La morte liquida – 4

rifl-600

4.

Un paio di giorni dopo l’incidente la salute di Tonino cominciò a peggiorare, finché il suo medico decise di farlo ricoverare per cercare di capire le cause dello strano intorpidimento che dalla mano era giunto al braccio e, anzi, sembrava diffondersi, lentamente ma inesorabilmente, in tutto il corpo.
Andammo a trovarlo in ospedale e ci sembrò di entrare in una sorta di incubo, uno di quei momenti del reale di una così assoluta lucidità, da parere una rappresentazione filmica.

L’ospedale era moderno e inquietante, con tante vetrate bianche che sembravano nascondere i misteri della vita e della morte. Carrelli con aghi e siringhe viaggiavano incessantemente tra i corridoi e le corsie. Le infermiere giravano con delle orribili ciabatte ortopediche bianche con la suola di legno. Per mia fortuna non conoscevo molto degli ospedali e imparai molto in quei giorni sui loro costumi e sul rituale che vi si osservava. Appresi così che il personale era suddiviso in caste, segnalate dal colore del camice, che esisteva una serie di complicate procedure per accedere alla conoscenza: Le notizie fondamentali erano di solito riservate ai parenti e i semplici amici non avevano diritto di conoscere la situazione, che veniva perciò comunicata per interposta persona,

Eravamo tutti piuttosto scossi dalla piega che stavano prendendo gli avvenimenti; ma uno di noi cominciò a manifestare segnali di particolare nervosismo: era Walter.
Per qualche ragione Walter si sentiva coinvolto più degli altri, forse perché era rimasto sul luogo, frequentava la stessa università di Giulio, non era un migratore bastardo e senza patria come me. Le sue radici erano calde e sicure e lui non si era lasciato attrarre dal fascino di un mondo lontano e sconosciuto. La sua famiglia gli aveva avvolto attorno al collo un caldo foulard e con quello l’aveva tenuto legato, in vista di un futuro mediocre e segnato, ma senza rischi.

Solo più tardi avrei saputo che era stato lui a presentare Marta a Giulio, forse per fare un favore a un amico, al quale, se è in crisi sentimentale, si presentano le donne che si ritengono disponibili e magari non lo sono per niente. Sapevamo tutti quanto Giulio avesse sempre sofferto per la mancanza di una realizzazione nella vita sessuale, mancanza di cui tutti avevamo una triste esperienza, per il fatto stesso di vivere in un ambiente chiuso e fortemente bigotto, dove solo pochi felici avevano notizia di dove il sesso stesse di casa.
Quel giorno guardai fisso Walter e notai che aveva il viso stanco di chi ha dormito male, o non ha dormito affatto. Ma quello che mi fece impressione fu il suo sguardo, torbido, sfuggente, lontano, lo sguardo di un uomo che vive la sua quotidianità pensando a qualcos’altro e che di questo qualcosa ha paura.

C’era veramente qualcosa che trascendesse la realtà visibile e oggettiva, che superasse il senso borghese della vita per l’affermazione di una realtà soprasensoriale e sopraindividuale? Esisteva davvero una dimensione etica di fronte alla quale il nostro benessere individuale risultasse subordinato? Era questo che mi chiedevo in quei momenti. Forse nelle acque segrete di quella dimensione inafferrabile vagavano le coscienze individuali di coloro che avevano concluso la loro esperienza terrena, in quella regione invisibile persistevano sentimenti e dolori, si rifugiavano entità tormentate da un desiderio di giustizia e verità più forte della loro stessa esistenza.

Continuammo a vederci al bar, noi vecchi compagni, ma dopo la visita a Tonino in ospedale Walter abbandonò il gruppo. Venne invece a trovarci il Torri. Con la sua figura un po’ tozza, da vecchio intellettuale di provincia, ancora fiero delle sue origini contadine, non metteva certamente a disagio i suoi interlocutori e cominciò così a infilarsi nei nostri discorsi.

“Strana faccenda”, disse.
Gli altri lo guardarono, sconcertati per quella considerazione, che pareva dettata da una valutazione immediata, prossima nel tempo, e non collegata a un fatto accaduto tanti anni prima.
“E lei come la vede”, chiese a Floriana.
“Come? Non so”. Floriana era stupita. Era una robusta bellezza di paese, in apparenza priva di complicazioni. “Non mi sarei mai aspettata che succedesse niente del genere”, disse.
“Che cosa pensava di Giulio, Floriana?”
La donna sorrise, di quel sorriso un po’ tirato, che esprime spesso nelle signore insieme compatimento e un pizzico di non troppo celato disprezzo.
“Certo non era bello”, cinguettò.
“Ma con voi ci provava”.
Il sorriso divenne più accentuato.
“Certo, gli sarebbe piaciuto, ma proprio… Anche se era molto ricco”. E si fece seria nel dirlo.
“Non uscivate con noi, se ce lo portavamo dietro”, dissi.
“Beh, voi eravate ragazzi – pausa – normali. Lui era grassottello, e nero: sembrava un cinghialotto”.
La capivo. Nemmeno io avrei accettato avance da Giulio, se fossi stato una donna. Certo come amico era un’altra cosa…
“E tu cosa pensi?”, mi chiese Turri a bruciapelo.
“Penso che ora lui stia in un’altra dimensione e bussi, bussi disperatamente alla nostra porta”.
Tutti si voltarono, qualcuno impallidì.
“Ma cosa vuole?” chiese Floriana.
“Vuole giustizia o, peggio, vendetta”, risposi.

 

Annunci
Pubblicato in racconti | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

La morte liquida – 3

foto-600

3.

