Mediateca – 1

forme di vita

 
(Da: Viaggi impossibili)

C’è un momento, all’inizio del giorno, in cui ancora la luce non ha preso il sopravvento sulla notte.
Il sonno è stato tormentato, intermittente, e pare quasi che sia giunto il momento del risveglio. Invece ancora l’alba è lontana e il nostro pensiero inizia a viaggiare, in un mondo che conosciamo molto bene, di cui ricordiamo molte occorrenze e circostanze, ma che poi, durante la veglia si cancella, come se non esistesse, sostituito da un altro sogno che chiamiamo realtà.
Quel mondo che svapora al sole è fantasia, miracolo, non ha limiti nemmeno nella logica, obbedisce a leggi sconosciute e forse mutevoli.

Non si è mai soli in quel mondo.
Anche ora ci sono con me altre persone, tre o quattro. C’è anche il mio cane: è proprio un viaggio straordinario, in una realtà meravigliosa. La conosco bene per averci lavorato per anni: è un luogo a cui qualcuno ha dato il nome di mediateca.

Arrivarci è facile; meno facile capirne la struttura, coglierne l’essenza. Non basta conoscere la funzione delle macchine, studiarne le proprietà, per avere nozione del loro reale potere. Anzi solo uno sguardo distante, incurante dei limiti e delle regole che un operatore deve obbligatoriamente osservare, può forse avere accesso al nucleo fiammeggiante del sapere.

Per questo ora io m’impongo di pensare da esterno, da visitatore, e di lasciarmi coinvolgere dall’anima delle cose. Questa è una visita, ma non come le altre. Io guido un gruppo, ma nello stesso tempo ne faccio parte: la mia funzione è nuova, mai sperimentata. Provo una straordinaria sensazione di potenza. Qualcosa sta cambiando in me.
Tutti si registrano all’ingresso. Il luogo non ammette estranei.
Decidiamo di non entrare nel salone circolare che domina il piano terreno. Ne abbiamo una visione fugace dall’esterno. L’impressione è quella di una parete bianco-azzurrognola. Penso a quanto siano in contrasto quei toni freddi con le superfici gialle e salmone che tappezzano la mia vita, da quando mi alzo a quando il buio inghiotte le cose. Vedo il giallo caldo dei muri assolati delle case, il panorama costante che appare di fronte alle mie finestre. Vedo ancora nel ricordo il giallume sporco di un cortile, quello di una casa che avevo visitato quando ero in cerca di un appartamento. Visto e bocciato, senza scusanti. Non si può abitare in uno spazio che uccide l’anima.

Pensiamo di salire al livello superiore. Il cane sarà lasciato giù. Lo ritroveremo dall’altro lato, al ritorno. Si sale passando per un numero impressionante di scale, corridoi, salette, per raggiungere un’area in cui la luce è artificiale e fredda. Abbiamo lasciato lo spazio comune, in cui ci si può sedere davanti a un monitor per vedere spettacoli o ascoltare suoni, e ci dirigiamo verso un territorio che pare vuoto. Si tratta di una sala enorme, lunghissima: il suo pavimento è lucido, levigato. I muri sembrano di vetro, di una tonalità chiara che contiene una sfumatura di turchese. Siamo quasi alla fine. Al di là appaiono già le scale che conducono al livello inferiore, scale che si possono scendere a piedi, in una discesa facile, quasi piacevole.

Qualcuno mi chiama. Dice che ci sono persone che vorrebbero visitare i locali. Rispondo che possono entrare. Scenderò io al piano in cui le macchine dominano gli spazi, dove si espongono i miracoli della tecnologia. Là sotto dovrei anche ritrovare il mio cane.
Improvvisamente un minuscola macchia scura si muove da sinistra a destra, sul pavimento.
Bisogna ucciderlo, dico. L’animaletto sembra proprio uno scarafaggio, ma forse è un insetto meccanico, che corre velocissimo e scompare.
Non ho nemmeno iniziato a dare la caccia allo scarafaggio, quando a sinistra appare di corsa un cavaliere col suo cavallo. Sono entrambi neri, piccoli come i pezzi del gioco degli scacchi. Un cavallo in miniatura, nero e lucido, col suo cavaliere in groppa. Vanno al galoppo, attraversando l’enorme sala vuota.

