Artisti e sogni

Raramente mi è capitato di essere entusiasta di un film o di un’opera letteraria o artistica. In letteratura mi è successo con La morte di Ivan Il’ič e Anna Karenina di Tolstoj o Le Horla di Maupassant. Fare un film è un’operazione forse anche più complessa, in cui tante componenti devono armonizzarsi e parlare tutte insieme a chi assiste al miracolo creativo.

A questo punto devo confessare di essere un sentimentale, anche se spesso mi succede di ostentare cinismo e forme irrituali di fastidio per le opere che troppo apertamente mirino a suscitare risposte emotivo-sentimentali. In quanto sentimentale, sono stato coinvolto da un film perfettamente realizzato come La La Land, un film che è riuscito a parlare alla mia anima segreta, a suscitare emozione senza strafare, senza eccedere in una qualche direzione.

In definitiva: bella la storia, strepitosa la scenografia, ottima la musica, efficaci sceneggiatura, interpretazione, montaggio. Soprattutto, niente appare sopra le righe: il dramma è solo sfiorato, non degenera in tragedia, il finale agrodolce evita il tradizionale happy end holliwoodiano. I sogni meritano di essere trasformati in realtà, ma devono essere calati nel solco del possibile, del realizzabile.

Certo, chi come me non ha avuto il coraggio di rischiare e ha rinunciato a realizzare i suoi sogni artistici per adattarsi a una vita da impiegato, anche se, in fondo, un po’ sui generis, prova una stretta al cuore, riconoscendosi nelle vicende dei due protagonisti. Avevo immaginato una storia per un musical, tanti anni fa, che in qualche misura si avvicinava ai temi di La La Land. Stavo per scrivere la trama, ma poi l’ho dimenticata, e il musical non ha preso forma. E’ rimasto l’abbozzo di un romanzo, che però sviluppava altre istanze e altri contenuti. Sia il musical che il romanzo traevano spunto dall’immagine di una ragazza vista per un attimo a Londra, mentre fumava una sigaretta sotto uno dei grattacieli di Canary Wharf. La ragazza assomigliava un po’ alla protagonista di La La Land, ma è rimasta un sogno, che ormai si è dissolto, come le mie storie.

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Multiverso

In sogno avevo elaborato una mia teoria sulla struttura dell’universo e ne discutevo con i fisici. Avevo risolto molti problemi e fornito molte risposte ai dubbi sulle caratteristiche della realtà. Finalmente l’uomo avrebbe potuto avere informazioni chiare sul mondo, sull’energia, la materia, il mondo, le dimensioni, il pensiero, la vita.

Peccato che, appena mi sono svegliato, le certezze hanno cominciato a dissolversi. Le idee hanno perso consistenza, i legami logici hanno cominciato a spezzarsi. Insomma, avevo perso ogni cognizione di un complesso di idee che mi avrebbero assicurato almeno una laurea honoris causa in fisica, se non addirittura il premio Nobel nella stessa disciplina.

Quanto è fuggevole la conoscenza, quanto è vana la gloria in questo mondo!

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Sentimenti

Come si fa, alla mia età, a piangere come un bambino ascoltanto il finale del Tristan und Isolde? Certamente si tratta di una delle cose più belle che la composizione musicale abbia inventato, un sublime intreccio di tecnica e sentimento, una serie di ondate travolgenti, ottenute con un’orchestrazione che ha ben poco di umano, il ritorno del Leitmotiv, che ti penetra e dissangua. Nulla ci può essere di così bello e così terribile. Il piacere sfuma irrimediabilmente in un’esaltazione mortale, la realtà scompare, si eclissa, sostituita da sensazioni così violente da precipitare in un gorgo al di là della vita.

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Un mondo di api

Tutto è iniziato con l’aggregazione della materia e la conseguente creazione del tempo e dello spazio. Un processo continuo di differenziazione, dal generale al particolare. La materia si è modificata in forme innumerevoli, fino a produrre la vita. Sul nostro pianeta le cellule hanno dato origine a forme diverse, ognuna disseminata in milioni, poi miliardi di individui.

Quando l’uomo ha incominciato a pensare e riflettere, ha stabilito che fosse suo compito invertire la rotta: dal particolare bisognava tornare al generale, all’unità. Vi sono sulla Terra organismi che, se pur suddivisi in molteplici unità, agiscono (e forse pensano) come un essere unico. Pensieri religiosi o esoterici si muovono lungo questa direttrice: unificazione anche per gli umani.