Alla fine riuscii a trovare qualcuno che mi raccontasse qualcosa della vicenda. Era un mio vecchio conoscente, si chiamava Franco Turri e scriveva occasionalmente per i giornali. Oltre che essere stato amico di Gino, aveva seguito bene la cronaca di quegli anni e poteva farmi avere le notizie che mi mancavano.
A quanto si riferiva, Gino, dopo la mia partenza, aveva iniziato a frequentare l’università, sostenendo alcuni esami facoltativi, ma lasciando da parte gli esami fondamentali del suo corso di laurea. Gli era accaduto, nel frattempo, di conoscere una donna e di innamorarsene. Non era esattamente una ragazzina e aveva qualche anno più di Gino, che però sembrava molto più maturo della sua età, anche per via della sua corporatura piuttosto tozza.
Franco riteneva che lei fosse la chiave della storia o che fosse quanto meno moralmente responsabile degli avvenimenti sconvolgenti che fecero seguito a quella strana relazione.
La donna si chiamava Marta Chiari e per una che pareva avere interpretato nella vicenda la parte di dark lady il nome era una sorta di beffa del destino. Era sposata, ma viveva sola, per una sorta di separazione di fatto dal marito, un piccolo commerciante perennemente in bolletta, più affezionato al vino rosso e alle discussioni calcistiche con gli amici che alla moglie. A quanto si sapeva, il marito di Marta non era proprio uno stinco di santo: aveva qualche precedente penale per truffa, minacce e falsa testimonianza, ma non sembrava coinvolto in un giro criminale di più alto livello. Era uno capace di spillare soldi a qualche sprovveduto o di fare qualche favore di dubbia legalità agli amici; ma tutto qui. Non era particolarmente violento né sufficientemente intelligente per organizzare un delitto e camuffarlo da suicidio. Almeno questa era l’opinione di Turri; ma si trattava appunto di un’opinione.
Essendo libera, Marta poteva ricevere Giulio di notte, senza farsi notare dal vicinato: La casa in cui viveva era isolata ed era composta solo da due appartamenti: in quello superiore viveva una vecchia sorda, che aveva pochi contatti col mondo esterno e riceveva visite solo di giorno, Era il posto giusto per coltivare un rapporto sentimentale mantenendo l’opportuna riservatezza.
La relazione tra Marta e il suo giovane amico sembrava procedere nella maniera giusta, quando intervenne un fattore nuovo e imprevisto. Questo fattore si chiamava Betty.
Betty era la sorellina di Marta e, quando Giulio la conobbe, non aveva ancora compiuto 15 anni. Era quindi una quattordicenne, svelta e fisicamente ben sviluppata, abituata a frequentare ragazzi e a utilizzarli, senza farsi troppi scrupoli.
Ricordo che quando, con gli amici, si andava in cerca di ragazze, non si chiedeva certo la carta d’identità, per capire se erano o meno maggiorenni. Certo, allora eravamo minorenni anche noi, e non ci saremmo lasciati sfuggire un’occasione solo perché una ragazzina disponibile non aveva ancora raggiunto l’età che consentiva legalmente di fare l’amore. C’era sempre il timore, è vero, di commettere un peccato mortale, ma sapevamo per esperienza che, a parte i severi rimproveri di qualche confessore e qualche penitenza fastidiosa, ma senza conseguenze corporali, anche i piaceri del sesso potevano essere perdonati. A dire il vero, a parte la fornicazione, che nessuno sapeva dire o pensare esattamente cosa fosse, era particolare ossessione dei custodi della nostra moralità quotidiana il divieto di commettere atti impuri (cosa che facevamo spesso), soprattutto però in compagnia. Devo dire che quest’ultima modalità non ci passava proprio per la testa e pensavamo che derivasse da qualche oscuro e proibito rito seminariale; ma il confessore si assicurava che quel rito non avvenisse e solo dopo essersi tranquillizzato si risolveva a impartirci l’assoluzione per i nostri peccati solitari.
Il nostro amico sperimentò quindi con la piccola Betty una sensazione già provata da poco tempo, essendo ancora molto giovane, provata più come desiderio che come realizzazione, e quindi tanto più violenta e irresistibile.
Betty era andata a trovarlo, nel monolocale che la sua famiglia aveva acquistato in città per consentirgli di seguire gli studi universitari e poi l’aveva circuito al punto di convincerlo a incontrarla quella sera stessa in casa di Marta, dove la sorella maggiore era assente.
Lì, con un braccio aggrappato al suo collo, con l’altro braccio avvolto come un serpente tra la sua schiena e le sue natiche, appoggiato in modo indolente e apparentemente casuale, c’era una delle ragazzine che noi seguivamo a distanza per le stradine tortuose e acciottolate della città vecchia, dove all’imbrunire gli oscuri antri di accesso alle abitazioni, da cui si dipartivano lunghe e ripide scale di ardesia, sapevano di peccato e depravazione. Lì dentro, nelle buie cantine, nelle misere stanze che odoravano di varecchina, immaginavamo fornicazioni e atti impuri. Le ragazze dalla pelle bionda e dalle gambe tornite, abbronzate come sanno esserlo le donne di una città di mare, le ragazze dalla bocca morbida come un frutto e dalle mani lascive, che abilmente estraevano il piacere dai corpi degli uomini. Ah, le mani, le mani di Betty, che scivolavano sotto la maglietta di Giulio e ne esploravano la pelle bronzea! Le mani che si inoltravano su quella pelle, scura e tesa, e che iniziavano la loro ritmica carezza, mentre l’altra mano scendeva dal collo ad ascoltare il battito del cuore, quasi impazzito! Giulio, sudato e accaldato, si era tolto la maglietta e aveva aiutato la ragazza a spogliarsi, a sua volta, per cui ora erano nudi e indifesi davanti alla macchina che registrava impietosamente le immagini di quell’incontro. Erano immagini sconvolgenti e disgustose, disse il Turri, che le aveva viste tutte; anche troppo eloquenti, di una minorenne dalle forme eccitanti che, inginocchiata davanti a un grasso universitario, con le braccia saldamente aggrappate alle natiche del giovanotto, ne accarezzava con la bocca e la lingua il principale strumento di piacere, ottenendo gemiti e fremiti che preannunciavano un’imminente esplosione. Questo testimoniavano le immagini: lo svolgimento di un’azione banale e frequente, naturale ma estremamente eccitante e coinvolgente, un’azione che spesso le mogli rifiutano, ritenendola una pratica sporca, da amanti o da ragazzine in calore, con frasi del tipo: “Che schifo, sei bagnato”. Una pratica di cui nemmeno i confessori si preoccupavano troppo, a meno che non fosse effettuata in gruppo e da persone dello stesso sesso. Si trattava di peccati minori, comunque, dovuti alla debolezza della natura umana, non coinvolgevano dogmi teologici, non bestemmiavano Dio e i santi, non mettevano in dubbio la natura divina del Cristo. Insomma, non sconvolgevano più di tanto il sistema religioso.
Però erano inaccettabili dalla società ed erano perseguibili per legge, se praticati con minorenni. Non tener conto delle raccomandazioni di una sostanziale prudenza costituiva spesso un errore fatale, che tanti maschi compivano per non essere in grado di controllare i propri istinti profondi. Insomma, quando la legge si oppone all’istinto, è sempre lei a prevalere.

Giulio capì troppo tardi di essere stato raggirato. Se ne accorse solo quando qualcuno gli fece sapere che il convegno amoroso era stato accuratamente registrato e gli fece recapitare, in busta chiusa, nella cassetta delle lettere, delle immagini piuttosto esplicite. Le telefonate che dovette ascoltare e subire erano quelle di una persona che parlava con voce contraffatta. Non sembrava proprio quella di Marta, né si rilevava il timbro maschile della voce di suo marito; ma sicuramente qualcuno aveva predisposto quell’imboscata, qualcuno che poteva introdursi liberamente nella casa della donna, qualcuno che ne conosceva la conformazione, che sapeva dove collocare un’attrezzatura per riprendere un convegno amoroso e che aveva la possibilità di portarla via subito dopo. Riflettendoci, la persona che aveva sicuramente le chiavi dell’appartamento e che lo conosceva nei minimi particolari, oltre alla piccola Betty s’intende, era proprio Marta; ma come era possibile che la donna che aveva con lui un rapporto così stretto e particolare fosse stata capace di imbastire un inganno così ripugnante, utilizzando per giunta la sorellina in una parte decisamente audace, quanto riprovevole. Giulio affrontò l’argomento con la sua amante e cercò di metterla alle strette; ma la donna negò tutto. Secondo lei era stato il marito, o meglio l’ex marito, a procurarsi una copia della chiave e a coinvolgere la giovanissima cognata nell’intraffuglio, come lo chiamava, inventandosi forse la parola o usando un termine che qualcuno dei suoi aveva creato arricchendo un codice familiare espressivo e buffonesco. Era concitata e drammatica, credibile nella sua recita, e Giulio per qualche giorno le credette. Purtroppo, però, una sua mancata partecipazione al complotto non risolveva nessun problema. I ricattatori chiedevano cinque milioni di lire, che per quei tempi erano una bella cifra, per non divulgare le immagini e le registrazioni dell’avventura illecita del giovane, e lui, il ricattato, non sapeva assolutamente dove andarli a prendere.
Furono giorni di assoluta disperazione, con Marta che suggeriva a Giulio di raccontare alla famiglia il guaio in cui si era cacciato e Giulio, che piuttosto che confessare qualcosa del genere a sua madre si sarebbe sottoposto alle peggiori torture. Figuriamoci: che vergogna per la famiglia, quale danno per tutti, ma per la sorellina, in particolare! Quale sarebbe stata la sua vita con un fratello in galera?
Quello che probabilmente fece maggiormente soffrire il mio amico fu però il sospetto che continuava a nutrire nei confronti di Marta e che a un certo punto si trasformò in certezza.
Giulio aveva continuato a vedere la sua compagna e una sera, mentre si recava da lei, vide uscire dal suo portone un uomo, che pareva proprio l’ex marito, il vecchio truffatore col quale la donna asseriva di non avere più alcuna relazione.
Secondo il Turri, quella sera Giulio aveva avuto uno scontro con Marta e probabilmente la verità era esplosa, nella drammaticità del diverbio. Ormai appariva chiaro che il giovane non disponeva di danaro sufficiente per pagare un riscatto, né era disposto a chiedere quei soldi ai suoi familiari; ma anzi, colto dalla disperazione, era disposto a denunciare i ricattatori. A Marta non rimaneva a quel punto, per evitare il carcere e la rovina, che metterlo a tacere per sempre.
Tutte queste notizie Turri le aveva avute in parte dallo stesso Giulio, che sulle prime aveva fatto trapelare qualcosa, sia pure con mezze frasi, dicendo e non dicendo, per poi confessare tutto all’amico, a cui aveva mostrato le foto del fattaccio; in parte erano frutto di una sua credibile ricostruzione dei fatti.
A questo punto non restava che affidarsi alle ipotesi. Quella ufficiale (e accettata) faceva perno sulla depressione che aveva colpito il giovane, che per colpa del momento burrascoso aveva interrotto il suo corso di studi e non aveva più superato nemmeno un esame. Il suicidio sarebbe stato la naturale evoluzione di una crisi postadolescenziale e la conseguenza di una mancata realizzazione nello studio e nella vita.
L’ipotesi per cui propendeva il giornalista era invece che fosse stata proprio Marta Chiari a organizzare l’uccisione di Gino e che avesse provveduto, con l’aiuto del marito, a realizzare la finta impiccagione. Naturalmente non erano state trovate prove del delitto e le foto che avrebbero attestato il ricatto sembravano scomparse nel nulla. Il Turri ne aveva parlato, certamente, ma di fronte all’irreperibilità del materiale non aveva voluto né potuto insistere.

