Loop

Ormai è chiaro: sono in un loop, o almeno il mio mondo onirico sta vivendo in uno scenario ripetitivo, in una situazione senza vie d’uscita.

Cambia il nome della città, ma ci sono sempre una periferia degradata e un centro città da raggiungere. Le persone che incontro, i classici aiutanti delle fiabe, mi forniscono indicazioni che mi indirizzano, attraverso un percorso di strade in discesa, verso un luogo dove il mio viaggio si ferma. La strada si conclude quando raggiungo l’acqua. Può essere il mare o un lago, ma so che non potrò andare oltre. Gli aiutanti mi hanno ingannato, anche le donne vestite di nero che stavano sedute a tessere sulla porta di casa.

Non so che fare. Posso tornare indietro? E’ possibile cancellare il tempo?

Eppure qualcosa ogni tanto avviene, in quella che credo sia la vita reale, ma non risolve i miei problemi, né riduce la sensazione di sostanziale fallimento che accompagna i miei giorni, forse perché non ho avuto mai il coraggio di trovare una barca per andare oltre le barriere dell’abitudine, di abbandonare la sicurezza per una vera avventura. Perciò le mie sole avventure possibili devo ridurmi a scriverle o sognarle.

Non ho un’immagine dei miei sogni: non è ancora possibile registrarle, anche se sono terribilmente chiare. Vi lascio però una musica, ossessiva, angosciante, come sanno crearle i compositori di colonne sonore. L’ho ascoltata oggi in tv e l’ho ritrovata su youtube. Ve la propongo.

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Vangelis

Questa è la musica che mi sarebbe piaciuto scrivere, se avessi avuto il coraggio, se solo avessi avuto il coraggio, di scegliere la vita e l’attività in cui la mia natura mi chiedeva di buttarmi. Invece il timore di un futuro incerto mi ha spinto, mio malgrado, ad abbandonare il lavoro artistico per un futuro più garantito, banale e borghese. Ho pagato per quelle scelte e non ho più il tempo e l’occasione per tornare indietro. Eppure sono cresciuto con la musica dei grandi compositori di colonne sonore, da quelle holliwoodiane a quelle europee e universali. Quella è stata la mia esperienza musicale, distante mille universi dal pop sanremese o dal rock anglosassone.

Ora anche uno degli ultimi rappresentanti di quella tradizione se n’è andato, ma le sue creazioni saranno immortali, mentre nessuno ricorderà le centinaia di brani che in gran segreto ho continuato a comporre, osteggiato in casa e non sostenuto da nessun altro. Quasi mi vergognavo di questa produzione clandestina e inutile, che nessuno avrebbe mai ascoltato, né utilizzato per un film o per una qualunque sigla o rappresentazione teatrale.

Ora è troppo tardi, ma morirò con il rimpianto di non aver coltivato in tempo quello che si poteva coltivare, nella musica, come nella poesia o nella narrativa. Veramente bisognerebbe disporre di molte vite, per non buttare via i doni della natura, della mente, o del Dio che è in noi. Questo, al di là di tutto, mi sembra il vero peccato, che sarà ripagato da un eterno rimpianto, incastonato nell’inferno immortale della nostra anima.

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Odessa

Bee Gees: Odessa (1969)

Sarà per colpa della guerra, sarà per colpa della nostalgia di un tempo passato, in cui la vita era ancora comoda e piacevole e specialmente tutta da vivere, ma mi sono ricordato di un brano che mi aveva a suo tempo affascinato. Il brano è Odessa, dei Bee Gees, e faceva parte di un doppio Lp comprendente alcune delle migliori composizioni di quei tempi, quando ancora non dominava la disco music e gli artisti creavano melodie che ascoltiamo con ammirazione anche ai nostri giorni. Certo, la musica è di un altro secolo, ma il suo impatto emozionale rimane molto forte. La storia raccontata nella canzone non è direttamente legata alla città di Odessa, oggi in pericolo, ma un filo tragico sembra collegarla alle vicende di oggi, al Baltico, alla Finlandia, altro paese che rischia di essere ingoiato dalle onde devastanti della follia bellicista che ha invaso l’Europa, piccolo bastimento disperso nelle tempeste della storia, come la nave inglese Veronica, di cui parla il testo dei Bee Gees.

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Guardare indietro

Nella maggior parte del mondo la cultura prevalente è quella militare, una cultura che predilige risolvere i problemi con l’opzione bellica. Si tratta di una visione del mondo primitiva, ma purtroppo ancora dominante. I popoli dell’Europa dell’Est, in particolare, sono stati educati al suono degli inni militari, vivono nel ricordo delle stragi della seconda guerra mondiale, della lotta contro i nazisti o contro i bolscevichi. Il desiderio di vendetta è ancora alla base di ogni loro azione.

