Europa 2035

romafutura

Il lago di Bracciano è diventato una pozzanghera ad alta concentrazione salina ed è stato rinominato Mar Mezzo-morto.
L’ATAC Spa, Azienda per i Trasporti Autoferrotranviari del Comune di Roma è diventata ATDC Spa, Azienda per i Trasporti Dromedotranviari del Comune di Roma.
A Roma sopravvivono sparute colonie di maghrebini.
A Marino l’acqua è scomparsa, ma per fortuna ci sono le “fontane che danno vino” e i pochi abitanti sopravvissuti sono costantemente ciucchi.
Le ex risaie del Vercellese si sono trasformate in distese di croste pietrificate.
Il Lago Maggiore è stato ribattezzato Lago Minore e conserva ancora alcuni esemplari di rare rane equatoriali.
La Svizzera ha sostituito la croce della bandiera con la croce uncinata, e col cavolo che lascia entrare gli italiani, i quali, per disperazione, travestiti da nordici, con capelli ossigenati e lenti a contatto azzurre, tentano di attraversare l’Europa per dirigersi verso la Scandinavia, affrontando il Baltico su navi vichinghe costruite da Fincantieri. Infatti la Svezia ha minato e fatto saltare il ponte che univa la Penisola scandinava alla Danimarca e accoglie i finti vichinghi con salve di cannone. I superstiti sono sottoposti a severi controlli e viene concesso asilo solo ai veri biondi. Ovviamente l’ex terrorista Breivik è stato acclamato re di Norvegia.
Il Regno Unito ha inondato il tunnel della Manica e riempito di cocci di bottiglia le cime delle bianche scogliere di Dover ecc. ecc.

(Immagine del dromedario ricavata da http://www.animali.net/)

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Castagne secche

 

Daniele andava a scuola in bicicletta, perché, da quando era andato a vivere in un quartiere nuovo, la sua nuova casa era troppo lontana dal liceo per poterci arrivare a piedi in orario. Il quartiere era più o meno all’altezza di San Giovanni, dove le alghe creavano enormi banchine, nascondendo la spiaggia, ma si stendeva in mezzo alle campagne, piuttosto lontano dal mare.
La strada che scendeva verso il nuovo quartiere, in cui i suoi avevano costruito una minuscola villetta, era ancora sterrata e piena di ghiaia e la bicicletta pareva che odiasse la ghiaia, tanto che un paio di volte il ragazzo era finito per terra, con una bella sbucciatura al ginocchio.
La bicicletta che aveva acquistato era da donna, perché non riusciva a salire su quelle da uomo, troppo alte per lui. Daniele un po’ se ne vergognava e invidiava quelli più alti, che riuscivano, con una falcata delle loro lunghe gambe, a salire a cavallo di quel destriero instabile. Comunque, anche se non rappresentava proprio il massimo dei desideri del ragazzo, quel mezzo di locomozione svolgeva benissimo il suo compito e consentiva di arrivare a scuola in orario. Il bello era che lo si poteva lasciare da qualsiasi parte, senza che a nessuno venisse in mente di rubarlo. Non c’erano ladri di biciclette ad Alghero.

Un pomeriggio, mentre girava in bici, Daniele incontrò un suo compagno di scuola.
Si chiamava Gino ed era un ragazzino piccoletto, rossiccio, con la testa tonda, gli occhi azzurri azzurri e la pelle cotta dal sole della campagna. La famiglia di Daniele diceva che i suoi erano ferraresi e facevano parte di quel gruppo di coloni che avevano iniziato a lavorare nelle terre di Santa Maria La Palma. Erano arrivati per primi a occuparsi di quelle terre incolte, poi si erano aggiunti i giuliani che, poveretti, una terra non ce l’avevano più, da quando avevano dovuto abbandonare la loro, occupata dagli uomini di Tito.
La Sardegna li aveva accolti nelle nuove case di Fertilia, a due passi da Alghero.
Possiamo andare a casa mia, disse quel giorno Gino a Daniele: non è lontano.
Certo, non era lontano: c’erano solo sei chilometri tra Alghero e Fertilia. Bastava superare il ponte che attraversava lo stagno del Calich e si era subito arrivati. Daniele però non si era mai allontanato così tanto da casa.
La compagnia dell’amico gli diede coraggio.
Sì, andiamo, disse.
La strada aveva il grigio lucido e scuro dell’asfalto nuovo: invitava a correre. Così i due ragazzi lasciarono velocemente il crocicchio di Maria Pia e arrivarono in fretta al canale.
Daniele aveva sempre un certo timore, quando era sul ponte che attraversava il canale di collegamento tra lo stagno e il mare. L’acqua scura dello stagno lo faceva sentire a disagio. Eppure quella zona avrebbe dovuto essergli familiare. Il rio Carrabuffas, che bagnava la sua campagna (in senso proprio, perché qualche volta esondava), sfociava serenamente in quello stagno, che poi era quello in cui il suo bisnonno aveva una specie di itticoltura, a quanto gli avevano detto i suoi.
Ma anche il ponte fu superato in un attimo e così, quasi senza accorgersene, si trovò nell’abitato di Fertilia.
Era una giornata serena, col cielo azzurro spazzato dal vento e il sole che già si avviava a cadere nel mare e Fertilia li accolse, bianca come le rocce del Carso.
Quel biancore gli creava una strana sensazione. Gli pareva di respirare più a lungo e più forte, come se la vita lì si svolgesse in un’altra dimensione, tanto diversa da quella dei carrers della città vecchia, in cui era nato, dove la luce era uno spazio lontano, da conquistare.
Tutto poteva succedere, in quella strana realtà. Poteva accadere che un gabbiano si trasformasse in un’astronave e che partisse per un pianeta proibito insieme al leone di San Marco, quell’incredibile animale alato che accoglieva i visitatori, poggiato su un alto cippo bianco.
Quasi senza accorgersene, Daniele era arrivato a casa di Gino, che l’aveva invitato a casa. Naturale poi, visto che era gia quasi ora di cena, che la madre dell’amico lo invitasse a sedersi a tavola e a mangiare quello che era il loro pasto consueto.
Oh, pensò Daniele, è la minestra di castagne come quella che fa la mamma.
Assaggiò la minestra e rimase stupito. Lo stupore si leggeva sul suo volto.
Non è buona? chiese la mamma di Gino
No, è buona, disse lui e continuò a mangiare, perché facendoci la bocca non era male, ma chissà perché, mentre la minestra di casa sua era dolce, questa era salata. Evidentemente i ferraresi la minestra di castagne la facevano salata, come il minestrone o il brodo di carne, ed era un peccato, perché invece la minestra dolce di castagne secche era una delle cose che a lui piacevano di più.
Ci mise un po’ a finire quella strana minestra in cui un frutto dolce come la castagna diventava salato. Daniele non vedeva l’ora di tornare a casa per raccontare alla mamma quella stranezza e rifletteva su quella nuova esperienza. Il mondo, quindi, non era sempre uguale a quello che percepiva nell’incavo della sua casa. Al di là dei muri, al di là del suo piccolo giardino, esistevano altri sapori, forse un diverso pensare. Forse esistevano tanti mondi, uno differente dall’altro, e ognuno aveva le sue regole, i suoi gusti, le sue esigenze. La vita era molto più complessa di quanto avesse mai immaginato.

