Musica circense

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Eurofestival. Molto divertente. Una specie di ibrido tra un circo equestre e una discoteca. Donne barbute e donne cannone, freak assoldati per impietosire o per stupire.
Il vero miracolo è vedere come si siano conservati bene personaggi come Britney Spears, Kate Bush, Ricky Martin, le Spice girls (o erano Paola e Chiara?), i Thake that ecc. Che dite? Non erano loro, ma le loro controfigure? Va bene, ma una vera c’era: Madonna. Nemmeno lei, perché ha mandato sua nonna sul palco? Beh, potevate immaginare che la Madonna andasse di persona a Tel Aviv? Ha mandato un’apparizione, cosa che è abituata a fare da un paio di millenni, un’apparizione stanca, appesantita, dai toni calanti.
A qualcosa però serve, l’eurofestival: a imparare la geografia. Infatti, ho finalmente capito che l’Australia sta in Europa, a due passi da noi, e perciò penso che presto ci andò in vacanza, magari in automobile. In Europa si trovano anche Israele e l’Azerbaijan, per esempio.
Ho appreso anche diverse nozioni di geografia antropica. Adesso so che gli svedesi hanno una pelle molto più scura della mia, che francesi e italiani hanno origini nordafricane, che quasi tutti ormai in Europa hanno abbandonato la loro lingua e parlano in inglese fluently, che a San Marino ci sono i turchi.
E dopo tutto questo profluvio di ammiccamenti, ambiguità, politically correct ecc. ecc. vanno a far vincere una canzone cantata serenamente al piano, come ai tempi di Elton John: che vergogna!

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Devo essere diventato matto, o forse sarà colpa della vecchiaia, ma rimettermi a canticchiare dopo anni di abbandono di ogni pratica musicale, con l’intento di salvare su youtube le centinaia di brani scritti in più di cinquanta anni di non carriera, e pretendere che qualcuno ascolti questi recuperi archeologici senza riderci sopra, è un singolare atto di follia.
Devo aggiungere che ormai non riesco più a far funzionare sui nuovi pc con windows10 né i microfoni, né audacity, i miei registratori analogici sono andati giustamente in pensione, quelli forniti da windows non riconoscono il microfono, il mio nuovo minipc ha solo una scheda audio esterna che funziona bene in fase di riproduzione, ma registra in ingresso solo rumore. L’unico modo per registrare qualcosa è utilizzare una digitale Canon. Per questo motivo ho provato a registrare tenendo la macchina con la mano destra e suonando la tastiera con la mano sinistra. I risultati ovviamente non sono dei migliori. La mia voce ormai non è più allenata al canto e le mie mani non riescono più a eseguire qualcosa decentemente con gli strumenti consueti. Malgrado questo, continuo a riversare sul mio canale youtube pezzi che hanno solo un valore documentario. Per fortuna nessuno li prende in considerazione e non clicca sulle manine del like e dislike: avrei un 99,9% di dislike.
Mi consola il fatto che nemmeno i geni musicali si salvano, quando provano qualche brano senza ausili tecnologici. Avete sentito P.J. Harvey quando si diverte a cantare al naturale in The Words That Maketh Murder su Youtube? ( https://www.youtube.com/watch?v=Fws4fEE8Yy0 ) Lei lo fa per scherzo, specie quando si mette a cantare deliberatamente fuori tono nella scena dell’automobile, io per necessità. Comunque io per fortuna non sono un professionista e non devo guadagnare dei soldi dai miei prodotti amatoriali, loro (i geni) sì. E (lo giuro) non sono mai stato in una sala d’incisione.
Se poi vi volete divertire, date pure un’occhiata al mio canale youtube. L’indirizzo però non ve lo do: fossi matto!

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Libri di speranza e disperazione

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Disperazione per l’inconoscibilità del reale, per la sua presenza immotivata, e speranza dovuta a una visione progressiva della storia, sono i presupposti dei miei ultimi testi narrativi, pubblicati nella Collana Nuove Luci di Amande. La ricerca di una verità e di un significato che conduce al rovesciamento delle apparenze e delle convinzioni in Un giorno la nebbia; La ricerca di una dimensione mitica che si aprirà alla fine in una nuova prospettiva per l’umanità, al di là delle oscure ossessioni che ci spingono ad agire, in Jorg e il reale impossibile. Quest’ultimo libro incomincia il suo percorso, alla ricerca dei suoi lettori. Tra qualche giorno sarà disponibile anche nelle librerie on-line, per ora è possibile comunque ordinarlo nelle librerie tradizionali, tramite l’ISBN 978-88-97681-47-2

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Produzione e messaggi

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Sento, con qualche preoccupazione, notizie sull’andamento negativo della produzione industriale, ma poi, da qualche indicazione più analitica, capisco che la caduta più consistente e imprevista è quella relativa alla produzione di auto.

A questo punto mi viene spontanea una riflessione: quali sono i messaggi che i nostri media hanno trasmesso alle masse?

Le auto sono inquinanti. Non usatele in città, perché sono inutili e dispendiose. In centro addirittura non potete nemmeno entrare se non pagando una specie di balzello, come avveniva nei secoli passati.

Se le città sono piene di polveri sottili, la colpa è vostra, maledetti inquinatori, che avvelenate l’aria che respirano bambini e adulti asmatici.

Per viaggiare, soprattutto per andare in vacanza, fate ricorso ai mezzi pubblici, per non intasare le strade, e soprattutto non usate l’auto per andare al lavoro, anche perché poi non troverestre parcheggio, se non pagando costi salatissimi.

Chi guida l’auto è un potenziale assassino. Se per un attimo di assenza, di disattenzione, investite qualcuno, procuratevi l’assistenza di un buon penalista, perché avete commesso un omicidio.

La benzina è sempre più cara, perché le finanze dello Stato si reggono sulle accise. Quando entrate nella vostra macchina e accendete il motore, incominciate a pagare una tassa aggiuntiva, con cui lo Stato salda parte dei debiti che si sono accumulati nel corso degli anni, o forse dei secoli.