Per loro il mondo si è fermato al 1945, i bambini imparano inni e marce militari, i film e le storie che hanno nutrito il loro immaginario negli anni dell’adolescenza erano film e storie sulla resistenza, sulla guerra, sulle grandi tragedie del Novecento.

Qui da noi, in Occidente, ci eravamo abituati a considerare bandiere rosse e nere, berretti con la stella rossa, ordigni nucleari e canzoni di Bob Dylan un po’ come residui di una sorta di folclore novecentesco; non pensavamo che potessero resistere all’azione unificatrice e generalizzante della globalizzazione, alla forza e al fascino penetrante del capitale dominatore.

Invece, purtroppo, la generazione che governa il mondo, quella di Putin e di Biden, ha ancora nel cervello il mondo della guerra fredda, delle spie, della CIA e del KGB, ha gli occhi saldamente piantati sulla nuca, che guardano indietro, verso una società piena di bandiere e di bare ricoperte da bandiere, di esperimenti nucleari e di missili, di Strangelove e di feroci dittatori, di 007 e di Full metal jacket.

Speriamo che l’ultimo atto recitato da questi attori del passato non sia la tragedia finale, in cui l’anticristo scateni il giudizio finale, e noi, vecchi e giovani, non siamo che comparse in attesa dell’Apocalisse, quella di cui tutti parlano da millenni e che forse è inevitabile, perché scritta nel nostro DNA, nella nostra natura di irrecuperabili guerrieri.

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Quasi un déjà-vu

Mi sembra di aver già vissuto questo momento.

Ero bambino e ascoltavo la radio, insieme ai miei familiari. Le radio occidentali avevano captato e ritrasmesso un messaggio tragico, destinato a rimanere scolpito nell’immaginario di molti di noi. Quel messaggio proveniva da Budapest e raccontava la disperazione di un uomo che, malgrado un passato da agente dei servizi comunisti, aveva seguito nel suo paese un percorso riformatore, seguendo la volontà di un popolo che desiderava trovare la sua strada per uscire dall’incubo di una dittatura sempre più oppressiva.

Quell’uomo era Imre Nagy, che sarebbe stato successivamente catturato e condannato a morte, con l’approvazione di tanti dirigenti comunisti, compresi Togliatti e Thorez.

L’apertura di Nagy all’Occidente e le sue riforme, che miravano ad attenuare la collettivizzazione dell’economia, non potevano che essere interpretate dall’ortodossia comunista come un atteggiamento controrivoluzionario, mirante a restaurare il potere della borghesia.

Pensavo sinceramente che non avrei più assistito a momenti come quelli del Cinquantasei, che la caduta della cortina di ferro avrebbe significato l’inizio di un periodo di serenità, in cui tutti i paesi dell’Est, Russia compresa, si sarebbero avvicinati allo spirito dell’Europa occidentale.

Purtroppo avevo torto. Perché in Russia è caduto sì il comunismo dei soviet, ma non è mai cessata l’aspirazione panslavista, a cui si devono sia il tradimento sostanziale degli ideali socialisti durante gli anni della cortina di ferro, sia l’imperialismo reale di una potenza che trova difficile, se non impossibile, aderire allo spirito del liberalismo e della democrazia europea.

Il nazionalismo, che ogni tanto riemerge, colorandosi di rosso, di nero, di verde, di azzurro, secondo le predilezioni cromatiche dei vari popoli, è il vero pericolo che rischia di condurre l’umanità alla sua estinzione, nazionalismo evidente e non più giustificato in termini ideologici nella Russia di Putin, ma dilagante anche nei paesi dell’Est europeo, come in tante altre parti del mondo.

Quando avremo il coraggio e la volontà di abolire per sempre nazioni e frontiere, regimi e dittature, su un pianeta piccolo e malato come il nostro?

Utopia, forse; ma anche semplicemente istinto di sopravvivenza.

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Il romanzo segreto

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Rileggendo Proust

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Leggere Proust è un’avventura; farlo in originale è poi un’impresa che impegna gli occhi e la mente, mentre scorrono le immagini minutamente raccontate dei luoghi reali o immaginari della Recherche.

La prosa di Proust è caratterizzata dall’iperfetazione delle frasi, che si accumulano in bell’ordine, in un miracolo di armonia, e da un abbondante ricorso alla similitudine. La similitudine diviene in ogni momento la dominante, la salsina indispensabile che sostiene ogni pensiero, ogni enunciato.

