La cooptazione

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(Da La casa dove gli angeli cantano)

A volte si dorme veramente per tanto tempo e, se non interviene qualcuno o qualcosa a svegliarti, puoi dormire fino alla fine, senza renderti conto di vivere. Qualcuno chiama questa sorta di catalessi serenità, qualcun altro accettazione, del mondo e di se stessi; ma quando avviene il risveglio, niente potrà mai essere come prima.
Io, giunto a una svolta del sogno, mi sono svegliato e ho capito.
Ho capito che il mondo è una palla di sterco sormontata da mosconi fantasticamente iridescenti.
Ho capito che il mondo apparteneva a loro, ai mosconi: loro che avanzavano in carriera, lorochevincevanotuttiiconcorsi, loro che mi guardavano con un sorriso di una disarmante superiorità, che un po’ mi compativano, che dicevano tu sei bravo sei geniale sei diverso sei ma… Ma cosa? Era quel “ma” a tormentarmi, ad angosciarmi, a non farmi dormire la notte. Il dolore per l’ingiustizia subita, per il riconoscimento non ricevuto, si trasformava in un dolore fisico, in un’aguzza protuberanza spirituale che dirigevo verso me stesso, generando un tormento generale e indefinibile, una flagellatio interiore che non sarebbe servita nemmeno per ascendere i primi gradini dell’infinita scala verso il paradiso.
Era quella sensazione per cui tanti finiscono per aggredire se stessi, per creare al proprio interno un nemico a cui attribuire le colpe di tutto, un nemico che finisce per divorarti lentamente e ucciderti, un nemico che si chiama cancro. Io però ero diverso. Io non volevo autodistruggermi.
Da quel momento ho diffidato di tutti quelli che guadagnavano più di me, di tutti quelli che avevano ottenuto un incarico, che avevano ricevuto un qualche stupidissimo segnale che li faceva sentire più vicini al potere; qualcosa che significava che il potere li aveva sotto osservazione, che li riteneva adeguati alle sue richieste e quasi consustanziali, che avrebbe finito per cooptarli, in qualche modo. Certo! Perché si arriva al potere solo per cooptazione. Sono loro, i Capi, a individuarti, a sceglierti, a educarti perché tu possa un giorno diventare come loro. Devi avere però delle qualità, delle capacità, devi essere superiore agli altri, ai tuoi concorrenti. Sì, indubbiamente; ma come te, con le tue stesse qualità, con le tue stesse capacità, ce ne sono migliaia; e allora perché dovresti essere tu il prescelto? C’è una spiegazione, forse una motivazione, ma non una ragione. Perché la scelta è irrazionale, in una prospettiva umana, e quella scelta è divina e la motivazione si chiama grazia… la grazia di una divinità terrena, invisibile e inconoscibile, le cui conseguenze, però, sono spaventosamente reali. Ed è perfino ereditaria, qualche volta, questa grazia. Arriva perché erano sorretti dalla grazia i tuoi nonni, tuo padre e tua madre, e ti hanno lasciato i segni tangibili della grazia, e tra questi quello più evidente e più terreno di tutti, il denaro.
Terreno? Ma no, sto riducendo. Il denaro è diventato ormai nel nostro mondo un sostituto del paradiso, quello che ti consente non solo di sopravvivere, ma anche di esistere compiutamente, di realizzarti, di sfruttare la tua intelligenza e renderla produttiva, senza perdere tempo in attività meccaniche e subordinate, prive di valenza spirituale.
Ho capito che il denaro era appannaggio degli eletti. Eppure c’era in loro – ci doveva essere – una qualità che favoriva l’ingresso nella loro dimensione vitale della grazia terrena e questa qualità era la diligenza, unita all’assenza di qualunque idea originale. Era soprattutto questo limite intellettuale che li rendeva affidabili. Loro non avrebbero MAI messo in discussione gli slogan, le verità propagandate dal sistema; facevano propria quella verità e ne erano condizionati e schiavi. Erano parte di quella verità e quella verità era parte di loro.