Il cielo andava scurendosi, quando Daniele inforcò la bici per rientrare ad Alghero. Arrivò che era già quasi buio.
I suoi erano in grande agitazione, perché non accadeva mai che rientrasse a casa così tardi.
Sai, mi hanno invitato a mangiare con loro, si giustificò il ragazzo.
La mamma non poteva obiettare, chiedergli perché non avesse chiamato. Non c’erano i telefonini allora.
E che cosa ti hanno dato? disse invece.
Minestra di castagne.
Buona! fece la mamma.
Sì, ma non è come la fai tu.
E come la fanno?
Salata, mentre la nostra è dolce. Daniele aveva ancora davanti agli occhi quella curiosa minestra, dello stesso colore bruno di quella che gli era familiare, ma così diversa nel sapore.
Chissà come fanno a mangiarla salata, disse la mamma.

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Senza futuro

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Li sento gridare. Giocano, nel cortile di quella specie di oratorio, in un tempio creato per riti diversi dai nostri. Sono come noi? Certo, ma sono educati per seguire convinzioni e principi che non sono identici a quelli che seguono i nostri ragazzi. Andranno insieme o separati verso il loro futuro? Ma poi, ci sarà un futuro?
Qualche volta mi convinco che siamo veramente sull’orlo di un baratro, avviati verso una catastrofe definitiva e irreversibile, che trascinerà con sé cristiani, atei, agnostici, ebrei, mussulmani, buddisti, satanisti, anarchici, comunisti e liberali.
Forse insieme a me se ne andrà il mondo, quel mondo che mi sono illuso che esistesse solo in quanto io lo percepivo, ne scorgevo il muoversi incerto ma ineluttabile, ne individuavo i limiti e le contraddizioni.
È servita a qualcosa la mia vita? Certo ho parlato a tanta gente, ho scritto tante cose, ma chi le ha veramente lette e capite?
E poi che senso ha comunicare, lanciare messaggi, avvisare il mio branco di un pericolo, se la distruzione è stata già determinata, se l’uomo, almeno in questa forma, è destinato a scomparire per sempre?
Forse, tra qualche migliaio di anni, una stirpe aliena troverà in una delle biblioteche miracolosamente rimaste indenni uno dei miei libri e cercherà di interpretarli, ma sarà come leggere e capire il manoscritto Voinich, un prodotto alieno, che parla di cose e vite sconosciute, in un pianeta sperduto e ormai distrutto da tempo immemorabile.
È tutto inutile, mi dico. È stato tutto inutile.

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Bambinate

luna offuscata

luna offuscata

Fatti di cronaca che si ripresentano. Storie di violenza che riappaiono periodicamente. Parole infelici (bambinata) dette da chi non le dovrebbe dire, per essere politicamente corretto. Si sa che però la vita è politicamente scorretta, che lo spirito comune nutre pensieri e desideri inconfessabili, tanto che spesso l’uomo della strada, se lasciato libero di esprimere il proprio pensiero, finisce per comprendere, se non per giustificare, comportamenti che la censura sociale riterrebbe criminali. Oggi si sono trovate formule che classificano questi comportamenti, sempre più frequenti tra gli adolescenti, locuzioni o termini quali “arancia meccanica”, “stupro di gruppo”, “bullismo”, “branco”. Una volta queste forme di violenza erano prerogativa del maschio, ma ora cominciano a diffondersi anche tra le ragazzine, che devono dimostrare di non essere inferiori ai maschi per ferocia.

Mi sono occupato altre volte di queste devianze sociali e continuo a occuparmene. La violenza, per lo più gratuita, simile a quella rappresentata da Gide in Les caves du Vatican o a quella di cui è impregnato il romanzo di Burgess, A Clockwork Orange, è un problema con cui la nostra civiltà dovrà prima o poi fare i conti. Un racconto che ancora sto scrivendo, Il crescione, parlerà di un caso di violenza perpetrata da parte di adolescenti di sesso femminile, vagamente ispirato da un fatto di cronaca.

La mia modesta opinione è che ci sia sempre stata un’eccessiva tolleranza verso certe forme d’intemperanza giovanile. Si comincia con la “sana scazzottata” e si finisce col terrorizzare gli altri con le squadracce o con le bande. Continuo a pensare che la violenza, in tutte le sue forme, non debba mai essere considerata con indulgenza. Non si tratta mai di “ragazzate”, ma di devianze comportamentali, di pericolosi focolai che è sempre bene spegnere sul nascere.

Mi sembra naturale invece riproporre un mio vecchio racconto, che tratta di un episodio (immaginario) visto attraverso gli occhi di un recente passato.

Un’altra luna

Ho guardato la luna. E’ quasi piena, una luna da licantropi, enorme, gialla, chiara, luminosa. C’è qualcosa di opaco sulla sua faccia, ma non sono più le macchie che vedevo una volta. Ora non riesco più a distinguerle bene e non mi ricordo più nemmeno com’erano. Se cerco di fotografarla, vedo poi solo un’immagine tonda e luminosa, qualche volta oblunga, ma non risultano i particolari, i mari, i crateri: solo un cerchio o un’ellisse dal colore uniforme.
Mi fa uno strano effetto, la luna, e forse non è la luna, ma la notte. Succedono tante cose, di notte, cose che non sai se sono avvenute veramente o se te le sei inventate, o se sono capitate a un altro, forse a quell’altro che tu eri una volta. Così pensi che non possa essere vero, che la tua memoria riporti scene viste in un film, o lette su qualche libro.

Non vieni a dormire? E’ mezzanotte!
Vengo subito, vengo.
Ma cosa fai, guardi la luna?
Non lo so
Guarda che è sempre la stessa. Dopo che l’hai vista una volta…
Ne sei sicura?
Sicura di che?
Che la luna è sempre la stessa?
Certo: lei sta sempre lì, sempre uguale. Siamo noi che cambiamo
Perché diventiamo vecchi?

Così chiudo la finestra e mi avvio verso il letto; mi ci butto sopra. E’ da tanto tempo che io e Tiziana rimaniamo nella nostra porzione di letto. Ho anche comprato un materasso unico a due piazze, per non trovare quella fastidiosa divisione dei materassi, quella specie di precipizio che scoraggia la migrazione tra l’una e l’altra delle piazze, se si ha voglia di sentire il corpo dell’altro; però non serve a niente, non cambia niente. Sì, certo: a volte succede di allungare un braccio e trovare una parte della struttura fisica della persona che si è amata una volta. Ma tutto si ferma lì. Una carezza, un casto riconoscersi, la rassicurante certezza di una presenza: tutto qui.
Il tempo della solitudine è arrivato, anche se nessuno dei due è morto, non è ancora completamente morto. I piedi si spostano in uno spazio vastissimo, un deserto in cui possono avanzare a loro agio. Il corpo può muoversi liberamente, girarsi su un lato, raggomitolarsi.