Guarda, guarda, dico. Tutti si meravigliano. Nessuno poteva immaginare che in quel luogo albergassero così straordinari misteri. E non avete visto i pesci! aggiungo. Ed ecco che appare sul muro cinereo, quasi rilucente, un essere che ha la forma di un pesce, ma una consistenza minima. Sembra un pesce fatto di ostia, trasparente, e la cosa più strana è che porta con sé la sua acqua, il suo ambiente. Striscia sul muro verticale trascinando attorno al suo corpo quasi privo di spessore una certa quantità di liquido, quella che gli permette di sopravvivere. Come il pesce anche l’acqua sembra arrampicarsi, muoversi con minutissime onde. Noto che le mie amiche, perché le mie compagne sono tutte donne, lo osservano con stupore, esprimono meraviglia. Non avrebbero mai pensato che in quel luogo, che ritenevano un semplice spazio dedicato alla tecnologia, potessero svilupparsi i germi dell’immaginario, dell’impossibile. Invece era proprio così. Lì il pensiero si esprimeva liberamente, creava immagini, corpi, azioni.

 

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Esorcizzare il dubbio

sferarossa

 

 

Il linguaggio è uno dei prodotti della cultura umana che meglio rappresenta il pensiero di un’epoca, un’ideologia, una fede.

L’assenza di certezze che appare dominante nel mondo contemporaneo porta con sé l’esigenza di una reazione che proponga asserzioni assolute e inappellabili.

Come si può facilmente notare, nell’italiano corrente, soprattutto da parte delle persone che sono chiamate a parlare di qualcosa, che devono certificare la bontà, o la bellezza, o la verità, la semplice affermazione non è più ritenuta sufficiente. Come dare torto a chi parla, se tutto ormai può essere messo in dubbio, se può essere interpretato come fake new, se dietro ogni dichiarazione si possono scorgere oscuri interessi, intenti truffaldini, invisibili complotti?

Per questo, in ogni intervista, in ogni dibattito, chi viene interrogato su qualsiasi argomento non risponde più sì o no. La sua risposta immediata è sempre “assolutamente sì” o, nella forma negativa, che pure è meno usata, “assolutamente no”.

La parola assolutamente, si badi bene, è pronunciata prima del , come a togliere ogni debolezza all’affermazione, rendendola così assoluta e incontestabile.

In questo modo si esorcizza il dubbio, lo si rende improponibile, l’asserzione diventa dogma, la persona che parla diviene testimone della verità, arcangelo che schiaccia e distrugge il demone del dubbio.

Il mondo incerto, confuso, ricco di sfumature, in cui bene e male si accavallano, cercano di convivere, in cui si scopre che la verità quasi mai sta solo da una parte, in cui le stesse conoscenze scientifiche oscillano, si modificano, gli uomini si aggrappano a credenze antiche, a religioni immutabili, a leggi che spesso male si prestano a regolare una realtà in veloce trasformazione. Finiscono per diventare partigiani di uomini e divinità, di concezioni e bandiere che si credevano stinte, ma che invece rinascono, per suscitare risposte emotive, irrazionali, violente.

In questo mondo che aspira a ridiventare manicheo, in cui luce e ombra vorrebbero tornare a separarsi nettamente, le uniche sfumature che sembrano resistere sono solo quelle del signor Grey, che forse hanno la funzione di far riflettere sulla spaventosa complessità dell’essere umano.

