Ognissanti

Quest’anno il terrore è nell’aria, nelle cose. Non mi sembra opportuno proporre nuove storie horror, in previsione di una notte di Halloween che sarà pacifica e silenziosa, senza corse di bambini per le scale che s’intrufolino dovunque nel tentativo di procurarsi dolci e leccorníe varie.

D’altra parte, è da un bel po’ di anni che ho smesso di immaginare e scrivere storie ansiogene e horrorifiche. Le storie che penso adesso raccontano vite e sogni, realtà e sovrarealtà, percepite con la serenità contemplativa che è caratteristica della vecchiaia.

Per questo il rito autunnale di quest’anno sarà un ritorno alla meditazione, un accostarsi onirico al mondo dei morti, nel tempo in cui questi tornano ad affacciarsi sulla terra, rivivendo attraverso il nostro ricordo. Nell’eterno presente che solo esiste ogni essere appare nella sua essenza, sempre uguale e incorruttibile, in questa forma interagisce con noi, che ancora siamo sottoposti alle regole della vita biologica, nella prigione che chiamiamo Terra.

L’unica cosa che mi sento di riproporre è la mia classica marcia di Halloween, un video di qualche tempo fa, una musica nata come improvvisazione, per un racconto pubblicato in un ebook, in cui fornivo una mia versione, romantica ed elegiaca, delle nostre tradizioni per la notte di Ognissanti.

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Interpretazione della vita

Ognuno di noi procede per intuizione.

La verità è inconoscibile, perché la realtà è infinita e nello stesso istante è puntiforme, perché il tempo non esiste, se non in questa nostra dimensione, di cui siamo prigionieri.

Ogni intuizione conduce a risposte parziali.

Lo scrittore esoterico racconta una sua realtà parziale e intuitiva.

Ogni sua intuizione è espressa in un suo testo, in un suo libro. Dovrà essere il lettore a trovare le tessere del puzzle, la cifra nel tappeto complesso e multiforme della sua produzione.

Alcuni miei racconti forniscono parti della cifra, elementi della chiave. Spero di riuscire a completare il lavoro, che ho iniziato troppo tardi. Se non lo completerò, altri potranno assumere quelle mie intuizioni come spunti, come momenti che consentiranno di percorrere la strada giusta.

Storie come Il papa, La casa dove gli angeli cantano, Un giorno la nebbia, Jorg, Il lato angoscioso della luna, saggi come La croce e i sistemi di segni o Libri, piramidi e grottesche, raccontano il mio procedere disperato, le mie domande, le risposte parziali che sono arrivate dalla mia ricerca.

So che non vivrò ancora a lungo. Sto salvando in qualche modo i miei scritti e le mie musiche, il mio lavoro di una vita. Considero la realtà, la vita che conduco, come qualcosa di assurdo. Il mio corpo comincia a dissolversi. E’ come se avessi ricevuto un avviso di sfratto. Cerco di resistere, ma non ne avrò per molto. Tornerò nel caos, sarò riassorbito dal punto, dall’eterno presente. Il viaggio a spirale dell’universo e degli oggetti e degli individui animati, animali e piante, mi ha consentito di esistere come essere cosciente. Non me ne rammarico, perché non ci si può rammaricare dell’esistenza. Si è e basta. Inutile chiedersi il perché.

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Musica perduta

Confesso di aver abbandonato la musica per lunghi periodi.

Ascoltavo musica in un tempo in cui avevo solo la radio.

Ho seguito per tanti anni il terzo canale. Non ricordo nemmeno il nome esatto del programma, forse Radiomattina. Era una rete dedicata alla musica classica, sinfonica, etnica. La mattina era un concerto continuo. Autori noti e meno noti. Musica d’avanguardia e musica antica e misteriosa. Avevo fatto un elenco dei brani che ascoltavo. Dovrei averlo da qualche parte, in qualche quaderno. Quel canale era un miracolo. Dal fascino dei classici alle musiche ossessive di Bali si imparava ad apprezzare una musica differente dalle canzonette. Poi anche quella rete si è riempita di chiacchiere, come tutte le altre.

