Sferolandia

sferolandia

Ripropongo, a distanza di tempo, uno dei miei vecchi racconti, pubblicati nell’ebook Il bacio della maschera bianca.

Lo spazio sembra grande e a dire il vero non se ne vede la fine. Sono certamente libero qui dentro: non ho bende, né legami, né catene. Posso alzarmi in piedi e sedermi sull’unica sedia o sdraiarmi sul letto; sono comodo, mi pare. Se volessi, e se lo sapessi fare, potrei sollevare i piedi in alto e camminare sulle mani, ma non ho particolari motivi per farlo.

Ho pensato a lungo, messo insieme le varie sensazioni da quando ho coscienza di me stesso, e ho concluso che questo spazio è una sfera. Tutto attorno a me domina l’azzurro. Non si notano muri, ma se ci si allontana troppo dalla stanza, in qualsiasi direzione: a sinistra, a destra, in alto, quella che sembra aria, aria azzurra, oppone resistenza, morbidamente ma implacabilmente. In basso poi, sotto i piedi, ci dev’essere pure qualcosa di resistente, una sorta di pavimento, altrimenti su che cosa camminerei?
Davanti a me c’è sempre stato, da quanto ricordo, uno schermo. Lo accendo quando mi sveglio e lo spengo prima di dormire.

Lo schermo – il mio sostegno e il mio tormento – Ci dev’essere una macchina da qualche parte, ma non riesco a vederla, una macchina legata a questo schermo, o una macchina remota cui fornisce segnali la macchina che produce tutto.
Un browser sfoglia l’universo, mi consente di vedere interrogare imparare sapere emettere parole scritte, parlare a voce se voglio con altre persone che devono esistere da qualche parte, perché con me interagiscono, parlano, scherzano, mi mandano pacchetti d’informazioni che chiamano file con suoni immagini statiche filmati. Ma a dire il vero manca l’evidenza della loro esistenza. Potrebbero essere esistite in un tempo remoto e ora magari sono sostituite da macchine che imitano la struttura del loro pensiero, il loro carattere, i loro usi verbali e le loro predilezioni.
Link – troppi link – tutti quelli che nascono, crescono e muoiono in ogni parte dell’universo, se c’è un universo, se quello che mi è stato detto, che ogni giorno mi viene descritto e raccontato con parole e immagini, è vero.

I link mi mostrano tutto quello che succede, al di là della sfera. C’è pericolo là fuori. Immagini di pioggia, nubifragi, inondazioni, o al contrario incendi, siccità in deserti assolati. Violenze, rapine, torture, uccisioni, mostri, vampiri, cannibali: è meglio, molto meglio, non uscire, mai, mai fuggire, mai avventurarsi nell’incertezza, nell’insicurezza, nel pericolo.
Che cosa mi manca, in fondo? Tutto mi è concesso senza che nessuno mi chieda niente in cambio. Sembra che non esista un’economia, come si narra che esistesse in passato, legata ad alcuni valori convenzionalmente riconosciuti, sembra che non esista il denaro.

Sono qui: questo è il mio approdo finale. La mia memoria non è più dentro di me. I miei ricordi sono filmati che possono essere richiamati dalla memoria totale col doppio click su un file. Alcuni non sembrano veri ricordi, ma registrazioni di sogni, ambientati in un altro differente mondo.
Si tratta di file in formato compresso con un ottimo algoritmo di compressione. La perdita di qualità è inavvertibile, sia a livello visivo che sonoro, ma altri livelli intervengono e vengono registrati: quello olfattivo e quello tattile, soprattutto. Persino i sapori riappaiono, miracolosamente, e sussistono situazioni di sinestesia che vengono utilmente registrate e riproposte, su richiesta.

Questa è la realtà, questa è la sola realtà in cui credo e forse nessuno l’ha creata. Probabilmente è sempre stata così ab aeterno e così sempre sarà.

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Killer city – 4

 ritaglio16

Cominciamo, dissi.
A fare cosa? Chiese Philip.
A disattivare le unità e le periferiche.
Cosa devo fare?
Cerca i contatti.
Non ne trovo.

Non c’era molto tempo per pensare. Il cervello doveva essere posizionato da qualche parte e poteva ordinare alle armi di spararci addosso, per difendere la postazione. La comunicazione però doveva avvenire tramite un sistema wifi, per cui non erano presenti fili, da staccare o tagliare.