Pubblicato in racconti | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

La morte liquida – 2

Cappella della Torre di Londra

 

2.

Decidemmo di andare insieme al cimitero la mattina del giorno successivo. Era uno di quei cimiteri che si trovano appena fuori della città, ancora immersi nel verde, ma separati dalla campagna circostante da alti muri grigi.
Il mio amico era sepolto nella cappella di famiglia, una struttura dalle forme neogotiche, seminterrata, cui si accedeva attraverso una scalea in discesa.
La lapide aveva un’iscrizione in bronzo, in lettere capitali, e riportava il nome, Gino Mosca, poi la data di nascita, 1947, e quella di morte, 1970, preceduta da una croce.

Come spinto da una sensazione di preallarme, mi misi a osservare il soffitto, dove si vedevano delle linee verdastre. Guardando più attentamente, mentre i miei occhi si abituavano all’oscurità, mi apparve distintamente provenire da quelle linee una goccia di un liquido verde che si trovava proprio sopra la mia testa. Mi spostai istintivamente e fu allora che vidi la goccia cadere. Fu un attimo lunghissimo e solo allora mi resi conto che Tonino si era mosso e che si trovava proprio al di sotto di quell’umore fluido e verdognolo che sembrava fuoruscire dalla copertura della volta.

Non ci fu il tempo di riflettere, né di parlare, e mentre l’uomo si muoveva in avanti la sua mano si trovò ancora nella traiettoria della goccia e la ricevette sulla pelle del dorso.
Tonino si sentì bagnare e subito dopo un dolore lancinante gli strappò un grido. “Oh Dio, brucia!”, disse.
Presi un fazzoletto di carta e glielo porsi; lui cercò ansiosamente di eliminare i residui del liquido dalla mano, ma sulla pelle rimase un segno verde e il bruciore, seppure diminuito, non accennava a passare.

Uscimmo da quella specie di cripta risalendo velocemente le scale. Istintivamente cercammo una delle fontanelle che venivano utilizzate dai visitatori della città dei morti per cambiare l’acqua alle vaschette dei fiori. La trovammo e con la freschezza dell’acqua cercammo di alleviare il bruciore che persisteva su quella strana macchia sul dorso della mano del nostro amico.

La sera ci rivedemmo per cena in un ristorantino tipico e cercammo di passare il tempo in allegria, come succede tra vecchi amici, anche se Tonino sembrava ancora sofferente e certamente scosso dall’incidente inspiegabile che gli era occorso. Cercavamo giustificazioni razionali, pensando che qualche sostanza irritante, disciolta dall’acqua piovana, fosse penetrata nella cappella, rilasciando il suo segreto veleno.

La notte, le immagini della visita e lo strano incidente di Tonino si mescolarono ad altre strane elucubrazioni. Poco prima del risveglio, la figura del mio amico morto apparve, con l’aspetto sano e rubicondo che io ricordavo. La sua voce aveva invece inflessioni diverse e inusuali.

“Sono solo”, diceva in tono lamentoso, “mi avete lasciato solo; non so cosa fare”. Mi sforzavo di parlargli, ma senza riuscirci, come avviene spesso nei sogni: non è facile usare gli organi del nostro corpo per comunicare con le immagini dell’irrealtà. Ci si sente come paralizzati e impotenti per non riuscire a comunicare e si viene colti da un’angoscia profonda, Poi il viso tondo e scuro impallidì e si accese di una luce verdognola, prima di scomparire. Mi svegliai di soprassalto e mi alzai. Il sogno mi aveva lasciato stravolto. Provavo una profonda sensazione di colpa per essermi disinteressato per tutti quegli anni del mio amico defunto. Non avevo approfondito la storia della sua morte; anzi avevo inconsciamente tentato di cancellare quell’avvenimento sconvolgente, come se non si fosse mai verificato. Ora quel disinteresse mi si ergeva contro, come una forza negativa, e mi spronava a cercare di capire quello che per tanto tempo avevo voluto tenere distante e che rimaneva come una storia aperta, in attesa di una conclusione certa.

Mi lavai e mi feci la barba, in maniera approssimativa, con un rasoio usa e getta. L’impianto idraulico si era rimesso a funzionare a dovere e anche lo scaldabagno produceva una quantità sufficiente di acqua calda.
Sciacquai un pentolino e lo misi sul fuoco. La casa era perfettamente funzionante, anche se, naturalmente, non disponeva di tutti i comfort. Avevo comprato una confezione di te alla vaniglia e misi un paio di bustine in infusione in una tazza. Non avevo una teiera e nemmeno un limone per dare il giusto tono di agro alla bevanda, che risultava paurosamente dolciastra. Ma ormai da tempo mi ero abituato a gustare i cibi e le bevande più aromatici che si potessero trovare sotto l’occhio discreto del cielo. Cose che per altri sarebbero risultate abominevoli e non commestibili per me sembravano a mala pena alquanto aromatiche e sicuramente avrei potuto affrontare una lunga permanenza nell’Asia più profonda senza essere disgustato dalle cucine orientali.
Telefonai subito dopo a Tonino. Mi disse che si sentiva bene ma che qualcosa nella sua mano non andava. Gli consigliai di farsi visitare, per cercare di capire cosa gli era successo e per trovare un rimedio.

Due ore dopo Tonino andò dal suo medico per raccontargli l’accaduto; io l’accompagnai, per testimoniare la verità del fatto, che aveva dell’incredibile. Ora Tonino non sentiva più il bruciore e solo una chiazza verdastra, contornata da un lieve arrossamento, attestava l’esposizione alla sostanza irritante, probabilmente un acido; ma avvertiva come un lieve intorpidimento alla mano, al quale però il dottore non diede molto peso. In fondo era una reazione prevista, in presenza di vari tipi di sostanze.
“Bisognerebbe individuare l’agente”, disse il medico e gli prescrisse una pomata dermatologica generica al cortisone, per ridurre l’infiammazione che l’arrossamento rendeva evidente.

Avevo immaginato un veloce rientro nella mia sede di lavoro; ma lo sviluppo preso dagli avvenimenti con il bizzarro incidente di cui Tonino era stato vittima mi convinsero a trattenermi ancora per qualche giorno. Qualcosa di strano vagava nell’aria. Era come se il desiderio di conoscere mi trattenesse in quella città che, nel mutare, aveva conservato un’anima immutabile e misteriosa. Nel suo cielo continuavano a librarsi gabbiani che parevano immobili, tra nuvole e torri, come guardiani di uno spazio invisibile e impenetrabile. Per la prima volta, a contatto con quella che era stata la mia realtà, cominciavo a intravedere quello spazio.
Dovevo approfittare del mio momentaneo ritorno nei luoghi che avevano visto crescere me, e con me i miei amici, per trovare notizie sulla morte di Gino; ma incontravo dappertutto reticenze e difficoltà. Il fratello, Fabio, non mi volle neppure ricevere. “Voglio dimenticare”, mi disse al telefono, “Qui tutta la famiglia vuole dimenticare. Il fatto è stato chiarito: si è trattato di un suicidio. Gino è sempre stato un debole: ha avuto dei problemi che non è riuscito a risolvere e ha trovato la strada più facile per venirne fuori”.

“Non avete mai avuto dubbi?”, chiesi.

Dall’altra parte vi fu un breve silenzio.

“Si, ne abbiamo avuti”, rispose la voce, con un tono incerto e nell’insieme cupo. “Ma poi l’inchiesta credo che abbia chiarito tutto… No?… Ora siamo certi. Non si è trattato che di un suicidio… non può esserci stato nient’altro”.

Poi la voce si scusò perché aveva tanto da fare, appuntamenti, impegni di lavoro… Insomma, gli rincresceva, ma doveva proprio lasciarmi… non voleva sembrare scortese, anche perché una volta io ero piuttosto assiduo a casa dei Mosca e non voleva proprio che sembrasse che ora invece la mia presenza fosse occasione di fastidio.