L’individualismo, che ha consentito, tramite l’intuizione, il percorso conoscitivo, la genialità del singolo, lo sviluppo della scienza e della tecnica, deve lasciare spazio alla coscienza di gruppo. Questa vera e propria ossessione delle religioni e delle ideologie diventa di volta in volta imperativo sacro o necessità storica. Profeti e maestri di pensiero predicano da millenni la necessità dell’aggregazione. Storicamente questo precetto è alla base di vari tentativi, sulla cui logica fondamentale tutti sembrano d’accordo.

Il principio di fratellanza, sviluppato in ambito religioso o laico, si manifesta nelle forme più diverse. Gli uomini si aggregano in diverse strutture sociali: cacciano insieme, poi lavorano insieme, insieme combattono. Si creano paesi, città-stato, nazioni, imperi. I membri di società, più o meno segrete, operano per realizzare forme di unità sempre maggiori. Le religioni organizzano strutture basate su comunità di fedeli. Sapienti come Dante sognano strutture politiche universali, come l’impero. La storia moderna assiste allo sviluppo degli stati nazionali e le società segrete operano per realizzarle anche nei paesi in cui la suddivisione politica si pone come freno allo sviluppo economico globale. Il continuo stato di guerra in cui il mondo viene a trovarsi a causa delle contrapposizioni tra gli stati spinge il pensiero politico ed economico verso rinnovate forme di aggregazione. L’ideale è un potere unico, in cui le nazioni perdano rilevanza: una struttura universale a cui tutti debbano obbedire. L’individuo e le sue istanze finiscono per scomparire, dall’io si dovrà passare al noi, dove il noi diverrà sempre più un io universale. La religione laica del marxismo, in cui l’unione partiva dalle classi, e quella del globalismo capitalista, in cui si realizza il potere universale del capitale e del mercato, sono manifestazioni differenti di una logica comune: il ritorno all’unità. Il comunismo o le strutture nazionalsocialiste tentavano di creare società alveare in cui il singolo e la sua individualità potessero essere schiacciate al fine di realizzare un bene comune, di gruppo, in cui il gruppo era di volta in volta la classe, la razza, la nazione. Il globalismo mira a una diversa e più abile realizzazione, in cui il singolo rimane formalmente libero, di pensare e di agire, ma il suo pensiero e la sua azione sono del tutto irrilevanti. Ai muri e ai gulag si sostituiscono i muri di gomma, all’esaltazione ideologico-religiosa si sostituiscono distrazione e droga. Alle punizioni si sostituisce la soddisfazione di bisogni reali o apparenti. Un’élite di dominatori gestirà il potere reale, nel tentativo di creare quella società-formicaio in cui i singoli esseri, totalmente esautorati, navigheranno verso un ideale di benessere e moderata soddisfazione, illudendosi di poter decidere liberamente del proprio futuro.

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Gadda e L’Adalgisa

L’Adalgisa di Gadda. Grande scrittura, ricchissima, spunti gustosi, incredibile capacità di rappresentare la realtà milanese della sua epoca, ma c’è da chiedersi quanti lettori non milanesi e privi dell’eccezionale cultura dell’ingegner Gadda riuscirebbero oggi a capire anche la metà dei contenuti del testo?

Il testo è un’impresa linguistica, una costruzione più ingegneristica, ed era logico essendo stata creata da un ingegnere, che letteraria. Forme dialettali, neologismi scherzosi, tecnicismi, termini latini, tutto si combina e si fonde, in una composizione che, incredibilmente, appare equilibrata e godibile.

A Gadda tutto è concesso e tutto si può perdonare, anche quello che si segnerebbe come gravissimo errore a un ragazzino, anche i “diti”, il “gnente”, i “capegli”, come si perdonano le “zittelle” a Landolfi.

Avevo letto il libro tantissimi anni fa e ne avevo un vago ricordo.

Lo ricordavo, a dir la verità, più triste e meno grottesco e divertente e forse non avevo torto, perché la deformazione a cui Gadda sottopone tutti i suoi personaggi, bianchi, neri o turchini che siano, produce in fondo una sensazione di profonda tristezza, forse in quanto rappresenta un mondo che ormai non esiste più.