Gli uomini, dal canto loro, ricominciano a schierarsi, pronti alla guerra, non più disposti a comprendere le ragioni di chi professa idee diverse, e a discutere per cercare soluzioni a problemi che non è poi così semplice risolvere. Chi ha idee diverse dalle nostre è un nemico: deve essere ridicolizzarlo e distrutto, sbattuto in galera, licenziato in tronco, messo in condizione di non nuocere.
Ebbene, ad essere sinceri, questo un po’ mi spaventa e mi fa ricordare cose che ho studiato, ma che per fortuna non ho vissuto. Mi fa pensare a quando le persone scomode erano tenute in carcere o spedite in isole sperdute, qualche volta riempite di botte e uccise; mi fa pensare ai prigionieri strangolati nelle segrete veneziane, a Napoleone forse avvelenato a Sant’Elena, a Silvio Pellico, ai fratelli Rosselli massacrati in esilio, a Gramsci incarcerato per renderlo inoffensivo, a Mussolini fucilato, agli oppositori di Erdogan, alle spie avvelenate col polonio, ai miscredenti sgozzati o massacrati con le cariche esplosive… Ma, ora che ci penso, queste cose, queste ultime, stanno succedendo proprio adesso, e chissà quante altre ne vedremo, perché qualcuno si ostina a voler vivere nella certezza, in un mondo di “assolutamente sì”.

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Digitaria

sanguinella

 

Dicono che sia un’erbaccia, ma me la sono trovata nei vasi, nata da semi contenuti nel terriccio acquistato alla fine della primavera, e quando è cresciuta mi è sembrata bellissima, con quelle infiorescenze a spatola, che si aprono come le dita di una mano. Non l’avevo mai notata prima, anche se pare che sia molto diffusa.

La digitaria sanguinea o sanguinella è classificata come erba infestante, ma è una forma di vita e come tale la rispetto, dato che ha deciso di venire a farmi visita. Quando finirà il suo ciclo, la sostituirò con qualche pianta addomesticata: farò come fanno tutti, come tutti i giardinieri del mondo, quelli che dividono le piante in buone e cattive.

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The cleaner

the cleaner

Ripropongo uno dei miei vecchi racconti, pubblicato nell’ebook Il bacio della maschera bianca (LopCom)

I

È passato anche questa mattina, ma ci eravamo nascosti, come sempre, e avevamo confuso il nostro odore con quello delle essenze artificiali che abbiamo trovato dimenticate in solaio. Passa, a intervalli irregolari, the cleaner: devono averlo regolato su una modalità random. Gira un po’, nell’aria polverosa, si muove a scatti, va oltre; poi, all’improvviso, torna indietro, quando già si comincia a tirare un sospiro di sollievo. Spesso queste astuzie funzionano e il cacciatore scopre la preda che si era improvvidamente rivelata. Ma noi, dopo tanto tempo, siamo diventati astuti. Il nostro cervello si è affinato: ora siamo in grado di percepire cose che i nostri giovani discendenti non sono in grado di conoscere. Sappiamo che c’è un motivo per sopravvivere, per andare sempre più avanti nel tempo, e questo ci spinge a proseguire, a evitare di cadere nelle trappole.

Intorno ai 150 anni succede qualcosa di non previsto, né prevedibile: i cervelli iniziano a comunicare senza parole. Nessuno se ne era mai reso conto perché gli uomini e le donne morivano tutti prima, molto prima che questa facoltà si sviluppasse. Si può comunicare a distanza, anche alla distanza di milioni di chilometri. Si è giunti a percepire presenze pensanti anche in altri pianeti, di altri sistemi stellari, anche in altre galassie. Ci pare d’intuire che questa massa pensante, questa massa spaventosamente grande d’individui debba provare a interconnettersi, a costituire un’unità gigantesca e di enorme potenza, poi certamente qualcosa accadrà, qualcosa che è nel nostro programma e nel nostro destino, per questo non dobbiamo, non possiamo morire.

