò Philip.
C’è una gara in questo momento, disse l’ometto
Che tipo di gara?
Una gara di tiro… a punti.
e chi vince?
Chi colpisce più avversari.
Con pallottole finte, immagino.
Philip pensava a una di quelle esercitazioni in cui i combattenti si colpiscono con proiettili che rilasciano macchie di colore o qualcosa di simile.
No… con veri proiettili.
Ma allora si ammazzano!
Sì, ed è così che si divertono. Perché il gioco diventa realtà.
E voi non siete in pericolo?
Sì certo, ma io sono il guardiano e non faccio punteggio.
Una pallottola vagante potete beccarla anche voi, fece il mio amico.
È per questo che, quando la gara è in corso, me ne sto tranquillo nei sotterranei.
E come fate a sapere che si tiene una gara?
Avvisano il giorno prima.
Ci guardammo perplessi.
Se volete uscire vivi da qui dovete andare oltre la zona abitata, ci consigliò il guardiano.
Era stato assunto, ci disse, per custodire i palazzi, poco dopo la costruzione di quel centro. Era un posto vivace, allora. Ci si era installata una ditta che lavorava nel settore delle intelligenze artificiali e che studiava prototipi anche per conto di vari governi. C’erano diversi alberghi, dove circolavano, in forma più o meno nascosta, membri dei servizi segreti di numerose nazioni. Non mancavano i locali notturni e i luoghi dedicati al piacere. Insomma, non era proprio un posto in cui ci si potesse annoiare, a quei tempi.
Poi, un giorno, era arrivato un uomo, un militare, che aveva incominciato a mettere tutta l’area sotto controllo. Alcuni turisti erano scomparsi o erano morti in circostanze misteriose. Pian piano gli alberghi, i locali, le abitazioni si erano svuotati e la noia aveva incominciato a dilagare. Gli eleganti palazzi, immersi nelle nebbie del Baltico, erano diventati covi di fantasmi. Le stesse aziende che avevano fatto costruire la città, l’avevano poi abbandonata, per non sottostare a un potere che non sembrava legato a nessuno stato riconosciuto dalla comunità universale. La loro era stata quasi una fuga, e si svolse in maniera così veloce che non ebbero il tempo (o forse la capacità) di portare via le attrezzature tecnologiche, che perciò rimasero in quel luogo.
Il capo militare, che si faceva chiamare generale Olbert, si impadronì di tutto e gestì il territorio con il supporto di una schiera di tecnici e di soldati.
Producevano videogames, soprattutto giochi di guerra, e con i proventi delle vendite mantennero in attività le strutture dell’isola.
Accanto a queste attività innocenti e legali, però, Olbert e i suoi dipendenti incominciarono a elaborare prodotti segreti e applicazioni militari, che vendevano sul deep web o avvalendosi di agenti reclutati in varie parti del mondo.
Ben presto sul deep web si diffuse la notizia che in area segreta del Baltico si poteva partecipare a war games più appassionanti di quelli virtuali, che avvenivano sui computer. Fu così che gruppi di fanatici cominciarono ad affluire in città per provare l’emozione di una vera lotta e di un vero pericolo.
Le macchine sperimentavano le varie applicazioni e gestivano veri e propri combattimenti, a supporto degli assassini che, in assenza di una guerra, cercavano di soddisfare in qualche modo l’istinto di morte che li dominava.
L’ometto che ci aveva accolto nei sotterranei non seppe dare indicazioni su quelle persone. Gli uomini che gestivano la città avevano sempre tenuta nascosta l’origine e il destino dei giocatori e lui, d’altra parte, non doveva occuparsene. Ci seppe dire solo che per la gara i combattenti erano divisi in due squadre, collocate in due aree distinte del complesso di costruzioni.