Tiziana è serena, adesso, perché sa che sono con lei, in quel letto grande, anche se penso, se sono libero di pensare, anche se ricordo o credo di ricordare, anche se ricordo cose che a lei non potrei confessare mai
Tante cose non c’è mica bisogno di andarle a raccontare, soprattutto a tua moglie! Se proprio non si può fare a meno di parlarne. Cose che riguardano la tua sfera intima, o comportamenti di un tempo, di cui oggi ti vergogni: rabbie, violenze, desideri, ingenuità.

Ci sono cose che ti possono macchiare per sempre, altre che sei proprio tu a considerare macchie, mentre forse non lo sono. Le figuracce, ad esempio, la mancanza di coraggio, l’incoerenza. Cose e avvenimenti che per te hanno rappresentato motivo di sofferenza, che hai percepito come circondati da un alone di negatività.

Una notte, tanto per fare qualcosa di nuovo. C’era un gran caldo, anche se era soltanto maggio. Credo sia stata la primavera più calda del secolo, almeno dalle mie parti.
Non ricordo nemmeno se ci fosse la luna. Ma allora si usava riunirsi sulla spiaggia, per stare insieme, cantare, divertirsi. Io non l’avevo mai fatto e qualche amico mi trascinò lì, a una decina di chilometri dalla città. Una spiaggia isolata, con le dune, la pineta, le palme nane, tutte quelle strane erbe che crescono nella sabbia, le palle di posidonia che si depositano a migliaia lungo la riva del mare.
Strano per me fare il bagno senza la luce, senza il calore del sole. Mi sentivo privo di consapevolezza, immerso in una vita che non era la mia vita abituale, in qualche modo trascinato dagli altri verso un agire che non era più mio, ma quello di tutti, degli amici, dei compagni, di tutti quei ragazzi che si erano riuniti per una nottata diversa dalle altre.

Poi qualcuno incominciò a tirar fuori le birre. Anche quello era in programma. Ci eravamo divisi in gruppi. Ognuno con i compagni di scuola e gli amici più intimi.
Qualcuno schiamazzava, poco lontano, e un paio di amici andarono a vedere.
Si era formato un assembramento, come spesso succede, anche di giorno, nelle spiagge, quando c’è qualcosa di nuovo, un’attrazione, qualcosa che aiuti a far passare la noia. Magari qualcuno che improvvisa uno spettacolo o che vende un oggetto o un giocattolo per i bambini

Qualcuno disse: venite.
Ci accodammo al gruppo, ma non si vedeva ancora nulla.
Sentivo urlare. Doveva essere una delle ragazze. Forse aveva bevuto troppo e stava male.
Un ragazzo grosso si volse verso di me e mi disse: E’ una che ci sta, te la puoi fare anche tu.
Mi spinsero avanti e mi trovai improvvisamente al centro.
C’erano dei ragazzi per terra e una ragazza distesa che si agitava.
Non potevo muovermi. Quasi non capivo. Mi pareva assurdo quello che stava capitando.
Uno dei maschi teneva una torcia, per illuminare la scena.
La ragazza urlava e qualcuno cercava di farla star zitta. Le tenevano le braccia, mentre uno dei ragazzi le stava sopra e si muoveva. Era così che si faceva l’amore?
Poi si staccò e un altro si fece avanti, ma non lo vedevo bene. Quella che vidi bene fu la ragazza, la sua faccia, le sue gambe che si sollevavano cercando un’impossibile via di fuga.

Cominciai a desiderare di essere anch’io uno di quelli che usavano la ragazza, ma in quel momento non riuscii ad avvicinarmi, a toccarla. Eppure era un’occasione che mi si offriva, un’occasione di fare qualcosa che avevo tanto desiderato, tanto immaginato, anche nei miei sogni ad occhi aperti. Ma l’agitazione che provavo era talmente forte da bloccare ogni mia capacità di agire. Si sa che il momento dell’azione è breve e se si è indecisi, timorosi, insicuri, subito qualcuno più spavaldo subentra e ti sottrae la scena.

Improvvisamente vedo al mio fianco Angelo, che mi tira per un braccio. E’ il più maturo dei miei amici, ripetente da una vita, ma con un po’ di cervello in più rispetto a noi ragazzini.
Dai, andiamocene, mi dice. Mi spinge nella sua macchina, una vecchia giardinetta. Io sono ancora istupidito; mi sembra di non capire bene cosa sia successo. La birra mi ha annebbiato il cervello. Nient’altro, mi sembra. Non girava erba a quei tempi, ma non posso esserne sicuro. Guardo i cespugli che scorrono, la strada bianca di polvere. Così almeno la ricordo, bianca. Allora c’era, la luna!
Angelo mi scarica a casa. Non è successo niente, dice. Apro il cancello e mi trascino fino al portone. E’ tutto buio. La casa dorme, non mi accoglie, ma nemmeno mi rifiuta. Non c’è nessuno a chiedermi come mai sia ritornato a quell’ora. Il letto è preparato. Sollevo il lenzuolo e m’infilo dentro. Non riesco più a pensare a niente.
L’indomani ho la testa pesante. La mamma mi chiede:
Ti sei divertito ieri notte

E cos’avete fatto?
Il bagno di notte.
Al buio?
No, c’era la luna.
Ah sì: è vero che c’è la luna!
E poi?
Vorrebbe sapere tutto, vorrebbe essere sempre con me, vivere la mia vita, conoscere tutte le cose che non sa, vivere tutte le esperienze che non ha vissuto.
Mio padre mi fissa con lo sguardo cupo. Non è uno che parla molto, ma capisce quando un ragazzo ha bevuto troppo, lo vede dalla faccia, dagli occhi.
Poi abbiamo giocato sulla sabbia.
E’ vero, abbiamo giocato, ma qualcuno ha fatto degli strani giochi.
Perché sono andati così avanti – perché hanno deciso di giocare pesante?
Quel viso arrossato, alla luce della torcia.
No, basta!
E pensavo a com’erano strane le donne, con quella fessura in cui si doveva entrare per dimostrare di essere uomini, quasi un dovere. Con quel corpo che avevo visto per la prima volta com’era veramente. Così roseo e luminoso nel buio, alla luce di quella torcia.

Nessuno ha mai parlato di quello che capitò quella notte. La ragazza non disse niente. Era una che non aveva una gran bella fama. Magari aveva pensato di appartarsi con un suo amico, ma non pensava di dover soddisfare una banda di scapestrati. Nemmeno loro erano studenti modello. Qualcuno aveva già smesso di studiare e lavoracchiava come manovale o si arrangiava in qualche altro modo. Ma erano cose che succedevano da tutte le parti. Si sapeva!