Potrebbe essere dovunque, dissi.
Cosa?
Il cervello principale.
Beh, intanto eliminiamo quelli secondari, fece Philip.

Ronnie capì subito e iniziò ad abbattere la spranga sulle unità sfrigolanti. Si capiva che l’azione non poteva essere risolutiva, ma intanto c’era la speranza che quei servi non riuscissero più ad aiutare il padrone nella guerra.
Vedevamo che le scatole di metallo e plastica si accartocciavano e gemevano, ma nonostante questo qualcosa continuava a funzionare.

Non serve, dissi ai nostri, fate attenzione.
Via di là, disse Philip a uno dei marinai, che continuava ad accanirsi contro un armadio che pareva un megacomputer e rembrava resistere ai colpi.
Pensai che messo là davanti era un bersaglio ideale da parte dei tiratori dell’altra squadra, reali o virtuali che fossero.
Non avevo torto.
Quando incominciarono a fischiare le pallottole, cercammo di buttarci per terra, per proteggerci; ma il marinaio che combatteva il mostro non fece in tempo a sottrarsi alla furia bellica. Lanciò un grido e cadde sulle ginocchia. Era stato colpito alla schiena.

Johnny, gridò Philip, Johnny. Il giovane non rispose.

Bisognava pensare e decidere in fretta.
Dove poteva nascondersi il cervello?
Cercai di entrare nella mente ormai dissolta del vecchio signore di quel luogo e improvvisamente mi venne un’ispirazione.
Lo scheletro! Gridai.
Strisciammo sul pavimento e raggiungemmo la stanza dove il cadavere continuava a sorridere.
Il nucleo dei comandi doveva essere proprio lì, perché ci accorgemmo subito che quel luogo, da cui il vecchio militare dirigeva le operazioni, non poteva essere colpito da nessun lato. Infatti non aveva finestre, e la porta era fuori della portata di ogni possibile tiro nemico.

Soffocai il mio disgusto e mi accostai al corpo. Non c’era nulla di visibile, ma, tastando tra quello che doveva essere stato il collo e le spalle, mi accorsi della presenza di un collare. Attaccato a questo, sulla schiena, ben coperto dalla divisa, c’era un oggetto rotondo, che lampeggiava.
Eccolo, dissi.
Anche Philip si avvicinò e vide l’aggeggio di plastica che avevo scoperto.
E ora cosa facciamo?
Lo spegniamo, gridai. Trovai un pulsante e lo premetti velocemente, senza pensarci due volte. La luce dopo qualche secondo scomparve.

Il comando avversario, quello della squadra beta, era speculare a quello che avevamo conquistato.
Eravamo tornati indietro, per il passaggio che avevamo percorso all’andata. Giunti al punto di partenza, imboccammo il corridoio che immaginavamo conducesse all’ala opposta del palazzo.
La strada non era proprio identica e c’era un certo numero di scale e di stanzette da attraversare, ma alla fine raggiungemmo il quartier generale dei combattenti.
Avanzammo con cautela, non sapendo cosa attenderci, ma comprendemmo subito che ogni cautela era ormai inutile. Senza il controllo dell’unità appesa al cadavere di Olbert, le macchine erano diventate innocue.
Le luci delle unità informatiche però erano tutte accese e gli armadi, come le unità minori, producevano un sordo ronzio.
Ronnie non stette ad aspettare che qualcuno prendesse una decisione e si scagliò contro quei pezzi di metallo. Anche l’altro marinaio aveva rimediato un’asta con la quale prese a sprangate i computer.
Questo per Johnny, urlava.

A pensarci ora, forse sarebbe stato possibile recuperare una parte delle attrezzature e riutilizzarle, anziché distruggerle, ma troppa era stata la paura e troppo forte la rabbia per l’uccisione del nostro marinaio.
Ci volle una gran fatica, ma alla fine dell’epica lotta anche l’ultima luce si era spenta per sempre.

In fondo sono solo delle stupide macchine, disse Ronnie.