[E vi pare che un testo che parla in modo così esplicito del sistema possa trovare un editore?]

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Proviamoci

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Per i lettori che non leggono in digitale, ho prodotto una versione cartacea di due dei miei libri. Oltre che acquistarli on-line, è possibile trovarli a Milano nella libreria di Elvio Ravasio, scrittore appassionato di fantasy, che ha deciso di accogliere nel suo negozio anche i romanzi di autori emergenti, oltre che di scrittori già noti. L’indirizzo è Via Gian Giacomo Mora 15 (si tratta proprio del Mora, quello della Colonna infame, il preteso untore di cui parla il Manzoni). La via è una traversa sulla sinistra di via Correnti, scendendo verso Corso Genova. Sono disponibili poche copie di queste prime edizioni e spero che diventino rarità bibliografiche 😀

E per chi non abita a Milano? Beh, magari fate una scappata da turisti per vedere la targa che ricorda quella triste storia di torture ed esecuzioni, passando da Corso di Porta Ticinese, e alla fine di via Mora, dove la strada si restringe per confluire in via Correnti, andate a visitare la libreria dove i miei libri hanno trovato momentaneo rifugio.

 

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Biblioscalo

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Era nell’aria, da qualche tempo, ma solo ora comincia a prendere forma. La discussione letteraria, le recensioni, le informazioni legate al mondo del libro non sempre riescono a trovar spazio agevolmente in un blog personale. Per questo motivo nasce Biblioscalo, un luogo in cui si può parlare di libri, di generi letterari, di produzione letteraria gratuita o commerciale.

Non so ancora quale sarà lo sviluppo del blog. Molto dipenderà dai lettori, se ce ne saranno. Dipenderà dalle iniziative che potrebbero svilupparsi come ramificazioni di questo spazio. Collaborazioni che producano un accrescimento di qualità del blog saranno gradite, purché totalmente svincolate da ogni obiettivo di natura economica.

La filosofia di Biblioscalo è tesa a liberare la cultura, in specie quella che si esprime attraverso il libro, da ogni ingerenza dell’economia, in un momento in cui la cultura stessa è soffocata dalle esigenze di mercato e permane in una condizione ancillare.

Il giudizio (quando si riterrà necessario pronunciarlo) non sarà in nessun modo condizionato dal presunto interesse economico dell’opera artistica, ma dal suo valore, determinato dalle caratteristiche strutturali e dall’originalità del pensiero e della realizzazione. Questo non significa che si disprezzi ogni forma di utilizzo economico dell’elaborato artistico, ma semplicemente indicare chiaramente che le istanze commerciali devono essere posteriori all’affermazione artistica e non prioritarie.

Vi aspetto tutti su Biblioscalo.

 

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E adesso? Lenticchie

lenticchie

 

Per consolarmi delle tante notizie terribili che arrivano dalla tv e dalla rete e per non pensare alle mie spiacevoli prospettive personali, ho pensato di dedicarmi a cucinare le deliziose lenticchie di Castelluccio.

Era da anni che non mangiavo lenticchie e pertanto ho cercato informazioni sul web. Naturalmente poi avrei proseguito la preparazione a mio modo. La cosa più interessante e da tener presente è che queste particolari lenticchie, piccole e dalla buccia sottile, non necessitano di un preventivo ammollo notturno. Ho preferito comunque procedere a un ammollo di un paio d’ore, dalle 8 alle 10 del mattino.

Il primo tentativo di cottura è stato disastroso, perché essendomi immerso in una ricerca su computer ho lasciato seccare e bruciare la pentola. Peccato per le verdure carbonizzate. Ho riprovato il giorno dopo, con migliori risultati.