Qualche notazione non troppo politicamente corretta è evidente e individuabile senza fatica.

Frasi come “il cencio caccoso d’una negra” e i “labbroni senegalesi dai piedi caprigni” non esprimono di certo stima e simpatia per le genti africane. In confronto, il fascista Lucio D’Ambra, nel suo romanzo La perla nera, esprime molta più ammirazione per alcuni aspetti della cultura dei popoli dell’Africa. Sappiamo però che l’idea suprematista era tutto sommato dominante in ogni parte d’Europa ai tempi del fascio e ampiamente diffusa anche tra quelli che credevano in tutta sincerità di essere antifascisti.

Stimolante, Gadda, ma non imitabile. Purtroppo, invece, un nucleo duro di letterati amanti del virtuosismo, più che dell’affabulazione, in Italia ha gaddeggiato e continua a gaddeggiare, acclamato e ammirato da un uguale nucleo duro di lettori e critici, inconsapevolmente dannunziani, o forse joyciani, che non comprendono come certe forme di iperletterarietà siano tutto sommato le bare in cui la letteratura si autotumula, a vantaggio di autori meno raffinati, è vero, ma capaci di farsi leggere da stuoli di lettori più folti dei colti accademici che si prosternano di fronte alle squisitezze busimarianmoreschiane. Nessun problema, comunque. Ogni lettore ha il Gadda che si merita. La maggior parte dei fruitori delle italiche lettere invece continua serenamente a leggere i Carofigli, i Ferranti, gli Starnoni, i Tamari e i tanti tamarri, che pure esistono e sono pubblicati: tutti autori meno letterariamente complicati e di più facile comprensione. Ricordiamoci però che in Italia abbiamo avuto anche in tempi meno recenti esempi di buona e semplice scrittura, non dissimile da quella che si praticava e si pratica ad esempio nell’universo francofono, ad opera di Camus, Sartre, Mauriac, Gide, Modiano, Simenon, Ernaux. Abbiamo avuto anche noi scrittori che raccontavano storie, anziché imbellettare con ciprie e diamanti le pagine stampate. Questi scrittori si chiamavano Deledda, Tomizza, Soldati, Saba, Primo Levi, Rigoni Stern, Arpino, Prisco, Sciascia, e sono probabilmente la parte più sana e duratura della nostra storia letteraria, checché ne pensino i critici.

In conclusione, Gadda è una divinità da adorare, padrone assoluto della lingua, anzi dei linguaggi, compresi quelli classici, dialettali, stranieri, tecnici, capace di scrivere pagine da applausi a scena aperta, da clapandeggiare all’infinito, ma da non tentare di riprodurre, Dio ci scampi, come succede purtroppo anche a me, quando lo leggo per troppo tempo, cosa che invece non mi capita con Landolfi, con Stefano D’Arrigo, più condizionati da semplici bizzarrie arcaistiche o dialettismi.

Insomma, Gadda scrive pagine entusiasmanti, stupende, può essere utile per comprendere come si può agire sul linguaggio, come si può utilizzare la propria cultura nello scrivere, a patto che ognuno rimanga nelle proprie stanze e conosca i suoi limiti. Lui viveva su un altro pianeta e noi non troveremo mai scale sufficientemente lunghe per raggiungerlo. E poi, se volete capire alcune delle frasi più belle del Gadda de L’Adalgisa, andate a studiare il milanese, magari cominciando dai testi di Carlo Porta.

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L’ultimo sole

Nessuno pensava nel 2019 che una specie di raffreddore avrebbe potuto uccidere milioni di persone in tutto il mondo.