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Baggio e il suo organo

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Sabato scorso è avvenuta la prima presentazione in libreria del mio nuovo libro Un giorno la nebbia, nella saletta di “Linea di confine”, una bella libreria storica di quel curioso borgo chiamato Baggio, ora diventato quartiere di Milano, ma che ha conservato una sua spiccata individualità e speciali caratteristiche. Il giorno prima presentava il suo libro il mio quasi omonimo Gianni Mura, molto più noto di me e anche un po’ meno giovane, anche se noi Mura siamo tutti, in qualche misura, diversamente giovani. Non so se Gianni Mura appartenga alla mia antica stirpe. Non saprei dire nemmeno se i Mura dispersi nel mondo siano tutti di origine sarda. Sappiamo che Mura si chiama una città catalana, che si chiama Mura un fiume della Croazia e che la sequenza consonantica MR sia presente sia nel mondo indoeuropeo, come nel mondo semitico. Siamo coscienti però di essere molto antichi, come chissà quante famiglie al mondo, e forse per questo sensibili alle ricerche sulle origini dell’umanità e sul mistero che le circonda. .
Ero abbastanza preoccupato, anche perché mi pareva di dover reggere il confronto con un personaggio di tale qualità. Invece devo dire che raramente mi sono trovato così a mio agio, in un ambiente che non conoscevo. Parlare con loro è stato come discutere con dei vecchi amici.
Si è parlato del libro e dei tanti suoi temi
Alla riunione ho conosciuto un uomo, sardo come me, ma proveniente dalla Barbagia,una delle aree più autentiche della Sardegna, e con antenati di origine ebraica. Sappiamo che un gran numero di ebrei fu inviato in Sardegna sotto Tiberio (42 a.C. – 37 d. C.) , per lavorare nelle miniere e col segreto intento di creare problemi ai residenti sardi, gli irriducibili, che i Romani non riuscivano ad assoggettare completamente, anche se imposero la loro lingua, a tal punto che il sardo attuale è una delle parlate romanze più fedeli e arcaiche. Solo in Sardegna e in Romania, aree tra le più isolate dello stato romano, permane ad esempio il vocalismo originale latino, fenomeno per cui le u e le i latine brevi toniche sono rimaste tali, anziché aprirsi trasformandosi in o e in e (bucca=bocca, pilum=pelo), come avvenuto nel latino volgare e di conseguenza nella maggior parte delle lingue neolatine.
Gli ebrei però si fusero perfettamente con la popolazione locale, che aveva anch’essa in parte origini semitiche (puniche) e, di fatto, non si giunse mai a uno scontro etnico.
L’amico sardo, Pietro Angelo Ballicu, che si occupa nella vita di molteplici attività, legate alle sue conoscenze di tecniche tradizionali di medicina orientale, oltre che di psicologia somatica, bioenergetica ecc., suona anche, per passione l’organo e mi ha invitato a visitare l’antica parrocchia di Sant’Apollinare, chiesa vecchia di Baggio, dove esiste un organo di cui si propone da anni il restauro. Durante la visita alla chiesa e all’organo, mi pareva di essere come Roberto Giacobbo, mentre s’infila nei cunicoli di antiche costruzioni e nei recessi delle piramidi, e immaginavo segreti e misteri di quel luogo affascinante. Ero ancora troppo preso dalla serata per potermi concentrare a sufficienza, per cui non ho provato le sensazioni che avrei potuto e dovuto sperimentare ascoltando il suono dell’organo seduto nella cameretta interna, al di là della tastiera. Piuttosto, provavo come un senso di disagio, perché l’organo pareva un animale ferito, privo di parti essenziali del suo corpo, addirittura mancante della copertura dei tasti, asportata da chissà quanti anni. Se l’esperimento aveva lo scopo di arricchire energeticamente me, singolare cavia, devo confessare di aver provato un consistente accrescimento di energia nei giorni successivi, e non mi pare proprio che questo si debba a suggestione, visto che al momento non avevo goduto di sensazioni particolari.
Però mi sa che, se mi sentirò un po’ giù, forse una capatina a Baggio mi converrà farla, per ricaricarmi: magari funziona!
L’organo, però, restauriamolo davvero. Se lo merita.

(foto tratta dalla pubblicazione Fai (ri)suonare l’organo di Baggio, Milano, Il diciotto, 2012).

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Apprezzamenti

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Che dire di più?