Da quel momento la musica è scomparsa dalla mia vita. Anzi ho tagliato con musica e letteratura. Si è trattato di un rifiuto che è durato vari anni e che non mi ha consentito di conoscere gran parte della produzione corrente di quel periodo.

La radio è tornata a farmi compagnia negli anni Ottanta, i miei primi anni milanesi. Sentivo radio monte stella e qualche volta radio peter flowers. Facevo indigestione di musica e registravo anche su cassetta i brani dell’epoca.

Con il ritorno in casa della tv ho visto un po’ di video musicali, che alcuni canali trasmettevano in maniera continuativa. Dopo qualche anno mi sembra però di aver perso interesse anche per quel tipo di fruizione. Sono vissuto per anni ancora senza musica, mentre la letteratura era soltanto quella che riuscivo a leggiucchiare nelle pause tra un lavoro e l’altro. Letture casuali, per lo più di libri molto vecchi, sconosciuti al grande pubblico. Quanto alla musica, rifiutavo in assoluto di seguire gruppi e cantanti. Ogni tanto componevo qualcosa per creare musiche per i cd o dvd che producevo, in maniera sperimentale, per l’ufficio. Non potevo però far ascoltare quei brani al pubblico, perché la SIAE faceva pagare (e forse lo fa ancora) per l’esecuzione, anche se l’esecutore era l’autore. Insomma, l’assurdo era che avrei dovuto pagare una società per far ascoltare gratis la mia musica a qualcuno. Come se un contadino avesse dovuto pagare per far assaggiare i suoi pomodori ai futuri possibili clienti, o un pescatore per poter far conoscere il suo pescato.

Adesso sto recuperando almeno in parte. Ritrovo la musica che mi aveva affascinato da ragazzo, le grandi orchestre, i grandi interpreti, le splendide colonne sonore di una volta. Molti grandi nomi del panorama musicale del secondo Novecento e del primo Duemila mi rimangono però ancora estranei e spesso li scopro invecchiati senza averli mai conosciuti quando erano di moda. Ho appreso che centinaia di stelle del rock e decine di generi e sottogeneri musicali sono trascorsi come le meteore agostane. Mi dispiace, ma molti aspetti di quel mondo mi rimarranno sempre ignoti, invisibili perché il mio cielo era pieno di nuvole.

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Cerotti e mascherine

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Facciamo il punto sulla situazione del #Covid-19.
Se si esce di casa, s’incontrano varie tipologie di futuri infettati.
Ci sono quelli come me, che tengono la fastidiosa #mascherina sul volto, coprendo anche il naso. Tra questi, alcuni vecchietti malandati e tanti iscritti a leu o al pd (e di questi ultimi neanche tutti), comunque quelli ligi agli ordini e obbligati a coprire anche il naso in quanto più pericolosi perché notoriamente trinariciuti.
Ci sono quelli che la mascherina non la portano proprio, perché a loro il virus gli fa un baffo, sono forti e sicuri, oppure di estrema destra e quindi contrari a tutto quello che è imposto da un governo tenuto in piedi dalle multinazionali e dagli orditori di #complotti massonico-giudaici.
Ci sono quelli che la mascherina ce l’hanno, ma legata al braccio o tenuta sotto il mento a protezione dal mal di gola. Questi hanno di solito in mano un cellulare e parlano, parlano, parlano. Non hanno colore politico, ma sono italiani e tutti sanno che parlare il più possibile, di tutto, spesso a vanvera, è il mestiere preferito dagli abitanti dello stivale. Molti poi col cellulare ci lavorano, parlano con clienti e fornitori, fissano appuntamenti, intessono trame da serie tv americana.
Il bello è che, a quel che sembra, il maledetto virus si propaga soprattutto emettendo parole e suoni dalla bocca, parlando addosso alle persone, urlandogli contro, come un drago che lancia fiamme sul nemico.
Di conseguenza, non bisognerebbe consentire di andare in giro con la mascherina, ma con un #cerotto sulla bocca e soprattutto vietare l’uso dei telefonini. In questo modo non si potrebbe parlare e nemmeno cantare, come si faceva ai concerti. Sarebbe consentito solo intonare il coro a bocca chiusa della Butterfly.
In un mese il virus scomparirebbe e poi si potrebbe giustamente sostenere che non c’è il coviddi.
Per quel che mi riguarda, quando esco, lascio il #telefonino a casa, spento, anche perché quanto a loquacità faccio prevalere la mia parte sarda, notoriamente piuttosto parca per verbosità, su quella italo-terrona, che mi spingerebbe a straparlare più spesso.
Allora, chi è favorevole al cerotto e al divieto di cellulare fuori casa?
(Silenzio attonito degli astanti)
(Segue lapidazione del sottoscritto).
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Bello o famoso?