Le auto sono state riempite di aggeggi e dispositivi che rendono i vostri viaggi in auto sempre più sicuri, ma aumentano sempre di più il costo dell’automobile.

Malgrado le attrezzature che migliorano la sicurezza, le strade sono pericolose e i ponti crollano, per cui se prendete l’auto e attraversate un ponte siete degli incoscienti.

Se abitate fuori città e la macchina finora vi era sembrata indispensabile, ora che siete anzianotti, forse è meglio tornare a vivere in centro, perché le campagne sono piene di slavi e marocchini che entrano in casa, picchiano i vecchietti e violentano anche le ottantenni. Che ve ne fate della macchina?

Abitate in città? I parcheggi gratuiti si riducono sempre più, mentre aumentano le aree verdi, le piste ciclabili e gli spazi cani. La macchina quindi è un ingombro, che vi affama riempiendovi di multe per divieto di sosta e vi obbliga a girare per ore intorno a un isolato, nella speranza che qualcun altro si decida a spostare il suo veicolo.

Il messaggio è chiaro: se la vostra macchina invecchia, lasciatela invecchiare, e se si scassa del tutto rottamatela e non compratene un’altra. Perciò non stupitevi se le vendite delle auto crollano. I tempi sono cambiati. Il sogno dell’automobile è stato sostituito dall’incubo dell’automobile. Cominciamo a pensare a produrre qualcosa di più utile: dei bei robot che aiutino gli anzianotti a pulire la casa e che costano sicuramente meno di una colf. Naturalmente anche le intelligenze artificiali presentano qualche criticità. Cose da Io e Caterina o da L’uomo bicentenario; ma abbiamo ancora tanto tempo per cominciare a preoccuparci di questo.

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Icone sonore

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Ci sono stati anni in cui O Fortuna, brano tratto dai Carmina burana di Orff, era diventato colonna sonora usuale della tv, collegato a rievocazioni storiche del nazismo, ma anche a ogni scena orrifica di varia origine. Oggi Orff sembra meno utilizzato, mentre emergono con forza il Valzer n. 2 di Shostakovich e l’onnipresente Hallelujah di Leonard Cohen, molto meno bella e toccante di Suzanne, ma più adatta ad accompagnare contesti lagnosi e funerari (persino in NCIS!)

Il successo planetario dei brani iconici è simile a quello delle immagini e dei personaggi che divengono segni di concetti universali. Non si tratta di quanto vi sia di più bello o di più importante al mondo, ma di quello che riesce meglio a stimolare risposte emozionali di massa, quello che contiene nella sua essenza quella che una volta ero solito definire “carica seiemica”.

Per cui continueremo a sorbire fino alla nausea il valzerino n. 2, Alleluja, la Fortuna di Orff, come l’urlo di Munch, la Gioconda, lo sberleffo di Einstein, la faccia ormai appesantita della Merini e le altre icone sonore o visive, nella speranza che i creativi si muovano a pietà e ci ammanniscano qualcosa di più fresco, di meno usurato, di meno standardizzato.

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Libri e lavori

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Mi è capitato di dare un’occhiata alla produzione narrativa attuale, soprattutto a quella scritta da autori giovani o non affermati, e sono rimasto sorpreso nel vedere l’enorme quantità di testi pubblicati, assolutamente ingestibile da critici e lettori.
Conosco qualcuno degli autori di quei testi. Molti fanno parte di quella categoria che il sistema si ostina a chiamare “emergenti”, quando si sa che non hanno la benché minima possibilità di emergere, se non per motivi diversi dal successo letterario puro e semplice.
So anche che alcuni nuovi autori sono dotati di uno stile discreto e di buone idee, e non sono per nulla inferiori a quelli che sono stati accolti nella massa di scrittori sostenuti dalle maggiori case editrici. Purtroppo però non riusciranno mai ad avere un numero di lettori sufficiente per garantire una soddisfacente resa economica del loro lavoro intellettuale.

Una situazione di questo tipo si verifica però anche in altri settori, perché la nostra società consente a tutti di scegliere l’indirizzo di studi che preferisce (salvo poi stringere le maglie del sistema con il metodo disincentivante del numero chiuso), ma non è in grado di assicurare una retribuzione per l’attività che da quegli studi deriva. Il vantaggio economico può sussistere solo se è riservato a pochi, a quei pochi che il mercato è in grado di sostenere.

Questo avviene non solo per chi desidera scrivere, ma anche per chi sceglie di fare il filosofo, lo storico, l’archeologo, il grecista, l’astronomo, l’architetto, il cantante, il pittore, l’idraulico, il negoziante, il bancario, lo storico dell’arte, il criminologo, il commercialista.

Per ora è ancora possibile trovare un posto di lavoro da informatico, da medico, da tecnico delle comunicazioni o del settore cibernetico, ma prima o poi anche quelle attività saranno ricoperte e intasate.
Il problema è sempre esistito. Per quanto mi riguarda, ne parlo fin dal Sessantotto, senza trovare risposte.
Purtroppo, l’uomo non è una macchina e non può essere programmato. Non tutti sono in grado di studiare matematica, ingegneria, medicina, cibernetica, anche se i mestieri che presuppongono conoscenze tecnico-scientifiche sono gli unici richiesti dal mercato.
Se occorrono dieci scienziati e due letterati, ma scuola e università preparano dieci letterati e due scienziati, per il semplice fatto che solo due persone abbiano le capacità intellettuali che consentano di formarsi in un settore scientifico, ci troveremo di fronte a una drammatica disoccupazione nel settore umanistico-letterario e all’incapacità della forza lavoro di soddisfare le esigenze della produzione nei settori tecnico-scientifici.

Che succederà quindi?
Succederà che il lavoro necessario (manuale e intellettuale) sarà sempre più svolto da intelligenze artificiali, mentre quello non necessario al sistema sarà effettuato per soddisfazione personale, ma senza retribuzione, e che gli uomini dovranno essere mantenuti dal sistema economico e non saranno più costretti a lavorare.

