La perturbazione 2

Nel frattempo la tempesta pareva placata. Un segnale acustico comunicò la cessazione del pericolo.
Aldo e Viviana imboccarono il corridoio che conduceva al secondo grattacielo e si precipitarono nell’altro rifugio. Neanche lì però ebbero notizie dei figli.
Risalirono nel loro appartamento, sperando di vederli magari accanto alla porta chiusa, in attesa del ritorno dei genitori. Niente!
«Vai al comune, alla polizia» supplicò la moglie.
«Non sarà pericoloso rivolgersi al potere, di questi tempi?» obiettò il marito.
«No, vai, per carità. Non posso vivere con quest’angoscia».
«Vado a chiedere all’ufficio del comune» disse infine Aldo alla donna che lo vedeva a stento, con gli occhi gonfi di lacrime.
All’ufficio accoglienza del comune l’uomo si avvicinò al gabbiotto che serviva per indirizzare i visitatori.
L’usciere lo guardò con attenzione, poi gli domandò di cosa avesse bisogno.
«Non trovo più i miei figli, dopo la tempesta» fu la risposta.
«Allora deve fare una denuncia di scomparsa. Le do il modulo da compilare».
Aldo si sedette davanti a un tavolino e compilò il foglio: generalità, nascita, residenza, codice fiscale, che ricopiò dalla carta sanitaria, che teneva sempre nel portafoglio. Motivo della segnalazione, nome e dati della/e persona/e scomparsa/e, annotazioni.
L’impiegato lesse la denuncia, poi controllò sul computer. Rimase perplesso. «Gavioli, con una sola v?» chiese. «Sì» rispose Aldo.
«Aspetti: vado a controllare».
Dopo un quarto d’ora non era ancora tornato.
Aldo uscì dalla stanza e guardò nel corridoio. Lo vide da lontano che arrivava, e gli andò incontro.
«Allora, cosa c’è che non va?»
«Cosa c’è che non va? Me lo chiede pure signor Gavioli?»
Aldo gli rivolse uno sguardo smarrito, chissà cos’era successo, che cosa risultava nei loro maledetti computer. Non bisognava rivolgersi alle autorità, l’aveva detto a Viviana. Lei era sempre troppo sicura di quello che faceva, dei suoi ricordi, sempre troppo consapevole e razionale. E ora?
«C’è che voi, voi due» precisò l’impiegato, alludendo all’uomo e a sua moglie, il cui nome era segnalato nella denuncia «non avete figli, signor Gavioli! Almeno è quello che a noi risulta» aggiunse.
Quindi era quella adesso la realtà. Qualcosa era cambiato, qualcosa d’importante nella sua vita, forse nella vita di tutti, con quella perturbazione. Chissà cosa sarebbe potuto ancora succedere. Come si sarebbe sviluppata quella teoria di sogni che era stata la sua vita e che ora mutava nuovamente aspetto e direzione! Quanti pezzi di esistenza si erano persi, di quanti fatti aveva cancellato la memoria. Ora ricordava, o credeva di ricordare, una vita che forse non era nemmeno la sua. Sarebbe tornato a casa, dove avrebbe rivisto Viviana, che anche lei ricordava una vita passata, che forse apparteneva a un altro universo.
L’impiegato lo guardava con una sorta di commiserazione. «Succedono strane cose» disse «con queste tempeste. Qualcuno dice che rovesciano il mondo».
Aldo non disse niente, ma salutò l’impiegato e si diresse verso il corridoio, poi uscì dal palazzo. Il cielo era chiaro e costellato di macchie azzurre, tra le sagome dei grattacieli. L’uomo attraversò un largo marciapiede ed entrò in una stradina cinta da siepi di piante di color verde intenso. Nelle aiole qualche fiore si riapriva, dopo la tempesta. Pareva che non fosse successo niente. La casa di Aldo era vicina. Tra un po’ lui sarebbe entrato nel portone del palazzo e avrebbe preso l’ascensore, sarebbe tornato da sua moglie. “Che cosa dirò a Viviana?” pensava.

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La perturbazione 1

C’erano già stati vari allarmi meteo quell’autunno e ogni volta c’erano state interruzioni dei servizi pubblici, chiusure anticipate di scuole, precipitazioni diffuse e consistenti. Qualche strada era diventata torrente, qualche cantina si era allagata, ma poi tutto era rientrato nella norma.
Stavolta, però, le autorità avevano raccomandato alla popolazione di non uscire di casa, di chiudere persino le finestre e di tenere le serrande abbassate.
Quello che si attendeva era un vero e proprio uragano. Si temeva che gli oggetti sollevati dalla forza del vento potessero rompere i vetri e devastare le abitazioni. «Non uscite, non mettete il naso fuori di casa nemmeno per curiosare» diceva un intrattenitore pomeridiano in tv.
Certo, non ci sarebbe stato un bello spettacolo, solo un vortice scuro che avanzava portando con sé correnti d’aria violente e micidiali, quello che si era visto tante volte in televisione e che veniva filmato dai cacciatori di tornados.
Aldo non aveva mai visto un uragano tropicale e non capiva perché dovesse arrivarne uno proprio nella sua città.

La luce elettrica per fortuna funzionava, ma quello che Aldo non si sarebbe mai aspettato di sentire fu lo stranissimo rumore di quella tempesta. Non si udiva il fischiare del vento, ma un muggito ansimante e una sorta di sciabordio d’acqua, qualcosa che diventava sempre più insistente e che pareva avvolgere il grattacielo da ogni parte.
Alla fine vinse la curiosità e Aldo sollevò la serranda del tinello. Quello che vide era completamente assurdo. Laggiù, dalle periferie, qualcosa stava arrivando dal cielo e stava per raggiungere le case di fronte: era una specie di marea con frange di schiuma sporca, simile a un’ondata di alghe e rifiuti, mescolati a un liquido grigiastro, come quello che si forma quando si lava un pavimento sporco. Fiocchi di nubi di detersivo, come se qualcuno avesse deciso di lavare il mondo.
«Vieni, vieni a vedere… È stranissimo!»
Iniziarono a suonare le sirene d’allarme. Tutti i cittadini avevano partecipato a un’esercitazione, nemmeno un mese prima. Un funzionario dei servizi di protezione aveva raccomandato ai cittadini, qualora avessero udito le sirene, di abbandonare immediatamente gli appartamenti e di raggiungere velocemente i rifugi predisposti in ogni palazzo in caso di catastrofe naturale.
«Guarda, guarda, mio Dio, ma quelli sono uomini!»
Pareva che sulle spire del vento uomini vestiti di scuro, con grosse valigie in mano, stessero per precipitare sulle case.