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Killer city – 1

xland

(Viaggi impossibili)

Il viaggio più strano e terribile in cui fui coinvolto mio malgrado fu quello che mi condusse a Xilgoland, terra che vidi poi indicata come X-Place su una carta navale britannica.
Era un periodo della mia vita in cui provavo un violento desiderio di evadere da quel sogno angoscioso che è tutto sommato la nostra vita, ma non trovavo altri modi per esorcizzare l’angoscia che precipitare nel gorgo di altri sogni, ancora più temibili e perturbanti.
Un mio amico inglese, Philip Manner, mi aveva invitato a trascorrere alcuni giorni sulla sua barca, navigando alla scoperta delle isole del Baltico. Avevamo intenzione di visitare terre poco frequentate e luoghi dal fascino oscuro, ma una tempesta improvvisa ci costrinse a cercare riparo in una baia nascosta, che credevamo facesse parte del territorio svedese. Manner confessò candidamente di non sapere dove fossimo approdati, ma il suo innato spirito di avventura lo spingeva comunque a esplorare quel territorio, per sfuggire in qualche modo al vento e alla pioggia che cominciava a cadere pesantemente. Stava per giungere la notte. Assicurata in qualche modo l’imbarcazione, in un braccio di mare riparato dal vento che al largo infuriava, sbarcammo su una banchina che si ergeva sopra una spiaggia pietrosa.
Eravamo in cinque: io, Philip, il nostromo Ronnie Fisher, che si alternava solitamente al timone con Philip, e altri due marinai: Johnny e Peter.
La lunga striscia di cemento s’incuneava fin dentro un bosco che separava la costa da una terra invisibile, che ci auguravamo fosse abitata da qualcuno.
C’incamminammo quindi dirigendoci verso l’interno, seguendo un viottolo che pensavamo conducesse verso un’area civilizzata.
Dopo circa un chilometro di strada, il bosco si aprì improvvisamente, rivelando uno spazio pianeggiante completamente abitato, ricco di costruzioni ampie e alte, quasi simili a grattacieli. La cosa strana era che tutti quei palazzi, e tutte le strade che separavano gli edifici l’uno dall’altro, erano totalmente privi d’illuminazione, così che quella città pareva una città fantasma. Le case, chiare e di stile contemporaneo, si rivelavano allo sguardo a causa della strana luminosità del cielo, tormentato dai lampi, che spezzavano continuamente le tenebre.
I palazzi che si affacciavano su quella che pareva la piazza principale della città erano provvisti di ampi portici in stile novecento. Mi pareva di entrare, senza permesso, in un quadro di De Chirico. Per proteggerci della pioggia c’infilammo in una di quelle passeggiate coperte, cercando uno spazio dove rifugiarci, per attendere che la tempesta diminuisse d’intensità.
I portoni erano tutti sprangati e le arcate, che ogni tanto interrompevano la lunga teoria delle case, conducevano verso cortili aperti alle intemperie.
Finalmente scoprimmo un passaggio che sembrava portare a un luogo chiuso e protetto. Qui non c’erano porte e si poteva accedere senza problemi.
Decidemmo di entrare, mentre fuori le raffiche di burrasca scagliavano getti di pioggia fin dentro il porticato.
Ci trovammo così, quasi senza accorgercene, in un’enorme sala, fiocamente illuminata. Mentre cercavamo di capire da dove giungesse la luce, uno schermo si accese all’improvviso.
La sala stava dunque prendendo vita.
Lo schermo era gigantesco e su di esso, sotto la parola game in caratteri rossi, apparivano i nomi e il volto di numerosi uomini e donne. Accanto a ognuno di essi appariva un numero.
Lo guardammo stupiti e vedemmo che si aggiornava periodicamente.
La prima schermata recava il nome del gioco, Killer City, e subito dopo apparivano i players, i giocatori, che erano i nomi che avevamo già visto alla prima accensione dello schermo.
Ci avvicinammo pieni di curiosità. Qualcuno quindi abitava quel mondo che pareva abbandonato e, forse per placare la noia, cercava un modo per divertirsi e passare il tempo.

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Ancora sul realismo terminale