Purtroppo dovremo abituarci a un mondo diverso, in cui principi e punti di riferimento non saranno più quelli comunemente accettati.

Il passaggio dalla società fondata sul lavoro a quella basata sul non lavoro sarà graduale e non indolore. Speriamo solo che l’umanità, nella forma che conosciamo, riesca a sopravvivere.

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La morte liquida – 5

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5.

Bisognava trovare un punto debole nel sistema, prima che l’irrazionale prendesse il sopravvento. Il Turri cercava risposte concrete e credette di capire cosa stava succedendo. Noi, gli amici del gruppo, avevamo un forte complesso di colpa nei confronti di Giulio. Troppe volte l’avevamo snobbato, tradito, abbandonato a se stesso e alla sua consapevolezza di essere fisicamente sgradevole. Però non tutti ci collocavamo allo stesso livello di responsabilità. Gli amici più prossimi nei suoi ultimi anni, come Walter, dovevano avere colpe ben più consistenti. Turri ne era convinto. Lo faceva sospettare la fuga del nostro compagno, quel suo rinchiudersi in casa, cercando di trovare rifugio da un vendicatore che forse era la sua stessa coscienza.
La madre di Walter asseriva che il figlio stava male, si era messo in malattia e non sembrava in grado di uscire; ma sapevamo che qualcosa stava maturando nella sua testa.

La situazione di Tonino si era stabilizzata in qualche modo. Non migliorava, ma nemmeno peggiorava. Era come se si trovasse in ostaggio di un potere oscuro, che usava quel corpo come forma di pressione, un messaggio indiretto inviato a chi poteva modificare i fatti e riscrivere una storia, quella di Giulio.
Stavamo pensando a come fare per far riapparire Walter e per chiedergli se sapeva qualcosa di più.

Quella storia ci aveva contaminati, era penetrata dentro di noi come l’ago di una siringa e minacciava di infettarci in maniera sempre più profonda. Tonino sembrava quello più duramente colpito, fisicamente, oltre che spiritualmente. Walter però era affetto da una sorta di contaminazione intellettiva, una specie di ossessione, che incominciava a manifestarsi in tutta la sua gravità.
Capivo che era necessario intervenire in qualche modo, modificare il corso degli eventi.
Confidavo nella mia azione. Non ero più un ragazzino: non ero più quell’esserino magro e poco appariscente che era partito un giorno per il mondo. Ora godevo della naturale autorità di chi viene da fuori, da una grande città, da un’esperienza che, a torto o a ragione, è percepita come superiore.

Andai a trovare la madre di Walter e la convinsi ad accordarmi il suo benestare per parlare col mio vecchio compagno.
Come speravo, Walter sentiva un gran bisogno di parlare e confessò tutto quello che poteva, tra lamenti e singhiozzi.
Conoscere Marta era stata la più avvilente esperienza della sua vita. Entrare in contatto con un mondo di ricatti, estorsioni e violenza ne era stato il corollario. Non c’è nulla che un uomo possa fare per liberarsi dall’ombra che la malavita proietta su una persona normale e onesta. Se si accetta una prima volta il compromesso, l’untume appiccicoso della colpa resta aderente all’anima e al corpo, contamina la persona nel suo insieme, si comporta come una malattia incurabile.
Il sesso e il denaro sono i vettori utilizzati dal male per diffondersi e conquistare spazio. Nel caso di Walter, erano stati utilizzati entrambi.
Marta era molto abile nel coinvolgere gli uomini con cui entrava in confidenza in una relazione che mescolava favori sessuali a lusinghe di guadagno facile e consistente. Sapeva scegliere molto bene le sue vittime, individuando le personalità deboli, disposte a lasciarsi guidare in un mondo che non conoscevano e non comprendevano e a esaltarsi per quella sensazione di onnipotenza indotta che prova chi apprende a sfidare la legge e a inoltrarsi nei vicoli esaltanti del pericolo.

Il male sa bene come usare il suo potere contaminante. È come se una goccia di un liquido infetto venisse a contatto con la pelle, la penetrasse e diffondesse le sue tossine in tutto l’organismo, danneggiandolo progressivamente, fino a ucciderlo. Il male è la morte liquida della materia, cioè di quella realtà visibile che chiamiamo materia e che forse è soltanto pensiero evoluto in forme percepibili, che il pensiero stesso è in grado di corrompere e disaggregare.
Walter era stato contagiato dal potere corruttivo del male e ora erano lo stesso pensiero, la paura, il rimorso a perseguitarlo.
La sua azione nell’oscura faccenda di Giulio era stata determinante.
Aveva fornito lui l’attrezzatura per riprendere il suo amico e si era accordato con Marta per avere una parte della somma che lei e il marito avevano intenzione di spillare al ragazzo. Nulla era stato lasciato al caso; tutto era stato programmato. Purtroppo però la reazione della vittima non fu quella prevista.
Walter non sapeva nulla di quello che era successo a Giulio, ma era convinto che fosse stato ucciso. L’amico era un giovane amante della vita e dell’allegria, nato in una famiglia facoltosa, che avrebbe potuto offrirgli una vita ricca di soddisfazioni, indipendentemente da una sua realizzazione professionale. Nemmeno un processo per un reato che era stato indotto a compiere poteva distruggere le sue speranze in un futuro che avrebbe potuto essere ancora molto piacevole. Perché avrebbe dovuto uccidersi?

“Questa situazione la puoi risolvere solo tu”, dissi a Walter.
“E come?”
“Scrivi; racconta quello che è successo. Fai una relazione sul ricatto, denuncia i colpevoli. Tu al massimo puoi essere accusato di complicità, ma solo nell’imbroglio, non nell’omicidio. Giulio ha bisogno di te: aiutalo; non lasciare impuniti gli assassini”.
“E se non mi credessero?”
“Non è possibile, perché la tua è anche una confessione. Avresti tutto l’interesse a non far riaprire il caso. Se lo fai è solamente perché qualche volta il sentimento di giustizia prevale anche sul nostro tornaconto. Ti crederanno e saranno costretti a riprendere in mano il fascicolo”.