Tutto era cominciato in autunno con qualche strana polmonite, che venne addebitata alla solita influenza stagionale. Poi però erano arrivate notizie sempre più preoccupanti dalla Cina.
Un nuovo virus scoperto in quella terra lontana, nella regione di Wuhan, stava dilagando. La gente moriva in casa, o nelle strade, dove si precipitava cercando disperatamente l’ossigeno che i polmoni non riuscivano più a inspirare.
La Cina aveva reagito chiudendo in casa la gente, che veniva intercettata dai droni, se non ottemperava all’obbligo di clausura.
Nel resto del mondo i marcopoleschi imprenditori continuavano indefessamente ad andare e venire in aereo, a organizzare meeting, a frequentare escort, a distribuire mazzette, a fare affari legali e illegali. In questo modo il virus se lo portavano addosso e lo distribuivano al loro passaggio, senza alcuna avarizia.
Così il virus cominciò a circolare e non si riuscì più a fermarlo completamente. Gli ospedali diventarono centri desinati a diffondere la malattia.
Il mondo si era risvegliato sul set di un film catastrofico, in un abisso fantascientifico, costruito su un copione mathesoniano diretto da Romero.
Inconsapevoli zombies percorrevano le sue strade. Per lo più si trattava di maschi adulti iperattivi, imprenditori dall’animo sportivo, ricchi di contatti umani, che non si ammalavano, ma inevitabilmente contagiavano gli altri. Scene shiveristico-cronemberghiane si prospettavano all’orizzonte.

La cosa peggiore era che non si conoscevano cure per questo male, che appariva come una piaga biblica o come un’antica pestilenza, causata da una qualche punizione divina, essendo Dio arcistufo dell’umana nequizia. Gli unici rimedi indicati erano rimanere a distanza da altri esseri umani, lavarsi continuamente le mani, coprire naso e bocca con una mascherina omologata di stoffa e starnutire entro il gomito.
Daniele immaginava un mondo di esseri che andavano in giro starnutendo continuamente, e già l’immagine era disturbante, e percorrevano le strade con i gomiti sbrodolanti emissioni muccose, dato che i gomiti, a differenza delle mani, era assai difficile immergerli continuamente in acque purificatrici.

Si assisteva anche a una sostanziale inversione di valori. Il modello socialmente aperto, espansivo e gioviale, diventava negativo e finiva per essere esaltato il modello orsesco e stilita, introverso e solitario.
Addirittura era considerato pericoloso parlare troppo, a voce alta. Pareva veramente la vendetta dei musoni, un tempo ampiamente disprezzati. Soprattutto bisognava obbedire senza discutere e contestare. Insomma, il dantesco “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare”, tradotto in sardo col “mandiga e mudu” e in italiano col “mangia e zitto”, diveniva motto ed esempio da seguire.

In Italia furono istituite delle zone rosse, in cui era vietata qualunque attività, tranne quelle essenziali, come vendere alimentari o igienizzanti.
Quando si trattò però di bloccare le industrie che contavano, nessuno se la sentì di chiudere quelle fabbriche. Stato e regioni continuarono a passarsi il cerino, senza decidere, e alla fine optarono per una semichiusura, che danneggiava solo i piccoli imprenditori, senza ledere gli interessi della grande industria.
Naturalmente l’epidemia si mise a galoppare e rallentò solo perché intervenne un provvedimento di chiusura generalizzata e perché con l’arrivo della buona stagione diminuirono gli assembramenti in luoghi chiusi.
Molti, esperti compresi, si convinsero di un indebolimento del virus e credettero che ormai le tristi esperienze della prima metà dell’anno fossero solamente un ricordo.

Invece il virus prosperava nel resto del mondo, in America, in Europa, in India, e i viaggiatori italiani, quelli poveri che si precipitarono in Grecia, in Spagna e nei paesi dell’Est, e quelli ricchi, che solcarono il Mediterraneo e gli altri mari del globo senza freni, riportarono la malattia, nelle sue forme più violente, nella Penisola e persino in Sardegna, fino a quel momento quasi esente da contagi.
Tra una contestazione e l’altra, il governo dovette procedere a una nuova chiusura delle regioni più colpite e a riduzioni della mobilità in tutto il Paese.

Daniele è ormai anziano, a rischio, e l’epidemia non perdona, si sa.
Cerca di evitare i contatti, esce raramente di casa.
Bisognerebbe bloccare ogni spostamento, ogni incontro, ma la cosa non è possibile in assoluto.

A Salerno la gente sciama verso il lungomare, a Napoli si riversa nelle strade, a Milano si diffonde nei parchi e nelle periferie. Molti si affannano per godere di quel sole autunnale che potrebbe essere l’ultimo della loro effimera vita. Di doman non c’è certezza.

Forse stiamo andando tutti verso il nostro ultimo carnevale.