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Più ci penso e più mi convinco che il concetto di bello sia del tutto mutevole e aleatorio e che la maggior parte della gente consideri bello ciò che è famoso.

Tutto quello che è pubblicizzato come bello diventa un modello di bellezza.

Le persone famose, la cui immagine incombe su tutti noi, quelle che sono considerate importanti, ricche, brave, abili nell’attività artistica, letteraria, musicale, acquistano una sorta di alone che le rende interessanti, piacevoli, degne di culto; perché di culto si tratta, di una sorta di venerazione, che si presta a loro sole, mentre gli altri, tutti gli altri, risultano del tutto invisibili.

Parliamo ad esempio di bellezza femminile, o maschile, per non scontentare nessuno.

Esistono al mondo migliaia di persone bellissime, stupende per i tratti del volto, per l’armonia del fisico, per il fascino dello sguardo o del portamento, di cui nessuno sa nulla. Quando però i media indicano un’attrice o un attore, modello o modella (se cantante o artista in qualunque settore, il discorso non cambia), come donna o uomo più bello del mondo, ci crediamo tutti. Tutti o quasi tutti lo/la trovano bellissimo/a, tutti s’interessano della sua vita, dei suoi amori, tutti desidererebbero conoscere questo simbolo di bellezza, venerarlo, possederlo.

Nessuno pensa che spesso la bellezza sia una proprietà attribuita dalla pubblicità diffusa e martellante, che spesso siano definite “bellissime” persone che probabilmente, se il giudizio fosse obiettivo, potrebbero essere segnalate come passabilmente carine. Spesso poi interviene la decretazione del politically correct, che rende obbligatorio spostare le lancette in favore delle persone di colore, a discapito degli odiati oppressori caucasici. Obiettivamente si potrebbe sostenere che un giovanotto di colore possa avere una corporatura atletica e armoniosa che lo rendono più interessante di tanti scialbi causasici, ma non che debba essere in assoluto più bello. Per scendere nei particolari, mi ha sempre lasciato perplesso il giudizio di Halle Berry come donna più bella del mondo, quando al massimo potrebbe essere definita carina, come mi hanno lasciato basito le elezioni delle miss, che spesso sono dovute più all’appartenenza a qualche etnia esotica, che a una oggettiva superiore bellezza.

Oggi assistiamo invece a un fenomeno che sta assumendo proporzioni sempre più ampie, quello dell’utilizzo nei catwalk di modelle e modelli di una bruttezza imbarazzante, che si sta tentando di imporre come modelli di bellezza. A questo punto, comincerò a propormi anch’io come modello di bellezza alternativa, in quanto “diversamente bello”.

 

 

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Illusioni immortali

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A un certo punto cominci a chiederti se la tua vita è stata reale o se è solo una creazione del tuo cervello. Se i fatti che sono incisi nella memoria sono avvenuti realmente o se sono solamente illusioni depositate e prive di riscontri oggettivi. Alcuni tuoi ricordi ti sembrano talmente assurdi che cominci a dubitare della loro realtà. Talvolta forse sono solo sogni: anche i sogni si ricordano e spesso la loro logica è compatibile con quella della realtà, o meglio di quello che siamo abituati a ritenere realtà.

