Allegro moderato e appassionato

Un bel pezzo poco noto, scoperto sul sito La regina gioiosa

la regina gioiosa

Gustaf Hägg (28 novembre 1867?-?1925): Trio in sol minore per violino, violoncello e pianoforte op. 15 (1896). Karel Sneberger, violino; Leif Berry, violoncello; Albena Zaharieva, pianoforte.

  1. Allegro moderato e appassionato
  2. Andante — Poco agitato — a tempo — Poco agitato [9:56]
  3. Scherzo: Allegro vivace — Trio: Meno mosso [18:03]
  4. Allegro con fuoco [25:53]

GH

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Il tè della Peppina

Una nuova moda si sta imponendo, sulle orme di quella che fu una famosa canzone dello zecchino d’oro, il caffè della Peppina.

Me ne sono accorto leggendo gli ingredienti dei diversi tè in vendita nei supermercati. Raramente nelle confezioni troviamo il semplice tè. Quasi sempre, se desideriamo un prodotto aromatizzato, scopriamo che, mentre negli anni passati potevamo trovare un tè all’arancia, o magari un semplice tè al mirtillo, adesso ci offrono le foglioline essiccate mescolate con una serie infinita di prodotti, tanto da costringere il povero cliente a consumare una bevanda che potrebbe giustamente essere denominata “tè della Peppina”. La stessa tendenza si può osservare anche in altri prodotti. Gli hamburger, per esempio, te li propongono già conditi, con un misto di erbe, alcune delle quali ti piacciono, altre meno. Alcune sostanze poi sono onnipresenti, come una volta il prezzemolo (cosa segnalata anche nei modi di dire). Tra queste troviamo l’aglio, amato e odiato per vari motivi, la liquirizia (per la felicità di chi soffre d’ipertensione), la curcuma, che ha un sapore orribile, ma è di gran moda. Spesso si aggiungono, nei contesti più vari, la melagrana, l’aloe, il ginseng, lo zenzero, la citronella, il rooibos, e perfino prodotti vegetali dei quali non sospettavamo nemmeno l’esistenza, come la moringa.

Temo che questa moda discenda dalla convinzione che alcuni dei principi costitutivi dei vegetali in questione facciano un gran bene alla salute. Faccio osservare però che, di solito, se desidero pranzare vado in ristorante o in trattoria e quando ho bisogno di curarmi entro in farmacia. Non mi verrebbe mai in mente di ordinare una cena alla mia farmacista di zona e di farmi curare da uno chef con due stelle Michelin.

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Gli anni migliori

Certo rimane il rimpianto per non aver saputo vivere, per un’esistenza guastata dall’insicurezza, da una timidezza che si trasformava in nevrosi, dalla coscienza di un’inadeguatezza che sgretolava il coraggio di sognare, di realizzare, di raggiungere gli obiettivi.

Resta il rimpianto per non aver saputo apprezzare quegli anni, gli anni in cui era possibile girare in auto per le città, in cui si faceva una corsa in autostrada da Milano a Sirmione solo per prendere un gelato, in cui gli stipendi consentivano di acquistare un abito in boutique, in cui si andava al cinema o al teatro con quattro soldi, in cui si scoprivano sapori nuovi, in cui credeva ancora nel progresso, nello sviluppo senza limiti, in cui si sperava nella fine delle guerre.

Resta il rimpianto per non aver capito che quelli erano gli anni migliori, quelli in cui si creava, si suonava, si cantava, si faceva arte per amore dell’arte.

Ora tutto questo è finito e non si può più tornare indietro.

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Follie e conigli mannari

Si è conclusa finalmente questa terribile estate, piena di follia, stragi, catastrofi, incendi. Se n’è andata, lasciando spazio a un autunno ancora instabile, carico di minacce, a strani e pericolosi percorsi seminati d’incertezze.