Quell’esperienza mi aveva lasciato una sorta di agitazione interna, che mi tenne compagnia per vari giorni. Non capivo se ero tormentato dal rimorso per non aver subito denunciato il fatto, o dal rincrescimento per essermi fatto sfuggire l’occasione per realizzare finalmente quell’esperienza di vita che chissà quando avrei potuto fare. Ero combattuto tra diverse forze e non sapevo bene come comportarmi. I miei amici mi parlarono e mi consigliarono di non far cenno di niente. Se si finiva davanti ai carabinieri, poi non si sapeva mai cosa sarebbe potuto succedere. Ognuno di noi avrebbe potuto essere accusato delle peggiori azioni. Poi erano tutti abbastanza sbronzi per ricordare una cosa per un’altra e, magari, accusare proprio chi non c’entrava, uno che stava lì per caso. Nessuno dei compagni si fidava dei carabinieri: meglio non averci a che fare!

Così non ho parlato, allora, di quello che ho visto, di quella ragazza dal viso arrossato dalla rabbia o dagli schiaffi, della vigliaccheria di quelli, me compreso, che avevano assistito allo spettacolo senza intervenire per interromperlo. Avevo bevuto; avevano bevuto tutti, anche le ragazze. Chi era responsabile?
Chi aveva il coraggio di affrontare i carabinieri, che fanno passare per colpevole quello che denuncia o magari la ragazza stessa, colpevole di essersi offerta, di aver provocato i suoi compagni, così mezzo nuda com’era? No, non si poteva raccontare niente, allora. Perciò non dirò nulla adesso: non avrebbe più senso, sarebbe una confessione inutile, come scaricarsi addosso una carrata di letame. Meglio guardare la luna e far finta che tutto vada bene, anche se la luna che vedo adesso sembra proprio un’altra luna.

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Gide e la lettura

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Ci sono autori scomparsi parecchio tempo fa, e oggi ormai quasi sconosciuti ai lettori di oggi, che sembra scrivano ai giorni nostri. Mi era già capitato con Octave Mirbeau, ma oggi trovo un altro esempio perfettamente ascrivibile al nostro tempo. Vi propongo pertanto queste parole, scritte da André Gide in Les caves di Vatican, libro del 1914 che sa precorrere i tempi, per vari aspetti.

“Povero Julius! [Julius de Baraglioul è, nel romanzo, uno scrittore di sentimenti cattolici] Tanta gente che scrive e così poca che legge! È un fatto: si legge sempre di meno… Finirà con una catastrofe.”

Non è quello che si sente dire anche adesso, da parte degli attuali osservatori e critici della nostra vita culturale?

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Isola di plastica – Parte 2

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I turisti sciamarono per i corridoi e si precipitarono nella grande hall dell’albergo.
Si era sparsa la voce che le isole fossero state attaccate dai pirati.
Dall’esterno, al di là delle vetrate, si udivano scoppi e colpi di armi da fuoco. Scie di fuoco apparivano e scomparivano, come se qualcuno avesse improvvisato uno spettacolo pirotecnico.

Nella confusione generale, apparve Coughlin, con il suo vice Rani e i pochi poliziotti che collaboravano con loro.
Aveva raccolto dal deposito le armi disponibili e le portava tutte insieme, come una specie di Terminator. «Qualcuno sa sparare?» chiese «Se ci sono volontari, li arruolo immediatamente.»
«Noi non siamo combattenti» fece un turista che pareva russo o di qualche altro paese slavo. «Non fa niente» rispose Don «le chiedo soltanto se è in grado di sparare.»
«No, non ho mai preso un arma in mano» disse il turista.
«Va bene, allora rimanga qui con i vecchi a farsi massacrare. Gli altri vengano con me.»

Sia io che il mio amico avevamo qualche esperienza di tiro, anche se preferivamo prendercela con piattelli o lattine che con gli esseri umani, per cui accettammo di essere ingaggiati.
Don ci portò in un posto che non avevamo mai visto. Era una specie di struttura di metallo, provvista di motore, che poteva restare attaccata all’isola, ma anche distaccarsene al bisogno.

Eravamo appena fuggiti dall’albergo, quando i pirati fecero irruzione, senza trovare resistenza.
Una volta penetrati nella hall, radunarono tutti i turisti al centro della sala, tenendoli fermi con la minaccia delle armi.
I testimoni di quella imprevedibile aggressione raccontarono di essersi trovati dinanzi a una specie di orda selvaggia, formata da uomini di varie razze, vestiti come se fossero usciti da un set cinematografico.
Quello che sembrava il capo era un gran pezzo d’uomo, una specie di Sandokan caraibico, di sangue misto. Era a torso nudo e le poche donne presenti lo guardarono con ammirazione.
Il marcantonio dal torso bronzeo, che si chiamava Diego Gutierrez, intimò ai malcapitati di consegnare tutti gli oggetti di valore e si avvicinò alle signore, specie a quelle ancora piacenti, per assicurarsi che non nascondessero qualcosa di prezioso. Dopo quella specie di perquisizione, alcune donne furono scelte come bottino e accompagnate dai pirati più vogliosi nelle salette del personale dell’hotel.
Per alcune ore i visitatori rimasti nella hall sentirono grida e imprecazioni uscire dalle stanze, ma giurano che non tutti gli strepiti erano lamenti o urla di orrore.

Mentre i figli della Filibusta terrorizzavano gli ospiti dell’albergo e arrostivano le loro compagne e le altre disperate casalinghe sulle fiamme del peccato, Coughlin ci istruiva nell’uso delle armi.
«Abbiamo qualche kalashnikov» disse «semplice ed efficace, e dei buoni fucili di precisione.»
«Attenti ai kalashnikov» aggiunse. «Teneteli forte, se non siete abituati al rinculo.
Il nostro capo mi affidò un AK-47, mentre Gary, che era un ottimo tiratore, prese un MTS-116.
Poi Coughlin ci fornì alcune informazioni essenziali.
«La nostra imbarcazione, una volta separata dall’isola, è come una specie di motocannoniera, ci disse. È equipaggiata con un paio di unità lanciamissili, in grado di danneggiare seriamente qualsiasi unità navale tradizionale. Prima di tutto cercheremo di capire di quali forze dispone il nemico, poi decideremo cosa fare.»

Sembrava la cosa più ovvia e, dopo essersi consultati, lo sceriffo e Rami decisero di studiare la situazione dall’esterno.
La nostra navicella si distaccò agilmente dall’isola e si diresse verso il largo. Stava già incominciando ad albeggiare e si vide chiaramente che i pirati disponevano di due scafi.
Il nostro consiglio di guerra, costituito dai due capi e da un paio di poliziotti anziani, stabilì di affondare una delle due imbarcazioni pirata, quella più vicina a noi. Lasciando l’altra in condizione di navigare, per poter accogliere eventualmente i filibustieri in fuga.
Si decise inoltre di attaccare senza preavviso, anche se le navi pirata avevano uomini a bordo.
«Non me ne frega niente di quelle merde» sentii dire a Coughlin «devono essere eliminati fisicamente.»