oggetto

Il mio accostamento alle tematiche e alle modalità stilistiche del realismo terminale è dovuto a un profondo desiderio di contemporaneità.
Infatti nella ricerca di un’ispirazione e di un linguaggio atemporale si era arrivati a concepire una poesia talmente distante dalla concretezza da parere scritta da alieni.
Ben venga dunque la Saglichkeit, uno sguardo realistico al mondo oggettuale che ormai ci sovrasta, una visione del mondo più orientata a raccontare i nostri problemi come specie che le nostre individuali ubbie.
Naturalmente, ogni scuola, ogni corrente deve prestare attenzione a non trasformare una sincera ispirazione in maniera. La rottura con gli schemi del passato lirismo, il rifiuto di una ricerca di significati puri e astratti, tanto da non essere ancora esprimibili con le parole di una lingua concreta e comune, non può limitarsi alla descrizione di ambienti urbani degradati, non può esaurirsi in un futurismo pessimista, quanto l’antico era ottimista. Occorre qualcosa di più, occorre la capacità di interiorizzare i sogni e le paure del nostro tempo, cercare il superamento degli ostacoli e combattere la sensazione di fine, di morte, che si sta facendo tragicamente strada nella nostra società. L’arte, la scienza, la filosofia, la poesia possono continuare ad avere un senso solamente se non perderemo totalmente la speranza in un futuro. Altrimenti, rischieremmo di produrre rovine, fossili culturali che forse un giorno altre specie osserveranno, senza comprenderle. Segni non interpretabili, messaggi muti, proiettati nel tempo.

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Mutare stagione

sangre

Stendere braccia, protendere pugni,
piangere fra i sudari, liquefare il dolore,
vomitare improperi, spennellare menzogne
a cosa serve se presto non muta stagione,
se un vento vago poi riporta indietro
le stesse immutabili cose.

Se non si ferma il volto sferzante dell’odio,
se l’invidia non perde il velluto di un trono cariato,
se il sogno del bello e del vero non trova ristoro.
Per consolare i poveri e gli afflitti
rimangono le vicende vere o false dei vip,
i cuori sotto i post, i nuovi videoclip.

Eppure al mondo ancora qualcuno ingenuo esulta,
la dove le bandiere bevono sangue ancora
e forgiano veleni per intridere il brolo,
per crescervi zizzanie e mine e fucili d’assalto,
e generali in capo e pallidi eroi da tragedia,
innamorati trepidi di deboli regine.

Non avete capito, non avete pagato
già troppo per ripetervi nei ruoli teatrali, nei manti
già indossati da un altro, da larve intristite nei sogni?
Non si vive mai tanto da innovare
le perfide abitudini e capire il programma
che una mente invisibile ha già scritto.