Così viviamo alla giornata, in attesa di uragani, bombe atomiche e magari di motori d’aereo che stiano per caderci addosso, mentre strani conigli mannari tentino di sottrarci al nostro destino. Quanto all’amore, le cose potrebbero andare ancora peggio, perché Love will tear us apart again

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Esclusione e meritocrazia

Ce l’hanno gridato in tutti i modi e in tutti i toni: ci vuole la meritocrazia. Solo chi è più intelligente, capace, geniale può essere scelto per svolgere qualsiasi tipo di attività lavorativa.

Con questo slogan nella testa siamo dimenticati degli altri; agli altri abbiamo chiuso tutte le porte.

Un tempo chi non sapeva cos’altro fare poteva scegliere di arruolarsi in qualche corpo militare. Oggi se vuoi diventare un militare devi avere eccezionali doti fisiche, fare sport agonistico con eccellenti risultati, entrare in una graduatoria, superare una selezione. Peccato! Non sei un supereroe, peggio per te!

Si accedeva all’ISEF con la terza media: oggi bisogna iscriversi a Scienze motorie all’università.

Se si aveva voglia di studiare e d’impegnarsi, ci si poteva iscrivere alla facoltà di medicina. Oggi c’è il numero chiuso. Potevi fare il custode in un museo o in una biblioteca. Oggi, per superare la selezione per i livelli inferiori nel Ministero della cultura, devi sopravvivere a una batteria di test che non sanno risolvere nemmeno i vecchi funzionari.

Ci sono, è vero, alcuni lavori cui si può accedere con la terza media, ma allora devi avere almeno la patente. Peccato che la criminalizzazione dell’automobilista inquinatore abbia spinto a limitare il più possibile il numero dei patentati, per cui per superare i quiz e accedere alla prova pratica devi essere almeno laureato in ingegneria o godere di una memoria ferrea. Di conseguenza, siamo pieni di incoscienti che guidano senza patente, sbronzi e strafatti di droga, mentre i giovani aspiranti sobri e osservanti delle leggi devono ripetere l’esame di teoria per varie volte, sempre che riescano a trovare i soldi per riprovarci per anni. Spesso rinunciano, condannandosi così a una disoccupazione permanente.

Chi non supera i concorsi, non riesce a vincere neppure una gara, non si diploma o si laurea con valutazioni superlative, non ha conoscenze, soldi, abilità per andare a fare uno stage negli USA, tutti questi poveracci, mediocri, scarsamente motivati, di intelligenza troppo comune, poco creativi, incapaci di inventare nuovi processi e nuove startup, dove li collochiamo?

Peccato che i non supermen siano la maggioranza, una maggioranza di esclusi, di emarginati, che o sceglieranno il suicidio, considerandosi rifiutati dalla società competitiva e meritocratica, oppure, prima o poi, scenderanno per le strade, armati di coltelli, pistole, molotov, kalashnikov, forconi, sassi e bastoni, e decideranno di prendersi, stirnerianamente, i beni che la società non consente di ottenere.

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Loop

Ormai è chiaro: sono in un loop, o almeno il mio mondo onirico sta vivendo in uno scenario ripetitivo, in una situazione senza vie d’uscita.

Cambia il nome della città, ma ci sono sempre una periferia degradata e un centro città da raggiungere. Le persone che incontro, i classici aiutanti delle fiabe, mi forniscono indicazioni che mi indirizzano, attraverso un percorso di strade in discesa, verso un luogo dove il mio viaggio si ferma. La strada si conclude quando raggiungo l’acqua. Può essere il mare o un lago, ma so che non potrò andare oltre. Gli aiutanti mi hanno ingannato, anche le donne vestite di nero che stavano sedute a tessere sulla porta di casa.

Non so che fare. Posso tornare indietro? E’ possibile cancellare il tempo?