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Spirali

Ricordo di Nara

Rileggo le poesie scritte dieci anni fa, quasi tutte inedite. Non ho mai preteso di pubblicarle, anche perché non credo che la gente oggi sia più interessata a cercare la bellezza, nelle parole, nelle forme, nella musica. Credo che vada invece alla ricerca di sensazioni forti, della volgarità, del disgusto. Siamo finiti in un mondo distopico senza rendercene conto ed è un mondo che noi stessi abbiamo costruito, ponendo il mercato quale valore supremo, come una sorta di dio laico.

Ripropongo ora una di quelle vecchie poesie: quasi una riflessione sulla storia.

Spirali

Il regalo venuto dal Giappone
poi scomparso o nascosto
basteranno le pietre nel giaccone
per affondare lentamente? Sola
e accogliente la terra non rifiuta
chi versa il proprio sangue
nell’onda cupa di fluenti argille
lo inghiotte e lo riveste
Forse un cervo brucava forse un genio
folgorava tra il verde
un cupo verde bosco
 
Tanto gridare tanto ardore al vento
tante lacrime urlate nella storia
non mutano la sorte
Cesare muore e insieme a lui si spezza
la temuta tirannide ma il vento
già raccoglie altri avventi ed erte nubi
già rigonfie di miele e di veleni
lo scaltro Augusto ammassa Quante stelle
sul dominio risplendono e il potere
gentilizio s’impone
Oh quant’è dolce al tocco raffinato
genuflettersi e udire vaghe note
e signorili voci
educate e cortesi
Quasi non pare di servire basta
il rispettare leggi e tradizioni
per non cambiare il mondo
 
Ma il nemico è alle porte sporco e vile
maleolente e sgradevole plebeo
fino al cuore furente e rancoroso
rovescerà le mura
e valanghe di limo insulteranno
le immacolate tuniche
e sopra il tutto sorgeranno templi
di nuove forme e torri e cattedrali
per nuovi miti e sopra nuove antenne
stormi di uccelli poseranno in fuga
verso  nuovi orizzonti
 
Ora immobile e chiara
è l’aria e appena il fumo dei camini
la solca nel nitore delle gocce
appena scese il cielo si riposa
chissà cosa vedranno
gli occhi di un altro tempo
quando saremo quieti
e senza più speranze in una requie
eterna e senza veli
nell’universo assente delle sfere
tutto si sfalda singoli e nazioni
uomini e amebe uccelli e melograni
in eterne spirali

28 novembre 2010

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Ognissanti

Quest’anno il terrore è nell’aria, nelle cose. Non mi sembra opportuno proporre nuove storie horror, in previsione di una notte di Halloween che sarà pacifica e silenziosa, senza corse di bambini per le scale che s’intrufolino dovunque nel tentativo di procurarsi dolci e leccorníe varie.

D’altra parte, è da un bel po’ di anni che ho smesso di immaginare e scrivere storie ansiogene e horrorifiche. Le storie che penso adesso raccontano vite e sogni, realtà e sovrarealtà, percepite con la serenità contemplativa che è caratteristica della vecchiaia.

Per questo il rito autunnale di quest’anno sarà un ritorno alla meditazione, un accostarsi onirico al mondo dei morti, nel tempo in cui questi tornano ad affacciarsi sulla terra, rivivendo attraverso il nostro ricordo. Nell’eterno presente che solo esiste ogni essere appare nella sua essenza, sempre uguale e incorruttibile, in questa forma interagisce con noi, che ancora siamo sottoposti alle regole della vita biologica, nella prigione che chiamiamo Terra.

L’unica cosa che mi sento di riproporre è la mia classica marcia di Halloween, un video di qualche tempo fa, una musica nata come improvvisazione, per un racconto pubblicato in un ebook, in cui fornivo una mia versione, romantica ed elegiaca, delle nostre tradizioni per la notte di Ognissanti.

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Interpretazione della vita

Ognuno di noi procede per intuizione.

La verità è inconoscibile, perché la realtà è infinita e nello stesso istante è puntiforme, perché il tempo non esiste, se non in questa nostra dimensione, di cui siamo prigionieri.

Ogni intuizione conduce a risposte parziali.

Lo scrittore esoterico racconta una sua realtà parziale e intuitiva.

Ogni sua intuizione è espressa in un suo testo, in un suo libro. Dovrà essere il lettore a trovare le tessere del puzzle, la cifra nel tappeto complesso e multiforme della sua produzione.