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Killer city – 3

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Ci rendevamo conto di essere capitati in uno dei posti peggiori da visitare sulla terra. Era un luogo di cui ufficialmente nessuno conosceva l’esistenza. Lì si poteva scomparire nel nulla, senza lasciare tracce. I morti erano cremati, ci disse il guardiano, con un metodo che ne dissolveva per sempre le cellule, a temperature elevate, mescolati ai metalli o fusi per ricavarne sostanze vetrose.
Cosa ci consiglia di fare, gli chiedemmo.
Riemergere lontano dalla città. Attraversare i sotterranei e raggiungere l’uscita più lontana dal centro.
Andiamo allora, dissi.
Percorremmo insieme un centinaio di metri, ma fummo obbligati a fermarci.
Il passaggio era sbarrato. Un cancello di ferro impediva di proseguire.
Di qui non si passa, disse Philip.
Eppure fino a ieri era aperto, disse l’ometto.
C’è un altro modo per venirne fuori?, chiesi.
Sì, ma è pericoloso. Dovrete provarci da soli. Io rimarrò qui, fece lui. Dovrete aggirare i combattenti di una delle due squadre e penetrare nel loro quartier generale.
Sa dirci quanti saranno?
Non l’ho mai saputo, ma penso che non ci siano più di due o tre tiratori scelti, magari con qualche sostenitore.

Ci guardammo, io e Philip. Certamente l’uomo che ci aveva offerto una via di fuga faceva parte della città e non poteva esporsi troppo nell’agire in nostro favore, ma proporci di assalire, in cinque, un gruppo di persone bene armate e agguerrite ci sembrava una incredibile baggianata.
Lui si rese conto della nostra esitazione e aggiunse:
Se arrivate nel loro bunker, non vi spareranno: non è previsto dalle regole!
Quindi ci consiglia di farlo?
Non c’è altra soluzione, se rimarrete sotto tiro, prima o poi vi elimineranno.
Non c’era altra soluzione. Rimanere fermi a fare da bersaglio non rientrava fra i nostri sogni più felici.
Ci indicò la strada. Bisognava tornare indietro e percorrere un camminamento secondario, stretto e umido, che ci avrebbe condotti fino al nascondiglio della squadra alfa, la postazione da cui i cecchini tenevano sotto tiro le strade e le case di mezza città.

Ci fermammo un attimo, prima di entrare di prepotenza nella stanza dei tiratori. Eravamo ben decisi ad approfittare dell’effetto sorpresa e ci apprestavamo a vendere cara la pelle.
Per questo fu grande la nostra sorpresa, quando facemmo irruzione, con le armi pronte a sparare.
La stanza era vuota.
Una consolle fremeva, mentre punti luminosi si accendevano e si spegnevano come luci di Natale.
Dove sono andati? Chiese il mio amico.
Mi fermai un attimo a riflettere, poi finalmente riuscii a capire. Sì, era andata proprio così, non ci poteva essere altra spiegazione: i tiri erano comandati da un computer e un’intelligenza artificiale regolava quel macabro gioco. E gli uomini, quelli che avevano inventato quell’assurdo divertimento? Probabilmente erano morti, uccisi dalle continue caccie all’uomo, oppure sopraffatti dalla vecchiaia. All’amore della morte si era sostituita la morte vera, quella che aveva messo fine alla noia insostenibile di quegli avanzi di umanità.
Dissi a Philip quello che mi pareva di capire.
Chi ci salverà dalla noia dei computer? disse Philip.

Un richiamo giunse dalla stanza successiva, una specie di saletta che i nostri stavano esplorando attentamente.
Venite a vedere, gridò Ronnie, il nostromo. Stava sulla soglia e aveva in mano una spranga che aveva raccattato da qualche parte, lungo il cammino.
Entrammo e, al di là della sala, in un’altra stanzetta nascosta, c’imbattemmo in qualcosa che non avremmo mai pensato di vedere.
Ben posizionato su una sedia a rotelle, addobbato con una specie di antica divisa di foggia militare, c’era un uomo, o meglio quel che rimaneva di un uomo. Una massa di capelli schiariti dal passare inesorabile del tempo incorniciava i resti di un volto, di cui si poteva scorgere solamente il teschio, che pareva sorridesse in maniera beffarda.
Doveva essere trascorso molto tempo dal decesso, perché non era più avvertibile l’odore nauseabondo prodotto dai cadaveri in decomposizione, sostituito da quello che avrebbe potuto essere descritto come tanfo di chiuso o di muffa, quale quello che si rileva spesso nelle caverne.
Immaginai cosa doveva essere successo. Uccisi l’uno dopo l’altro tutti gli avversari e persi tutti i compagni di gioco, quell’essere era rimasto solo, a combattere con l’aiuto dei computer la più inutile e stupida battaglia che mai si fosse disputata sulla terra.
Alla fine, la morte aveva celebrato la sua vittoria definitiva.
I computer, rimasti soli, ma ancora perfettamente funzionanti, avevano continuato a seguire le istruzioni ricevute. La guerra continuava, non poteva interrompersi, perché nessuno aveva istruito i cervelli artificiali ad agire diversamente, a interrompere le gare e a smettere di sparare, dal momento che non c’era più un nemico in carne e ossa da uccidere.
Cosa rimaneva da fare?
Bisognava disattivare le macchine, almeno in quel settore, poi individuare la posizione del settore avversario e fare altrettanto.