«Dobbiamo andarcene» disse Aldo. Si vestirono in fretta e scesero al pianterreno. I loro bambini non erano con loro, ma avrebbero dovuto essere al piano quinto del loro stesso palazzo, in uno spazio in cui si faceva animazione teatrale per la scuola primaria. Li avrebbero ritrovati nel rifugio, insieme a tutti i residenti e agli eventuali visitatori.
Nel rifugio condominiale erano confluiti gli abitatori di tutti i piani. C’erano molti vicini, con anziani e figli al seguito, ma dei bambini di Aldo e Viviana nessuna traccia. Aldo non riuscì a calmare sua moglie. Lui era più tranquillo. Pensava che i figli fossero in casa di qualche amico, magari nel palazzo gemello, che comunicava con quello che comprendeva il loro appartamento: li avrebbero ritrovati tra qualche ora, finita l’emergenza.
Viviana non riusciva a darsi pace.
«Signora Balducci, ha visto i miei figli?» chiese quasi piangendo alla sua vicina. La signora Balducci la guardò stupita, come si guardano i pazzi.
Molte persone vagavano per le stanze del rifugio, con lo sguardo preoccupato. Altri apparivano assenti, come se venissero da un altro mondo. Qualcuno si acquattava in un angolo, come per nascondersi allo sguardo dei presenti.
Viviana andò più volte nelle stanze del rifugio, percorse in lungo e in largo i corridoi, ma senza fortuna. «I miei bambini, dove sono i miei bambini?» si mise a gridare.

(Dalla raccolta Viaggi impossibili. Termina con la prossima puntata).

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Sballi vecchi e nuovi

Per comprendere fatti come quello di Roma (l’assassinio del carabiniere) e tanti altri fatti consimili, bisognerebbe leggere libri come Santuario di Faulkner. che racconta e denuncia la fondamentale amoralità della società americana in anni ormai lontani dal nostro tempo. Si potrebbe scoprire così che la cultura dello sballo esisteva già negli anni del proibizionismo e che i giovani della buona borghesia cercavano contatti e accettavano commistioni con il mondo della malavita per soddisfare piaceri proibiti. Abiezione e ipocrisia si univano realizzando strane alleanze a svantaggio della verità e della giustizia.

Quindi niente di nuovo. La crisi di valori non è un fenomeno attuale, ma una costante.
La cultura dello sballo (e della violenza come sfogo obbligato delle insoddisfazioni profonde e di una fondamentale assenza di obiettivi credibili e motivanti) è sempre alla base di ogni deviazione.
Lo sballo giustifica il crimine, la trasgressione sistematica, la violenza spesso immotivata.
Nei confronti di questa cultura la società ha tentato, abbiamo tentato, tutti, di porre argini con la repressione, ma purtroppo dobbiamo riconoscere di aver perso la guerra.

In America il proibizionismo è stato il crogiolo di una straordinaria fortuna del crimine. Oggi il proibizionismo nei confronti della droga sviluppa un’economia sommersa che tanti riciclatori insospettabili hanno interesse a non far crollare. Il bisogno di evasione, di evasione estrema, di vaste fasce di persone di ogni fascia d’età e di ogni ambiente sociale è irreprimibile. La società per questo motivo finge di reprimere, ma in realtà tollera. Per fortuna alcol e tabacco sono considerati legali e addirittura costituiscono una componente essenziale della produzione e del commercio in tanti paesi, tra cui il nostro. Ancora droga e prostituzione costituiscono una sorta di tabù, qualcosa che si sa di non poter sconfiggere, ma che non si ha il coraggio di far emergere. Le industrie illegali, d’altra parte, sono fonte di sostentamento per tanti e di ricchezza per pochi. Scoperchiare i paioli e liberare i vapori quasi invisibili conviene veramente?

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Futuria 5

«E così torniamo alla nostra vita».
«Così pare».
«Al nostro mondo che ci sfugge, perché cambia e non sembra più quello in cui siamo nati».
«Sì ma cambia insieme a noi».
«Ma noi non stiamo cambiando».
«E chi lo dice? Sai cosa farò? Sposerò una ragazza mulatta, con uno zio buddista, una cugina musulmana e una nonna ebrea».
«Così corri il rischio di essere assunto dagli Illuminati».
«O dalla Santa Sede».
«È vero: vogliono le stesse cose».
«Beh, non era quello che voleva Cristo?»
«Certo: serve per sopravvivere. Se i popoli ricominciano a chiudersi nelle loro frontiere e a proteggere la loro identità, prima o poi torneranno a combattersi».
«È il rischio che corriamo».
«Solo che ora la guerra potrebbe significare la fine del mondo».
«Non del mondo, la fine di questi bipedi raziocinanti».
«E quindi è necessario fondersi, mescolarsi, rinunciare a un po’ di radici; ma non è anche quello che succedeva a Futuria?»
«Certo, solo che lì non c’è libertà di scelta. Il piano è rigoroso e rigido e il bene è la sola strada possibile».
«Perchè noi siamo liberi di scegliere?»
«No, ma ci fanno credere di esserlo».
«Beh, se il nostro mondo tutto sommato è uguale a Futuria, perché siamo scappati nottetempo, come se fossimo precipitati all’inferno?
«Perché a Futuria non c’è l’amatriciana».
«E nemmeno la carbonara».
«O il risotto alla milanese».
«I pizzoccheri».
«I tortelli di zucca».
«La pastiera napoletana».
«La cassata».
«Il pesto».
«Le orecchiette».
«Le sebadas».
«Il pecorino».
«Il parmigiano».
«Il gorgonzola».
«La burrata…»

Dopo un’altra ventina di cibi e piatti tradizionali avevamo riacquistato un po’ di buonumore. La macchina riattraversava il deserto, ma stavolta avevamo cambiato rotta. Dario aveva proposto di andare verso sud, anche se così si allungava il percorso. Dopo un centinaio di chilometri avremmo trovato una città, e un mercato, dove fare rifornimenti di carburante e di cibo. Da lì, a piccole tappe, saremmo tornati in Italia, alla nostra solita vita, a quella realtà a cui non sapevamo rinunciare, almeno non così in fretta.
«Un’Italia sempre più americana, la nostra» dissi al mio amico.
«Lo è diventata, a partire dal dopoguerra».
«Ora abbiamo anche i ghetti neri».
«Proprio come gli States».
«E noi bianchi in fondo siamo felici, perché ci sentiamo superiori, anche se non ci dicono “sì, badrone”».
«Ma ci dicono: “sì, capo”».
«E poi alla fine i veri badroni sono i cinesi, che sarebbero anche comunisti».
«Sì, comunisti borghesi!»
«E quindi non dovremo diventare neri, ma gialli, che poi così gialli non sono. Che casino!»
Non capivamo più niente, ma in Italia potevamo discutere, bisticciare, votare, scegliere, o almeno così ci pareva: c’era la democrazia!
«Ho voglia di una vera pizza» disse Dario.
«Io un piatto di penne all’arrabbiata me lo farei volentieri».