Dopo il breve ammollo delle lenticchie rimaste, ho tagliato finemente cipolla, sedano e carote e ho lasciato cuocere il tutto a parte, con pochissimo olio e acqua. Nella pentola principale ho messo la parte residua delle verdure, tagliata in modo più grossolano. Ho poi versato nella pentola prima le verdure già preparate, poi le lenticchie. Acceso il fornello, ho aggiunto l’acqua, il sale e un pomodoro rosso tagliato a tocchetti. Alla fine della cottura, quando ormai i legumi iniziavano ad ammorbidirsi, ho unito un po’ di broccoli, cavolfiori e broccoli romaneschi, già sbollentati in precedenza, e ho spolverato con prezzemolo tritato.

Non rimaneva altro che mangiare la zuppa con qualche crostone di pane.

Dato che la quantità era sufficiente per tre persone, mi son dovuto cibare di gustose lenticchie per pranzo e per cena. Infatti sono il solo divoratore di verdure della famiglia. Mia moglie non le sopporta proprio, specialmente i legumi, e mio figlio ormai vive e mangia per suo conto.

Alla prossima avventura!

PS.

Ho dimenticato di fotografare il piatto, per cui la foto ritrae le lenticchie ancora non utilizzate  🙂

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Memorie

ombre

 

Come negare il vento
e le stelle
e la quiete
anche se non la vedi

rifiutare la sete
la ribellione cupa
la malata stagione
di chi vive e chi muore?

Ogni dolore è inciso
nella scorza del tempo
nella pelle dei giorni
non si può cancellare

ma chi rivede i segni
sulle pagine lente
ricorda anche per quelli
che non hanno memoria

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Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Daria Endresen

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Daria Endresen è una fotografa, artista digitale e modella, nata ad Oslo in Norvegia. Lei trae la sua ispirazione dalle sue storie personali. Come riferimento per le sue immagini, cita spesso Frida…

Sorgente: Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Daria Endresen

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Viaggi impossibili

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Avevo in tasca due biglietti e un’intera mattina di tempo libero. Per questo decisi di fare quello che non avevo mai fatto prima. Prendere la linea sei e andare oltre la città, là dove finisce la periferia e incomincia l’Hinterland, con i suoi paesini, i suoi spazi, quel mondo minore che non si ha mai occasione di conoscere.

Dopo le prime fermate, la metropolitana risalì in superficie, ritrovando la luce del giorno. Era una giornata luminosa e ogni tanto s’intravedeva qualche macchia di sole, sui muri delle costruzioni.

Decisi di scendere in una delle fermate intermedie, senza raggiungere il capolinea. Guardavo fuori dai vetri per scorgere i nomi delle località dai cartelli azzurri, ma il treno andava veloce e non riuscivo a individuare un cartello prima che stesse per scomparire, confondendosi nell’indistinta fuga delle cose. Dovevo essermi spinto fin quasi all’ultima fermata, quando riuscii a individuare un cartello e i caratteri confusi che vi apparivano. Il nome che mi parve di decifrare era Coni, un toponimo che non avevo mai sentito.

Il cartello scomparve e io, che mi ero ormai spinto fino alla porta di testa del vagone, trovai naturale scendere.

Appena fuori della stazione, l’ambiente che mi accolse fu qualcosa di inatteso e quasi paradossale. Quella località era come un paesino a mala pena urbanizzato nel cuore di un distretto industriale.

Peccato che non avessi con me la mia macchina digitale. Avrei potuto dipingere coi pixel una realtà che mi era stata fino a quel momento preclusa, e che mi appariva ora come se sorgesse da un sogno. Non si vedevano capannoni con le comuni ampie vetrate, né le vecchie ciminiere di un recente passato industriale, così frequenti dalle nostre parti. Simili a sereni animali, apparivano solo casette a uno o due piani, con stradine sconnesse, piene di ciottoli, tra i quali spuntavano ciuffi d’erba. Tra una casa e l’altra rimanevano ancora spiazzi in cui le piante selvatiche avevano la meglio sulla civilizzazione forzata guidata dai giardinieri. Qualcosa di primitivo e selvaggio pareva manifestarsi con tutta la sua forza.