Eppure qualcosa ogni tanto avviene, in quella che credo sia la vita reale, ma non risolve i miei problemi, né riduce la sensazione di sostanziale fallimento che accompagna i miei giorni, forse perché non ho avuto mai il coraggio di trovare una barca per andare oltre le barriere dell’abitudine, di abbandonare la sicurezza per una vera avventura. Perciò le mie sole avventure possibili devo ridurmi a scriverle o sognarle.

Non ho un’immagine dei miei sogni: non è ancora possibile registrarle, anche se sono terribilmente chiare. Vi lascio però una musica, ossessiva, angosciante, come sanno crearle i compositori di colonne sonore. L’ho ascoltata oggi in tv e l’ho ritrovata su youtube. Ve la propongo.

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Vangelis

Questa è la musica che mi sarebbe piaciuto scrivere, se avessi avuto il coraggio, se solo avessi avuto il coraggio, di scegliere la vita e l’attività in cui la mia natura mi chiedeva di buttarmi. Invece il timore di un futuro incerto mi ha spinto, mio malgrado, ad abbandonare il lavoro artistico per un futuro più garantito, banale e borghese. Ho pagato per quelle scelte e non ho più il tempo e l’occasione per tornare indietro. Eppure sono cresciuto con la musica dei grandi compositori di colonne sonore, da quelle holliwoodiane a quelle europee e universali. Quella è stata la mia esperienza musicale, distante mille universi dal pop sanremese o dal rock anglosassone.

Ora anche uno degli ultimi rappresentanti di quella tradizione se n’è andato, ma le sue creazioni saranno immortali, mentre nessuno ricorderà le centinaia di brani che in gran segreto ho continuato a comporre, osteggiato in casa e non sostenuto da nessun altro. Quasi mi vergognavo di questa produzione clandestina e inutile, che nessuno avrebbe mai ascoltato, né utilizzato per un film o per una qualunque sigla o rappresentazione teatrale.

Ora è troppo tardi, ma morirò con il rimpianto di non aver coltivato in tempo quello che si poteva coltivare, nella musica, come nella poesia o nella narrativa. Veramente bisognerebbe disporre di molte vite, per non buttare via i doni della natura, della mente, o del Dio che è in noi. Questo, al di là di tutto, mi sembra il vero peccato, che sarà ripagato da un eterno rimpianto, incastonato nell’inferno immortale della nostra anima.

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Odessa

Bee Gees: Odessa (1969)

Sarà per colpa della guerra, sarà per colpa della nostalgia di un tempo passato, in cui la vita era ancora comoda e piacevole e specialmente tutta da vivere, ma mi sono ricordato di un brano che mi aveva a suo tempo affascinato. Il brano è Odessa, dei Bee Gees, e faceva parte di un doppio Lp comprendente alcune delle migliori composizioni di quei tempi, quando ancora non dominava la disco music e gli artisti creavano melodie che ascoltiamo con ammirazione anche ai nostri giorni. Certo, la musica è di un altro secolo, ma il suo impatto emozionale rimane molto forte. La storia raccontata nella canzone non è direttamente legata alla città di Odessa, oggi in pericolo, ma un filo tragico sembra collegarla alle vicende di oggi, al Baltico, alla Finlandia, altro paese che rischia di essere ingoiato dalle onde devastanti della follia bellicista che ha invaso l’Europa, piccolo bastimento disperso nelle tempeste della storia, come la nave inglese Veronica, di cui parla il testo dei Bee Gees.

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Guardare indietro

Nella maggior parte del mondo la cultura prevalente è quella militare, una cultura che predilige risolvere i problemi con l’opzione bellica. Si tratta di una visione del mondo primitiva, ma purtroppo ancora dominante. I popoli dell’Europa dell’Est, in particolare, sono stati educati al suono degli inni militari, vivono nel ricordo delle stragi della seconda guerra mondiale, della lotta contro i nazisti o contro i bolscevichi. Il desiderio di vendetta è ancora alla base di ogni loro azione.