Invece fu proprio quella la mia impressione. Fabio non voleva che si riparlasse più di quella triste storia che aveva lasciato un’ombra sulla sua vita e sulla sua famiglia. Ci sono storie e ricordi che vogliamo espellere dalla nostra coscienza, ma che continuano ad affiorare nostro malgrado; quando sono gli altri però a riproporre quelle memorie alla nostra attenzione, la reazione più immediata e istintiva è una sorta di sorda irritazione, accompagnata spesso da forme di approccio scortese o addirittura violento.

Pubblicato in racconti | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

La morte liquida – 1

morteliquida

 

E’ una vecchia storia, lasciata in sospeso da molti anni, che ho sentito il bisogno di riprendere e concludere. La propongo, a puntate, in questo autunno tardivo, in cui si avvicina la festività di Halloween, ma soprattutto incombono le nostre tradizioni novembrine, con la commemorazione dei defunti, il pan de’ morti e il nostro desiderio di ripensare a quel mistero che ci sovrasta e che non riusciamo a penetrare.

 

1.

Era strano ritrovarci, dopo tanti anni, non per una simpatica rimpatriata, ma per una visita al cimitero, dove ci attendeva la tomba del nostro migliore amico, che avevamo lasciato vivo e vegeto per seguire le nostre strade, e che ora non poteva più ridere con noi.
Erano già trascorsi dieci anni da quando era giunta la notizia della sua morte. Io l’avevo appresa per caso, molti giorni dopo il fatto, e non avevo nemmeno potuto essere presente al suo funerale. Pazienza! non ho mai creduto in queste forme di pubblica rappresentazione, utili per i vivi, più che per i morti; ma che proprio io, che per anni l’avevo considerato quasi un fratello, non avessi potuto salutarlo per l’ultima volta un po’ mi dispiaceva. Quello che poi mi aveva lasciato veramente incredulo erano le circostanze della sua scomparsa, che mi restituivano l’immagine di un uomo che mi pareva, ora, di non aver mai conosciuto veramente.
Perciò, quando ricevetti un’e-mail con la richiesta di incontrarci tutti per il decimo anniversario della scomparsa di Gino, non riuscii a dire di no, anche se il lavoro m’impegnava abbastanza e facevo fatica a liberarmi anche solo per qualche giorno. In realtà mi pareva anche un’occasione per capire un po’ meglio quello che era successo, dieci anni prima, e che rimaneva come una nuvola scura nella mia mente.
Naturalmente non pensavo proprio che i giorni che avrebbero dovuto rappresentare una pausa per riflettere sul mio passato, in compagnia dei miei amici di una volta, si sarebbero trasformati in un incubo, e che avrei dovuto affrontare avvenimenti che si sarebbero sviluppati al di là di qualunque capacità immaginativa e che solo ora, sprofondato in una sorta di delirio affabulatorio, mi arrischio a raccontare.

Tornare nella città natale dopo anni di assenza è sempre in qualche modo un’esperienza che crea disagio. Si resta spaesati nel vedere che tutto è mutato e quasi irriconoscibile. Perché il ricordo ha fissato particolari che non esistono più, mentre ha schiacciato e dissolto le componenti essenziali dell’ambiente, che quindi a fatica si riesce a far riemergere. Le torri le ricordavamo più grandi, le strade più dissestate, le siepi dei giardini erano più rade, le salite sembravano più ripide. È il grande inganno della memoria, che rielabora e trasforma paesaggi e oggetti, volti e suoni. Persino la parlata della gente la si percepisce come qualcosa di lontano, di straniero, e ci si sorprende persino di riuscire ancora in qualche modo a distinguere e interpretare le parole.
Vedere gli stessi luoghi di cui avevo conservato solo alcune foto, in cui era presente Gino, col suo miglior sorriso, produceva dentro di me emozioni intense. Di quel periodo rammentavo soprattutto le risate, tante risate, ma soprattutto la noia, che lo contrassegnava in maniera indelebile, e interminabili camminate, su e giù, negli spazi abilitati alla passeggiata; percorsi stradali in brevi e tranquilli circuiti, formati da poche e deserte strade, dove si provavano motorini asfittici, poco più veloci di una bicicletta, che avrebbero desiderato andare in pensione e venivano svegliati da qualche colpo abilmente sferrato col piede al meccanismo.

Appena arrivato, andai nella mia vecchia casa, ormai abbandonata da anni. Gli arredi c’erano tutti, ricoperti da enormi lenzuoli per evitare che la polvere li danneggiasse. Pareva che attendessero qualcuno; liberati dalle loro protezioni sembravano riacquistare vita e quell’aspetto familiare e accogliente che era la loro principale caratteristica. Dovevo riattivare la circolazione idrica e persi un bel po’ di tempo per individuare il rubinetto d’arresto che si trovava al piano terra del palazzo. Salito su, aprii il rubinetto della cucina, che dopo aver gorgogliato e sbuffato per un po’ cominciò a riversare nel lavandino fiotti di liquido rossastro. Lasciai scorrere l’acqua per quasi mezz’ora, prima di ottenere un flusso continuo di acqua limpida, che, peraltro, non mi arrischiai ancora a bere. Pensavo che avrei bevuto qualcosa in un bar, per la strada, o insieme agli amici, con i quali mi dovevo incontrare.
Fuori cominciava a tirare un forte vento e faceva fresco. Tirai fuori dalla valigia la giacca più pesante che mi ero portato e la infilai, quando mi accorsi che il bottone centrale penzolava e stava per staccarsi. Era il secondo problema pratico che incontravo, dopo l’acqua rugginosa. La cosa mi seccava, ma bisognava trovare da qualche parte un ago e un filo. Cercai di ricordare dove avrebbero dovuto trovarsi gli strumenti per cucire, ma mi toccò rovistare in numerosi cassetti e cassettini, di mobili e mobiletti, prima di recuperare quegli indispensabili materiali. Alla fine ricucii il bottone e lo rinforzai con numerosi giri di filo.

Nel pomeriggio ci rivedemmo, finalmente. Ci eravamo dati appuntamento al bar dei giardini pubblici, in cui ci si fermava per interminabili partite di calciobalilla, snervanti per me, che non amavo perdere, ma a loro modo appassionanti. Partite in cui ognuno faceva mostra di uno stile, di qualità insospettabili in persone che spesso qualità non sembravano proprio averne, di nessun tipo, di raffinatezze comportamentali e verbali che sembravano fuori luogo in un bar di paese.
Il bar si era un po’ rinnovato, col passare degli anni. Non c’era più il juke-box; al suo posto un paio di giochini elettronici, luminosi e coloratissimi, quelli che sembrano indispensabili in qualunque bar e ai quali non si vede quasi mai giocare qualcuno. Rimaneva però quell’indefinibile tanfo di chiuso, che lo contraddistingueva da sempre, come se l’aria, per qualche motivo, lì dentro si rifiutasse di circolare.
Anche le facce che mi apparvero erano un po’ diverse da quelle che conoscevo, meno morbide e giovani, facce di persone che sono entrate ormai nella vita e che della vita hanno fatto esperienza, nel bene e nel male.

C’eravamo tutti: Bruno, Tonino, Walter, Matteo, Floriana, Giuseppe; tutti col desiderio di ritrovarci con Gino, almeno in spirito. Tutti, o quasi: mancavano tante altre figure, quelle che erano apparse nella nostra vita in maniera episodica, che non avevano lasciato un segno di presenza e di continuità nella nostra memoria, oppure avevano abbandonato per sempre quei luoghi e quelle vicende, per immergersi nel fumo di un’altra vita, se pure vivevano ancora, da qualche parte.

“Li riconosci? Sono sempre rimasti qui”.
“Ah i ritratti!”
C’erano sempre state le foto alle pareti. erano foto in bianco e nero di pugili, di ciclisti, di eroi locali che si erano distinti nello sport. Poi c’erano le foto dei forestieri, delle celebrità che avevano visitato quel locale.
“Sono un po’ invecchiate”, dissi.
“Certo, anche le foto invecchiano”.
“Sì, ma sono soprattutto le facce a impressionarmi: sembra che vengano da un altro mondo”.
“Beh, se le guardi bene capisci subito che erano come tutti gli italiani nel dopoguerra: contadini e muratori, che avevano fatto la fame e la guerra, e avevano trovato fortuna nello sport, perché erano bravi nel fare a pugni. Anziché farlo gratis, come abbiamo fatto anche noi, qualche volta, lo hanno fatto a pagamento”.
“Io non ho mai fatto a pugni.
Certo, tu eri uno di quelli che studiavano”.
Non gli dissi che forse sarebbe piaciuto anche a me scazzottarmi, ma che non lo facevo perché ero sicuro di prenderle.
“Quello me lo ricordo”.
“È rimasto sempre lo stesso”.
Non sembrava possibile. Il calciobalilla più vecchio del mondo resisteva ancora, in un angolo della sala. Impugnai le stecche e tentai un paio di tiri, ma non riuscii a superare la barriera avversaria, nemmeno giocando da solo. Ero proprio una schiappa.