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Futuria 4

Non ci volle molto perché Nahim, liberatosi dai suoi urgenti impegni, ci raggiungesse: il suo viso era cupo.
«È stato un suicidio» disse: «una donna».
«Umana?»
«Sì, certo; i cyborg non si uccidono, non uccidono nessuno, neanche se stessi».
Si vedeva che qualcosa, nei perfetti ingranaggi di quel mondo, non aveva funzionato. Nahim dovette scusarsi per l’inconveniente. Secondo lui si trattava comunque di casi rarissimi.
«Mi dispiace che abbiate dovuto assistere a un evento spiacevole e violento come questo» fece. «Come vi ho già detto, può accadere che persone mentalmente disturbate non apprezzino la meravigliosa organizzazione di questa nostra città. Non tutti sono preparati alla felicità derivante dall’otium».
Mi colpì l’uso di di un termine latino e di un concetto caratteristico di un’antica visione della vita, un modo di pensare che in quella nuova civiltà era tornato in auge e si era affermato.
«È difficile per gli uomini del nostro tempo pensare di poter vivere senza lavorare o di lavorare per puro piacere, senza guadagnare denaro».
Non sapevamo cosa rispondere. Non avevamo esperienza di una totale rivoluzione delle prospettive umane come quella che ci era presentata. Forse sarebbe stato piacevole, per un po’, ma poi chi ci garantiva che la noia e la demotivazione non sarebbero divenute dominanti e non ci avrebbero trascinato in un’oscura palude di follia e crudeltà?
«Spero che questo deplorabile incidente non vi abbia tolto l’appetito» disse la nostra guida «perché vorrei invitarvi nel nostro ristorante più moderno, dove potrete assaggiare le specialità di questo nuovo mondo».
Lo seguimmo con un certo entusiasmo, perché le nostre recenti esperienze di natura culinaria non erano state esaltanti.
«La nostra cucina è costituita in larga misura da prodotti di sintesi, ma utilizza anche prodotti naturali, meno convenzionali e certamente poco usati in Occidente, come le proteine animali derivate degli insetti o gli estratti di vegetali ritenuti non commestibili. La nostra idea è servirci, a scopo nutritivo, di tutto quello che è possibile, pensando a un’umanità sempre più ampia e con sempre minori risorse».
«E’ un po’ quello che abbiamo fatto noi nel deserto, quando le nostre scorte stavano per terminare».
«Esatto. Solo che forse non avete pensato a tutto quello che era possibile consumare. Vi siete rivolti solo ai vegetali, ma non avete preso in considerazione il mondo animale».
«Forse non lo conosciamo abbastanza» intervenne Dario. Non voleva raccontare che anche noi avevamo fatto ricorso, per necessità, a quel regno della natura, ma che non ne eravamo entusiasti per niente.
«Non sembra, ma c’è tanto da mangiare, anche nel deserto».

Il ristorante era un grande cubo pallido, cui si accedeva attraverso un’apertura Una voce salutava e recitava Buon appetito in una decina di lingue diverse
Le specialità della casa erano preparate ovviamente da un cuoco robotico e arrivavano direttamente sul tavolo dei clienti. Il nostro piatto, scelto da Nahim, era costituito da una sorta di vassoio a scomparti. Nulla aveva l’aspetto di una pietanza tradizionale, europea o asiatica che fosse. Negli scomparti apparvero invece diversi parallelepipedi che parevano tavolette e alcuni mazzetti di fili vegetali, I colori erano vari, dal giallo senape al verde pisello, ma le forme erano quelle di un tofu o di un ciuffetto di fili d’erba. C’erano anche dei bastoncini che parevano bretzel, ma che sicuramente non erano fatti di pane. L’odore forte e dolciastro che si inalzava dal contenitore di delizie era quello del cibo orientale, ma con un sentore di artificiale che lo rendeva decisamente meno attraente.
Mangiammo alcune tavolette e masticammo un po’ di fili verdi o biancastri, senza comprendere l’aria di beatitudine che pareva emanare dal viso del nostro cicerone. Sicuramente le pietanze erano commestibili e riempivano lo stomaco, ma purtroppo le nostre esperienze gastronomiche ci ricordavano che esistevano ristoranti migliori, in varie parti del globo.
Le nostre espressioni non dovevano comunicare un eccessivo entusiasmo, perché Nahim osservò, poco prima della fine del pasto: «Certamente avrete fatto una migliore colazione in un ristorante consigliato da un manuale, quelli che attribuiscono punteggi a forma di stella, ma bisogna ammettere che questo cibo non è male, se si considera che utilizza scarti alimentari animali e vegetali e che gran parte delle farine utilizzate proviene da bachi, coleotteri e altri tipi d’insetti».
«Ah sì?» fece Dario «non me lo sarei mai immaginato. A volte si mangia peggio in trattoria».
Mentiva spudoratamente, ma non voleva apparire scortese nei confronti della nostra guida.
Quanto a me, avevo l’impressione che migliaia di zampette entomiche si muovessero nel mio stomaco e ne ricavavo una sensazione di profondo disgusto.
Dopo la sperimentazione delle novità culinarie del luogo, Nahim ci offrì un digestivo che (ci assicurò) non era stasto ricavato da bave di bruco o di lumaca, ma da semplici piante commestibili. Aveva un gusto dolcetto e una consistenza leggermente viscida, ma non aveva un cattivo sapore. Anzi dovetti confessare a me stesso che quell’elisir riusciva addirittura a placare l’agitarsi scomposto delle immaginarie zampette che tormentavano il mio apparato digestivo.
Terminato il pranzo, la nostra guida ci accompagnò in una sorta di albergo, dove ci erano state riservate due stanze, molto sobrie, ma provviste di numerosi aggeggi e minuscole consolle, che probabilmente consentivano di entrare in un mondo di avanzatissima tecnologia. C’erano foglietti d’istruzioni in tutti i cassetti, compilate in svariate lingue, e schermi e lastre dovunque. In un altro momento mi sarei lasciato affascinare da quei fantastici device e avrei sperimentato con piacere l’innovazione che pervadeva quel mondo, ma dopo la caduta della donna-angelo e soprattutto dopo l’inquietante esperienza del cibo di nuova generazione, cominciavo ad aver paura della realtà di Futuria e mi sorpresi a pensare con tenerezza e con una sorta di rimpianto alla nostra vecchia imperfetta realtà, ai nostri sogni e alle nostre contraddizioni.
Poi cominciai a sentirmi a disagio. Era come se qualcosa pulsasse, nel mobilio e nelle pareti, in quel lucido e perfetto dosaggio di colori e di forme armoniche. Non ero solo nella stanza.
Chiamai Dario e lo pregai di non parlare. Avevo un taccuino e una matita e gli feci leggere quello che scrivevo.
La stanza ci osservava.
Dario sorrise, come se avessi scherzato. Poi rispose con lo stesso sistema, utilizzando un linguaggio cifrato che avevamo inventato per gioco, tanti anni prima.
“Ho avuto anch’io quest’impressione”, raccontavano i suoi segni. “Partiamo stanotte, alle due”.
Speravo ardentemente che la nostra macchina si trovasse ancora parcheggiata là dove l’avevamo lasciata. Era chiusa a chiave e pensavamo che nessuno l’avesse spostata. Il governo di Futuria non aveva necessità di compiere qualcosa che potessimo interpretare come un atto ostile.
Se ci avessero bloccati prima di raggiungere l’auto, potevamo sempre sostenere che avevamo bisogno di prendere oggetti lasciati nel veicolo. Avremmo trovato poi un altro sistema per fuggire dalla città.
Scrissi al mio amico di bruciare il foglio, per maggior sicurezza, e così ci lasciammo, fingendo di andare a dormire.
Poco prima delle due del mattino, Dario entrò nella mia stanza.
«Non ho sonno» disse.
«Perché non usciamo a fare una passeggiata?»
«Va bene: ne approfitto per andare in macchina a prendere il pc».
«È vero, ce ne siamo dimenticati. Ho tutti gli appunti là dentro».
Ogni parola era calibrata, studiata per rassicurare cimici e fotocamere. Infatti ripercorremmo la strada che ci aveva portato nel centro di Futuria. Attraversammo la grande piazza, ritrovammo l’auto nel parcheggio in cui l’avevamo lasciata e la mettemmo in moto. C’era ancora carburante e avevamo anche una riserva di combustibile nel bagagliaio. Si poteva partire.
Stranamente, nessuno ci corse dietro, nessun veicolo c’inseguì. Forse avevano ordine di non intervenire, con quelli che non facevano ancora parte della loro realtà.