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Peluria

Davanti a lui c’era il mare. Era un mare assoluto, la percezione di un infinito possibile, di uno spazio che sembrava terminare con l’orizzonte. Era un mare libero, aperto, dove il sole si spegneva lentamente ogni sera.
La Passeggiata. Una larga distesa, una strada con ampi marciapiedi lastricati di mattonelle. Il lungomare era stato costruito su un alto terrapieno, separato dalla scogliera da un muraglione, con sopra cubi di granito corroso dalla salsedine. Tra un cubo e l’altro, ringhiere di robusti tubi metallici. Sotto le ringhiere, strette aiuole in cui fioriva la portulaca.
In basso incominciava la grande scogliera, con il mare che non faceva paura, a guardarlo da lontano, anche quando era agitato e lanciava urli di schiuma.
La zona che Daniele ricordava era quella che andava dal Grand Hotel Esit a Las tronas e aveva il nome ufficiale di Lungomare Dante.
Dietro la Passeggiata si stendeva una serie di villini, i cui giardini erano come enormi terrazze erbose, da cui la vegetazione si riversava sui muri di cinta.
La strada superiore era molto più in alto, tanto che dal lungomare ci si arrivava tramite percorsi di scale e giardinetti.
Questi spazi erano protetti dal vento ed era lì che i ragazzi si rifugiavano, quando il maestrale infuriava. Le scalette erano molto più comode e accoglienti delle panchine di granito rosso della passeggiata a mare.
Era una delle poche occasioni che consentivano a Daniele di socializzare. Lì, in quegli stretti rifugi, non valevano le abitudini del passeggio invernale, che si svolgeva nello stradone dei Giardini pubblici, da dove partiva la statale che congiungeva Alghero con Sassari. Ai Giardini i maschi passeggiavano coi maschi, le femmine con le femmine. La regola non era ferrea, ma così esigeva la consuetudine e, per quel motivo, non era facile fare amicizia con le ragazze.
Negli anfratti della Passeggiata invece le ragazze si mescolavano ai ragazzini e ci si poteva parlare, sedere insieme, conoscersi.
Daniele era troppo timido per azzardare qualche avance con le ragazze. D’altra parte queste sembravano interessarsi più agli altri maschi, più robusti e dall’aspetto più maturo.
Lui rimaneva spesso in silenzio, non sapendo cosa dire, lui col suo ciuffo e con la sua aria imbronciata alla Luigi Tenco.
Poi al gruppo si era aggiunta Annina, una ragazzina che andava sempre in giro con una sua amica bionda, molto alta e magra, che si chiamava Maria Luisa.
A distanza di anni avrebbe ricordato di lei solo l’espressione compunta del suo viso, mentre diceva alla sua amica “Maria Luisa, telefona”. La frase era separata dal contesto ed era rimasta a testimonianza di un’amicizia. Telefonare, a quell’epoca, non era facile. Bisognava trovare un bar provvisto di telefono pubblico e avere in tasca qualche gettone. Tutti avevano in tasca o nel borsellino qualcuno di quei dischetti tondi, color ottone, con una riga nel mezzo. Li si utilizzava spesso al posto delle monete vere.
Annina era stata la prima ragazza a mostrare interesse per Daniele, solo che lo aveva fatto con il sistema sbagliato.
A Daniele sembrava troppo piccola, di età, ma anche di corporatura. Era magra magra, e il suo visino era un triangolo triste.
Era bruna di carnagione, in un periodo in cui Daniele stravedeva per le biondine e, soprattutto, quello che più disturbava era la spontanea peluria scura che le ricopriva le gambine.
Le attenzioni di Annina consistevano nell’arrivare da dietro e nell’abbrancare le orecchie di Daniele, storcendole e ponendole in un’ideale riga orizzontale, come le ali di un aereoplano.
A Daniele quell’operazione faceva male e di questo si rammaricava. Perché quella bambina ce l’aveva proprio con lui, che non capiva il perché di quello stupido gioco.
Un amico gli aveva detto che probabilmente ad Annina lui piaceva e questo era il motivo del suo stano comportamento.
Ma a me lei non piace.
E perché? Mi sembra che sia proprio adatta a te.
Voleva dire: siete tutti e due piccoli e magri, dall’aspetto un po’ immaturo. Tutto sommato insieme stareste bene.
E Daniele rispondeva: Perché ha tutti quei peli sulle gambe.
Uah… è così perché è piccola. Poi vedrai come comincerà a usare il rasoio o a farsi la ceretta!
Eh?
A Daniele non sembrava possibile che tutte le ragazze, anche quelle che gli piacevano, avessero tutti quei peli, e che tutte si radessero. Certamente non lo facevano le biondine, quelle che avevano braccia e gambe appena impreziosite da una morbida e rada peluria dorata. Una cosa gli era chiara: non conosceva per niente la realtà femminile. Non aveva la più pallida idea di come vivessero e pensassero quelle misteriose creature che erano chiamate donne.
Così non era successo niente. L’inverno era passato ed era venuta la stagione del vento e delle rose. Ci si rifugiava ancora sulle scalette, ma ormai il tempo era bello e il cielo era di un azzurro intenso e sconvolgente, un cielo nudo e disperato, troppo lontano per trovare certezze e nemmeno speranze.
Daniele non sognava il futuro. Era troppo scontento di sé e ricolmo d’insoddisfazione. Si sentiva inadeguato, inadatto al mondo in cui gli era capitato di vivere. Tutti gli sembravano più in gamba di lui, più simpatici, più disinvolti. Lui invece non trovava una sua misura, una sua dimensione. Nulla riusciva a sollevare la cappa di noia che l’opprimeva e nel teatrino dell’esistenza non aveva ancora identificato il suo ruolo. Sentiva quasi di non esistere. Non agiva, ma guardava gli altri agire, nel bene o nel male, e si chiedeva se avrebbe mai imparato a essere come loro.
Finita la scuola, quasi tutti i ragazzi partivano. Andò via anche Annina e le orecchie di Daniele trovarono un po’ di tranquillità.
A settembre la compagnia cambiò. Daniele trovò nuove persone nella sua nuova classe e non vide più Annina. Lo studio lo impegnava moltissimo e non aveva molto tempo per passeggiare ai giardini. Ogni tanto ci andava, però. Comprava una cartina di nazionali nel chiosco che vendeva tabacchi e faceva finta di fumare. Non gli piaceva molto il sapore del tabacco, ma era un modo per sentirsi più grande. Le sigarette lo stordivano e lui si chiedeva come facessero gli altri a fumarsene tante, aspirando il fumo. Non pensò mai ad Annina e al suo strano modo di giocare.
Lei gli sarebbe tornata in mente molti, troppi anni dopo, quando ormai le scelte di vita erano state compiute e non si poteva più tornare indietro. Così gli capitò sempre più spesso di ripensare a quegli anni e alla ragazzina magra che non aveva ancora imparato a depilarsi e, ogni volta che ci pensava, sentiva dentro come uno struggimento e una nostalgia che non riusciva a placare.
Aveva attraversato quel tempo di corsa, costruendosi attorno un castello che racchiudeva un enorme vuoto, e sapeva che quel vuoto non sarebbe mai riuscito a riempirlo, malgrado gli sforzi di un’intera vita.