Alcuni miei racconti forniscono parti della cifra, elementi della chiave. Spero di riuscire a completare il lavoro, che ho iniziato troppo tardi. Se non lo completerò, altri potranno assumere quelle mie intuizioni come spunti, come momenti che consentiranno di percorrere la strada giusta.

Storie come Il papa, La casa dove gli angeli cantano, Un giorno la nebbia, Jorg, Il lato angoscioso della luna, saggi come La croce e i sistemi di segni o Libri, piramidi e grottesche, raccontano il mio procedere disperato, le mie domande, le risposte parziali che sono arrivate dalla mia ricerca.

So che non vivrò ancora a lungo. Sto salvando in qualche modo i miei scritti e le mie musiche, il mio lavoro di una vita. Considero la realtà, la vita che conduco, come qualcosa di assurdo. Il mio corpo comincia a dissolversi. E’ come se avessi ricevuto un avviso di sfratto. Cerco di resistere, ma non ne avrò per molto. Tornerò nel caos, sarò riassorbito dal punto, dall’eterno presente. Il viaggio a spirale dell’universo e degli oggetti e degli individui animati, animali e piante, mi ha consentito di esistere come essere cosciente. Non me ne rammarico, perché non ci si può rammaricare dell’esistenza. Si è e basta. Inutile chiedersi il perché.

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Musica perduta

Confesso di aver abbandonato la musica per lunghi periodi.

Ascoltavo musica in un tempo in cui avevo solo la radio.

Ho seguito per tanti anni il terzo canale. Non ricordo nemmeno il nome esatto del programma, forse Radiomattina. Era una rete dedicata alla musica classica, sinfonica, etnica. La mattina era un concerto continuo. Autori noti e meno noti. Musica d’avanguardia e musica antica e misteriosa. Avevo fatto un elenco dei brani che ascoltavo. Dovrei averlo da qualche parte, in qualche quaderno. Quel canale era un miracolo. Dal fascino dei classici alle musiche ossessive di Bali si imparava ad apprezzare una musica differente dalle canzonette. Poi anche quella rete si è riempita di chiacchiere, come tutte le altre.

Da quel momento la musica è scomparsa dalla mia vita. Anzi ho tagliato con musica e letteratura. Si è trattato di un rifiuto che è durato vari anni e che non mi ha consentito di conoscere gran parte della produzione corrente di quel periodo.

La radio è tornata a farmi compagnia negli anni Ottanta, i miei primi anni milanesi. Sentivo radio monte stella e qualche volta radio peter flowers. Facevo indigestione di musica e registravo anche su cassetta i brani dell’epoca.

Con il ritorno in casa della tv ho visto un po’ di video musicali, che alcuni canali trasmettevano in maniera continuativa. Dopo qualche anno mi sembra però di aver perso interesse anche per quel tipo di fruizione. Sono vissuto per anni ancora senza musica, mentre la letteratura era soltanto quella che riuscivo a leggiucchiare nelle pause tra un lavoro e l’altro. Letture casuali, per lo più di libri molto vecchi, sconosciuti al grande pubblico. Quanto alla musica, rifiutavo in assoluto di seguire gruppi e cantanti. Ogni tanto componevo qualcosa per creare musiche per i cd o dvd che producevo, in maniera sperimentale, per l’ufficio. Non potevo però far ascoltare quei brani al pubblico, perché la SIAE faceva pagare (e forse lo fa ancora) per l’esecuzione, anche se l’esecutore era l’autore. Insomma, l’assurdo era che avrei dovuto pagare una società per far ascoltare gratis la mia musica a qualcuno. Come se un contadino avesse dovuto pagare per far assaggiare i suoi pomodori ai futuri possibili clienti, o un pescatore per poter far conoscere il suo pescato.

Adesso sto recuperando almeno in parte. Ritrovo la musica che mi aveva affascinato da ragazzo, le grandi orchestre, i grandi interpreti, le splendide colonne sonore di una volta. Molti grandi nomi del panorama musicale del secondo Novecento e del primo Duemila mi rimangono però ancora estranei e spesso li scopro invecchiati senza averli mai conosciuti quando erano di moda. Ho appreso che centinaia di stelle del rock e decine di generi e sottogeneri musicali sono trascorsi come le meteore agostane. Mi dispiace, ma molti aspetti di quel mondo mi rimarranno sempre ignoti, invisibili perché il mio cielo era pieno di nuvole.

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