Walter mi lanciò un’occhiata azzurrognola e spaurita. Non capivo se stesse ancora lottando contro la decisione che sapeva di dover prendere o se fosse tormentato dal pensiero delle conseguenze. Quali e quante azioni vergognose aveva compiuto, sotto la guida della donna che l’aveva attratto e dominato? Quali altri reati avrebbe finito per confessare?

“Lo farai?” Gli chiesi prima di lasciare la sua casa.
“Cosa?”
“Racconterai tutto quello che è successo?”
“Sì, lo farò”.

Avevo fatto tutto quello che mi era possibile per rasserenare il piccolo mondo in cui ero tornato. A mio modo ero diventato attore del dramma e non mi ero limitato a osservarlo da un palco, sia pure da una posizione di privilegio. Non restava da fare altro che attendere.
Andai a fare un giro per la città, arrivai fino al mare.
Il tempo era sereno, ma soffiava il maestrale e le onde erano sormontate da un ciuffo di spuma. Al di là dell’acqua, verso nord, si indovinavano le alture rocciose del golfo. Più a sinistra l’orizzonte libero, quasi immagine dell’infinito.
Rimasi ad accarezzare con gli occhi quella visione incantevole, chiedendomi perché noi uomini fossimo dotati di quella stranissima facoltà che chiamiamo valutazione estetica. Mi domandavo anche se fossimo le sole entità viventi a possederla. Un cane, un gatto, un delfino, un pettirosso erano in grado di apprezzare la bellezza?
Avevo avuto la fortuna di essere uomo e sapevo godere di quella fortuna, ma comprendevo anche che quella non era la mia vita. Dovevo tornare alla mia realtà, riprendere il mio posto.
Entrai in un’agenzia di viaggi e acquistai un biglietto per Milano.

Ed eccomi finalmente sul bus che mi porta in centro, da Linate: è bello tornare a casa.
Sono seduto e quasi mi piace sentire gli scossoni che il mezzo non riesce ad ammortizzare, guardo con ammirazione le donne che attendono alle fermate, donne che arrivano da tutto il mondo, ognuna col suo fascino, col suo stile. E gli uomini? Anziani signori dall’aspetto distinto che camminano a fatica, ma si reggono benissimo in quel veicolo che sembra ballonzolare incerto, uomini più giovani, scuri e robusti, che si spostano per lavoro, ragazzi pallidi che paiono cresciuti troppo in fretta. Anche questa è la mia gente.

Riprendo il lavoro e mi sforzo di tenere a distanza dalla mia mente quel pezzo di storia che ho lasciato alle spalle, ma compro tutti i giorni il giornale della mia terra, ed è proprio il giornale che mi racconta la conclusione di quella storia bizzarra, una delle tante in cui la ragione rinuncia a far valere la propria superiorità per arrendersi al potere dell’inspiegabile.
La tragica vicenda di Giulio è tornata in prima pagina: il caso è stato riaperto e finalmente la verità comincia ad affiorare. La testimonianza di Walter ha consentito di incriminare i colpevoli. Persino le foto sono riapparse, ritrovate in una tetra casupola di campagna, in cui nessuno era mai andato a curiosare.
Walter però non è riuscito a liberarsi dalla morsa del male. Un giorno è scomparso, lasciando la madre nella più cupa disperazione. Hanno trovato il corpo in mare, molto tempo dopo. Forse si è trattato di un suicidio, forse di un altro delitto, per vendetta questa volta.
Quanto a Tonino, ho saputo che era stato dimesso dall’ospedale e che pareva guarito, ma credo che si trattasse di un benessere passeggero e illusorio. Dopo qualche tempo fu colpito da una strana forma di tumore, incurabile e galoppante. Ora è sepolto nello stesso cimitero in cui spero riposi Giulio, finalmente placato, e dal quale mi terrò decisamente lontano, almeno finché avrò ancora un corpo materiale. Poi, se il mio fantasma avrà il desidero di tornare in quei luoghi, lo faccia pure, visto che per lui tempo e spazio non avranno più senso.

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La morte liquida – 4

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4.

Un paio di giorni dopo l’incidente la salute di Tonino cominciò a peggiorare, finché il suo medico decise di farlo ricoverare per cercare di capire le cause dello strano intorpidimento che dalla mano era giunto al braccio e, anzi, sembrava diffondersi, lentamente ma inesorabilmente, in tutto il corpo.
Andammo a trovarlo in ospedale e ci sembrò di entrare in una sorta di incubo, uno di quei momenti del reale di una così assoluta lucidità, da parere una rappresentazione filmica.

L’ospedale era moderno e inquietante, con tante vetrate bianche che sembravano nascondere i misteri della vita e della morte. Carrelli con aghi e siringhe viaggiavano incessantemente tra i corridoi e le corsie. Le infermiere giravano con delle orribili ciabatte ortopediche bianche con la suola di legno. Per mia fortuna non conoscevo molto degli ospedali e imparai molto in quei giorni sui loro costumi e sul rituale che vi si osservava. Appresi così che il personale era suddiviso in caste, segnalate dal colore del camice, che esisteva una serie di complicate procedure per accedere alla conoscenza: Le notizie fondamentali erano di solito riservate ai parenti e i semplici amici non avevano diritto di conoscere la situazione, che veniva perciò comunicata per interposta persona,

Eravamo tutti piuttosto scossi dalla piega che stavano prendendo gli avvenimenti; ma uno di noi cominciò a manifestare segnali di particolare nervosismo: era Walter.
Per qualche ragione Walter si sentiva coinvolto più degli altri, forse perché era rimasto sul luogo, frequentava la stessa università di Giulio, non era un migratore bastardo e senza patria come me. Le sue radici erano calde e sicure e lui non si era lasciato attrarre dal fascino di un mondo lontano e sconosciuto. La sua famiglia gli aveva avvolto attorno al collo un caldo foulard e con quello l’aveva tenuto legato, in vista di un futuro mediocre e segnato, ma senza rischi.