Pubblicato in racconti | Contrassegnato , , , , , , , | 1 commento

Mediateca – 2

Apophysis-veli

 

Sono tornato al piano inferiore, dove mi attende un gruppo di persone.
Espongo quello che il progetto della mediateca voleva costituire; parlo di come, dall’idea di un semplice repository, di un luogo che raccogliesse e conservasse documenti tecnologici, si era passati a inventare una struttura provvista di macchine che fossero in grado di crearli quei documenti. Di più: una specie di fabbrica in cui i pensieri potessero trasformarsi in oggetti, senza alcuna fatica.
Ecco: pensieri liberi (per quanto possano essere liberi i pensieri e non condizionati da strane e sconosciute sintassi) che creano oggetti diversi, cose non esistenti in natura, mostruosità biologiche o macchinari inorganici, di volta in volta. Quelle cose si manifestavano improvvisamente, senza preavviso, e potevano essere oggettini gradevoli o aggregati orribili, creature sorprendenti e spaventose. Comunque niente paura. Tutto quello che le macchine producevano poteva essere visto e toccato, ma non recava danno al nostro corpo fisico. Era il nostro cervello piuttosto a esserne colpito: bisognava tenerne conto.
Il gruppo di visitatori si addentrò nelle sale, ma oltre alle macchine color ghiaccio (qualcuno lo avrebbe definito panna), non vide niente di strano. Qualche macchina proiettava immagini, altre facevano partire filmati. Nulla faceva prevedere che potessero apparire strane strutture, che si verificassero meravigliosi mutamenti.
Passano giorni interi senza che succeda niente, dissi, quasi scusandomi con le persone che mi seguivano.
C’è qualcosa che determina la creazione? chiese un uomo, uno con pochi capelli in testa, dal viso ampio, in cui dardeggiavano gli occhi scuri e profondi.
Sì, risposi. È la forza del pensiero, l’originalità. Lui non se ne rende conto, ma le macchine la percepiscono ed entrano in azione.
Allora c’è il rischio che rimangano inattive a lungo, fece l’uomo. Oggi di originalità se ne vede ben poca.
Gli diedi ragione. Osservai che la prova di quanto asseriva era il gusto per la riproposizione, nell’arte, nel cinema, nella letteratura. Ogni opera di successo riproponeva vecchie idee, personaggi arcinoti, icone del mondo intellettuale. Si elaboravano prequel, sequel, si producevano remake. La cultura era costituita dalla creazione di copie.
Abbiamo macchine che fanno anche questo, dissi. Disponiamo di algoritmi che inventano nuove storie di Sherlock Holmes, gialli di Agatha Christie, puntate del doctor Who, poesie di Alda Merini, tele di Picasso, musiche di Mozart.
Oh no, disse qualcuno. Di ste robe ne abbiamo già fin troppe!
E quella cos’è: una macchina? Chiese una donna alla mia destra, guardando con curiosità una struttura che pareva appoggiata alla parete, ma aveva una porta, simile a quella di una stanza. Osservai la persona che aveva parlato. Era una bionda di circa trent’anni, magra, dall’aspetto svelto e dallo sguardo vivace. Era vestita da turista estiva, con un paio di short che mettevano in vista uno splendido paio di gambe abbronzate. Ai piedi portava solo le infradito, come se stesse arrivando dal mare. Peccato non averla incontrata una così nei miei anni ruggenti. Ora era troppo tardi.
Forse fu per questo che presi quella decisione.
Quella macchina è l’ultima arrivata, spiegai al mio pubblico. È un’invenzione incredibile. Chi la sperimenta ottiene tutte le risposte che ha sempre cercato: trova la verità.
Mi guardavano stupiti. Il mio pubblico mi prestava attenzione e finalmente capiva che stavo raccontando qualcosa di nuovo e definitivo. Mi osservavano quasi con timore.
Avevo con me le chiavi di tutte le porte, anche di quella.
Chiamai il mio cane. Arrivò subito e mi lanciò uno sguardo intelligente, più di quelli umani.
Andiamo, dissi, e aprii la porta.

E così sono entrato e sono qui, dentro la macchina, dove tutto si ferma, dove non esiste un prima e un dopo, e non sento il desiderio di tornare. La mia è una coscienza stabile, che si esprime in un attimo. Non desidero nulla, perché nulla può più accadere, e non tornerò più indietro.

Pubblicato in racconti | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Mediateca – 1

forme di vita

 
(Da: Viaggi impossibili)

C’è un momento, all’inizio del giorno, in cui ancora la luce non ha preso il sopravvento sulla notte.
Il sonno è stato tormentato, intermittente, e pare quasi che sia giunto il momento del risveglio. Invece ancora l’alba è lontana e il nostro pensiero inizia a viaggiare, in un mondo che conosciamo molto bene, di cui ricordiamo molte occorrenze e circostanze, ma che poi, durante la veglia si cancella, come se non esistesse, sostituito da un altro sogno che chiamiamo realtà.
Quel mondo che svapora al sole è fantasia, miracolo, non ha limiti nemmeno nella logica, obbedisce a leggi sconosciute e forse mutevoli.

Non si è mai soli in quel mondo.
Anche ora ci sono con me altre persone, tre o quattro. C’è anche il mio cane: è proprio un viaggio straordinario, in una realtà meravigliosa. La conosco bene per averci lavorato per anni: è un luogo a cui qualcuno ha dato il nome di mediateca.

Arrivarci è facile; meno facile capirne la struttura, coglierne l’essenza. Non basta conoscere la funzione delle macchine, studiarne le proprietà, per avere nozione del loro reale potere. Anzi solo uno sguardo distante, incurante dei limiti e delle regole che un operatore deve obbligatoriamente osservare, può forse avere accesso al nucleo fiammeggiante del sapere.

Per questo ora io m’impongo di pensare da esterno, da visitatore, e di lasciarmi coinvolgere dall’anima delle cose. Questa è una visita, ma non come le altre. Io guido un gruppo, ma nello stesso tempo ne faccio parte: la mia funzione è nuova, mai sperimentata. Provo una straordinaria sensazione di potenza. Qualcosa sta cambiando in me.
Tutti si registrano all’ingresso. Il luogo non ammette estranei.
Decidiamo di non entrare nel salone circolare che domina il piano terreno. Ne abbiamo una visione fugace dall’esterno. L’impressione è quella di una parete bianco-azzurrognola. Penso a quanto siano in contrasto quei toni freddi con le superfici gialle e salmone che tappezzano la mia vita, da quando mi alzo a quando il buio inghiotte le cose. Vedo il giallo caldo dei muri assolati delle case, il panorama costante che appare di fronte alle mie finestre. Vedo ancora nel ricordo il giallume sporco di un cortile, quello di una casa che avevo visitato quando ero in cerca di un appartamento. Visto e bocciato, senza scusanti. Non si può abitare in uno spazio che uccide l’anima.

Pensiamo di salire al livello superiore. Il cane sarà lasciato giù. Lo ritroveremo dall’altro lato, al ritorno. Si sale passando per un numero impressionante di scale, corridoi, salette, per raggiungere un’area in cui la luce è artificiale e fredda. Abbiamo lasciato lo spazio comune, in cui ci si può sedere davanti a un monitor per vedere spettacoli o ascoltare suoni, e ci dirigiamo verso un territorio che pare vuoto. Si tratta di una sala enorme, lunghissima: il suo pavimento è lucido, levigato. I muri sembrano di vetro, di una tonalità chiara che contiene una sfumatura di turchese. Siamo quasi alla fine. Al di là appaiono già le scale che conducono al livello inferiore, scale che si possono scendere a piedi, in una discesa facile, quasi piacevole.

Qualcuno mi chiama. Dice che ci sono persone che vorrebbero visitare i locali. Rispondo che possono entrare. Scenderò io al piano in cui le macchine dominano gli spazi, dove si espongono i miracoli della tecnologia. Là sotto dovrei anche ritrovare il mio cane.
Improvvisamente un minuscola macchia scura si muove da sinistra a destra, sul pavimento.
Bisogna ucciderlo, dico. L’animaletto sembra proprio uno scarafaggio, ma forse è un insetto meccanico, che corre velocissimo e scompare.
Non ho nemmeno iniziato a dare la caccia allo scarafaggio, quando a sinistra appare di corsa un cavaliere col suo cavallo. Sono entrambi neri, piccoli come i pezzi del gioco degli scacchi. Un cavallo in miniatura, nero e lucido, col suo cavaliere in groppa. Vanno al galoppo, attraversando l’enorme sala vuota.