La descrizione della vita in un ambiente altoborghese e aristocratico, con i suoi rituali e i suoi condizionamenti, è la vera trama del romanzo, in cui gli avvenimenti appaiono inserimenti casuali, tutto sommato non indispensabili. Accanto a questo motivo di fondo si collocano la congerie di ricordi e riflessioni del giovane protagonista, la sua formazione o educazione sentimentale e i suoi primi contatti col milieu privilegiato nel quale gli era capitato di vivere.

Il viaggio a Balbec e la descrizione del grand hotel di Balbec-La-Plage ci offrono pagine di grande prosa, con accenni di novità anche rispetto alle abituali modalità della narrazione proustiana. Bello anche il dubbio sulla realtà raccontata, insinuato dopo l’episodio della bella pescatrice. Subito dopo appare la riflessione sul fenomeno del déja-vu, con l’immagine dei tre alberi, meno nota di quella della madeleine, ma di assoluta rilevanza.

E’ incredibile come certi libri riescano a coinvolgerti, come in essi tu possa scoprire insospettabili corrispondenze con la tua esperienza di vita. Il secondo tomo della Recherche è forse il più interessante sotto questo aspetto.

Ricordo di aver letto questa parte della Recherche da ragazzo, ma in traduzione italiana, durante una pausa forzata della mia vita da studente, causata da una delle tante influenze che dilagavano allora, senza provocare terrori pandemici. Rileggendo ora A l’ombre des jeunes filles en fleurs in originale, mi pare veramente un libro totalmente nuovo, ma comprendo perché vi avessi trovato numerosi punti d’incontro con le mie esperienze di vita e di pensiero. Anch’io consideravo l’universo della bellezza adolescenziale come un insieme estetico, da apprezzare e desiderare nel suo complesso, più che come epifania di presenze individuali, tra cui scegliere il fiore su cui soffermarmi. Mancava la capacità d’individuare un obiettivo, ma soprattutto non era presente il desiderio di possesso. Comprendo anche come la mia vita sentimentale si sia in fondo fermata a quel tempo, rimanendo incapace di coltivare passioni profonde, limitandosi a un godimento di superficie, a un pansessualismo epidermico e fugace.

Il protagonista dell’opera poi sceglie, individuando Albertine; io forse non sono mai riuscito a procedere su quel percorso e ho continuato ad amare, a mio modo, tutte le jeunes filles, le loro immagini, i loro sguardi, i loro sorrisi, che sento che mi perseguiteranno in eterno.

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Colonie aliene

Siamo abituati a pensare alla vita e al pensiero con spirito antropocentrico. Per noi ogni forma di vita, ogni modalità di pensiero immaginabile si adattano al modello animale prevalente, quello dei mammiferi, o al massimo di pesci, rettili, uccelli. Nella realtà dell’universo bisognerebbe tenere conto di un modello molto diverso, quello delle colonie, di metazoi, ma anche di protozoi: un agglomerato di milioni di esseri, che sembrano seguire le istanze di un volere collettivo, che prevale su ogni istinto individuale, compreso quello di sopravvivenza.

Dobbiamo chiederci se gli alieni con cui veniamo o verremo in contatto saranno individui caratterizzati da coscienza e volontà individuale o colonie di esseri dotati di coscienza e volontà collettiva, spaventosamente più pericolosi delle creature del primo modello.

Gli omini verdi, contro i quali immaginiamo di combattere guerre e che pensiamo di sconfiggere con le armi del nostro intelletto, potrebbero essere invece vite microscopiche o addirittura frammenti organici in grado di penetrare nel nostro corpo e di servirsene per il loro scopo principale, che è quello di sopravvivere come specie.

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Qualcosa ci sfugge

Frattali

Più vado avanti e più devo constatare che ogni certezza si sfalda. La realtà appare sempre più inconoscibile. Siamo sempre più lontani dalla verità e quasi rimpiangiamo i tempi in cui la verità ci era rivelata, in pillole da inghiottire agevolmente, da sacerdoti, filosofi e scienziati.

Qualcosa ci sfugge. Non abbiamo più coscienza della magia naturale, siamo certi di poter razionalizzare ogni oggetto, ogni azione, ogni sospiro.

Viviamo nella ricerca della gratificazione, fisica o psicologica, dimenticandoci di cercare motivazioni più profonde della nostra presenza nella realtà.