Alleniamo il nostro cervello.
Ricordo che da giovane, ma anche quand’ero già vecchio, almeno fino ai 110, 120 anni, i giochi d’intelligenza non m’interessavano. Ad esempio, non capivo nulla di scacchistica; non distinguevo i pezzi, non capivo le mosse; m’infastidiva tutto il sottile e immotivato lavorio che precedeva ogni più piccola decisione. E ora eccomi qui a seguire schemi, provare varianti. Il cervello così si rafforza, diventa più elastico, aumenta le proprie capacità di reazione.
Abbiamo trovato degli antichissimi manuali nella biblioteca del dottor Chimenti, al quinto piano del vecchio palazzo di Milano che ci ospita. Ce n’è uno in tedesco, bellissimo, in caratteri gotici, con una serie di curiose incisioni.
Siamo quasi tutti maschi; c’è una sola femmina tra noi: Manuela. Doveva essere stata molto bella da giovane, e spiritosa; conserva ancora parte della sua verve e ogni tanto concede agli amici vecchietti qualche sprazzo di gioiosa ironia. Gioca anche lei a scacchi, anche se un antico pregiudizio sostiene l’inadeguatezza dell’intelligenza femminile in questo tipo di certame. Io ritengo, al contrario, che le donne abbiano tutte le qualità intellettive che consentano di elaborare le tattiche ludiche. Forse è insufficiente invece la pazienza, la capacità di attendere, la resistenza ai tempi lunghi del gioco di strategia. Per quanto mi riguarda, devo confessare che anch’io affronto spesso le partite con un atteggiamento di tipo femminile, e questo è sicuramente uno dei miei limiti, quello che non mi consentirebbe di gareggiare con successo in un torneo.

Guardo dalla stretta finestra della soffitta: è una mattina autunnale. Gli alberi stanno fissi e immobili, laggiù, come fantasmi nella nebbia; qualche rara macchina si accosta ai balconi, attracca e si apre per ricevere i passeggeri, poi guizza via velocemente.
Mi muovo, con questo corpo che è ormai un mucchio di ossa e di nervi, quasi più spirito che materia, mi sposto su e giù, in questo spazio ingombro di oggetti, che come me sono residui di un’altra epoca.
Provo dei forti dolori, che lenisco con le capsule che il nostro servizio clandestino di assistenza riesce a sottrarre ai grossisti di farmaci; ma mi sforzo di tenere in esercizio i residui del mio apparato muscolare.