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Venditore di sogni

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Mi sento un venditore di sogni. E’ vero, i sogni prima bisogna inventarli, elaborarli, proporli; ma questo non basta. Se si vuole essere certi che qualcuno li riviva insieme a noi, bisogna anche venderli, e non è un lavoro facile. Finora mi era capitato di vivere tra i libri, di contribuire anche alla loro creazione, ma non ero mai riuscito a considerarli come prodotti da inserire nel mercato. Ebbene, ora che comincio a vedere realizzati i primi libri che raccontano i sogni miei o dei miei personaggi, mi fa uno strano effetto proporli in libreria ai potenziali lettori. Mi fa piacere vedere che i lettori esistono ancora e che sono spesso alla ricerca di un buon prodotto letterario, cosa di cui tanti editori non sono consapevoli. Fa piacere vedere che non esistono solo lettori di bassa cultura, che si accontentano di ciarpame narrativo e poetico, e che ci sono anche nuovi lettori, che non dobbiamo deludere, noi autori. Certo non è facile inventare nuove modalità di narrazione, creare storie originali, che non ripetano i soliti schemi dei generi letterari di moda, ma bisogna provarci, e chissà che questa nostra vituperata letteratura non riesca a cavalcare una ripresa impensabile fino a qualche anno fa, e a competere ad armi pari con la produzione dei paesi che dominano l’attuale industria culturale.

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Identità e stati

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Ho atteso un bel po’ prima di parlare dei problemi che le identità stanno creando in Europa e nel mondo.
Istintivamente sono favorevole all’autodeterminazione dei popoli, anche se non riconosciuti e osteggiati nel loro desiderio di autonomia o indipendenza. Che questo invece sia opportuno o possibile nell’attuale momento storico è tutto da discutere.
La mia opinione è che oggi gli stati, creati con la violenza o attraverso spregiudicati compromessi internazionali, siano ancora troppo forti per consentire liberamente ai loro popoli di decidere della propria esistenza.
Se si valutano solo gli aspetti giuridici del problema, è ovvio che gli Stati abbiano ragione da vendere. Il diritto infatti riconosce le strutture politiche attualmente esistenti e i loro diritti, mentre i popoli non hanno dalla loro parte un’organo riconosciuto a livello internazionale che possa creare fonti giuridiche dello stesso livello di quello degli stati in cui si trovano, a forza o a ragione, ad abitare. Per questo catalani, curdi e tutti gli altri popoli senza patria non hanno molte possibiltà di successo.
Confesso di essere fortemente infastidito da tutti quelli che pontificano asserendo che le nazioni non possono essere smembrate perché le costituzioni non lo consentono. Le costituzioni proteggono lo stato e i suoi confini. Anche costituzioni come quella dell’effimera Repubblica cispadana o quella della Cisalpina affermavano che la repubblica era “una e indivisibile”, e lo stesso in qualche modo è assicurato da ogni costituzione possibile.
Uscire dalla legalità costituzionale e separare un popolo imprigionato in uno stato che non sente come suo è impossibile? No. Lo si può fare con un accordo, sempre che lo stato sia ben felice di liberarsi di quella porzione di stato che crea problemi contestando l’attività dell’amministrazione centrale. Succede naturalmente se la parte che desidera la libertà sia meno ricca del resto del paese. Infatti la Slovacchia, area povera della Cecoslovacchia, ha potuto ottenere l’indipendenza senza spargimento di sangue. Quando avviene il contrario, quando cioè un’area più ricca e progredita chiede di staccarsi da uno stato che non naviga in floride acque, la risposta non potrà mai essere pacifica.
La separazione a questo punto rende necessaria una rivoluzione.
Per quanto mi consta, si può attuare una rivoluzione solo se si hanno risorse finanziarie e militari sufficienti e se la maggioranza dei rivoluzionari è disposta a combattere. Insomma, non si tratta di scendere in piazza e prendere un po’ di legnate, ma di affronatre i carri armati e l’aviazione, disponendo di altri carri armati e altri aerei da far intervenire con qualche probabilità di successo. Siamo sicuri poi che ne valga la pena? Non sarebbe meglio invece attendere qualche decennio, lottando nel frattempo per indebolire dall’interno quelle strutture obsolete e fondamentalmente reazionarie che sono oggi gli stati unitari?
Il processo di aggregazione di stati e continenti dovrebbe lentamente svigorire le vecchie nazioni, fino a renderle inutili. Solo in questo contesto le aspirazioni di indipendenza amministrativa di alcuni popoli che non hanno avuto la forza di imporsi come realizzazioni statuali possono trovare soddisfazione.
Il momento non sembra essere ancora arrivato.
In Europa inoltre le identità, tutte le identità locali, sono messe a rischio da nuove forme di immigrazione sempre più consistenti e ingestibili.