(La fine nella prossima puntata)

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Futuria 3

«Prima di tutto abbiamo eliminato la democrazia. Si era riscontrato che il cosiddetto governo del popolo era un’illusione e, soprattutto, dava vita a fazioni, scontri, incertezze. La gente, ferita dalla propaganda di tante forze opposte e incompatibili, di tanti interessi contrastanti, non sapeva più cosa pensare e aveva smesso di partecipare alle elezioni. Votavano ormai solo gli iscritti ai partiti, cioè coloro che ritenevano di trovare uno sbocco professionale nella politica, dato che gli altri lavori, uno dopo l’altro, stavano scomparendo, per effetto dell’automazione sempre più diffusa.
Con una partecipazione ridotta al massimo al 10% della popolazione, un uomo, il nostro capo, comprese che ormai la forma di governo che aveva dominato l’Occidente negli ultimi cento anni aveva finito il suo ciclo e l’aveva sostituita con il dominio della saggezza. Lui stesso, che aveva preso il nome di Sofos, si era circondato di collaboratori esperti nei vari campi della scienza e, insieme, lui e i suoi collaboratori, assumevano le decisioni che avrebbero rappresentato il bene dell’umanità. Tutto quello che poteva essere calcolato in termini numerici era affidato alle macchine. La religione era quasi scomparsa. Chi sentiva la necessità di meditare sulla vita e sull’oltrevita professava una fede musulmana. Sofos naturalmente aveva assunto anche le funzioni di capo religioso della città. L’islam garantiva una dottrina essenziale e chiarezza nei precetti, ma soprattutto fedeltà e obbedienza alle autorità religioso-politiche. Cosa ci poteva essere di meglio?
Questo naturalmente avveniva in una piccola parte della terra, mentre i maggiori paesi continuavano il loro processo di decadenza inarrestabile.
L’Occidente, invecchiato e incapace di nuove iniziative, era assediato da popoli che premevano alle porte dei paesi come un tempo i barbari premevano alle porte dell’Impero romano.
Le uniche attività che continuavano a essere redditizie erano l’assistenza agli anziani, lo smaltimento dei rifiuti, il lavoro di integrazione e sostegno dei sempre più numerosi migranti e, soprattutto, le attività illegati e deprecate, come il commercio di droga e di armi, la prostituzione, il gioco d’azzardo».
«Come avete fatto a reggervi economicamente?» chiese Dario.
«Eliminando il valore del denaro».
«Il denaro? Può spiegarsi meglio?»
«Ognuno ha diritto a ritirare, nel nostro bazar, tutto quello che gli è necessario per vivere».
«Gli date da mangiare gratis?»
«I nostri abitanti mangiano, si vestono, si divertono; fanno l’amore liberamente o secondo quanto prescritto dalla religione dominante. Le macchine producono tutto quello che è necessario. I tecnici che progettano le macchine e che ne curano la manutenzione lavorano per il piacere di farlo. La soddisfazione di vedere che tutto funziona a meraviglia e il riconoscimento da parte della gente cono una retribuzione efficace e psicologicamente più gratificante di una somma di denaro».
«Il problema è che però tutto rimane chiuso nei confini di questa città, di questo territorio. Se qualcuno volesse spostarsi da Futuria e viaggiare nel resto del mondo, non potrebbe farlo, perché in tutti gli altri paesi esiste una moneta e non si riesce a ottenere nulla senza soldi».
«È un piccolo problema, se ci pensate bene: un problema di facile soluzione. Prima di tutto, pochissimi desiderano qualcosa che non possano ottenere nella nostra città e, se proprio qualcuno volesse viaggiare, la comunità può fornirlo di qualsiasi valuta, da spendere liberamente in altre zone della Terra».
«Posso chiederle da dove proviene tutta questa valuta?»
«Dalla nostra produzione in eccesso, che esportiamo, da quello che le nostre macchine creano. Ormai hanno raggiunto un tale livello di autonomia che riescono non solo a replicare, ma addirittura a inventare prodotti».
«Le vostre macchine pensano, quindi?»
«Non solo, ma elaborano informazioni anche a livello artistico. I loro prodotti in serie risultano più innovativi di qualunque romanzo o sceneggiatura fabbricati con metodi tradizionali».
Ricordavo di aver visto qualche telefilm prodotto da Futuria, ma non sapevo come fosse stato realizzato. Lo dissi a Nahis e lui sembrò compiacersene.
«Facciamo di tutto: romanzi rosa, erotici, storici, polizieschi, horror, poesie; persino serie impegnate e di denuncia sociale. Tutto può essere inventato da un’intelligenza artificiale».
«Di conseguenza, tutto il nostro impegnarci per conoscere, per fare, per produrre, ormai non serve più a niente».
«Certo. Ormai possiamo semplicemente dedicarci a godere di quello che siamo stati capaci di creare. La vita è un’opportunità per essere felici».
«E se qualcuno nonostante tutto non riesce a sentirsi felice?»
«Vuol dire che c’è qualcosa di sbagliato nella sua conformazione fisica, e per fisica intendiamo anche il cervello, che del corpo è parte integrante».
«E se c’è qualcosa di sbagliato, bisogna intervenire per correggerlo. È così che fate?»
Nahis mi lanciò uno sguardo interdetto. Capiva che nel mio discorso era presente una preoccupazione, un’ombra che poteva annebbiare lo splendore dell’immagine che aveva tentato di costruire. La sua risposta mi sembrò preoccupata di trovare una giustificazione, da un’accusa che non era stata presentata.
«Se si trova una persona che reagisce in maniera anomala, dobbiamo intervenire e curarla. Lo si deve fare per il bene di tutti, di tutta la gente di qui, che ha il diritto di vivere serena».
«Insomma, chi non è soddisfatto della vita a Futuria deve essere un po’ matto: è così?»
Nahim stava per rispondere alla mia obiezione. Avevo evitato di ricordare che quell’atteggiamento nei confronti del dissenso mi sembrava molto simile a quello delle autorità dei vecchi regimi comunisti del Novecento e avrei ascoltato con interesse la risposta che il nostro accompagnatore stava sicuramente per fornire. Purtroppo però lo stesso Nahim fu interrotto da una chiamata telefonica. Ce ne accorgemmo dal suono acuto e intermittente che si udì all’improvviso e dalle parole che, inaspettatamente, l’uomo di Futuria proferì a bassa voce nella lingua del paese.
Il suo viso era serio e teso, quando ci comunicò che era costretto ad assentarsi per breve tempo, scusandosi perché avremmo dovuto proseguire la visita della città senza il suo ausilio. Ci raccomandò comunque di non allontanarci troppo dalle strade che stavamo percorrendo e che dovevano costituire il centro dell’abitato. Per la nostra sicurezza, comunque, i nostri movimenti sarebbero stati sempre monitorati. Questo ci disse, prima di fuggire in fretta.