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Radicchio e salame

Ho un paio di racconti mezzo pronti e li proporrò tra un po’ sul blog, ma sono sempre più convinto che, non essendo la letteratura commestibile, il pubblico preferisca qualcosa di più concreto.
In fondo, il cibo è un formidabile agglomeratore e di cibo tutti hanno bisogno: capitalisti e contestatori, bianchi e neri, scienziati e ignoranti, immigrati e sovranisti. Magari mangeranno cibi diversi, animali o vegetali, puri o impuri, però tutti mangiano (e spesso lo fanno anche di gusto).
Il cibo è una necessità, mentre i libri sono un piacere, ma a tante persone non interessano.
Per questo ogni tanto racconto le mie esperienze gastronomiche, anche per consolare me stesso in questo mondo malato che, dopo vari millenni, non sa ancora risolvere i suoi problemi senza la violenza, almeno a giudicare da quello che si sente in giro.

Vi illustro pertanto il mio piatto di ieri sera, che è una variazione dei miei spaghetti al radicchio.

Spaghetti integrali al radicchio con salame ed emmentaler.

Prendo mezza carota incisa in verticale a croce e tagliata a rondelle in orizzontale.
Metto i pezzetti di carota in padella antiaderente con un filo d’olio d’oliva extra vergine. Aggiungo mezzo radicchio lungo tagliato a listarelle e bagno con acqua. Condisco con sale e un pizzico di peperoncino.
Nel frattempo preparo a parte gli spaghetti integrali Rummo n. 3 (cottura 9 minuti).
Uso una pentola bassa perché la dose è per due persone. Visto che li mangio solo io, potrò usarli per cena, ma me ne rimarrà un pochino per domani a mezzogiorno.
Unisco alle verdure qualche fetta del tubo di salame gentile, che non ho ancora terminato e spolvero anche un po’ di maggiorana.
Poiché il sugo sta diventando troppo secco, unisco un po’ di rosato di Alghero. Più avanti aggiungo un po’ d’acqua di cottura della pasta. Quando è quasi pronto, taglio delle fettine dalla confezione di emmentaler e le depongo nella padella.
Cotta la pasta, la passo in padella con il condimento.
A questo punto non mi rimane che versare gli spaghetti col loro sugo nel piatto e mangiarli.

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Europa 2035

romafutura

Il lago di Bracciano è diventato una pozzanghera ad alta concentrazione salina ed è stato rinominato Mar Mezzo-morto.
L’ATAC Spa, Azienda per i Trasporti Autoferrotranviari del Comune di Roma è diventata ATDC Spa, Azienda per i Trasporti Dromedotranviari del Comune di Roma.
A Roma sopravvivono sparute colonie di maghrebini.
A Marino l’acqua è scomparsa, ma per fortuna ci sono le “fontane che danno vino” e i pochi abitanti sopravvissuti sono costantemente ciucchi.
Le ex risaie del Vercellese si sono trasformate in distese di croste pietrificate.
Il Lago Maggiore è stato ribattezzato Lago Minore e conserva ancora alcuni esemplari di rare rane equatoriali.
La Svizzera ha sostituito la croce della bandiera con la croce uncinata, e col cavolo che lascia entrare gli italiani, i quali, per disperazione, travestiti da nordici, con capelli ossigenati e lenti a contatto azzurre, tentano di attraversare l’Europa per dirigersi verso la Scandinavia, affrontando il Baltico su navi vichinghe costruite da Fincantieri. Infatti la Svezia ha minato e fatto saltare il ponte che univa la Penisola scandinava alla Danimarca e accoglie i finti vichinghi con salve di cannone. I superstiti sono sottoposti a severi controlli e viene concesso asilo solo ai veri biondi. Ovviamente l’ex terrorista Breivik è stato acclamato re di Norvegia.
Il Regno Unito ha inondato il tunnel della Manica e riempito di cocci di bottiglia le cime delle bianche scogliere di Dover ecc. ecc.