Solo più tardi avrei saputo che era stato lui a presentare Marta a Giulio, forse per fare un favore a un amico, al quale, se è in crisi sentimentale, si presentano le donne che si ritengono disponibili e magari non lo sono per niente. Sapevamo tutti quanto Giulio avesse sempre sofferto per la mancanza di una realizzazione nella vita sessuale, mancanza di cui tutti avevamo una triste esperienza, per il fatto stesso di vivere in un ambiente chiuso e fortemente bigotto, dove solo pochi felici avevano notizia di dove il sesso stesse di casa.
Quel giorno guardai fisso Walter e notai che aveva il viso stanco di chi ha dormito male, o non ha dormito affatto. Ma quello che mi fece impressione fu il suo sguardo, torbido, sfuggente, lontano, lo sguardo di un uomo che vive la sua quotidianità pensando a qualcos’altro e che di questo qualcosa ha paura.

C’era veramente qualcosa che trascendesse la realtà visibile e oggettiva, che superasse il senso borghese della vita per l’affermazione di una realtà soprasensoriale e sopraindividuale? Esisteva davvero una dimensione etica di fronte alla quale il nostro benessere individuale risultasse subordinato? Era questo che mi chiedevo in quei momenti. Forse nelle acque segrete di quella dimensione inafferrabile vagavano le coscienze individuali di coloro che avevano concluso la loro esperienza terrena, in quella regione invisibile persistevano sentimenti e dolori, si rifugiavano entità tormentate da un desiderio di giustizia e verità più forte della loro stessa esistenza.

Continuammo a vederci al bar, noi vecchi compagni, ma dopo la visita a Tonino in ospedale Walter abbandonò il gruppo. Venne invece a trovarci il Torri. Con la sua figura un po’ tozza, da vecchio intellettuale di provincia, ancora fiero delle sue origini contadine, non metteva certamente a disagio i suoi interlocutori e cominciò così a infilarsi nei nostri discorsi.

“Strana faccenda”, disse.
Gli altri lo guardarono, sconcertati per quella considerazione, che pareva dettata da una valutazione immediata, prossima nel tempo, e non collegata a un fatto accaduto tanti anni prima.
“E lei come la vede”, chiese a Floriana.
“Come? Non so”. Floriana era stupita. Era una robusta bellezza di paese, in apparenza priva di complicazioni. “Non mi sarei mai aspettata che succedesse niente del genere”, disse.
“Che cosa pensava di Giulio, Floriana?”
La donna sorrise, di quel sorriso un po’ tirato, che esprime spesso nelle signore insieme compatimento e un pizzico di non troppo celato disprezzo.
“Certo non era bello”, cinguettò.
“Ma con voi ci provava”.
Il sorriso divenne più accentuato.
“Certo, gli sarebbe piaciuto, ma proprio… Anche se era molto ricco”. E si fece seria nel dirlo.
“Non uscivate con noi, se ce lo portavamo dietro”, dissi.
“Beh, voi eravate ragazzi – pausa – normali. Lui era grassottello, e nero: sembrava un cinghialotto”.
La capivo. Nemmeno io avrei accettato avance da Giulio, se fossi stato una donna. Certo come amico era un’altra cosa…
“E tu cosa pensi?”, mi chiese Turri a bruciapelo.
“Penso che ora lui stia in un’altra dimensione e bussi, bussi disperatamente alla nostra porta”.
Tutti si voltarono, qualcuno impallidì.
“Ma cosa vuole?” chiese Floriana.
“Vuole giustizia o, peggio, vendetta”, risposi.

 

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La morte liquida – 3

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3.