Trovandoci soli, stranamente liberi di avventurarci nel mondo sconosciuto, cominciammo a camminare, andando oltre quel viale che sembrava finto, con la segreta speranza di trovare qualcosa di meno contemporaneo, un manufatto storico che presentasse un qualche segno di autenticità, un qualche legame con la vita e la cultura originaria di quella terra. Nulla però appariva che non riflettesse la cultura nuova che ormai dominava il paese.

Vedemmo una piazza in cui sorgevano palazzi perlacei, quasi grattacieli, che nascondevano pezzi di cielo. Andammo sempre dritti, per non perderci, verso l’oriente. In quella parte della città circolavano poche persone, dall’aspetto svagato, che pareva non notessero niente e nessuno. Avevamo percorso circa un chilometro quando l’angelo cadde.
Era una figura bianca, che apparve all’improvviso, mentre guardavo in alto. Anche Dario la vide precipitare e rimase stupito nel capire che quell’immagine eterea non era un gioco, un aquilone, ma un corpo che precipitava e che crollò, spezzandosi, sul marciapiede levigato di quel luogo razionalmente perfetto.
Non rimase a lungo scoperto, quel corpo, perché subito dopo un gruppo di persone in divisa accorse e lo ricoprì con un telone che lo nascondeva completamente agli sguardi.
Ricordo ancora, quando mi accade di trascorrere una notte in dormiveglia, quel volo, quell’ampio calare di teli bianchi, lungo le muraglie lisce del palazzo, troppo veloce per essere la discesa di un ammasso di stoffe agitate dal vento.
Avrei voluto avvicinarmi, scoprire cosa era effettivamente precipitato, sulla dura superficie di quella strada, vedere se quel qualcosa era un essere di carne e sangue oppure qualcos’altro, una di quelle creazioni ibride che ormai parevano identiche agli esseri umani generati con metodi naturali.
Gli uomini in divisa avevano creato una barriera, mettendo insieme i veicoli che velocemente erano sopraggiunti, dopo la segnalazione di quello strano volo. Nulla pertanto si poteva capire dell’accaduto.
Guardai in alto e vidi un cielo di sabbia e calcina. Pareva che anche l’azzurro naturale fosse stato sostituito da una volta sintetica, e forse era proprio così. Nulla in quella città artificiale sembrava essere lasciata al caso, ai capricci della natura.

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Futuria 2

Non potevamo far altro che iniziare il nostro viaggio, in due, con un buon fuoristrada e tanta voglia di vedere nuovi cieli. Attraversammo così montagne e pianure, colpiti da frustate di luce, per assopirci nelle tenebre di ripari improvvisati. Incontrammo greggi e carovane, camion e uomini a cavallo, bambini dal viso stupito e donne dal volto scurito dall’aria e dal sole. La fine della strada non la si poteva nemmeno immaginare. Ci davamo il cambio nella guida e guardavamo il mondo che sembrava venirci incontro. Vedevo gli enormi rocciai che costellavano il percorso e ammiravo la pervicace volontà degli arbusti che si ostinavano a crescere, aggrappandosi a quelle terre inospitali, sfruttando le scarse piogge e la potenza imperiosa della luce che dominava i giorni.
Poi, all’improvviso, le alture scomparvero, per lasciare il posto a una pianura chiara e assolata, a un cielo terso e impietoso. Erano sempre di meno i viaggiatori che percorrevano la terra; pochi gli animali che si avventuravano in quelle desertiche solitudini.
Così trascorsero giorni e giorni, senza che si vedesse anima viva. Le nostre razioni di cibo andavano esaurendosi e cominciammo a temere per la nostra stessa sopravvivenza. Dovevamo trovare qualcosa di commestibile: pianta o animale che fosse. Era strano, dopo una vita consumata nella civiltà, lontani dai bisogni fondamentali, abituati a trovare tutto quello di cui avevamo necessità in un negozio o in un supermarket, trovarsi ad affrontare le esigenze degli uomini primitivi, cacciatori e raccoglitori