Tutto era iniziato con il nuovo millennio, in cui aveva iniziato a manifestarsi una delle gravi crisi periodiche, da cui il sistema capitalistico era da sempre affetto.
Nel 2011 anche in Italia la crisi aveva incominciato a incidere pesantemente sulla vita delle persone, riducendo l’attività industriale e il commercio e aggravando la condizione giovanile. Allora, anche da noi, gli esperti di economia e, a ruota, i politici, avevano puntato il dito contro le pensioni. Bisognava concederle sempre più tardi, perché i maledetti vecchi vivevano troppo a lungo; sembrava quasi che si rifiutassero di morire, per dare fastidio a quelli che ancora lavoravano. L’età della pensione fu elevata prima a 67 anni, poi a 70, infine a 80 e così via. Ma alla fine anche i politici si resero conto che oltre i 100 anni non si poteva andare. I vecchi continuavano sì a vivere, ma non riuscivano più a spostarsi per andare al lavoro ed erano così pieni di acciacchi che non era utile nemmeno tenerli agganciati a un computer nel telelavoro. Perdevano più tempo a ricordare dove avevano abbandonato un oggetto o un documento che a lavorare. D’altra parte, i giovani premevano perché non erano felici di essere mantenuti e di stare a casa senza far niente.
Infine, la goccia che fece traboccare il vaso furono le spese sanitarie.
Le patologie diffuse e dispendiose che il sistema sanitario fu costretto ad affrontare, malgrado o forse proprio grazie ai progressi della geriatria, misero in ginocchio l’economia. L’intero paese non era più in grado di mantenere quella tremenda massa di vecchi. Una valanga di umana decrepitezza si era abbattuta sull’intera Europa e i tedeschi, per primi, stabilirono dei limiti all’assistenza degli anziani. Dopo 120 anni, chi si ostinava a sopravvivere non avrebbe avuto più diritto a nessuna forma di assistenza sanitaria gratuita o agevolata e, quindi, lo si lasciava morire senza porsi troppi problemi.
Una furibonda campagna di stampa fu scatenata contro i vegliardi.
Poiché gli italiani erano purtroppo i più longevi, nelle più autorevoli testate inglesi, francesi e tedesche cominciarono ad apparire vignette in cui orribili vecchiacci con baffi, pizza, coppola e mandolino compivano azioni nefande.
Il limite dei 120 anni fu imposto anche agli italiani, il cui governo locale nicchiava, per non perdere i voti degli anziani, che costituivano la maggioranza. La soluzione fu trovata attraverso una direttiva europea, che imponeva a tutti governi locali di togliere i diritti politici a chi superasse la soglia dei 120 anni. In questo modo i troppo vecchi non potevano più votare e la finivano di creare problemi alla democrazia.
I giovani celebrarono la nuova legge con grandi cortei, in tutte le capitali europee. Durante le manifestazioni venivano bruciati fantocci rappresentanti un vecchio, dall’aspetto rubicondo e dai vestiti all’apparenza eleganti, il ricco vecchiardo che sfruttava e affamava le giovani generazioni.
Incredibilmente, in prima fila stavano spesso giovani ebrei, gente di colore, omosessuali, che vedevano con favore come la rabbia popolare avesse identificato nuovi capri, per l’espiazione delle colpe del genere umano.
Ma presto anche le nuove leggi non bastarono più. I vecchi continuavano a pretendere la solidarietà del popolo, a lamentarsi, a manifestare, a condizionare il libero sviluppo dell’economia. Lavoratori e industriali non li sopportavano più.
Allora, un ingegnere coreano, che lavorava presso un celebrato istituto nordamericano, inventò il cleaner.

II

Oggi un cleaner è arrivato all’improvviso e ha sorpreso Sobieski fuori dal suo nascondiglio. Forse ne ha percepito la forma, il calore o l’odore e l’ha colto alle spalle, immobilizzandolo con un fascio di radiazioni.
È così che avviene, di solito: il pulitore arriva svolazzando, blocca la sua preda, poi allunga una sorta di tentacolo, con un’estremità costellata di linguine che aderiscono alla pelle del corpo da ripulire. Dicono che l’operazione sia indolore, perché l’organismo sottoposto all’operazione di pulitura non si muove e non proferisce un solo lamento. Piano piano le linguine sottraggono linfa e sangue, eliminano ogni capacità vitale dalle cellule con cui vengono a contatto e le lasciano completamente secche: pura materia inanimata. Il corpo lentamente svigorisce e si affloscia, trasformandosi in una misera spoglia depositata sul terreno. Lo strano volatile abbandona quei resti e fiuta nuovamente l’aria, poi, soddisfatto per il lavoro eseguito, si sposta in un altro ambiente, ancora in cerca di residui di vita, prima di tornare al suo deposito. Dopo qualche minuto, un altro volatile meccanico arriva, raccoglie il mucchietto di ossa e pelle rinsecchita, lo comprime in un cubo, lo impacchetta avvolgendolo con una pellicola nerastra e impermeabile e lo porta via, volando, fino alla discarica finale.
Penso che ormai ci abbiano individuato e che invieranno presto un altro cleaner. DEVO INVENTARMI QUALCOSA.