Guarda, guarda, dico. Tutti si meravigliano. Nessuno poteva immaginare che in quel luogo albergassero così straordinari misteri. E non avete visto i pesci! aggiungo. Ed ecco che appare sul muro cinereo, quasi rilucente, un essere che ha la forma di un pesce, ma una consistenza minima. Sembra un pesce fatto di ostia, trasparente, e la cosa più strana è che porta con sé la sua acqua, il suo ambiente. Striscia sul muro verticale trascinando attorno al suo corpo quasi privo di spessore una certa quantità di liquido, quella che gli permette di sopravvivere. Come il pesce anche l’acqua sembra arrampicarsi, muoversi con minutissime onde. Noto che le mie amiche, perché le mie compagne sono tutte donne, lo osservano con stupore, esprimono meraviglia. Non avrebbero mai pensato che in quel luogo, che ritenevano un semplice spazio dedicato alla tecnologia, potessero svilupparsi i germi dell’immaginario, dell’impossibile. Invece era proprio così. Lì il pensiero si esprimeva liberamente, creava immagini, corpi, azioni.

 

Pubblicato in racconti | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

Esorcizzare il dubbio

sferarossa

 

 

Il linguaggio è uno dei prodotti della cultura umana che meglio rappresenta il pensiero di un’epoca, un’ideologia, una fede.

L’assenza di certezze che appare dominante nel mondo contemporaneo porta con sé l’esigenza di una reazione che proponga asserzioni assolute e inappellabili.

Come si può facilmente notare, nell’italiano corrente, soprattutto da parte delle persone che sono chiamate a parlare di qualcosa, che devono certificare la bontà, o la bellezza, o la verità, la semplice affermazione non è più ritenuta sufficiente. Come dare torto a chi parla, se tutto ormai può essere messo in dubbio, se può essere interpretato come fake new, se dietro ogni dichiarazione si possono scorgere oscuri interessi, intenti truffaldini, invisibili complotti?

Per questo, in ogni intervista, in ogni dibattito, chi viene interrogato su qualsiasi argomento non risponde più sì o no. La sua risposta immediata è sempre “assolutamente sì” o, nella forma negativa, che pure è meno usata, “assolutamente no”.

La parola assolutamente, si badi bene, è pronunciata prima del , come a togliere ogni debolezza all’affermazione, rendendola così assoluta e incontestabile.

In questo modo si esorcizza il dubbio, lo si rende improponibile, l’asserzione diventa dogma, la persona che parla diviene testimone della verità, arcangelo che schiaccia e distrugge il demone del dubbio.

Il mondo incerto, confuso, ricco di sfumature, in cui bene e male si accavallano, cercano di convivere, in cui si scopre che la verità quasi mai sta solo da una parte, in cui le stesse conoscenze scientifiche oscillano, si modificano, gli uomini si aggrappano a credenze antiche, a religioni immutabili, a leggi che spesso male si prestano a regolare una realtà in veloce trasformazione. Finiscono per diventare partigiani di uomini e divinità, di concezioni e bandiere che si credevano stinte, ma che invece rinascono, per suscitare risposte emotive, irrazionali, violente.

In questo mondo che aspira a ridiventare manicheo, in cui luce e ombra vorrebbero tornare a separarsi nettamente, le uniche sfumature che sembrano resistere sono solo quelle del signor Grey, che forse hanno la funzione di far riflettere sulla spaventosa complessità dell’essere umano.

Gli uomini, dal canto loro, ricominciano a schierarsi, pronti alla guerra, non più disposti a comprendere le ragioni di chi professa idee diverse, e a discutere per cercare soluzioni a problemi che non è poi così semplice risolvere. Chi ha idee diverse dalle nostre è un nemico: deve essere ridicolizzarlo e distrutto, sbattuto in galera, licenziato in tronco, messo in condizione di non nuocere.
Ebbene, ad essere sinceri, questo un po’ mi spaventa e mi fa ricordare cose che ho studiato, ma che per fortuna non ho vissuto. Mi fa pensare a quando le persone scomode erano tenute in carcere o spedite in isole sperdute, qualche volta riempite di botte e uccise; mi fa pensare ai prigionieri strangolati nelle segrete veneziane, a Napoleone forse avvelenato a Sant’Elena, a Silvio Pellico, ai fratelli Rosselli massacrati in esilio, a Gramsci incarcerato per renderlo inoffensivo, a Mussolini fucilato, agli oppositori di Erdogan, alle spie avvelenate col polonio, ai miscredenti sgozzati o massacrati con le cariche esplosive… Ma, ora che ci penso, queste cose, queste ultime, stanno succedendo proprio adesso, e chissà quante altre ne vedremo, perché qualcuno si ostina a voler vivere nella certezza, in un mondo di “assolutamente sì”.

Pubblicato in idee | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , | 10 commenti

Digitaria

sanguinella

 

Dicono che sia un’erbaccia, ma me la sono trovata nei vasi, nata da semi contenuti nel terriccio acquistato alla fine della primavera, e quando è cresciuta mi è sembrata bellissima, con quelle infiorescenze a spatola, che si aprono come le dita di una mano. Non l’avevo mai notata prima, anche se pare che sia molto diffusa.

La digitaria sanguinea o sanguinella è classificata come erba infestante, ma è una forma di vita e come tale la rispetto, dato che ha deciso di venire a farmi visita. Quando finirà il suo ciclo, la sostituirò con qualche pianta addomesticata: farò come fanno tutti, come tutti i giardinieri del mondo, quelli che dividono le piante in buone e cattive.

Pubblicato in pensieri | Contrassegnato , , , , , , , | 2 commenti

The cleaner

the cleaner

Ripropongo uno dei miei vecchi racconti, pubblicato nell’ebook Il bacio della maschera bianca (LopCom)

I

È passato anche questa mattina, ma ci eravamo nascosti, come sempre, e avevamo confuso il nostro odore con quello delle essenze artificiali che abbiamo trovato dimenticate in solaio. Passa, a intervalli irregolari, the cleaner: devono averlo regolato su una modalità random. Gira un po’, nell’aria polverosa, si muove a scatti, va oltre; poi, all’improvviso, torna indietro, quando già si comincia a tirare un sospiro di sollievo. Spesso queste astuzie funzionano e il cacciatore scopre la preda che si era improvvidamente rivelata. Ma noi, dopo tanto tempo, siamo diventati astuti. Il nostro cervello si è affinato: ora siamo in grado di percepire cose che i nostri giovani discendenti non sono in grado di conoscere. Sappiamo che c’è un motivo per sopravvivere, per andare sempre più avanti nel tempo, e questo ci spinge a proseguire, a evitare di cadere nelle trappole.

Intorno ai 150 anni succede qualcosa di non previsto, né prevedibile: i cervelli iniziano a comunicare senza parole. Nessuno se ne era mai reso conto perché gli uomini e le donne morivano tutti prima, molto prima che questa facoltà si sviluppasse. Si può comunicare a distanza, anche alla distanza di milioni di chilometri. Si è giunti a percepire presenze pensanti anche in altri pianeti, di altri sistemi stellari, anche in altre galassie. Ci pare d’intuire che questa massa pensante, questa massa spaventosamente grande d’individui debba provare a interconnettersi, a costituire un’unità gigantesca e di enorme potenza, poi certamente qualcosa accadrà, qualcosa che è nel nostro programma e nel nostro destino, per questo non dobbiamo, non possiamo morire.