Siamo abituati a pensare alla vita, agli avvenimenti, come se lo spazio dell’azione fosse solo quello di un mondo euclideo. Crediamo solo all’esistenza di un universo tridimensionale, fatto di materia, in cui valgono leggi ben note, in cui ogni cosa possa essere misurata con strumenti matematici. Questo è il solo mondo che conosciamo, che possiamo osservare direttamente, con i nostri sensi. Tutto quello che esiste o potrebbe esistere al di là di questa evidenza abbiamo la tentazione di rifiutarlo. Invece la conoscenza ha tentato di andare oltre, di indagare mondi in cui la scala infinitamente piccola non consentiva nemmeno l’intervento di un osservatore. In questi mondi le nostre matematiche certezze finiscono per naufragare miseramente.

L’esperienza della vita mi fa credere che non esista solo nel reale un rapporto di causa effetto. Qualcosa di più potente della nostra logica, leggi sconosciute e indipendenti da ogni nostra scelta muovono la nostra esistenza, sollecitano ignote reazioni del corpo e del pensiero, dominano la nostra volontà. Pare che onde irrazionali, ma legate a forze universali, producano risposte imprevedibili. Siamo trascinati dall’onda del fato, ma allo stesso tempo possiamo immaginare movimenti e soluzioni, azzardare profezie, agire seguendo la spuma dell’onda, quando riusciamo a individuarne direzione e posizione nello spazio e nel tempo. Qualcuno è più abile, in questo gioco di anticipazioni e profezie; qualcuno non capisce la logica, troppo legato a criteri umani di previsione, e miseramente precipita nella disgrazia, nella malattia, nel dolore. Non ci si può opporre; non si possono contrastare le vibrazioni dell’universo. Si deve guardare all’interno di noi stessi, sotto la levigata superficie della ragione, per scoprire il nucleo ruvido della verità, quell’insieme che comprende ogni aspetto del reale, di quel possibile che un pensiero comune e universale può creare e dissolvere, quel pensiero di cui facciamo parte, di cui siamo figli, e che ci accompagna per tutto il tempo della nostra vita cosciente. Con questo pensiero dobbiamo entrare in contatto, seguirne il moto, cercare di comprenderne la logica superumana.

Tanti ci provano. Pochissimi ci riescono, o forse non sapremo mai se veramente sono riusciti nell’impresa o se il loro tentativo sia stato, sempre, un fallimento: il fallimento della nostra finitezza.

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L’abolizione del male

Da tempo l’Italia ha vinto il campionato mondiale delle abolizioni. Lo stato italiano è riuscito ad abolire la follia, la prostituzione, la violenza e perfino la povertà. I risultati si vedono: i pazzi vagano indisturbati, liberi di lavorare dove capita e di buttare i bambini dalle finestre; i lavoratori del sesso esercitano liberamente e senza controllo le loro attività, i ladri hanno facoltà di rubare impunemente, gli assassini possono continuare a uccidere, seguendo i loro istinti primari, i violenti possono pestare a sangue chi gli capita sotto tiro, gli accattoni tappezzano le strade, le piazze e i market.

In tutti questi casi, lo Stato interviene, sì, di solito malvolentieri, ma solo dopo che si registri qualche fattaccio. Gli omicidi, purtroppo, non si possono nascondere a lungo: le televisioni se ne cibano e realizzano scoop senza limiti. Forze dell’ordine, magistrature, società segrete e servizi fanno però a gara, a quanto pare, per rendere impossibile perseguire i criminali. Persino i cani molecolari, queste simpatiche bestiole, se lavorano per lo Stato, rinunciano a trovare alcunché, facendosi superare in abilità e determinazione da giornalisti e cagnolini che escono a spasso con i padroni per fare la pipì.

Insomma, meno si trova e meno si sa e meglio è.

Il dramma è che noi siamo capaci di abolire strutture impopolari e problematiche, come ospedali psichiatrici e case chiuse, senza però sostituire queste istituzioni con una sostanziale e sicura riorganizzazione della realtà che si voleva rottamare. Psicolabili, operatori erotici, ma anche ladri e piccoli criminali, devono essere aiutati a reinserirsi nella società, secondo la nostra prevalente cultura cattobuonista, anche se non hanno la benché minima volontà di farlo. Mi domando se sia giusto imporre la presenza di tutti costoro a una comunità di persone regolari e indifese, senza che lo Stato sia in grado di controllarne le azioni. Mi domando se sia giusto privilegiare in ogni settore l’utopia al posto della realtà e pensare che esista solo un’umanità mentalmente sana, casta, mite e onesta e che tutti, ma proprio tutti, possano e debbano essere recuperati e inseriti nella società ideale in cui immaginiamo di vivere.

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