Credo che sia andato personalmente ad armare le unità lanciamissili e a far partire i primi missili. Non era mai accaduto che dovessero usarle, ma avevano fatto delle simulazioni. Ora però bisognava agire davvero e in fretta.
Il primo missile partì e colpi il bastimento nemico di striscio, ma il secondo lo prese in pieno.
Seguì una spaventosa esplosione, dopo di che la nave cominciò a imbarcare acqua e a inclinarsi. Si videro, a distanza, uomini che si buttavano a mare, senza che avessero molte speranze di salvezza, in quelle acque infestate dagli squali.
Dopo l’attacco, Coughlin chiamò l’isola e volle parlare col capo dei pirati.
«Se entro un’ora non sarete tornati sulla vostra barcaccia e non sarete andati via dalla nostra isola, verremo a prendervi» disse il nostro poliziotto-ammiraglio.
«Noi abbiamo quaranta ostaggi» fece il pirata «e li uccideremo uno ad uno, se non vi consegnerete.»
«Potete uccidere chi vi pare» disse Coughlin. «Noi non siamo responsabili di quei quattro borghesi che vengono nell’isola come se andassero allo zoo. Comunque, se farete del male a quei poveracci, ne pagherete le conseguenze. Potrete scegliere se essere appesi al sole senza acqua né cibo fino alla morte o essere buttati a mare in mezzo agli squali. E se deciderete di rimanere nell’isola lanceremo i nostri missili e la faremo saltare, con voi dentro.»
«Non potete farlo» urlò Gutierrez. «Non potete uccidere anche i turisti!»
«Possiamo fare quello che vogliamo. Non obbediamo a nessuna legge, proprio come voi.»
Così disse, poi riattaccò, senza lasciare al filibustiere il tempo di controbattere.
Raccontano i turisti che Gutierrez cominciò a bestemmiare e a sudare. Quell’animale capace di terrorizzare innocui vecchietti e di violentare signore indifese capiva che questa volta si trovava disarmato, di fronte a una forza di cui non conosceva l’entità, e per la prima volta sperimentava il vero terrore.
Riunì i compagni e decise che la fuga era l’unica possibilità di salvezza. Così quell’orda di manigoldi risalì sulle scialuppe con cui avevano raggiunto l’isola di plastica e tornò sulla nave.

Anche noi ci riunimmo, mentre tenevamo sotto osservazione la ritirata piratesca.
Avevamo vinto, ma non avevamo sconfitto tutte le nostre paure.
«E se pensassero di tornare, con altri mezzi e con altre armi?» chiese qualcuno.
«Non torneranno» fece cupo Coughlin.
Lo vedemmo dirigersi verso l’unità lanciamissili. Pochi secondi dopo, altri due missili partirono, in direzione della nave pirata. Questa volta entrambi i colpi andarono a segno e anche la seconda nave andò a raggiungere la prima.
Osservammo bene tutta la scena, ora che il mare ricominciava a luccicare, riflettendo le prime vampe dell’alba.
Lo sceriffo tornò pochi minuti più tardi. Aveva l’aria serena.
«Naturalmente, nessuno di voi ha mai sentito parlare di pirati, se non al cinema» disse.

Quando tornammo sull’isola, gli ostaggi, insperatamente salvi e illesi, a parte le donne brutalizzate, ci chiesero notizie dei loro sequestratori.
«Sono scappati» disse Coughlin «ma ora cercate di non pensarci più e dimenticate questa brutta avventura.»
Comunque ormai nessuno aveva più voglia di proseguire le vacanze e tutti pensavano a tornare a casa.
«La cosa buona» disse Gary «è che non abbiamo avuto nemmeno bisogno di tirare un colpo.»

 

 

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Isola di plastica – Parte 1

isola

Prosegue la serie dei Viaggi impossibili con il terzo viaggio.

Il viaggio, a dire il vero, non era programmato e non mi sarei mai avventurato nel bel mezzo dell’Atlantico, se Gary non mi avesse incuriosito.

«È un posto incredibile» mi raccontò. «Non c’è nulla di simile in tutto il globo. Un territorio nato dal nulla, in mezzo all’oceano.»
Sapevo che gli oceani erano diventati enormi depositi di spazzatura industriale, ma non avrei mai immaginato che vi si potessero creare, su quegli ammasi di residui di plastica e di rifiuti di ogni genere, vere e proprie isole. Ancora più incredibile era che qualcuno avesse pensato di utilizzare quei conglomerati galleggianti per costruirvi case, in uno spazio libero, dove nessuna nazione potesse accampare diritti, né issare bandiere.

I primi a pensare di fermarsi a vivere su quelle zattere oceaniche furono dei marinai che non trovavano più ingaggi. Facce scavate, arrossate dalla calura dei mari tropicali ed essiccate dalla salsedine. Sguardi abituati a vedere l’infinito, che finalmente speravano di trovare quella pace che il mare non era in grado di offrire, ma che nemmeno la terra ormai riusciva più ad assicurare.
Poi arrivarono gli impiegati in fuga dalle aziende e dalle loro ristrutturazioni, che ogni volta precipitavano i dipendenti nell’inferno della disoccupazione permanente. Infine furono gli artisti a scoprire quel nuovo piccolo mondo nel ricercare modi alternativi di sopravvivenza.
Le prime isole erano semplici ammassi di rifiuti, ma a poco a poco l’ingegno dei primi abitatori rinforzò le strutture spontanee creando basi più solide per consentire un migliore e durevole galleggiamento. Con gli stessi materiali di scarto: plastica, legno, metallo, si alzarono muri e si costruirono padiglioni e veri e propri palazzi, tanto solidi da reggere le perturbazioni dell’Oceano.
Gli isolani vivevano principalmente di pesca, ma anche di caccia e dei prodotti degli orti idroponici che avevano cominciato ad assemblare sulle aree terminali delle costruzioni.

La vita in quelle terre artificiali era piuttosto semplice e decisamente più tranquilla di quella che si trascorreva di solito in una delle nostre società industriali.
Nessuno pagava tasse, perché non esisteva uno stato, nessuno si preoccupava di assicurarsi la proprietà degli spazi, dei giardini pensili, né delle abitazioni. Tutti al contrario si occupavano della produzione che era utile a tutti. Chi era più abile nella pesca scambiava i pesci con le piante dei coltivatori degli orti.

Non esisteva un vero e proprio organismo di carattere militare, che si preoccupasse della difesa. Quando però le isole cominciarono a popolarsi di uomini di varia origine e ceto sociale, quando i proventi del turismo e della pesca cominciarono a divenire consistenti, gli abitanti decisero di creare una specie di polizia interna, che avesse facoltà d’intervenire in caso di controversie e battibecchi e di contrastare i pericoli che provenissero dall’esterno.
Una piazzuola chiara e pulita costituiva il centro dell’abitato e su quella si affacciavano i principali servizi, dall’albergo allo spaccio, in cui si vendevano i mezzi di prima necessità.