Anche le piante curate dall’uomo avevano però caratteristiche particolari. In uno spiazzo, davanti a una costruzione che pareva abbandonata, era stata delimitata con dei sassi un’aiuola. Al suo interno si ergeva una pianta dal tronco robusto e dai corti rami, su cui si ammassavano infruttescenze simili a enormi fichi. Le stesse erbe infestanti, che avevano sviluppato rametti e tralci attorno alla pianta e nel poco spazio non ricoperto da lastroni di granito, presentavano caratteristiche che non avevo mai osservato nelle nostre terre.

Poco più avanti, lungo la stessa strada, si ergeva una struttura di un genere mai visto dalle nostre parti. La costruzione, esigua nelle dimensioni, più che una chiesa cristiana pareva un tempietto, a dispetto della croce che ne sormontava la cuspide più elevata. Era di un color rosso acceso, ottenuto con elementi costruttivi simili a brevi mattoni. La pianta era tondeggiante, ma irregolare. Mentre l’esterno dell’edificio mostrava aperture contornate da colonnine tortili e fitte decorazioni in pietra chiara. In apparenza sembrava che un architetto amante dell’ibridazione avesse voluto realizzare una mescolanza di barocco e di stile Khmer, una bizzarria di sapore vagamente orientale, nel cuore dell’Occidente.

Rivedo anche ora distintamente nel ricordo quello che sto tentando di descrivere e la mia mente riprova lo stupore provocato da quella vista.

Proseguii svoltando a destra e a un certo punto mi trovai in una strada chiusa, che terminava con un muretto e un cancello, che delimitavano una proprietà privata.

Mi fermai davanti al cancello basso, fatto con listelli di legno, e guardai davanti ame.

Al di là c’erano un giardinetto ben curato e, di fronte, una villettina di color rosa pastello. Nel vialetto che portava alla porta del villino si aggirava un cane, un bastardino dal pelo bianco sporco, con macchie più scure.

Il cane si avvicinò, manifestando intenzioni amichevoli. Si appoggiò al cancello, drizzandosi sulle zampe posteriori e si lasciò accarezzare.

Dietro di lui apparve il padrone.

È un cane socievole, osservai.

È stato sempre così, fece l’uomo. D’altra parte qui non ci sono ladri, né assassini.

Qui viviamo isolati, anche se la metropolitana ci ha dedicato una fermata. Da noi si ferma raramente qualcuno: non abbiamo attrattive, non produciamo nulla che altri abbiano necessità di comprare.

Smise un attimo di parlare, guardandosi intorno, come se volesse abbracciare tutto lo spazio visibile attorno a lui.

È il commercio che fa girare il mondo, disse.

Lo salutai e cercai di ripercorrere a ritroso la strada che mi aveva portato sin là.

Ritrovai alla fine la stazione e tornai a casa, dove speravo di soddisfare la mia curiosità sulle stranezze di quel piccolo centro.

Dovetti cercare la mappa della mia città negli scaffali alti del corridoio, quelli che avevo fatto montare per trovare spazio alla biblioteca, che ormai debordava dalle camere e si riversava dappertutto occupando ogni mobile esistente. Salii sulla scala di metallo e, dopo molte fatiche, riuscii a individuare la cartina, che si era astutamente dissimulata in mezzo alle altre mappe, quasi tutte di città straniere. Controllai con cura il territorio relativo alla fermata, senza trovare indicazioni specifiche. Si vedevano solamente aree verdi, solcate da strade senza nome. Accesi il computer e cercai notizie, ma nessuno aveva pensato di fornire notizie su quel paesino. Non apparivano segnalazioni di ristoranti, uffici o aziende. Nessuna informazione, come se quell’area dell’Hinterland non esistesse.