Alleniamo il nostro cervello.
Ricordo che da giovane, ma anche quand’ero già vecchio, almeno fino ai 110, 120 anni, i giochi d’intelligenza non m’interessavano. Ad esempio, non capivo nulla di scacchistica; non distinguevo i pezzi, non capivo le mosse; m’infastidiva tutto il sottile e immotivato lavorio che precedeva ogni più piccola decisione. E ora eccomi qui a seguire schemi, provare varianti. Il cervello così si rafforza, diventa più elastico, aumenta le proprie capacità di reazione.
Abbiamo trovato degli antichissimi manuali nella biblioteca del dottor Chimenti, al quinto piano del vecchio palazzo di Milano che ci ospita. Ce n’è uno in tedesco, bellissimo, in caratteri gotici, con una serie di curiose incisioni.
Siamo quasi tutti maschi; c’è una sola femmina tra noi: Manuela. Doveva essere stata molto bella da giovane, e spiritosa; conserva ancora parte della sua verve e ogni tanto concede agli amici vecchietti qualche sprazzo di gioiosa ironia. Gioca anche lei a scacchi, anche se un antico pregiudizio sostiene l’inadeguatezza dell’intelligenza femminile in questo tipo di certame. Io ritengo, al contrario, che le donne abbiano tutte le qualità intellettive che consentano di elaborare le tattiche ludiche. Forse è insufficiente invece la pazienza, la capacità di attendere, la resistenza ai tempi lunghi del gioco di strategia. Per quanto mi riguarda, devo confessare che anch’io affronto spesso le partite con un atteggiamento di tipo femminile, e questo è sicuramente uno dei miei limiti, quello che non mi consentirebbe di gareggiare con successo in un torneo.

Guardo dalla stretta finestra della soffitta: è una mattina autunnale. Gli alberi stanno fissi e immobili, laggiù, come fantasmi nella nebbia; qualche rara macchina si accosta ai balconi, attracca e si apre per ricevere i passeggeri, poi guizza via velocemente.
Mi muovo, con questo corpo che è ormai un mucchio di ossa e di nervi, quasi più spirito che materia, mi sposto su e giù, in questo spazio ingombro di oggetti, che come me sono residui di un’altra epoca.
Provo dei forti dolori, che lenisco con le capsule che il nostro servizio clandestino di assistenza riesce a sottrarre ai grossisti di farmaci; ma mi sforzo di tenere in esercizio i residui del mio apparato muscolare.

Tutto era iniziato con il nuovo millennio, in cui aveva iniziato a manifestarsi una delle gravi crisi periodiche, da cui il sistema capitalistico era da sempre affetto.
Nel 2011 anche in Italia la crisi aveva incominciato a incidere pesantemente sulla vita delle persone, riducendo l’attività industriale e il commercio e aggravando la condizione giovanile. Allora, anche da noi, gli esperti di economia e, a ruota, i politici, avevano puntato il dito contro le pensioni. Bisognava concederle sempre più tardi, perché i maledetti vecchi vivevano troppo a lungo; sembrava quasi che si rifiutassero di morire, per dare fastidio a quelli che ancora lavoravano. L’età della pensione fu elevata prima a 67 anni, poi a 70, infine a 80 e così via. Ma alla fine anche i politici si resero conto che oltre i 100 anni non si poteva andare. I vecchi continuavano sì a vivere, ma non riuscivano più a spostarsi per andare al lavoro ed erano così pieni di acciacchi che non era utile nemmeno tenerli agganciati a un computer nel telelavoro. Perdevano più tempo a ricordare dove avevano abbandonato un oggetto o un documento che a lavorare. D’altra parte, i giovani premevano perché non erano felici di essere mantenuti e di stare a casa senza far niente.
Infine, la goccia che fece traboccare il vaso furono le spese sanitarie.
Le patologie diffuse e dispendiose che il sistema sanitario fu costretto ad affrontare, malgrado o forse proprio grazie ai progressi della geriatria, misero in ginocchio l’economia. L’intero paese non era più in grado di mantenere quella tremenda massa di vecchi. Una valanga di umana decrepitezza si era abbattuta sull’intera Europa e i tedeschi, per primi, stabilirono dei limiti all’assistenza degli anziani. Dopo 120 anni, chi si ostinava a sopravvivere non avrebbe avuto più diritto a nessuna forma di assistenza sanitaria gratuita o agevolata e, quindi, lo si lasciava morire senza porsi troppi problemi.
Una furibonda campagna di stampa fu scatenata contro i vegliardi.
Poiché gli italiani erano purtroppo i più longevi, nelle più autorevoli testate inglesi, francesi e tedesche cominciarono ad apparire vignette in cui orribili vecchiacci con baffi, pizza, coppola e mandolino compivano azioni nefande.
Il limite dei 120 anni fu imposto anche agli italiani, il cui governo locale nicchiava, per non perdere i voti degli anziani, che costituivano la maggioranza. La soluzione fu trovata attraverso una direttiva europea, che imponeva a tutti governi locali di togliere i diritti politici a chi superasse la soglia dei 120 anni. In questo modo i troppo vecchi non potevano più votare e la finivano di creare problemi alla democrazia.
I giovani celebrarono la nuova legge con grandi cortei, in tutte le capitali europee. Durante le manifestazioni venivano bruciati fantocci rappresentanti un vecchio, dall’aspetto rubicondo e dai vestiti all’apparenza eleganti, il ricco vecchiardo che sfruttava e affamava le giovani generazioni.
Incredibilmente, in prima fila stavano spesso giovani ebrei, gente di colore, omosessuali, che vedevano con favore come la rabbia popolare avesse identificato nuovi capri, per l’espiazione delle colpe del genere umano.
Ma presto anche le nuove leggi non bastarono più. I vecchi continuavano a pretendere la solidarietà del popolo, a lamentarsi, a manifestare, a condizionare il libero sviluppo dell’economia. Lavoratori e industriali non li sopportavano più.
Allora, un ingegnere coreano, che lavorava presso un celebrato istituto nordamericano, inventò il cleaner.

II

Oggi un cleaner è arrivato all’improvviso e ha sorpreso Sobieski fuori dal suo nascondiglio. Forse ne ha percepito la forma, il calore o l’odore e l’ha colto alle spalle, immobilizzandolo con un fascio di radiazioni.
È così che avviene, di solito: il pulitore arriva svolazzando, blocca la sua preda, poi allunga una sorta di tentacolo, con un’estremità costellata di linguine che aderiscono alla pelle del corpo da ripulire. Dicono che l’operazione sia indolore, perché l’organismo sottoposto all’operazione di pulitura non si muove e non proferisce un solo lamento. Piano piano le linguine sottraggono linfa e sangue, eliminano ogni capacità vitale dalle cellule con cui vengono a contatto e le lasciano completamente secche: pura materia inanimata. Il corpo lentamente svigorisce e si affloscia, trasformandosi in una misera spoglia depositata sul terreno. Lo strano volatile abbandona quei resti e fiuta nuovamente l’aria, poi, soddisfatto per il lavoro eseguito, si sposta in un altro ambiente, ancora in cerca di residui di vita, prima di tornare al suo deposito. Dopo qualche minuto, un altro volatile meccanico arriva, raccoglie il mucchietto di ossa e pelle rinsecchita, lo comprime in un cubo, lo impacchetta avvolgendolo con una pellicola nerastra e impermeabile e lo porta via, volando, fino alla discarica finale.
Penso che ormai ci abbiano individuato e che invieranno presto un altro cleaner. DEVO INVENTARMI QUALCOSA.

Infatti il cleaner è qui: è volato di notte, sperando di sorprenderci nel sonno. Ma avevamo previsto la sua mossa. Le giovani menti che gestiscono i cleaner mancano della necessaria raffinatezza. Direi quasi che le loro strategie siano elementari, e piuttosto grossolane.
Noi invece siamo rimasti svegli, in attesa del cacciatore. La nostra condizione di vecchi ci porta a dormicchiare spesso e a vegliare per la maggior parte della notte; ma questo i nostri giovani padroni non possono saperlo. Noi invece sappiamo come mettere in difficoltà la macchina e i suoi sensori.
Il solaio era completamente al buio, ma abbiamo acceso la luce all’improvviso, appena il volatile è entrato, e ci siamo fatti trovare tutti, in cerchio. Il nostro pensiero era entrato in collegamento e questo ci forniva un’arma di enorme potenza, anche se non ancora ben sperimentata. Sapevamo che così si creava un campo, attivo sul pensiero degli esseri viventi; ma non eravamo sicuri che questo potesse consentirci di agire su un apparato meccanico. Il rischio era forte, ma l’aggeggio si trovò subito in difficoltà: doveva scegliere il corpo da cui iniziare le operazioni di pulitura e individuare un criterio di selezione. Le cellule fotosensibili avevano subito un sovraccarico ed erano state momentaneamente disattivate. Si trovò ad analizzare tanti corpi in una volta, per individuare i parametri che consentivano di effettuare una scelta. Probabilmente questi erano complessi e dovevano attribuire un coefficiente all’età, come pure al sesso, e senza dubbio sarebbero bastati pochi secondi a quell’intelligenza artificiale per effettuare i calcoli e individuare l’obiettivo da attaccare con precedenza. Appena due o tre secondi sarebbero stati sufficienti, in una situazione normale. Ma il mutamento improvviso delle condizioni ambientali e il campo che avevamo creato generarono un rumore insostenibile per il processo comunicativo. L’attività dei nanoprocessori biologici entrò in crisi e il volatile artificiale precipitò in uno stato che poteva definirsi confusionale, per analogia con le analoghe condizioni degli organismi biologici naturali, se sottoposti a una scarica di corrente.
Ne approfittammo e ci avvicinammo al cacciatore senza paura. Il nostro campo lo appesantì in maniera insostenibile: provò a sbattere le ali, cercò di muoversi per sottrarsi al controllo che cominciava a subire, ma alla fine rimase immobile, con le ali abbassate, la sinistra appena sollevata e ricurva, la destra totalmente ripiegata.
Lo inondammo di vernice per accecare i sensori e renderlo inoffensivo, poi il nostro tecnico Canetti, che aveva lavorato in un’azienda cibernetica, cominciò a smontarlo. Quando le sue squame, la sua copertura lucida e fibrosa, iniziarono a staccarsi una ad una e l’interno rimase scoperto, l’organismo incominciò a tremare: sembrava proprio un animale vivente, che temesse il proprio annientamento. Pareva che pensasse e soffrisse come un uomo; ma la nostra azione non doveva subire rallentamenti e indecisioni sulla base di considerazioni assurde, perché troppo umane.
Questo è il primo atto, pensai. La rivoluzione è iniziata. Ma il pensiero era ormai condiviso da tutto il nostro gruppo. Eravamo diventati un solo pensiero, una sola struttura suddivisa in corpi fisicamente, solo fisicamente, distinti.
La nuova umanità aveva iniziato la propria finale metamorfosi.