Quando raggiungemmo, per la prima volta, l’agglomerato principale delle isole, un uomo grosso, dall’aspetto trasandato, ci intercettò. «Sono l’albergatore» tuonò, con voce robusta, troppo forte e rauca per noi gente di città, che rivelavano le sue origini di marinaio o pescatore.
«Volete visitare l’isola o siete venuti qui per trasferirvi?» chiese.
«Siamo soltanto visitatori» dissi.
«Allora bisogna che vi racconti alcune particolarità di questo posto.
Non rimanete troppo all’aperto, soprattutto quando c’è bonaccia. Si forma una specie di bruma, che può essere pericolosa per l’uomo.»
«In che senso?» chiese il mio amico.
«Nel senso peggiore del termine. L’esposizione ai vapori provoca un’ebbrezza difficilmente sostenibile e successivamente uno stato comatoso, da cui ci si risveglia a fatica.»
«E da cosa dipende?»
«Dalle esalazioni della plastica, a contatto con l’acqua marina e con la sollecitazione del calore solare.»
«C’è un modo per difendersi?»
«Certamente. Basta chiudersi bene negli alloggi, che prendono aria dall’alto.
Il gas, che si diffonde nell’aria, si mantiene fino a tre metri dal suolo, più in alto le brezze oceaniche lo spazzano via e lo mandano ad avvelenare gli spazi qui attorno, le rotte immutabili delle petroliere.
Ogni tanto, si narra, qualche marinaio impazzisce e non se ne conosce la causa. Io penso che tutto nasca dall’ammorbante potere di questi depositi, dal respiro venefico delle isole.»
«E con tutto questo ancora qualcuno viene ad abitare qui?»
«Non tutti hanno paura della follia e poi l’isola, tutte le isole di questo mare, hanno un fascino segreto, che forse anche voi avrete la possibilità di sperimentare.»
«Quale fascino?»
L’albergatore sorrise. «Il fascino dell’universo» rispose. «Ho fatto disegnare una mappa, che sta nel salone del secondo piano. Dateci un’occhiata» disse, e ci accompagnò in una costruzione dalle pareti luminose e abbellite da incrostazioni che producevano, alla luce del sole, riflessi che parevano di madreperla. Ci invitò poi a salire nelle nostre stanze, in uno dei piani superiori.

La mia camera era piccola ma comoda. Ero terribilmente sudato e sentivo il bisogno di una doccia.
Dopo essermi rinfrescato, mi stesi sul letto a riposare per qualche minuto.
Ora mi sentivo di nuovo in forma e finalmente potevo scendere nel salone per vedere la mappa di cui il nostro oste aveva parlato.
Gary era con me e osservò anche lui la proiezione cartografica, che occupava un’intera parete.
Rappresentava l’isola sulla quale eravamo approdati, l’isola maggiore, e tutte le isolette che si erano formate a qualche distanza da questa.
Una particolarità accomunava tutte quelle creazioni spontanee, che imitavano l’organizzazione naturale: avevano tutte la forma di una galassia, di un ammasso di materia che si era addensata seguendo linee di aggregazione che parevano spirali irregolari. Spinte e movimenti casuali avevano plasmato in modo differente tutte quelle strutture, ma nell’insieme un osservatore attento non poteva non rendersi conto che una legge comune le governava, quella di una logica matematica che le costringeva ad avvitarsi verso il centro, come se fossero attratte da un irresistibile forza che le obbligasse a precipitare verso un punto di attrazione. Era strano come anche le costruzioni artificiali, se abbandonate al potere della natura, finissero per imitarla.

Quel giorno mangiammo pesci e alghe. L’indomani, il ristorante offriva anche qualche piatto di carne di volatili, cucinata in modo appetibile, che apprezzammo, complimentandoci con l’albergatore.
Quest’ultimo, che si chiamava Petrus Wallerstein, ci fece conoscere un suo amico, che dirigeva quella sorta di polizia locale che assicurava l’ordine nelle isole. Era una specie di sceriffo, Don Coughlin, un londinese in fuga dalla civiltà, che aveva trovato in quelle particolari strutture un mondo più vicino ai suoi ideali di vita, e in cui poteva esercitare un potere che nella metropoli sarebbe rimasto per sempre un sogno impossibile.

Tutto sembrava tranquillo e stavamo progettando escursioni nelle isole minori, quando fummo svegliati in piena notte da un segnale d’allarme.

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Nebbie e identità

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Dopo averci lavorato per diversi anni e dopo averlo rielaborato e concluso, ho cercato di capire perché avevo scritto questo libro e ci ho ragionato su per un po’.

Alla fine mi sono reso conto di avere scritto una sorta di apologo sul razzismo e sull’inutile ricerca di un’identità.

C’è alla base una riflessione su me stesso, sul mio essere ibrido, punto d’incontro di tante razze e di tante culture, come spesso avviene a chi ha avuto la ventura di nascere in un crocevia come sono un po’ tutti i paesi mediterranei.

Bisogna esserne consapevoli, sapere che le nostre radici sono all’origine composite, e che ogni affermazione esasperata d’identità può rivelarsi, alla fine, una richiesta disperata, ma illusoria, di certezza.

Alla fine, dovrei essere soddisfatto per aver scritto un libro piacevole, divertente quanto un libro d’intrattenimento, ma con un significato che trascende le mie stesse primitive intenzioni.

Invece, c’è stato qualcosa, in questa vana ricerca di un’identità, che ha generato una sorta di angoscia, con la quale so di dover convivere. Perché credere di conoscersi, anzi di riconoscersi perfettamente in una cultura, in una nazione, è terribilmente rassicurante, tanto da trasformare in un perverso piacere l’odio per l’altro, per il diverso da sé. Così è accaduto che io stesso mi sono riconosciuto nel protagonista del libro, Valerio Brenta, nel suo percorso di formazione, che lo conduce dalla nebbia dell’indistinto, che sfocia in un delitto reale o immaginario, a una più chiara, anche se problematica, visione del mondo. Questo, probabilmente, non lo renderà più felice, ma è necessario.

Insomma, si può sostenere, con cognizione di causa, che è difficile essere ibridi (e cittadini di questo pianeta).

Comunque, adesso il libro c’è, pubblicato in una collana di libri particolari, quasi da collezione. E anche questo sembra esaudire un altro dei miei antichi desideri. Ora non mi rimane che organizzare qualche serata di firmacopie e riprendere quel contatto col pubblico che avevo interrotto da qualche anno. Staremo a vedere.

Intanto vi lascio l’indirizzo della pagina facebook del libro e quello della mia pagina personale.

https://www.facebook.com/ungiornolanebbia/

https://www.facebook.com/guido.mura.3

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Foodweek o l’antisbobba

foodweek

 

Tornare a casa significa anche rimettersi ai fornelli e tornare a cibarsi di sostanze gradevoli e non di spaventose sbobbe ospedaliere.

Così, ieri e oggi, avendo a disposizione un radicchio di chioggia e delle costine, acquistate dal verduraio vicino a casa, ho pensato di farmi un bel piatto di pasta alle verdure.