Forse è per questo che cominci a raccogliere tutto quello che hai fatto, tutto quello che hai prodotto, che ti tuffi nel mare dei ricordi nel tentativo di salvare i lavori della tua vita: i testi narrativi, le poesie, le musiche.

Diventi così uno scrittore sull’orlo della tomba, un musicista che esordisce da vecchio, un pazzo, in fondo, solo un patetico pazzo che ha paura di scomparire dal mondo e che spera di ottenere con questi ultimi disperati sprazzi di vitalità un barlume di esistenza immortale.

Quanto è ridicolo tutto questo; quanto è grottesco questo scalmanarsi per una vita che non esiste, in un tempo che non esiste; ma quanto è bella, infinitamente bella, l’illusione.

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Riflessioni sulla pandemia

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L’arrivo dell’estate ha portato con sé una ventata liberatoria. L’incubo invernale è finito. Ora si può tornare a vivere come prima, si parla al telefonino, si gioca, ci si diverte, si canta, si balla, si beve, si fuma, si sniffa: tutto come prima.

Il sintomo più evidente è il rifiuto dell’uso della mascherina.

I giovani la portano come decorazione al braccio. Gli altri la tengono sotto il viso. Molti non la portano proprio.

Quest’atteggiamento di rifiuto di ogni precauzione condurrà probabilmente a un continuo sviluppo della malattia virale.

Probabilmente però diminuiranno i casi di mal di gola, perché la mascherina tenuta abbassata protegge questo delicato settore del nostro corpo dai colpi di freddo. A qualcosa quindi servirà l’uso di questo strumento che solo i cinesi pare portino con una certa diligenza.

Sicuramente un altro vantaggio della diffusione del nuovo morbo è evidente. La pandemia ha mostrato in maniera chiara i limiti spaventosi della scienza.

Il Novecento ci aveva abituato alle certezze. C’era chi credeva in Dio, chi nel marxismo, chi nella reincarnazione e nelle filosofie-religioni orientali. Molti credevano nella scienza. Non gli scienziati, naturalmente, ma la gente comune. Si avevano certezze. Ad esempio, oltre i 37 gradi del termometro si aveva la febbre, per far passare la febbre si prendeva l’aspirina, poi la tachipirina, e per curarsi bastava ingoiare una pastiglia o una capsula di antibiotico. Se si aveva voglia di lavorare e di vivere una vita migliore di quella dei campi, bastava andare al Nord e lavorare in una fabbrica. Se si studiava, si aveva la possibilità di ottenere un buon posto di lavoro e guadagnare bene.

Oggi non vi è più niente di sicuro. I vaccini forse possono proteggere dalle malattie, ma forse no. Addirittura potrebbero causarne delle altre. I virus possono essere curabili, ma forse no. La temperatura corporea può oscillare, a seconda del sistema di misurazione. Il limite può essere 36,8, o forse 37, ma meglio indicare 37,5, per essere sicuri di star male davvero. Meglio non parlare di pressione sanguigna o di colesterolo, per cui si richiedono valori sempre più bassi. Che sia meglio non avercela proprio la pressione e non avere nemmeno colesterolo nel sangue? Insomma, sarebbe meglio non essere vivi, perché se non sei vivo non ti può capitare niente di male: non puoi morire. In realtà sono ancora tante le cose che non conosciamo, dell’uomo, della materia. Non riusciamo a capire il perché e il percome della nostra presenza, della nostra coscienza, del nostro presente, del nostro futuro. Già nel Novecento, pian piano ogni certezza si era dissolta, ogni garanzia si era dimostrata inaffidabile. Nel nuovo millennio quest’incertezza di base si rivela finalmente alle masse, a quelli che ancora credevano alle parole della scienza, della filosofia, della politica. La pandemia contribuisce a rivelare l’evidente inadeguatezza degli scienziati, l’assenza di risposte certe da parte della scienza e della politica. Sappiamo pochissimo, ma quello che sappiamo non lo sappiamo certo in maniera assoluta. Ci curiamo con l’aloe come nell’Ottocento usavamo la malva, ma la nostra ignoranza è quasi totale in ogni ramo della scienza.