Pubblicato in racconti | Contrassegnato , , , , , , , , , , | 3 commenti

Il palazzo

castello

Da Viaggi impossibili

Capita di non sapere distinguere, a distanza di tempo, le esperienze reali da quelle immaginarie. In particolare questo avviene per il ricordo dei luoghi.

Sembra di esserci già stati, eppure forse non esistono. Sono località che riconosciamo, che sembra ci appartengano, ma non è così.

Non sappiamo se le abbiamo incontrate davvero nella nostra vita o nella vita di qualcun altro, di quel qualcuno che eravamo prima di essere quello che oggi siamo coscienti di essere.

Sono immagini che ritornano. Probabilmente stiamo sognando, ma ricordiamo di aver già fatto lo stesso sogno, di aver già visto quei posti o qualcosa di molto simile. Il riconoscimento crea un’illusione di realtà.

Città, strade, bastioni, camminamenti: spazi da percorrere per tornare a casa. La casa non è mai lontana, in questi viaggi, ma è difficile raggiungerla: ci sono tante asperità, avvallamenti, viottoli brulli, sterrati, costruzioni da attraversare, cantieri che non consentono di utilizzare la via più breve e più diretta.

Così mi trovo a viaggiare, ancora una volta. Ho lasciato la macchina da qualche parte e ora proseguo a piedi, per visitare un paese ai piedi di una collina. La strada m’impone di passare attraverso un antico palazzo.

C’è una prima immagine. Una sorta di enorme spazio scuro. Si cammina su lastroni (o su un unico lastrone?) di granito o di roccia: una piattaforma umida, che conduce a una scalinata che porta a un livello inferiore. Rimane nel ricordo la sensazione di una superficie lucida e giallastra, scivolosa, un pavimento che sembra un molo bagnato dal liquido melmoso di una palude sotterranea.

Lo spazio presenta, a destra, una grande apertura, che mostra il cielo e un’ampia ruvida collina, sulla quale si erge una costruzione fortificata, simile a un castello, con muraglioni estesi, torrioni piuttosto tozzi. Uno di questi però è in rovina e pare piuttosto che una struttura muraria un ammasso di pietrame in equilibrio precario.
Non vorrei trovarmi là sotto, dico a Dino, mio figlio, che mi accompagna in questa mia peregrinazione.

Andando avanti, viene naturale provare a discendere la scalinata e si vede una specie di banchina viscida, dove siedono due uomini alti, coperti di fango grigiastro dalla testa ai piedi. Uno di loro si muove e forse ci guarda: una statua di fango. L’ambiente è scuro, ma s’intuisce che al di sotto scorre dell’acqua calda. Si tratta di terme naturali quindi. L’oscurità non invoglia a procedere. Bisogna uscire e tornare all’aperto, ma non è facile ritrovare il percorso. Ci s’imbatte in un corridoio con porte metalliche, corrose, che si apre su cortili abbandonati, pieni di erbacce. Su ogni lato fabbricati fatiscenti, ringhiere rugginose, bordure incrinate in cemento per aiuole ormai trasformate in pozzanghere da cui emergono ciuffi d’erba spontanea. Appare chiaro che andando più in là si finisce per addentrarsi in aree disabitate, che sfociano nell’aperta campagna. Si fa qualche passo, al di là delle case, ma solo per scoprire che oltre quelle non c’è alcuna strada.

Bisogna tornare indietro, nella costruzione da cui si proviene. Qui s’incontra qualcuno. Sono due signore, non troppo giovani, che chiedono notizie su una farmacia. Ne abbiamo visto una, poco prima di entrare in paese, rispondo. Le donne mi guardano perplesse, parlottano tra di loro. Una dice Grazie, ma credo che abbiano il nostro stesso problema, tornare in un posto civilizzato, uscendo dal labirinto in cui ci eravamo infilati, senza troppo riflettere. Alla fine scelgono una porta ed escono. Anche noi proviamo ad aprire una dopo l’altra quelle porte di lamiera, ma non riusciamo a riconoscere quella da cui eravamo già passati: sembrano tutte uguali. Oltre le porte si sviluppano altri corridoi con altre porte. Troviamo stanze chiuse, buie e segrete, dall’odore di stantio.

Giriamo a vuoto, forse per chilometri. Non si trova una via d’uscita, da quel palazzo infernale.

Non tutte le stanze sono vuote. Qualcuna contiene ancora uno o due mobili tarlati. Rimangono anche delle sedie, o delle poltroncine dall’imbottitura sfondata, rivestita di velluto logoro, con motivi floreali. Ci fermiamo lì, ogni tanto, in quelle stanze, prima di tentare un nuovo percorso.
Dopo molti tentativi siamo certi che da quel palazzo non riusciremo mai a uscire.

Dobbiamo uscire dal sogno, dico, altrimenti rimarremo qui a girare in eterno per stanze e corridoi.
Sì, risponde Dino, ma come facciamo a uscirne?
Gridiamo, dico, gridiamo forte, forse qualcuno ci sentirà nel mondo reale!
Lo facciamo davvero, io e Dino, ci mettiamo a urlare: urliamo disperatamente, tirando fuori dall’animo la nostra angoscia, l’angoscia di essere precipitati in una realtà che non riusciamo a governare, che ci sovrasta con le sue spire, che ci soffoca con la sua irrazionalità.

Alla fine qualcosa succede.

È ancora buio, ma dalla finestra appare un cielo che comincia a schiarire.
Stai urlando come un disperato: hai avuto un incubo, dice una voce di donna.
Ci siamo messi a gridare, io e Dino, per svegliarci dall’incubo.
Nora scoppia a piangere

L’hai sognato di nuovo? dice, quando il pianto si placa.
Lo sogno sempre, le dico.
E com’è: è un bel ragazzo?
Uno splendido ragazzo.
Lo sarebbe stato, se fosse nato, dice lei.

In quel momento ricordo tutto: Nora che iniziava a trasformarsi, il suo viso che diventava più morbido e dolce. Tutto inutile. Lei che non poteva, che non avrebbe mai portato a termine una gravidanza. Finiva tutto con un piccolo grumo di vita che si staccava, che scendeva, che andava via.

Ricordo la clinica: stanze azzurre con tanti fiocchi, celesti e rosa. Persone dallo sguardo sereno, parenti che andavano da una stanza all’altra, una gioia che noi non potevamo condividere. Pulire, disinfettare, raschiare, eliminare i residui di qualcosa che non aveva avuto la possibilità di esistere. Noi che non avevamo fatto più l’amore da allora, per evitare quell’orrore, quella negazione della vita. Anche i miei occhi si riempiono di lacrime e mi trattengo dal singhiozzare, per non rattristare ancora di più la donna che amo.

La prossima volta non mi metterò più a urlare, penso, non cercherò più di tornare dal mio viaggio.

Pubblicato in racconti | Contrassegnato , , , , , , , , , , | 2 commenti