Ho avuto per qualche tempo l’intenzione di tornare su quel ramo del metrò e di scendere alla stessa fermata, ma ho avuto paura. Temevo che, essendo ormai trascorso del tempo, quel territorio avesse subito una mutazione e che la sua stessa realtà potesse essere messa in discussione. Insomma, il mondo è quello che è, nel momento in cui lo conosciamo. Basta un niente e tutto può apparire diverso e addirittura mutare la propria sostanza. Cosa avverrebbe allora alle nostre certezze? Che ne sarebbe della fiducia nella nostra percezione, quella che ci consente di proseguire il nostro viaggio nel mondo senza precipitare nell’angoscia e nella follia?

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L’anno della falce

falce

 

Un anno difficile e incredibile il 2016, un anno che ha falciato le vite di tanti personaggi eccezionali, che ci eravamo abituati a ritenere un punto fermo nella nostra esperienza, gente sulla cui presenza pensavamo di poter contare, perché nulla si muovesse, perché nulla cambiasse. Invece le ruote continuano a girare, i mulini a vento o ad acqua macinano sempre nuova farina, alla faccia dei tanti piccoli sognatori che vorrebbero abbatterli.

Un 2016 contraddittorio anche per la politica mondiale, a causa delle scelte contrastanti del capitale, dominatore indiscusso del pianeta. Una parte sposa l’immagine di un mondo sempre più orientato verso l’Islam e fa a gara per collocare nei centri di potere dell’Occidente personalità di religione islamica, ma integrate nel nostro sistema. Un’altra parte si oppone e sostiene nel mondo i tentativi di isolare e imbrigliare l’islam entro le forme di autocrazia che da tantissimo tempo reggono gli stati a maggioranza islamica. Solo il tempo ci dirà chi aveva ragione.

Il mondo anglosassone ha evidenziato i maggiori contrasti, con un fronte vittorioso che esprime un’opposizione dura a una globalizzazione liberal che non è in grado di difendere o non desidera la difesa identitaria.

In Italia, una costituzione blindata che riflette gli orientamenti universalistici delle ideologie dominanti nel dopoguerra, il marxismo e il cattolicesimo, protegge solamente l’espressione linguistica delle minoranze, ma non le culture e i valori identitari delle varie componenti popolari. Come reagirebbero le nostre comunità, prive di ogni difesa giuridica di un loro preteso diritto a un’identità culturale, quando un potere internazionale islamizzato imponesse una dittatura della maggioranza islamica al resto del popolo, cattolico, ateo, agnostico o di altra religione? Vivranno, come Israele, nell’incubo di un’ascesa dell’islam per meriti demografici e reagiranno di conseguenza?

Meglio non preoccuparsi troppo per queste prospettive ancora lontane. Per ora assistiamo ai tentativi obamianclintoniani di perseguire nell’individuazione del nemico nella Russia putiniana, rendendo difficile la strada alternativa proposta dal cattivissimo Trump e vendicandosi delle ingerenze nella campagna elettorale degli States. L’astensione sulla risoluzione dell’ONU relativa agli insediamenti israeliani sembrerebbe un ulteriore tentativo di vendetta nei confronti di una destra finanziaria ebraica che ha probabilmente scommesso su Trump, rovinando i piani dell’establishment democratico al potere.

Non voglio pensare a cosa potrà succedere nel 2017. La mia fiducia nell’uomo e nella sua storia è stata sempre molto bassa, tanto che qualche volta mi capita di stupirmi del fatto che la nostra specie non si sia ancora autodistrutta.