Alla fine riuscii a trovare qualcuno che mi raccontasse qualcosa della vicenda. Era un mio vecchio conoscente, si chiamava Franco Turri e scriveva occasionalmente per i giornali. Oltre che essere stato amico di Gino, aveva seguito bene la cronaca di quegli anni e poteva farmi avere le notizie che mi mancavano.
A quanto si riferiva, Gino, dopo la mia partenza, aveva iniziato a frequentare l’università, sostenendo alcuni esami facoltativi, ma lasciando da parte gli esami fondamentali del suo corso di laurea. Gli era accaduto, nel frattempo, di conoscere una donna e di innamorarsene. Non era esattamente una ragazzina e aveva qualche anno più di Gino, che però sembrava molto più maturo della sua età, anche per via della sua corporatura piuttosto tozza.
Franco riteneva che lei fosse la chiave della storia o che fosse quanto meno moralmente responsabile degli avvenimenti sconvolgenti che fecero seguito a quella strana relazione.
La donna si chiamava Marta Chiari e per una che pareva avere interpretato nella vicenda la parte di dark lady il nome era una sorta di beffa del destino. Era sposata, ma viveva sola, per una sorta di separazione di fatto dal marito, un piccolo commerciante perennemente in bolletta, più affezionato al vino rosso e alle discussioni calcistiche con gli amici che alla moglie. A quanto si sapeva, il marito di Marta non era proprio uno stinco di santo: aveva qualche precedente penale per truffa, minacce e falsa testimonianza, ma non sembrava coinvolto in un giro criminale di più alto livello. Era uno capace di spillare soldi a qualche sprovveduto o di fare qualche favore di dubbia legalità agli amici; ma tutto qui. Non era particolarmente violento né sufficientemente intelligente per organizzare un delitto e camuffarlo da suicidio. Almeno questa era l’opinione di Turri; ma si trattava appunto di un’opinione.
Essendo libera, Marta poteva ricevere Giulio di notte, senza farsi notare dal vicinato: La casa in cui viveva era isolata ed era composta solo da due appartamenti: in quello superiore viveva una vecchia sorda, che aveva pochi contatti col mondo esterno e riceveva visite solo di giorno, Era il posto giusto per coltivare un rapporto sentimentale mantenendo l’opportuna riservatezza.
La relazione tra Marta e il suo giovane amico sembrava procedere nella maniera giusta, quando intervenne un fattore nuovo e imprevisto. Questo fattore si chiamava Betty.
Betty era la sorellina di Marta e, quando Giulio la conobbe, non aveva ancora compiuto 15 anni. Era quindi una quattordicenne, svelta e fisicamente ben sviluppata, abituata a frequentare ragazzi e a utilizzarli, senza farsi troppi scrupoli.
Ricordo che quando, con gli amici, si andava in cerca di ragazze, non si chiedeva certo la carta d’identità, per capire se erano o meno maggiorenni. Certo, allora eravamo minorenni anche noi, e non ci saremmo lasciati sfuggire un’occasione solo perché una ragazzina disponibile non aveva ancora raggiunto l’età che consentiva legalmente di fare l’amore. C’era sempre il timore, è vero, di commettere un peccato mortale, ma sapevamo per esperienza che, a parte i severi rimproveri di qualche confessore e qualche penitenza fastidiosa, ma senza conseguenze corporali, anche i piaceri del sesso potevano essere perdonati. A dire il vero, a parte la fornicazione, che nessuno sapeva dire o pensare esattamente cosa fosse, era particolare ossessione dei custodi della nostra moralità quotidiana il divieto di commettere atti impuri (cosa che facevamo spesso), soprattutto però in compagnia. Devo dire che quest’ultima modalità non ci passava proprio per la testa e pensavamo che derivasse da qualche oscuro e proibito rito seminariale; ma il confessore si assicurava che quel rito non avvenisse e solo dopo essersi tranquillizzato si risolveva a impartirci l’assoluzione per i nostri peccati solitari.
Il nostro amico sperimentò quindi con la piccola Betty una sensazione già provata da poco tempo, essendo ancora molto giovane, provata più come desiderio che come realizzazione, e quindi tanto più violenta e irresistibile.
Betty era andata a trovarlo, nel monolocale che la sua famiglia aveva acquistato in città per consentirgli di seguire gli studi universitari e poi l’aveva circuito al punto di convincerlo a incontrarla quella sera stessa in casa di Marta, dove la sorella maggiore era assente.
Lì, con un braccio aggrappato al suo collo, con l’altro braccio avvolto come un serpente tra la sua schiena e le sue natiche, appoggiato in modo indolente e apparentemente casuale, c’era una delle ragazzine che noi seguivamo a distanza per le stradine tortuose e acciottolate della città vecchia, dove all’imbrunire gli oscuri antri di accesso alle abitazioni, da cui si dipartivano lunghe e ripide scale di ardesia, sapevano di peccato e depravazione. Lì dentro, nelle buie cantine, nelle misere stanze che odoravano di varecchina, immaginavamo fornicazioni e atti impuri. Le ragazze dalla pelle bionda e dalle gambe tornite, abbronzate come sanno esserlo le donne di una città di mare, le ragazze dalla bocca morbida come un frutto e dalle mani lascive, che abilmente estraevano il piacere dai corpi degli uomini. Ah, le mani, le mani di Betty, che scivolavano sotto la maglietta di Giulio e ne esploravano la pelle bronzea! Le mani che si inoltravano su quella pelle, scura e tesa, e che iniziavano la loro ritmica carezza, mentre l’altra mano scendeva dal collo ad ascoltare il battito del cuore, quasi impazzito! Giulio, sudato e accaldato, si era tolto la maglietta e aveva aiutato la ragazza a spogliarsi, a sua volta, per cui ora erano nudi e indifesi davanti alla macchina che registrava impietosamente le immagini di quell’incontro. Erano immagini sconvolgenti e disgustose, disse il Turri, che le aveva viste tutte; anche troppo eloquenti, di una minorenne dalle forme eccitanti che, inginocchiata davanti a un grasso universitario, con le braccia saldamente aggrappate alle natiche del giovanotto, ne accarezzava con la bocca e la lingua il principale strumento di piacere, ottenendo gemiti e fremiti che preannunciavano un’imminente esplosione. Questo testimoniavano le immagini: lo svolgimento di un’azione banale e frequente, naturale ma estremamente eccitante e coinvolgente, un’azione che spesso le mogli rifiutano, ritenendola una pratica sporca, da amanti o da ragazzine in calore, con frasi del tipo: “Che schifo, sei bagnato”. Una pratica di cui nemmeno i confessori si preoccupavano troppo, a meno che non fosse effettuata in gruppo e da persone dello stesso sesso. Si trattava di peccati minori, comunque, dovuti alla debolezza della natura umana, non coinvolgevano dogmi teologici, non bestemmiavano Dio e i santi, non mettevano in dubbio la natura divina del Cristo. Insomma, non sconvolgevano più di tanto il sistema religioso.
Però erano inaccettabili dalla società ed erano perseguibili per legge, se praticati con minorenni. Non tener conto delle raccomandazioni di una sostanziale prudenza costituiva spesso un errore fatale, che tanti maschi compivano per non essere in grado di controllare i propri istinti profondi. Insomma, quando la legge si oppone all’istinto, è sempre lei a prevalere.