Per nostra fortuna Dario, che aveva una laurea in Scienze naturali, aveva studiato botanica ed era in grado di riconoscere alcune piante commestibili.
Raccogliemmo perciò foglie di atriplice marino, di pistacchio selvatico e di acetosella di pecora, nonché una specie di cipolla selvatica, che cresceva in quei terreni da tempo immemorabile. Si trovavano anche dei cardi, ma Dario non era molto sicuro di quelli che vide, perché asseriva che alcune specie potevano essere velenose. Insomma, quello che si trovava non era molto, ma poteva integrare le nostre scarse riserve di scatolame. Il regno animale poi, se non offriva mammiferi o uccelli, poteva sempre contribuire a sostentarci con insetti come le cavallette, abbastanza frequenti, e consumate da numerosi popoli. Bisognava accendere un piccolo fuoco e abbrustolire piante e animaletti. Non era un pranzo da ristorante decorato da stelle Michelin, ma consentiva di procedere nel percorso senza soffrire la fame.

Il prato terminava in quello che pareva essere un grande parcheggio. C’erano centinaia di posti macchina delimitati da strisce bianche, ma nessun veicolo era visibile. Un cartello in inglese, replicato da altre comunicazioni in lingue e alfabeti sconosciuti, intimava di lasciare lì l’auto e di proseguire a piedi.
Bisognava entrare in una sorta di boscaglia, formata da arbusti e sterpi
Finalmente, da quello strano intrico di verde e sterpaglia rinsecchita, emerse uno spazio che pareva rimodellato dall’uomo: una grande piazza vuota, attorniata da cupole che sembravano nascere direttamente dal terreno. Erano cupole enormi, lucide, costruite con qualche sostanza a noi sconosciuta.
Quasi all’improvviso, al centro della piazza si materializzò una figura umana, ricoperta da un caffettano color polvere, lungo fino alle caviglie.
Era un maschio, di alta statura, che non appariva molto diverso da noi: aveva un colorito chiaro e gli occhi azzurri.
Ci venne incontro e ci parlò. Benvenuti a Futuria, disse.
Parlava piano, senza particolari accenti. Ci disse di chiamarsi Nahis. Era il suo nuovo nome, poiché tutti cambiavano nome, nell’entrare a far parte del nucleo degli abitanti di quella città.
Ci accompagnò verso l’entrata di uno dei palazzi che incoronavano la piazza, mentre ci illustrava il suo mondo.
Vi farò da guida in questa realtà che ancora non conoscete, ma che forse comincia ad apparire in forma embrionale anche da voi. Qui si manifesta, in forma scientificamente organizzata, quella che sarà tra breve la realtà, in tutto il mondo abitato dagli uomini.
Eravamo entrati in una specie di passeggiata coperta, dove ci si poteva fermare e sedersi su lunghissimi sedili, che parevano serpenti snodati sul percorso.
Ci accomodammo su uno di quei sedili e ci mettemmo a osservare le persone che passeggiavano o si sedevano per chiacchierare.

Nahis ci raccontò il lungo processo di trasformazione e di creazione di un diverso paradigma di società: bisognava cambiare, soprattutto, partendo da un’analisi del mondo che non poteva che essere impietosa.
Così parlò Nahis.

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Futuria 1

Finalmente un pezzo di genere distopico, per la serie Viaggi impossibili. Avevo immaginato anche un viaggio nel paese degli uomini pesce, ma poi ho pensato che i dialoghi sarebbero stati alquanto poveri, il che per un testo narrativo è un peccato mortale.

Non era proprio certo che fosse così, ma alcuni lo sostenevano e Dario ci credeva. C’è da dire che il posto non era facilmente raggiungibile. D’accordo: c’era l’aereo, fino alla capitale dello stato, quella che tutti conoscevano, ma poi bisognava percorrere quasi duecento chilometri nel deserto, con una jeep o a dorso di cammello, perché da quelle parti si viaggiava ancora in cammello, cammelli con due gobbe beninteso, cammelli asiatici. Poi, alla fine del viaggio si sarebbe visto che la vita ricominciava: erba, prima di tutto, erba giallognola, poi sempre più verde e folta, fino a che in mezzo all’erba sarebbero spuntate le strade, bianchicce, di fibra vetrosa, che conducevano a una città dove un uomo di genio aveva creato un universo tutto suo, molto più avanzato, che rappresentava quello che il resto del mondo sarebbe diventato in un prossimo futuro.

Questo raccontavano i pochi che avevano visto Futuria e che erano per tornati per comunicarlo agli uomini del presente. Ambasciatori di un mondo possibile che parlavano a un’umanità confusa e priva di prospettive e di certezze. Forse per questo decidemmo, io e Dario, di partire per Futuria: per lenire l’angoscia del presente immergendoci nella coscienza di una vita nuova e diversa, sfuggendo ai tanti problemi che parevano di impossibile soluzione.
Il nostro mondo era pervenuto a una svolta, un angolo che s’intuiva affacciarsi sul futuro, ma senza linee d’indirizzo. Tutto quello che avevamo sempre creduto valido era come uno strumento vecchio pieno di crepe. Si scopriva che dietro il bene, le buone azioni, la comprensione, la solidarietà, potevano nascondersi motivazioni oscure e inconfessabili, che dietro l’apparenza e le scelte umane e positive apparivano interessi incontrollabili e conseguenze imprevedibili e disastrose.
L’inferno è lastricato di buone intenzioni, diceva Dario, citando Marx, che a sua volta citava a modo suo Stirner.
Il fatto è che non sempre è chiaro cosa sia il bene e cosa sia il male, gli rispondevo. La storia è una partita a scacchi. Sai che la tua mossa è positiva, ma sei in grado di valutarne le conseguenze?
Ammettiamo per un momento che esista un Dio, il miglior giocatore di scacchi dell’universo. Le sue mosse hanno spesso conseguenze immediate orribili, ma siamo sicuri che non siano studiate per evitare conseguenze ancora peggiori? Le azioni dell’uomo non sono diverse. Possono sembrare cattive o buone, nell’immediato, ma lo saranno davvero in prospettiva?
Allora cosa dobbiamo fare, come dobbiamo comportarci?
Non sapevamo rispondere.