Per loro il mondo si è fermato al 1945, i bambini imparano inni e marce militari, i film e le storie che hanno nutrito il loro immaginario negli anni dell’adolescenza erano film e storie sulla resistenza, sulla guerra, sulle grandi tragedie del Novecento.

Qui da noi, in Occidente, ci eravamo abituati a considerare bandiere rosse e nere, berretti con la stella rossa, ordigni nucleari e canzoni di Bob Dylan un po’ come residui di una sorta di folclore novecentesco; non pensavamo che potessero resistere all’azione unificatrice e generalizzante della globalizzazione, alla forza e al fascino penetrante del capitale dominatore.

Invece, purtroppo, la generazione che governa il mondo, quella di Putin e di Biden, ha ancora nel cervello il mondo della guerra fredda, delle spie, della CIA e del KGB, ha gli occhi saldamente piantati sulla nuca, che guardano indietro, verso una società piena di bandiere e di bare ricoperte da bandiere, di esperimenti nucleari e di missili, di Strangelove e di feroci dittatori, di 007 e di Full metal jacket.

Speriamo che l’ultimo atto recitato da questi attori del passato non sia la tragedia finale, in cui l’anticristo scateni il giudizio finale, e noi, vecchi e giovani, non siamo che comparse in attesa dell’Apocalisse, quella di cui tutti parlano da millenni e che forse è inevitabile, perché scritta nel nostro DNA, nella nostra natura di irrecuperabili guerrieri.

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Quasi un déjà-vu

Mi sembra di aver già vissuto questo momento.

Ero bambino e ascoltavo la radio, insieme ai miei familiari. Le radio occidentali avevano captato e ritrasmesso un messaggio tragico, destinato a rimanere scolpito nell’immaginario di molti di noi. Quel messaggio proveniva da Budapest e raccontava la disperazione di un uomo che, malgrado un passato da agente dei servizi comunisti, aveva seguito nel suo paese un percorso riformatore, seguendo la volontà di un popolo che desiderava trovare la sua strada per uscire dall’incubo di una dittatura sempre più oppressiva.

Quell’uomo era Imre Nagy, che sarebbe stato successivamente catturato e condannato a morte, con l’approvazione di tanti dirigenti comunisti, compresi Togliatti e Thorez.

L’apertura di Nagy all’Occidente e le sue riforme, che miravano ad attenuare la collettivizzazione dell’economia, non potevano che essere interpretate dall’ortodossia comunista come un atteggiamento controrivoluzionario, mirante a restaurare il potere della borghesia.

Pensavo sinceramente che non avrei più assistito a momenti come quelli del Cinquantasei, che la caduta della cortina di ferro avrebbe significato l’inizio di un periodo di serenità, in cui tutti i paesi dell’Est, Russia compresa, si sarebbero avvicinati allo spirito dell’Europa occidentale.

Purtroppo avevo torto. Perché in Russia è caduto sì il comunismo dei soviet, ma non è mai cessata l’aspirazione panslavista, a cui si devono sia il tradimento sostanziale degli ideali socialisti durante gli anni della cortina di ferro, sia l’imperialismo reale di una potenza che trova difficile, se non impossibile, aderire allo spirito del liberalismo e della democrazia europea.

Il nazionalismo, che ogni tanto riemerge, colorandosi di rosso, di nero, di verde, di azzurro, secondo le predilezioni cromatiche dei vari popoli, è il vero pericolo che rischia di condurre l’umanità alla sua estinzione, nazionalismo evidente e non più giustificato in termini ideologici nella Russia di Putin, ma dilagante anche nei paesi dell’Est europeo, come in tante altre parti del mondo.

Quando avremo il coraggio e la volontà di abolire per sempre nazioni e frontiere, regimi e dittature, su un pianeta piccolo e malato come il nostro?

Utopia, forse; ma anche semplicemente istinto di sopravvivenza.

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