Giulio capì troppo tardi di essere stato raggirato. Se ne accorse solo quando qualcuno gli fece sapere che il convegno amoroso era stato accuratamente registrato e gli fece recapitare, in busta chiusa, nella cassetta delle lettere, delle immagini piuttosto esplicite. Le telefonate che dovette ascoltare e subire erano quelle di una persona che parlava con voce contraffatta. Non sembrava proprio quella di Marta, né si rilevava il timbro maschile della voce di suo marito; ma sicuramente qualcuno aveva predisposto quell’imboscata, qualcuno che poteva introdursi liberamente nella casa della donna, qualcuno che ne conosceva la conformazione, che sapeva dove collocare un’attrezzatura per riprendere un convegno amoroso e che aveva la possibilità di portarla via subito dopo. Riflettendoci, la persona che aveva sicuramente le chiavi dell’appartamento e che lo conosceva nei minimi particolari, oltre alla piccola Betty s’intende, era proprio Marta; ma come era possibile che la donna che aveva con lui un rapporto così stretto e particolare fosse stata capace di imbastire un inganno così ripugnante, utilizzando per giunta la sorellina in una parte decisamente audace, quanto riprovevole. Giulio affrontò l’argomento con la sua amante e cercò di metterla alle strette; ma la donna negò tutto. Secondo lei era stato il marito, o meglio l’ex marito, a procurarsi una copia della chiave e a coinvolgere la giovanissima cognata nell’intraffuglio, come lo chiamava, inventandosi forse la parola o usando un termine che qualcuno dei suoi aveva creato arricchendo un codice familiare espressivo e buffonesco. Era concitata e drammatica, credibile nella sua recita, e Giulio per qualche giorno le credette. Purtroppo, però, una sua mancata partecipazione al complotto non risolveva nessun problema. I ricattatori chiedevano cinque milioni di lire, che per quei tempi erano una bella cifra, per non divulgare le immagini e le registrazioni dell’avventura illecita del giovane, e lui, il ricattato, non sapeva assolutamente dove andarli a prendere.
Furono giorni di assoluta disperazione, con Marta che suggeriva a Giulio di raccontare alla famiglia il guaio in cui si era cacciato e Giulio, che piuttosto che confessare qualcosa del genere a sua madre si sarebbe sottoposto alle peggiori torture. Figuriamoci: che vergogna per la famiglia, quale danno per tutti, ma per la sorellina, in particolare! Quale sarebbe stata la sua vita con un fratello in galera?
Quello che probabilmente fece maggiormente soffrire il mio amico fu però il sospetto che continuava a nutrire nei confronti di Marta e che a un certo punto si trasformò in certezza.
Giulio aveva continuato a vedere la sua compagna e una sera, mentre si recava da lei, vide uscire dal suo portone un uomo, che pareva proprio l’ex marito, il vecchio truffatore col quale la donna asseriva di non avere più alcuna relazione.
Secondo il Turri, quella sera Giulio aveva avuto uno scontro con Marta e probabilmente la verità era esplosa, nella drammaticità del diverbio. Ormai appariva chiaro che il giovane non disponeva di danaro sufficiente per pagare un riscatto, né era disposto a chiedere quei soldi ai suoi familiari; ma anzi, colto dalla disperazione, era disposto a denunciare i ricattatori. A Marta non rimaneva a quel punto, per evitare il carcere e la rovina, che metterlo a tacere per sempre.
Tutte queste notizie Turri le aveva avute in parte dallo stesso Giulio, che sulle prime aveva fatto trapelare qualcosa, sia pure con mezze frasi, dicendo e non dicendo, per poi confessare tutto all’amico, a cui aveva mostrato le foto del fattaccio; in parte erano frutto di una sua credibile ricostruzione dei fatti.
A questo punto non restava che affidarsi alle ipotesi. Quella ufficiale (e accettata) faceva perno sulla depressione che aveva colpito il giovane, che per colpa del momento burrascoso aveva interrotto il suo corso di studi e non aveva più superato nemmeno un esame. Il suicidio sarebbe stato la naturale evoluzione di una crisi postadolescenziale e la conseguenza di una mancata realizzazione nello studio e nella vita.
L’ipotesi per cui propendeva il giornalista era invece che fosse stata proprio Marta Chiari a organizzare l’uccisione di Gino e che avesse provveduto, con l’aiuto del marito, a realizzare la finta impiccagione. Naturalmente non erano state trovate prove del delitto e le foto che avrebbero attestato il ricatto sembravano scomparse nel nulla. Il Turri ne aveva parlato, certamente, ma di fronte all’irreperibilità del materiale non aveva voluto né potuto insistere.

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La morte liquida – 2

Cappella della Torre di Londra

 

2.

Decidemmo di andare insieme al cimitero la mattina del giorno successivo. Era uno di quei cimiteri che si trovano appena fuori della città, ancora immersi nel verde, ma separati dalla campagna circostante da alti muri grigi.
Il mio amico era sepolto nella cappella di famiglia, una struttura dalle forme neogotiche, seminterrata, cui si accedeva attraverso una scalea in discesa.
La lapide aveva un’iscrizione in bronzo, in lettere capitali, e riportava il nome, Gino Mosca, poi la data di nascita, 1947, e quella di morte, 1970, preceduta da una croce.

Come spinto da una sensazione di preallarme, mi misi a osservare il soffitto, dove si vedevano delle linee verdastre. Guardando più attentamente, mentre i miei occhi si abituavano all’oscurità, mi apparve distintamente provenire da quelle linee una goccia di un liquido verde che si trovava proprio sopra la mia testa. Mi spostai istintivamente e fu allora che vidi la goccia cadere. Fu un attimo lunghissimo e solo allora mi resi conto che Tonino si era mosso e che si trovava proprio al di sotto di quell’umore fluido e verdognolo che sembrava fuoruscire dalla copertura della volta.

Non ci fu il tempo di riflettere, né di parlare, e mentre l’uomo si muoveva in avanti la sua mano si trovò ancora nella traiettoria della goccia e la ricevette sulla pelle del dorso.
Tonino si sentì bagnare e subito dopo un dolore lancinante gli strappò un grido. “Oh Dio, brucia!”, disse.
Presi un fazzoletto di carta e glielo porsi; lui cercò ansiosamente di eliminare i residui del liquido dalla mano, ma sulla pelle rimase un segno verde e il bruciore, seppure diminuito, non accennava a passare.

Uscimmo da quella specie di cripta risalendo velocemente le scale. Istintivamente cercammo una delle fontanelle che venivano utilizzate dai visitatori della città dei morti per cambiare l’acqua alle vaschette dei fiori. La trovammo e con la freschezza dell’acqua cercammo di alleviare il bruciore che persisteva su quella strana macchia sul dorso della mano del nostro amico.

La sera ci rivedemmo per cena in un ristorantino tipico e cercammo di passare il tempo in allegria, come succede tra vecchi amici, anche se Tonino sembrava ancora sofferente e certamente scosso dall’incidente inspiegabile che gli era occorso. Cercavamo giustificazioni razionali, pensando che qualche sostanza irritante, disciolta dall’acqua piovana, fosse penetrata nella cappella, rilasciando il suo segreto veleno.