Bisogna considerare che di solito non è prevista alcuna protezione per l’identità intesa come condivisione di valori, sentimenti, tradizioni, aspetto fisico. La stessa costituzione italiana garantisce solamente la lingua e l’art. 2 della legge 482/1999, che riconosce l’esistenza di dodici minoranze linguistiche, parla anche di “cultura”, ma sempre con riferimento alle stesse minoranze. Se gli italiani attuali dovessero diventare minoranza per effetto di una migrazione incontrollata da altri territori e continenti, forse sarebbe garantito (sempre grazie alla legge 482/1999) l’uso della lingua italiana, anche se diventata minoritaria in un contesto trasformato e internazionalizzato; ma gli usi e costumi, le caratteristiche fisiche e psicologiche, le abitudini alimentari e ludiche di ogni regione e città dove andrebbero a finire? A questo non c’è risposta. D’altra parte, lo stesso popolo italiano è un coacervo di popoli, spesso notevolmente diversi l’uno dall’altro, che si sono mescolati nel corso di millenni di storia. Vale la pena di insistere nell’opposizione a nuovi rivolgimenti storici che porteranno a ulteriori trasformazioni, proponendo qualcosa che potrebbe apparire come una difesa della razza di infausta memoria?
Tutti noi, chi più chi meno, siamo ibridi. Nelle nostre vene scorre sangue romano e italico, ma anche celtico, germanico, ebraico, punico, arabo, iberico, greco, slavo, anatolico e di chissà quali altri popoli dei quali nemmeno più conserviamo il ricordo.
E poi siamo così entusiasti di questa nostra provvisoria identità da voler combattere per affermarla e conservarla intatta? Non ho soluzioni da proporre, se non ampliare un po’ la protezione giuridica delle nostre culture, ben sapendo però che in futuro una nuova maggioranza di altra composizione etnico-culturale potrebbe rimodificare a sua volta le leggi e cancellare ogni traccia del nostro modo di vivere.
Non so cosa pensare, se non che la storia a volte intraprende un cammino e che cercare scorciatoie e vie alternative è impossibile o magari molto pericoloso.

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Killer city – 2

killercity

 