(Immagine del dromedario ricavata da http://www.animali.net/)

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Castagne secche

 

Daniele andava a scuola in bicicletta, perché, da quando era andato a vivere in un quartiere nuovo, la sua nuova casa era troppo lontana dal liceo per poterci arrivare a piedi in orario. Il quartiere era più o meno all’altezza di San Giovanni, dove le alghe creavano enormi banchine, nascondendo la spiaggia, ma si stendeva in mezzo alle campagne, piuttosto lontano dal mare.
La strada che scendeva verso il nuovo quartiere, in cui i suoi avevano costruito una minuscola villetta, era ancora sterrata e piena di ghiaia e la bicicletta pareva che odiasse la ghiaia, tanto che un paio di volte il ragazzo era finito per terra, con una bella sbucciatura al ginocchio.
La bicicletta che aveva acquistato era da donna, perché non riusciva a salire su quelle da uomo, troppo alte per lui. Daniele un po’ se ne vergognava e invidiava quelli più alti, che riuscivano, con una falcata delle loro lunghe gambe, a salire a cavallo di quel destriero instabile. Comunque, anche se non rappresentava proprio il massimo dei desideri del ragazzo, quel mezzo di locomozione svolgeva benissimo il suo compito e consentiva di arrivare a scuola in orario. Il bello era che lo si poteva lasciare da qualsiasi parte, senza che a nessuno venisse in mente di rubarlo. Non c’erano ladri di biciclette ad Alghero.

Un pomeriggio, mentre girava in bici, Daniele incontrò un suo compagno di scuola.
Si chiamava Gino ed era un ragazzino piccoletto, rossiccio, con la testa tonda, gli occhi azzurri azzurri e la pelle cotta dal sole della campagna. La famiglia di Daniele diceva che i suoi erano ferraresi e facevano parte di quel gruppo di coloni che avevano iniziato a lavorare nelle terre di Santa Maria La Palma. Erano arrivati per primi a occuparsi di quelle terre incolte, poi si erano aggiunti i giuliani che, poveretti, una terra non ce l’avevano più, da quando avevano dovuto abbandonare la loro, occupata dagli uomini di Tito.
La Sardegna li aveva accolti nelle nuove case di Fertilia, a due passi da Alghero.
Possiamo andare a casa mia, disse quel giorno Gino a Daniele: non è lontano.
Certo, non era lontano: c’erano solo sei chilometri tra Alghero e Fertilia. Bastava superare il ponte che attraversava lo stagno del Calich e si era subito arrivati. Daniele però non si era mai allontanato così tanto da casa.
La compagnia dell’amico gli diede coraggio.
Sì, andiamo, disse.
La strada aveva il grigio lucido e scuro dell’asfalto nuovo: invitava a correre. Così i due ragazzi lasciarono velocemente il crocicchio di Maria Pia e arrivarono in fretta al canale.
Daniele aveva sempre un certo timore, quando era sul ponte che attraversava il canale di collegamento tra lo stagno e il mare. L’acqua scura dello stagno lo faceva sentire a disagio. Eppure quella zona avrebbe dovuto essergli familiare. Il rio Carrabuffas, che bagnava la sua campagna (in senso proprio, perché qualche volta esondava), sfociava serenamente in quello stagno, che poi era quello in cui il suo bisnonno aveva una specie di itticoltura, a quanto gli avevano detto i suoi.
Ma anche il ponte fu superato in un attimo e così, quasi senza accorgersene, si trovò nell’abitato di Fertilia.
Era una giornata serena, col cielo azzurro spazzato dal vento e il sole che già si avviava a cadere nel mare e Fertilia li accolse, bianca come le rocce del Carso.
Quel biancore gli creava una strana sensazione. Gli pareva di respirare più a lungo e più forte, come se la vita lì si svolgesse in un’altra dimensione, tanto diversa da quella dei carrers della città vecchia, in cui era nato, dove la luce era uno spazio lontano, da conquistare.
Tutto poteva succedere, in quella strana realtà. Poteva accadere che un gabbiano si trasformasse in un’astronave e che partisse per un pianeta proibito insieme al leone di San Marco, quell’incredibile animale alato che accoglieva i visitatori, poggiato su un alto cippo bianco.
Quasi senza accorgersene, Daniele era arrivato a casa di Gino, che l’aveva invitato a casa. Naturale poi, visto che era gia quasi ora di cena, che la madre dell’amico lo invitasse a sedersi a tavola e a mangiare quello che era il loro pasto consueto.
Oh, pensò Daniele, è la minestra di castagne come quella che fa la mamma.
Assaggiò la minestra e rimase stupito. Lo stupore si leggeva sul suo volto.
Non è buona? chiese la mamma di Gino
No, è buona, disse lui e continuò a mangiare, perché facendoci la bocca non era male, ma chissà perché, mentre la minestra di casa sua era dolce, questa era salata. Evidentemente i ferraresi la minestra di castagne la facevano salata, come il minestrone o il brodo di carne, ed era un peccato, perché invece la minestra dolce di castagne secche era una delle cose che a lui piacevano di più.
Ci mise un po’ a finire quella strana minestra in cui un frutto dolce come la castagna diventava salato. Daniele non vedeva l’ora di tornare a casa per raccontare alla mamma quella stranezza e rifletteva su quella nuova esperienza. Il mondo, quindi, non era sempre uguale a quello che percepiva nell’incavo della sua casa. Al di là dei muri, al di là del suo piccolo giardino, esistevano altri sapori, forse un diverso pensare. Forse esistevano tanti mondi, uno differente dall’altro, e ognuno aveva le sue regole, i suoi gusti, le sue esigenze. La vita era molto più complessa di quanto avesse mai immaginato.