Ho incominciato con la soluzione più semplice: radicchio e coste (e qualche pezzetto di sedano) ad ammorbidirsi in padella con un po’ d’acqua e olio, sale e un pizzico di peperoncino. Cotti a parte gli spaghetti integrali biologici, li ho poi riversati in padella, condendo con listarelle di emmental. Strano a dirsi, l’insieme era già decisamente incantevole, rispetto all’orrore del cibo ospedaliero. Merito della pasta? Chissà.

Questa mattina ho reso la salsa un po’ più completa, aggiungendo una carota a pezzetti e un trito di prezzemolo a fine cottura. Che dire? Il piatto è veloce e facile e tutto sommato appetitoso. La pasta poi è a dir poco eccezionale, e si potrebbe mangiare anche senza condimento. Qualche giorno fa avevo fatto un po’ di coste e finocchi sempre in padella e, visto che c’era un bel residuo, ci avevo aggiunto anche delle farfalle integrali. Gusto inusuale, dolce e aromatico (avevo anche un tantino di sedano), ma abbastanza gradevole. Chissà se questi piatti potrebbero avere fortuna nella Milano food week.

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Salben

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Trovai il toponimo Salben su una carta geografica infilata tra le illustrazioni di un libro del secondo Ottocento. Era un volume della biblioteca di mia nonna, a metà strada tra la geografia antropica e l’economia. Ricordo di averlo sfogliato più volte, senza mai spingermi a fondo nella lettura. Parlava di miniere, laghi, bestiame, ferrovie di paesi sconosciuti e stimolava ogni tanto la mia anima di curioso visitatore di luoghi diversi e particolari.

La carta però non faceva parte del libro: era stata ripiegata più volte e usata come segnalibro e lì era rimasta, forse per indicare qualcosa che nel testo era presente e che era esplicitato dalla raffigurazione simbolica di quel territorio, che doveva corrispondere a una particolare regione delle Alpi.

La parola, se si faceva riferimento a una probabile etimologia germanica, sembrava indicare qualcosa di pomatoso, un’essenza vischiosa che in quella terra si produceva, forse dovuta a qualche caratteristica del terreno o della flora endemica.

Non conoscevo bene quella zona, perché l’avevo attraversata solo un paio di volte, rimanendo però sempre sulla strada principale. Non sapevo perciò quali e quanti paesi si trovassero nell’interno, raggiungibili solo con lunghe diversioni su strade minori, qualche volta molto strette. Decisi comunque di inserirmi sulla statale, per abbandonarla una volta incrociata la provinciale che avrebbe dovuto condurmi alle porte di Salben.

La mia auto era quasi un rudere, a giudicare dalla carrozzeria, ma aveva un ottimo motore e avrei potuto lasciarla incustodita senza che nessuno fosse tentato di rubarla. Una fotocopia della mia carta originale stava accartocciata nel portaoggetti della portiera sinistra, a portata di mano, dato che all’epoca del mio viaggio non erano ancora stati inventati i navigatori satellitari.

Ci vollero almeno due ore per incontrare la strada che doveva condurre a quella piccola città. All’inizio pareva larga e agevole come la statale, ma dopo un po’ cominciò a restringersi e a diventare tortuosa. Trovai un paio di villaggi dalle case livide e tetre, che sembravano tappezzate di nerofumo, con larghi squarci bianchi di calce sporcata dal tempo e muraglioni scrostati dalle intemperie. La gente camminava in fretta, come se temesse di perdere tempo, e non si guardava troppo attorno. Rinunciai a fermarmi, e mi diressi decisamente verso una strada in salita, in cui un cartello segnalava la direzione Salben. Percorsi una decina di chilometri, l’automobile cominciò a muoversi come se fosse a disagio, su un terreno che pareva fatto di argille morbide. Prima che scivolasse e finisse fuori strada, sguazzando su quella superficie di viscida mota, riuscii a parcheggiarla su una piazzetta e decisi di proseguire a piedi, dato che cominciavano ad apparire costruzioni, in parte diroccate, che facevano presumere che la cittadina non fosse lontana.

Infatti, dopo una curva, mi apparve un cartello azzurro che recava il nome di Salben, con avvertenze e informazioni scritte in due lingue, un italiano approssimativo e una sorta di tedesco arcaico.

Ero arrivato quindi, o meglio ero quasi arrivato. Anche andando a piedi infatti non era facile mantenere l’equilibrio. Dappertutto, sul terreno, apparivano macchie iridescenti, simili a quelle che si notano spesso presso i distributori di carburante.

Mentre prestavo la massima attenzione, un uomo di circa cinquant’anni si materializzò sulla via deserta. Era completamente vestito di marrone e dello stesso colore erano i capelli.

Stia attento: la strada è scivolosa, disse.

Grazie, risposi, ma voi come fate a camminare. Lei abita qui? Aggiunsi, come per chiedere conferma di quello che avevo dato per scontato, cioè che quel signore in abito e cravatta fosse un abitante del luogo.

Beh, noi ci siamo abituati, rispose con un sorriso e aggiunse:

Com’è arrivato qua?

Con la macchina.

E dove l’ha lasciata?

In uno spiazzo prima del paese. Non sarò mica in divieto di sosta? chiesi con una certa apprensione.

Qui non ci sono divieti di sosta: ci viene pochissima gente, ma chi ci arriva difficilmente ci lascia.

Perché? Domandai.

Perché qui tutti sono felici: non hanno obblighi, lavorano per divertirsi e per stare insieme agli altri, non hanno bisogno di guadagnare, perché la città soddisfa tutti i loro bisogni e, d’altra parte, il denaro non esiste. Non si ammalano mai, perché la serenità che deriva dalla mancanza di competizione garantisce una salute di ferro. Dove potrebbero trovare condizioni di vita migliori?

Dopo questa sintetica esposizione della realtà sociale salbenese, il signore vestito di marrone si accomiatò, perché doveva lasciare il cammino principale per immergersi in una viuzza laterale.

Diedi un’occhiata ai palazzi che costeggiavano il percorso che avevo intrapreso e notai che, a livello strada, erano pieni di parafarmacie e profumerie e che in tutte le vetrine si pubblicizzavano le miracolose pomate prodotte dalle fabbriche di quel luogo.

Dopo un po’ la strada era diventata una lunga discesa, che andava dalla cima del paese alla zona più bassa, quella che confinava col fiume.

Prima della discesa, in mezzo a quello che pareva il corso, c’era un’edicola. Mi fermai, per acquistare il quotidiano locale, bilingue, che aveva nell’intestazione il doppio titolo La voce di Salben e Salbener Stimme, e ne approfittai per parlare con l’edicolante.

Quest’ultimo era un omone grosso, con degli strani baffi a manubrio come quelli dei sollevatori di pesi del primo Novecento. Sembrava felice di parlare con un turista e mi fornì qualche altra notizia.