C’erano poi altri aspetti del nostro mondo che Dario trovava sconcertanti.
Hai notato – diceva – come da anni i media occidentali ci propongano un futuro al quale dovremo abituarci, cercando di influenzare e modificare persino le nostre predilezioni estetiche? Hai visto come la moda proponga sempre più ossessivamente modelle di colore, come gli eroi dei telefilm siano sempre più spesso negri, come stia dilagando l’immagine di una bellezza nera, maschile e femminile, tanto che ormai non si ha più quasi il coraggio di far vincere un concorso di bellezza a una miss di aspetto caucasico? Cercano di farci immaginare un mondo fatto di neri o meticci e cercano di condizionarci a tal punto da farcelo piacere.
Non potevo che approvare il suo discorso. Ricordavo l’ammirazione femminile che accompagnava la visione di un corpo nero nudo, gli apprezzamenti per la statura, la muscolatura, le dimensioni di una parte fisica che pareva suscitare notevole interesse. Ricordavo la passione dei ragazzi (e non solo) per alcuni fenomeni del mondo nero, come il rap e, prima, del rythm and blues o addirittura del jazz, l’ammirazione per gli atleti neri, che dominavano in alcune discipline.
Personalmente continuavo a preferire le biondine per cui perdevo la testa da ragazzo o per le brune dagli occhi verdi. Decisamente non ero stato coinvolto dalla passione per la fisicità che emanava dalle bellezze negroidi e avevo qualche riserva persino per le orientali o le sudamericane. Insomma, ero uno dei pochi europei rimasti che ancora apprezzasse la grazia e la delicatezza delle donne delle nostre terre.
Dario riteneva che l’Italia fosse considerata con una certa antipatia dalle classi altoborghesi europee e americane (docenti universitari, giornalisti, artisti, scrittori) perché ancora poco penetrata dall’africanità, rispetto ad altre nazioni europee. La cultura dominante era esplicitamente meticcia ed esprimeva il punto di vista ebraico, di chi cioè si era sentito emarginato e perseguitato da secoli e vedeva solo nel superamento delle identità culturali ed estetiche la garanzia per un non-ritorno a uno stato di segregazione, che vedeva sempre sorgere all’orizzonte. Un’Italia in cui la popolazione fosse in maggioranza mulatta e interetnica era l’unica garanzia per evitare il recupero di leggi razziali o di altre forme discriminatorie. Quando persistono differenze, c’è sempre qualcuno che le osserva e se ne compiace e finisce per trasformarle in barriere. Quindi era un bene che le differenze pian piano scomparissero.

Dario era ancor più di me pieno di rammarico per la perdita d’identità dei nostri popoli. La tipica londinese era una ragazza dall’aspetto pakistano, il tipico impiegato locale accoglieva i turisti che si recavano nella capitale britannica con il turbante da sikh; le tedesche avevano un aspetto turcheggiante e le svedesi avevano spesso la pelle scura, i capelli ricci e il naso schiacciato. “Dove sono le donne di Bergmann?”, si lagnava sconsolato.
È un mondo che sta finendo quello in cui siamo cresciuti, gli dicevo. Noi bianchi l’abbiamo dominato, con le armi e con i capitali, ma adesso stiamo scomparendo. Persino i modelli di riferimento dei nostri giovani stanno cambiando. Noi volevamo assomigliare a Cary Grant, Alain Delon o James Dean. Adesso i più guardano con invidia o apprezzamento Vin Diesel o Barack Obama, immagini di meticci di successo, o addirittura Will Smith o Eddie Murphy, esempi ancora più netti della negritudine americana da esportazione. La stessa cultura nera penetra sempre più in profondità e propone contaminazioni sempre più diffuse. La musica, che ai nostri tempi era anglosassone o celtica, ora scimmiotta in maniera ridicola il rap intraducibile dei neri. I giovani musicisti del nostro sud non ricordano quasi più nulla della loro tradizione e scelgono ideologicamente di appartenere al popolo del Bronx. D’altra parte non era stato un bianco, Al Jolson, a tingersi la faccia di nero per imitare il canto di gente tanto diversa da lui? Ogni tanto succede di odiare tanto se stessi da volersi trasformare in qualcos’altro. Ogni tanto appare qualcuno che vorrebbe la pelle nera: Michael Jackson al contrario, insomma.