Per l’amor di Dio, venite via da lì, disse una voce che proveniva dal pavimento. Era così pressante e così decisa la richiesta che corremmo subito, al buio, verso il suono che ci aveva sottratto al fascino dello schermo.
C’era un’apertura nella pavimentazione marmorea e in quell’apertura una scala conduceva a un livello inferiore, dove si trovavano forse le cantine del palazzo.
Finite le scale, scorgemmo un uomo di bassa statura, dalla testa pelata, che teneva in mano una torcia elettrica.
Cosa sta succedendo? domandò Philip.
C’è una gara in questo momento, disse l’ometto
Che tipo di gara?
Una gara di tiro… a punti.
e chi vince?
Chi colpisce più avversari.
Con pallottole finte, immagino.
Philip pensava a una di quelle esercitazioni in cui i combattenti si colpiscono con proiettili che rilasciano macchie di colore o qualcosa di simile.
No… con veri proiettili.
Ma allora si ammazzano!
Sì, ed è così che si divertono. Perché il gioco diventa realtà.
E voi non siete in pericolo?
Sì certo, ma io sono il guardiano e non faccio punteggio.
Una pallottola vagante potete beccarla anche voi, fece il mio amico.
È per questo che, quando la gara è in corso, me ne sto tranquillo nei sotterranei.
E come fate a sapere che si tiene una gara?
Avvisano il giorno prima.
Ci guardammo perplessi.
Se volete uscire vivi da qui dovete andare oltre la zona abitata, ci consigliò il guardiano.
Era stato assunto, ci disse, per custodire i palazzi, poco dopo la costruzione di quel centro. Era un posto vivace, allora. Ci si era installata una ditta che lavorava nel settore delle intelligenze artificiali e che studiava prototipi anche per conto di vari governi. C’erano diversi alberghi, dove circolavano, in forma più o meno nascosta, membri dei servizi segreti di numerose nazioni. Non mancavano i locali notturni e i luoghi dedicati al piacere. Insomma, non era proprio un posto in cui ci si potesse annoiare, a quei tempi.
Poi, un giorno, era arrivato un uomo, un militare, che aveva incominciato a mettere tutta l’area sotto controllo. Alcuni turisti erano scomparsi o erano morti in circostanze misteriose. Pian piano gli alberghi, i locali, le abitazioni si erano svuotati e la noia aveva incominciato a dilagare. Gli eleganti palazzi, immersi nelle nebbie del Baltico, erano diventati covi di fantasmi. Le stesse aziende che avevano fatto costruire la città, l’avevano poi abbandonata, per non sottostare a un potere che non sembrava legato a nessuno stato riconosciuto dalla comunità universale. La loro era stata quasi una fuga, e si svolse in maniera così veloce che non ebbero il tempo (o forse la capacità) di portare via le attrezzature tecnologiche, che perciò rimasero in quel luogo.
Il capo militare, che si faceva chiamare generale Olbert, si impadronì di tutto e gestì il territorio con il supporto di una schiera di tecnici e di soldati.
Producevano videogames, soprattutto giochi di guerra, e con i proventi delle vendite mantennero in attività le strutture dell’isola.
Accanto a queste attività innocenti e legali, però, Olbert e i suoi dipendenti incominciarono a elaborare prodotti segreti e applicazioni militari, che vendevano sul deep web o avvalendosi di agenti reclutati in varie parti del mondo.
Ben presto sul deep web si diffuse la notizia che in area segreta del Baltico si poteva partecipare a war games più appassionanti di quelli virtuali, che avvenivano sui computer. Fu così che gruppi di fanatici cominciarono ad affluire in città per provare l’emozione di una vera lotta e di un vero pericolo.
Le macchine sperimentavano le varie applicazioni e gestivano veri e propri combattimenti, a supporto degli assassini che, in assenza di una guerra, cercavano di soddisfare in qualche modo l’istinto di morte che li dominava.
L’ometto che ci aveva accolto nei sotterranei non seppe dare indicazioni su quelle persone. Gli uomini che gestivano la città avevano sempre tenuta nascosta l’origine e il destino dei giocatori e lui, d’altra parte, non doveva occuparsene. Ci seppe dire solo che per la gara i combattenti erano divisi in due squadre, collocate in due aree distinte del complesso di costruzioni.

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Killer city – 1

xland

(Viaggi impossibili)