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A Milano crescono i fiori

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Ho conosciuto la portulaca tanti anni fa, quando vivevo ad Alghero. Avevano seminato queste piantine un po’ rustiche, resistenti al sole e alla salsedine, proprio nelle fioriere di quella specie di grande balconata a mare che è la passeggiata. I fiori, multicolori e dall’aspetto fragile come oggetti di porcellana, contrastavano con l’aspetto ruvido dei pilastri di granito, con le rocce oscure della scogliera, con la violenza del maestrale che batteva spesso la costa.

Non avevo mai avuto il coraggio di proporre questa pianta a Milano, sui miei balconi; ma finalmente mi sono deciso, lo scorso anno, e il risultato è stato una lunga continua fioritura, che ha accompagnato la scorsa estate e che quest’anno si ripresenta, con una varietà anche maggiore di colori. Pensavo che quest’anno, intristito dall’epidemia, non avrei seminato nulla. Invece ho raccolto i semi, dai fiori secchi che ancora si trovavano sulle vecchie piante, e da quelli, miracolosamente, sono spuntate centinaia di piantine, più o meno robuste. Così ho comprato un altro vaso e ho distribuito le portulache, a caso, sperando che non fossero tutte dello stesso colore. So che ora continueranno a fiorire, per mesi. I boccioli si aprono con la luce del giorno e si chiudono al tramonto, Il giorno dopo saranno sostituiti da nuovi fiori, come per rallegrare con la loro voglia di vivere la tristezza di questi tempi di forzato isolamento.

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Vendette e lune

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“Se hai ingannato una donna, devi temere la luna nera”. Il bacio della maschera bianca, nella sua nuova versione elaborata per l’edizione cartacea è un libro per chi ama le belle storie di una volta, il mistero che irrompe nella realtà quotidiana, il fascino segreto e ambiguo del carnevale veneziano, l’erotismo discreto, il romanticismo sinuoso e decadente che pervade l’Italia e l’Europa tra Ottocento e Novecento. Una proposta innovativa che crea nuovi miti attraverso lo studio di antiche tradizioni e la riscoperta di sentimenti e vocaboli perduti.

In vendita presso la Libreria Il domani, piazzale Cadorna – via Carducci, Milano e la Libreria Linea di confine, via Ceriani, Milano-Baggio – naturalmente lo si può ordinare on-line presso IBS e altri bookstore https://www.ibs.it/bacio-della-maschera-bianca-libro-guido-mura/e/9788897681533

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Colonne sonore

L'Ultima Diligenza per Red Rock-600

Vengo a conoscenza questa mattina della morte di Ennio Morricone, proprio mentre sto scegliendo i brani per le playlist collegate a Il bacio della maschera bianca. Purtroppo non trovo nelle sue colonne sonore nulla di adatto al mio libro, né su spotify e deezer, né su youtube. La dimensione epica delle musiche di Morricone, gli spazi aperti e selvaggi che facevano da cornice alle sue ariose melodie, sono troppo lontani dall’intimismo magico e mistico in cui sono racchiuse le mie storie, o almeno la maggior parte di quelle. Deserti e praterie non fanno parte del mio immaginario. Semmai ne fanno parte le brughiere e i boschi oscuri e misteriosi, in cui Pan e le driadi vagano, lontani dagli occhi dell’uomo. Per questo finora non ho inserito musiche di Morricone nelle mie playlist (ma sto ascoltando le musiche per The thing di Carpenter), per questo i film di Sergio Leone lasceranno spazio a quelli di Greenaway e di Campion, con le loro musiche minimaliste, o di Peter Weir e Polanski. L’immagine scelta per questo post fa riferimento invece a un lavoro del Morricone più maturo e completo, giustamente premiato con l’Oscar, la colonna sonora del film di Tarantino The Hateful Eight: una colonna finalmente al servizio del film, una musica che poco concede al gusto del pubblico, amante della facile melodia, ma frutto di un lavoro preciso e raffinato, più apprezzabile forse da esperti che da semplici amatori musicali.

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