Il cielo andava scurendosi, quando Daniele inforcò la bici per rientrare ad Alghero. Arrivò che era già quasi buio.
I suoi erano in grande agitazione, perché non accadeva mai che rientrasse a casa così tardi.
Sai, mi hanno invitato a mangiare con loro, si giustificò il ragazzo.
La mamma non poteva obiettare, chiedergli perché non avesse chiamato. Non c’erano i telefonini allora.
E che cosa ti hanno dato? disse invece.
Minestra di castagne.
Buona! fece la mamma.
Sì, ma non è come la fai tu.
E come la fanno?
Salata, mentre la nostra è dolce. Daniele aveva ancora davanti agli occhi quella curiosa minestra, dello stesso colore bruno di quella che gli era familiare, ma così diversa nel sapore.
Chissà come fanno a mangiarla salata, disse la mamma.

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Senza futuro

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Li sento gridare. Giocano, nel cortile di quella specie di oratorio, in un tempio creato per riti diversi dai nostri. Sono come noi? Certo, ma sono educati per seguire convinzioni e principi che non sono identici a quelli che seguono i nostri ragazzi. Andranno insieme o separati verso il loro futuro? Ma poi, ci sarà un futuro?
Qualche volta mi convinco che siamo veramente sull’orlo di un baratro, avviati verso una catastrofe definitiva e irreversibile, che trascinerà con sé cristiani, atei, agnostici, ebrei, mussulmani, buddisti, satanisti, anarchici, comunisti e liberali.
Forse insieme a me se ne andrà il mondo, quel mondo che mi sono illuso che esistesse solo in quanto io lo percepivo, ne scorgevo il muoversi incerto ma ineluttabile, ne individuavo i limiti e le contraddizioni.
È servita a qualcosa la mia vita? Certo ho parlato a tanta gente, ho scritto tante cose, ma chi le ha veramente lette e capite?
E poi che senso ha comunicare, lanciare messaggi, avvisare il mio branco di un pericolo, se la distruzione è stata già determinata, se l’uomo, almeno in questa forma, è destinato a scomparire per sempre?
Forse, tra qualche migliaio di anni, una stirpe aliena troverà in una delle biblioteche miracolosamente rimaste indenni uno dei miei libri e cercherà di interpretarli, ma sarà come leggere e capire il manoscritto Voinich, un prodotto alieno, che parla di cose e vite sconosciute, in un pianeta sperduto e ormai distrutto da tempo immemorabile.
È tutto inutile, mi dico. È stato tutto inutile.

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