Il viaggio più strano e terribile in cui fui coinvolto mio malgrado fu quello che mi condusse a Xilgoland, terra che vidi poi indicata come X-Place su una carta navale britannica.
Era un periodo della mia vita in cui provavo un violento desiderio di evadere da quel sogno angoscioso che è tutto sommato la nostra vita, ma non trovavo altri modi per esorcizzare l’angoscia che precipitare nel gorgo di altri sogni, ancora più temibili e perturbanti.
Un mio amico inglese, Philip Manner, mi aveva invitato a trascorrere alcuni giorni sulla sua barca, navigando alla scoperta delle isole del Baltico. Avevamo intenzione di visitare terre poco frequentate e luoghi dal fascino oscuro, ma una tempesta improvvisa ci costrinse a cercare riparo in una baia nascosta, che credevamo facesse parte del territorio svedese. Manner confessò candidamente di non sapere dove fossimo approdati, ma il suo innato spirito di avventura lo spingeva comunque a esplorare quel territorio, per sfuggire in qualche modo al vento e alla pioggia che cominciava a cadere pesantemente. Stava per giungere la notte. Assicurata in qualche modo l’imbarcazione, in un braccio di mare riparato dal vento che al largo infuriava, sbarcammo su una banchina che si ergeva sopra una spiaggia pietrosa.
Eravamo in cinque: io, Philip, il nostromo Ronnie Fisher, che si alternava solitamente al timone con Philip, e altri due marinai: Johnny e Peter.
La lunga striscia di cemento s’incuneava fin dentro un bosco che separava la costa da una terra invisibile, che ci auguravamo fosse abitata da qualcuno.
C’incamminammo quindi dirigendoci verso l’interno, seguendo un viottolo che pensavamo conducesse verso un’area civilizzata.
Dopo circa un chilometro di strada, il bosco si aprì improvvisamente, rivelando uno spazio pianeggiante completamente abitato, ricco di costruzioni ampie e alte, quasi simili a grattacieli. La cosa strana era che tutti quei palazzi, e tutte le strade che separavano gli edifici l’uno dall’altro, erano totalmente privi d’illuminazione, così che quella città pareva una città fantasma. Le case, chiare e di stile contemporaneo, si rivelavano allo sguardo a causa della strana luminosità del cielo, tormentato dai lampi, che spezzavano continuamente le tenebre.
I palazzi che si affacciavano su quella che pareva la piazza principale della città erano provvisti di ampi portici in stile novecento. Mi pareva di entrare, senza permesso, in un quadro di De Chirico. Per proteggerci della pioggia c’infilammo in una di quelle passeggiate coperte, cercando uno spazio dove rifugiarci, per attendere che la tempesta diminuisse d’intensità.
I portoni erano tutti sprangati e le arcate, che ogni tanto interrompevano la lunga teoria delle case, conducevano verso cortili aperti alle intemperie.
Finalmente scoprimmo un passaggio che sembrava portare a un luogo chiuso e protetto. Qui non c’erano porte e si poteva accedere senza problemi.
Decidemmo di entrare, mentre fuori le raffiche di burrasca scagliavano getti di pioggia fin dentro il porticato.
Ci trovammo così, quasi senza accorgercene, in un’enorme sala, fiocamente illuminata. Mentre cercavamo di capire da dove giungesse la luce, uno schermo si accese all’improvviso.
La sala stava dunque prendendo vita.
Lo schermo era gigantesco e su di esso, sotto la parola game in caratteri rossi, apparivano i nomi e il volto di numerosi uomini e donne. Accanto a ognuno di essi appariva un numero.
Lo guardammo stupiti e vedemmo che si aggiornava periodicamente.
La prima schermata recava il nome del gioco, Killer City, e subito dopo apparivano i players, i giocatori, che erano i nomi che avevamo già visto alla prima accensione dello schermo.
Ci avvicinammo pieni di curiosità. Qualcuno quindi abitava quel mondo che pareva abbandonato e, forse per placare la noia, cercava un modo per divertirsi e passare il tempo.

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Ancora sul realismo terminale

oggetto

Il mio accostamento alle tematiche e alle modalità stilistiche del realismo terminale è dovuto a un profondo desiderio di contemporaneità.
Infatti nella ricerca di un’ispirazione e di un linguaggio atemporale si era arrivati a concepire una poesia talmente distante dalla concretezza da parere scritta da alieni.
Ben venga dunque la Saglichkeit, uno sguardo realistico al mondo oggettuale che ormai ci sovrasta, una visione del mondo più orientata a raccontare i nostri problemi come specie che le nostre individuali ubbie.
Naturalmente, ogni scuola, ogni corrente deve prestare attenzione a non trasformare una sincera ispirazione in maniera. La rottura con gli schemi del passato lirismo, il rifiuto di una ricerca di significati puri e astratti, tanto da non essere ancora esprimibili con le parole di una lingua concreta e comune, non può limitarsi alla descrizione di ambienti urbani degradati, non può esaurirsi in un futurismo pessimista, quanto l’antico era ottimista. Occorre qualcosa di più, occorre la capacità di interiorizzare i sogni e le paure del nostro tempo, cercare il superamento degli ostacoli e combattere la sensazione di fine, di morte, che si sta facendo tragicamente strada nella nostra società. L’arte, la scienza, la filosofia, la poesia possono continuare ad avere un senso solamente se non perderemo totalmente la speranza in un futuro. Altrimenti, rischieremmo di produrre rovine, fossili culturali che forse un giorno altre specie osserveranno, senza comprenderle. Segni non interpretabili, messaggi muti, proiettati nel tempo.

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