La notte, le immagini della visita e lo strano incidente di Tonino si mescolarono ad altre strane elucubrazioni. Poco prima del risveglio, la figura del mio amico morto apparve, con l’aspetto sano e rubicondo che io ricordavo. La sua voce aveva invece inflessioni diverse e inusuali.

“Sono solo”, diceva in tono lamentoso, “mi avete lasciato solo; non so cosa fare”. Mi sforzavo di parlargli, ma senza riuscirci, come avviene spesso nei sogni: non è facile usare gli organi del nostro corpo per comunicare con le immagini dell’irrealtà. Ci si sente come paralizzati e impotenti per non riuscire a comunicare e si viene colti da un’angoscia profonda, Poi il viso tondo e scuro impallidì e si accese di una luce verdognola, prima di scomparire. Mi svegliai di soprassalto e mi alzai. Il sogno mi aveva lasciato stravolto. Provavo una profonda sensazione di colpa per essermi disinteressato per tutti quegli anni del mio amico defunto. Non avevo approfondito la storia della sua morte; anzi avevo inconsciamente tentato di cancellare quell’avvenimento sconvolgente, come se non si fosse mai verificato. Ora quel disinteresse mi si ergeva contro, come una forza negativa, e mi spronava a cercare di capire quello che per tanto tempo avevo voluto tenere distante e che rimaneva come una storia aperta, in attesa di una conclusione certa.

Mi lavai e mi feci la barba, in maniera approssimativa, con un rasoio usa e getta. L’impianto idraulico si era rimesso a funzionare a dovere e anche lo scaldabagno produceva una quantità sufficiente di acqua calda.
Sciacquai un pentolino e lo misi sul fuoco. La casa era perfettamente funzionante, anche se, naturalmente, non disponeva di tutti i comfort. Avevo comprato una confezione di te alla vaniglia e misi un paio di bustine in infusione in una tazza. Non avevo una teiera e nemmeno un limone per dare il giusto tono di agro alla bevanda, che risultava paurosamente dolciastra. Ma ormai da tempo mi ero abituato a gustare i cibi e le bevande più aromatici che si potessero trovare sotto l’occhio discreto del cielo. Cose che per altri sarebbero risultate abominevoli e non commestibili per me sembravano a mala pena alquanto aromatiche e sicuramente avrei potuto affrontare una lunga permanenza nell’Asia più profonda senza essere disgustato dalle cucine orientali.
Telefonai subito dopo a Tonino. Mi disse che si sentiva bene ma che qualcosa nella sua mano non andava. Gli consigliai di farsi visitare, per cercare di capire cosa gli era successo e per trovare un rimedio.

Due ore dopo Tonino andò dal suo medico per raccontargli l’accaduto; io l’accompagnai, per testimoniare la verità del fatto, che aveva dell’incredibile. Ora Tonino non sentiva più il bruciore e solo una chiazza verdastra, contornata da un lieve arrossamento, attestava l’esposizione alla sostanza irritante, probabilmente un acido; ma avvertiva come un lieve intorpidimento alla mano, al quale però il dottore non diede molto peso. In fondo era una reazione prevista, in presenza di vari tipi di sostanze.
“Bisognerebbe individuare l’agente”, disse il medico e gli prescrisse una pomata dermatologica generica al cortisone, per ridurre l’infiammazione che l’arrossamento rendeva evidente.

Avevo immaginato un veloce rientro nella mia sede di lavoro; ma lo sviluppo preso dagli avvenimenti con il bizzarro incidente di cui Tonino era stato vittima mi convinsero a trattenermi ancora per qualche giorno. Qualcosa di strano vagava nell’aria. Era come se il desiderio di conoscere mi trattenesse in quella città che, nel mutare, aveva conservato un’anima immutabile e misteriosa. Nel suo cielo continuavano a librarsi gabbiani che parevano immobili, tra nuvole e torri, come guardiani di uno spazio invisibile e impenetrabile. Per la prima volta, a contatto con quella che era stata la mia realtà, cominciavo a intravedere quello spazio.
Dovevo approfittare del mio momentaneo ritorno nei luoghi che avevano visto crescere me, e con me i miei amici, per trovare notizie sulla morte di Gino; ma incontravo dappertutto reticenze e difficoltà. Il fratello, Fabio, non mi volle neppure ricevere. “Voglio dimenticare”, mi disse al telefono, “Qui tutta la famiglia vuole dimenticare. Il fatto è stato chiarito: si è trattato di un suicidio. Gino è sempre stato un debole: ha avuto dei problemi che non è riuscito a risolvere e ha trovato la strada più facile per venirne fuori”.

“Non avete mai avuto dubbi?”, chiesi.

Dall’altra parte vi fu un breve silenzio.

“Si, ne abbiamo avuti”, rispose la voce, con un tono incerto e nell’insieme cupo. “Ma poi l’inchiesta credo che abbia chiarito tutto… No?… Ora siamo certi. Non si è trattato che di un suicidio… non può esserci stato nient’altro”.

Poi la voce si scusò perché aveva tanto da fare, appuntamenti, impegni di lavoro… Insomma, gli rincresceva, ma doveva proprio lasciarmi… non voleva sembrare scortese, anche perché una volta io ero piuttosto assiduo a casa dei Mosca e non voleva proprio che sembrasse che ora invece la mia presenza fosse occasione di fastidio.

Invece fu proprio quella la mia impressione. Fabio non voleva che si riparlasse più di quella triste storia che aveva lasciato un’ombra sulla sua vita e sulla sua famiglia. Ci sono storie e ricordi che vogliamo espellere dalla nostra coscienza, ma che continuano ad affiorare nostro malgrado; quando sono gli altri però a riproporre quelle memorie alla nostra attenzione, la reazione più immediata e istintiva è una sorta di sorda irritazione, accompagnata spesso da forme di approccio scortese o addirittura violento.

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