Io ero invece sempre più convinto che la carta perdente della politica progressista e globalizzante fosse la sottovalutazione della criminalità. Gran parte della magistratura inoltre tendeva a valutare i criminali secondo criteri desueti: il criminale è un poveretto condizionato nel suo sviluppo dalla mancanza di garanzie di sopravvivenza economica e di strutture culturali di riferimento, un disgraziato che può e deve essere recuperato e reintegrato, dopo un percorso di rieducazione e di inserimento sociale. Addirittura, nel giudizio, il magistrato doveva parteggiare per il ladro, anziché per il derubato, in quanto quest’ultimo era avvantaggiato dalle sue condizioni borghesi, mentre l’altro era già stato vittima di forme di esclusione che ne avevano alterato la personalità.
Per questi magistrati il delinquente non è un natural born killer, criminale per natura e per scelta, ma un poveretto cui non era stata data la possibilità di svilupparsi come un cittadino modello, per colpa di una società chiusa e sorda alle esigenze delle persone meno fortunate.
Purtroppo però la vita anche da noi era cambiata.
L’europeizzazione e poi l’esaltazione della promiscuità etnica aveva posto la popolazione, abituata a una vita fatta di serena convivenza, di fronte a forme di violenza una volta inimmaginabili. La penetrazione di gruppi di delinquenti provenienti dall’est, non più trattenuti dalle barriere nazionali, aveva posto davanti agli occhi degli italiani terrorizzati forme di intrusione nella loro tranquilla realtà, pestaggi ingiustificati, stupri, umiliazioni, che non appartenevano al repertorio dei nostri pacifici topi d’appartamento. I furti e gli scippi erano diventati talmente frequenti e attesi che non erano più nemmeno denunciati, facendo scendere le statistiche e creando l’illusione negli intellettuali illuminati e progressisti di una diminuzione dei reati. Inoltre era indubbio che tv e giornali costituissero una cassa di risonanza sempre più efficace, che comunicava alla popolazione i fatti più efferati, contribuendo a creare un’atmosfera di terrore, acuito da una sensazione d’impotenza. I cittadini pagavano le conseguenze di una legislazione nata non per contrastare il crimine, ma per addomesticarlo, nata in un momento storico in cui i cattivi non erano poi così cattivi (“che poi così cattivi non sono mai”, diceva una canzone di un famoso autore progressista) e in cui i buoni cercavano di lenire il senso di colpa, connaturato alla consapevolezza borghese di vivere in una sorta di mondo privilegiato, costruito sullo sfruttamento delle classi più disagiate. Ora questo mondo si era ribaltato. Una parte del mondo dei poveri aveva scelto la violenza, per conquistare quello che non riusciva a ottenere con mezzi legali, ed esercitava il suo diritto alla vendetta, nei confronti dei più deboli, seguendo il comportamento animale proprio dei predatori.
Stiamo tornando alla natura, dissi a Dario, alla nostra essenza animale. Sopravviverà chi è più robusto, più abile, con minori scrupoli.
È quello che abbiamo sempre fatto, rispose Dario. Non è in questo modo che gli anglosassoni hanno dominato il mondo? Robusti, spregiudicati, pirateschi, realistici, con un linguaggio essenziale e un periodare scarno e agile: nessuna complicazione, nessuna concessione all’indeterminato, alle complesse sovrastrutture ideologiche. Prendere la vita così come appariva e conquistarla, anche con una certa dose di umorismo.
Avevo qualche dubbio sulla totale pragmaticità del pensiero inglese e americano e lo dissi:
Non è che stai dimenticando Shakespeare, e Byron, Melville, Henry James?
Sono eccezioni, mio caro, e non è detto poi che fossero del tutto anglosassoni: Cosa si dice di Shakespeare, per esempio?
Certo, conoscevo le teorie sull’origine italiana o ebraico-italiana del massimo scrittore inglese.

Cosa stava diventando il nostro mondo?
Biscotti senza zucchero, latte senza lattosio, pasta senza glutine, caffé senza caffeina, sesso senza contatto, gnocche senza peli, fiori senza profumo, vita senza vita.
Inoltre la gente era infelice: non si amava, spendeva un sacco di soldi per cambiare il proprio aspetto, con i tatuaggi o magari con interventi di chirurgia estetica. Nessuno si accettava più com’era, sentiva il bisogno di trasformarsi, in un’opera d’arte o in un mostro, magari per entrare nel Guinness dei primati.
Mi chiedevo come sarebbe stato il nuovo mondo, immaginato e costruito in provetta, in una parte isolata del globo: sarebbe stato migliore o peggiore? Era naturale che avessi una gran voglia di conoscerlo.

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Musica circense

zero_gravity600

Eurofestival. Molto divertente. Una specie di ibrido tra un circo equestre e una discoteca. Donne barbute e donne cannone, freak assoldati per impietosire o per stupire.
Il vero miracolo è vedere come si siano conservati bene personaggi come Britney Spears, Kate Bush, Ricky Martin, le Spice girls (o erano Paola e Chiara?), i Thake that ecc. Che dite? Non erano loro, ma le loro controfigure? Va bene, ma una vera c’era: Madonna. Nemmeno lei, perché ha mandato sua nonna sul palco? Beh, potevate immaginare che la Madonna andasse di persona a Tel Aviv? Ha mandato un’apparizione, cosa che è abituata a fare da un paio di millenni, un’apparizione stanca, appesantita, dai toni calanti.
A qualcosa però serve, l’eurofestival: a imparare la geografia. Infatti, ho finalmente capito che l’Australia sta in Europa, a due passi da noi, e perciò penso che presto ci andò in vacanza, magari in automobile. In Europa si trovano anche Israele e l’Azerbaijan, per esempio.
Ho appreso anche diverse nozioni di geografia antropica. Adesso so che gli svedesi hanno una pelle molto più scura della mia, che francesi e italiani hanno origini nordafricane, che quasi tutti ormai in Europa hanno abbandonato la loro lingua e parlano in inglese fluently, che a San Marino ci sono i turchi.
E dopo tutto questo profluvio di ammiccamenti, ambiguità, politically correct ecc. ecc. vanno a far vincere una canzone cantata serenamente al piano, come ai tempi di Elton John: che vergogna!

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youtubermadness

desfeuilles-jorg

Devo essere diventato matto, o forse sarà colpa della vecchiaia, ma rimettermi a canticchiare dopo anni di abbandono di ogni pratica musicale, con l’intento di salvare su youtube le centinaia di brani scritti in più di cinquanta anni di non carriera, e pretendere che qualcuno ascolti questi recuperi archeologici senza riderci sopra, è un singolare atto di follia.
Devo aggiungere che ormai non riesco più a far funzionare sui nuovi pc con windows10 né i microfoni, né audacity, i miei registratori analogici sono andati giustamente in pensione, quelli forniti da windows non riconoscono il microfono, il mio nuovo minipc ha solo una scheda audio esterna che funziona bene in fase di riproduzione, ma registra in ingresso solo rumore. L’unico modo per registrare qualcosa è utilizzare una digitale Canon. Per questo motivo ho provato a registrare tenendo la macchina con la mano destra e suonando la tastiera con la mano sinistra. I risultati ovviamente non sono dei migliori. La mia voce ormai non è più allenata al canto e le mie mani non riescono più a eseguire qualcosa decentemente con gli strumenti consueti. Malgrado questo, continuo a riversare sul mio canale youtube pezzi che hanno solo un valore documentario. Per fortuna nessuno li prende in considerazione e non clicca sulle manine del like e dislike: avrei un 99,9% di dislike.
Mi consola il fatto che nemmeno i geni musicali si salvano, quando provano qualche brano senza ausili tecnologici. Avete sentito P.J. Harvey quando si diverte a cantare al naturale in The Words That Maketh Murder su Youtube? ( https://www.youtube.com/watch?v=Fws4fEE8Yy0 ) Lei lo fa per scherzo, specie quando si mette a cantare deliberatamente fuori tono nella scena dell’automobile, io per necessità. Comunque io per fortuna non sono un professionista e non devo guadagnare dei soldi dai miei prodotti amatoriali, loro (i geni) sì. E (lo giuro) non sono mai stato in una sala d’incisione.
Se poi vi volete divertire, date pure un’occhiata al mio canale youtube. L’indirizzo però non ve lo do: fossi matto!

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