Per scendere a Salben bassa, i salbenesi non avevano bisogno di automobili, né di filobus. Era sufficiente scivolare con uno slittino o con qualsiasi altro mezzo di trasporto dal fondo piatto sulla superficie cremosa, melmosa, bitumosa.

Migliaia di specchi amplificavano la luce e accrescevano continuamente l’energia immagazzinata. Quella stessa energia muoveva ogni dispositivo e il lungo tapis roulant che consentiva a chi si trovasse per caso vicino al fiume di raggiungere la sommità della collina in breve tempo e senza fatica.

Nella parte più alta del paese si ergevano, su un gigantesco terrapieno, i palazzi pubblici.

Nel vasto piazzale si affacciava la levigata mole del palazzo comunale, una sorta di broletto medievale, in cui le rudi pietre squadrate erano state ricoperte da uno strato colorato dall’aspetto morbido, che pareva marzapane. Nel giorno in cui ebbi l’avventura di scoprire questo strano luogo, vi si svolgeva una festa di paese. C’era una schiera infinita di bancarelle, che vendevano miele di brugo, marshmallow, aromi morbidi e soffici ciambelle. Nel mezzo, su un palco di caucciù, un’orchestrina emetteva musiche vellutate, con note che sembravano spuntare dagli strumenti e svolazzare salendo fino alle finestre delle case.

Tutto intorno al palco i salbenesi si cimentavano in un ballo popolare.

Anche alcuni rari turisti provavano a danzare, ma in quell’ambiente così viscido e appiccicoso cadevano dopo pochi passi.

Per danzare senza incorrere in incresciosi incidenti (anche se il rischio di farsi male era minimo, per la morbidezza del suolo) bisognava unirsi nel ballo agli abitanti del luogo. Fu per quello che scelsi una ragazza che mi guardava con occhi mielosi e mi affidai a lei per quell’esperienza tersicorea. Col suo aiuto compresi che i passi, anziché decisi e definiti, erano scivolati, calibrando molto bene le spinte. In questo modo sembrava quasi di pattinare, volteggiando senza fatica, come se ci si appoggiasse a una serie di colonne d’aria invisibili.

Così, abbracciato o tenuto per mano, saldamente legato a quella giovane, sana e robusta, con i pomelli rossi come quelli del cartone di Heidi, incominciai a volteggiare All’improvviso, però, qualcosa andò storto. Probabilmente mi ero lasciato cogliere da una delle mie frequenti illusioni di onnipotenza e avevo preteso troppo dal mio senso dell’equilibrio, perché sentii che una forza inarrestabile mi trascinava fuori della pista. Di botto fui scaraventato dentro uno slittino che immediatamente si mise in moto, immettendosi senza che avessi il tempo nemmeno di stupirmi nella lunga discesa che portava al fiume.

La corsa fu come l’esplosione di un lapillo, si fermò solo davanti alla guarnera che separava il fiume dalla stazione dei veicoli che facevano la spola tra la città bassa e la città alta.

Arrivato in questa area di riposo, dove i salbenesi venivano a godere di un po’ di natura, sedendosi sulle panchine che fronteggiavano una specie di darsena e i boschi di un cupo verde che incombevano dall’altra parte del corso d’acqua, mi guardai intorno, per ammirare il panorama.

Ed ecco che, con mio grande stupore, vidi seduto proprio lì su una panchina l’uomo vestito di marrone, lo stesso che mi aveva parlato al mio arrivo a Salben.

È sicuro di volersene andare? mi interpellò. Lo sa che non potrà più tornare?

Perché? chiesi.

Lo vede quel muro, là in basso, sul fiume? Sì, lo so, non è un vero muro; in realtà è un coacervo di punti che formano blocchi virtuali. Si possono attraversare solo nell’uscire dal territorio della città, ma poi scompaiono, immersi in una bruma perenne. Noi lo chiamiamo “muro della ragione”. Nessuno può superare quella barriera all’ingresso, senza il permesso della città, ed è molto complicato uscirne. È quasi un Salbener Mauer, un’Antifaschistischer Schutzwall di sapore berlinese.

Ci pensai su per un attimo: potevo restare in quello strano paradiso ecologico, in cui tutti parevano liberi e felici, vivere strane esperienze, danzare in eterno con qualche bellezza germanica oppure tornare nel mio mondo inquinato e agonizzante. Mi chiesi se ci fosse qualcosa che mi spingeva a tornare nella mia realtà quotidiana e risposi a me stesso: Sì, ho tante persone che hanno bisogno di me, del mio pensiero, del mio affetto. Mia moglie, per quanto ormai totalmente assorbita dalle sue ricerche, mio figlio, che ancora pretende risposte dalla vita, i miei amici, che attendono da me il racconto sincero delle mie esperienze immaginarie, il mio cane, che mi aspetta sempre per giocare con me, anche quando non ne ho voglia.

Non posso fermarmi, dissi, devo andare!

Allora salga su quel battello, disse l’uomo. Si sbrighi: sta per partire!

Attraversai di corsa la banchina e percorsi in fretta la passerella che conduceva al barcone.

Quando fui dentro, la passerella fu ritirata e l’imbarcazione iniziò lentamente a muoversi.

Tanta era la mia confusione, che solo sul battello mi ricordai di aver lasciato l’auto sulla strada per Salben. Sarei dovuto tornare per forza, allora, malgrado quello che mi aveva detto l’uomo dal vestito marrone.

Quella specie di traghetto che mi aveva accolto aveva nel frattempo raggiunto il centro del fiume. Guardai in direzione della banchina appena abbandonata, ma non vidi nulla. Una fitta coltre grigiastra avvolgeva la riva e impediva la vista della città. Era come se il mondo dal quale avevo scelto di staccarmi non fosse mai esistito.

Dopo circa un quarto d’ora il barcone raggiunse una fermata, sull’altra sponda. Non sapevo bene che fare, ma decisi di scendere, prima che il mezzo riprendesse il suo viaggio sul fiume.

Per fortuna, il posto in cui ero disceso era un paese provvisto di ferrovia. Acquistai subito un biglietto per la mia città. Avrei pensato più tardi a cosa fare per recuperare l’auto.

Alla stazione presi un autobus, che mi portò quasi di fronte a casa, e qui avvenne qualcosa d’incredibile. Il veicolo che avevo abbandonato nello spiazzo sulla via di Salben mi osservava serenamente dal parcheggio che si trovava di fronte al mio palazzo.

Mi avvicinai, al colmo dello stupore; guardai bene la targa e passai anche un dito sulla vecchia carrozzeria, ma sembrava che la macchina non si fosse mossa dal parcheggio. Dopo tutte le ore di strada e il percorso così viscido e pieno di mota, non c’era sulla mia auto un solo schizzo di fango!

Non capivo cosa fosse accaduto. La cosa positiva era che tutto era tornato in ordine, così da far pensare che ogni viaggio impossibile potesse avere solo conseguenze immaginarie. Unico testimone della mia avventura è La voce di Salben, che conservo insieme a tutti i miei ricordi di viaggio.

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