Anche per me il 2016 è stato un anno particolare. Prima di tutto è stato l’anno in cui è morta mia madre. Non era famosa come Eco o Prince o David Bowie o Dario Fo e nemmeno come Debbie Reynolds, ma per me è stata il punto fermo personale che si è dissolto. Quest’anno ha anche visto il mio esordio come editore di libri cartacei autoprodotti, distribuiti in reazione ai rapporti non entusiasmanti con l’editoria tradizionale. Ho intensificato l’attività di lettore e critico-recensore e ho iniziato a pubblicare anche poesia in spazi esterni al mio blog. Spero di continuare a farlo anche nel 2017, così come spero di riuscire a diffondere le storie che scrivo anche tramite supporti tradizionali. Non rinuncio del tutto a trovare un vero editore, perché mi auguro che l’editoria non rappresenti una fase conclusa del processo di creazione del libro, malgrado stia facendo di tutto per realizzare quella che sembra una forma di suicidio collettivo, simile allo spiaggiamento degli animali marini.

Detto questo, auguro a tutti i miei lettori un buon 2017.

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L’uomo e gli oggetti

 

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Se la poesia deve essere testimonianza e comunicazione della realtà, non può limitarsi a riflettere il mondo del passato, a raccontare la lotta dell’uomo per sopravvivere malgrado l’ostilità e il dominio oppressivo della natura.
Nel nostro tempo gli uomini, sottratti alla natura, urbanizzati, compressi in un ambiente artificiale sempre più pervasivo, si ritrovano accatastati assieme agli oggetti in una nuova Babele, un miscuglio di razze, di lingue e di religioni. Arte e poesia non possono non rendersene conto e proseguire sulle strade comode e sicure della tradizione.
Questa tendenza a osservare il presente, fatta propria a volte in maniera inconsapevole dalla poesia, viene esplicitata nella formula del realismo terminale, in cui gli oggetti, anche i più scomodi e antipoetici, divengono protagonisti, così da porsi, davanti alla coscienza dell’artista, come termini di paragone.
Resta da chiedersi se si possa andare oltre, prevedere uno sviluppo di questa concezione del mondo.
Quando, molti anni fa, con spontaneità e scarsa consapevolezza, scrivevo poesie come Uomo-macchina o anche poesie-canzone come Malinek, capivo confusamente di accostarmi a una visione della realtà che tendeva a muoversi oltre l’uomo, verso un mondo in cui l’uomo non solo era circondato dai suoi oggetti, ma diveniva lui stesso oggetto, cosa, integrandosi, come l’uomo di ferro, con la materia inanimata. Era la logica stessa di Tetsuo, delirio cyberpunk, fusione della biologia con la cibernetica. In questa stessa direzione si indirizzava la creazione di Aurora, la donna perfetta, essere bionico, insieme di carne e circuiti, del mio racconto La perfezione, estrema espressione del mito hoffmanniano di Olympia. Questo potrebbe essere quindi il passo ulteriore. Dopo aver acquisito coscienza del proprio convivere con gli oggetti in una realtà antropizzata e deturpata (ricordiamoci delle montagne di rifiuti che costituiscono lo sfondo sostanziale di Underworld di DeLillo o del fiume-deposito di oggetti in Suttree di McCarthy), l’uomo tende a integrarsi in quella stessa realtà, divenendo parte dello stesso degrado da lui generato.

Un tentativo, scritto a più mani, da poeti di varia provenienza, di accostarsi a questa corrente poetica è il bel volumetto Novecento non più (verso il realismo terminale), a cura di Diana Battaggia e Salvatore Contessini, con una lettera di Guido Oldani, in vendita presso le edizioni La Vita Felice.

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Habemus canem

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Da qualche giorno c’è un cucciolo in casa di mio figlio. Naturalmente devo andare a fare il dog-sitter quando lui è al lavoro. Il cucciolo si chiama Jäger. Trattandosi di un alaskan malamute, penso che tra breve dovrò acquistare una slitta e un terreno in Alaska o in qualche sperduta steppa nevosa, per farlo sentire più a suo agio. Mi auguro che cresca presto e diventi quel cane dignitoso che dovrebbe essere. Per ora sta ancora imparando i segreti dell’appartamentino milanese.

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