Infatti il cleaner è qui: è volato di notte, sperando di sorprenderci nel sonno. Ma avevamo previsto la sua mossa. Le giovani menti che gestiscono i cleaner mancano della necessaria raffinatezza. Direi quasi che le loro strategie siano elementari, e piuttosto grossolane.
Noi invece siamo rimasti svegli, in attesa del cacciatore. La nostra condizione di vecchi ci porta a dormicchiare spesso e a vegliare per la maggior parte della notte; ma questo i nostri giovani padroni non possono saperlo. Noi invece sappiamo come mettere in difficoltà la macchina e i suoi sensori.
Il solaio era completamente al buio, ma abbiamo acceso la luce all’improvviso, appena il volatile è entrato, e ci siamo fatti trovare tutti, in cerchio. Il nostro pensiero era entrato in collegamento e questo ci forniva un’arma di enorme potenza, anche se non ancora ben sperimentata. Sapevamo che così si creava un campo, attivo sul pensiero degli esseri viventi; ma non eravamo sicuri che questo potesse consentirci di agire su un apparato meccanico. Il rischio era forte, ma l’aggeggio si trovò subito in difficoltà: doveva scegliere il corpo da cui iniziare le operazioni di pulitura e individuare un criterio di selezione. Le cellule fotosensibili avevano subito un sovraccarico ed erano state momentaneamente disattivate. Si trovò ad analizzare tanti corpi in una volta, per individuare i parametri che consentivano di effettuare una scelta. Probabilmente questi erano complessi e dovevano attribuire un coefficiente all’età, come pure al sesso, e senza dubbio sarebbero bastati pochi secondi a quell’intelligenza artificiale per effettuare i calcoli e individuare l’obiettivo da attaccare con precedenza. Appena due o tre secondi sarebbero stati sufficienti, in una situazione normale. Ma il mutamento improvviso delle condizioni ambientali e il campo che avevamo creato generarono un rumore insostenibile per il processo comunicativo. L’attività dei nanoprocessori biologici entrò in crisi e il volatile artificiale precipitò in uno stato che poteva definirsi confusionale, per analogia con le analoghe condizioni degli organismi biologici naturali, se sottoposti a una scarica di corrente.
Ne approfittammo e ci avvicinammo al cacciatore senza paura. Il nostro campo lo appesantì in maniera insostenibile: provò a sbattere le ali, cercò di muoversi per sottrarsi al controllo che cominciava a subire, ma alla fine rimase immobile, con le ali abbassate, la sinistra appena sollevata e ricurva, la destra totalmente ripiegata.
Lo inondammo di vernice per accecare i sensori e renderlo inoffensivo, poi il nostro tecnico Canetti, che aveva lavorato in un’azienda cibernetica, cominciò a smontarlo. Quando le sue squame, la sua copertura lucida e fibrosa, iniziarono a staccarsi una ad una e l’interno rimase scoperto, l’organismo incominciò a tremare: sembrava proprio un animale vivente, che temesse il proprio annientamento. Pareva che pensasse e soffrisse come un uomo; ma la nostra azione non doveva subire rallentamenti e indecisioni sulla base di considerazioni assurde, perché troppo umane.
Questo è il primo atto, pensai. La rivoluzione è iniziata. Ma il pensiero era ormai condiviso da tutto il nostro gruppo. Eravamo diventati un solo pensiero, una sola struttura suddivisa in corpi fisicamente, solo fisicamente, distinti.
La nuova umanità aveva iniziato la propria finale metamorfosi.

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Il palazzo

castello

Da Viaggi impossibili

Capita di non sapere distinguere, a distanza di tempo, le esperienze reali da quelle immaginarie. In particolare questo avviene per il ricordo dei luoghi.

Sembra di esserci già stati, eppure forse non esistono. Sono località che riconosciamo, che sembra ci appartengano, ma non è così.

Non sappiamo se le abbiamo incontrate davvero nella nostra vita o nella vita di qualcun altro, di quel qualcuno che eravamo prima di essere quello che oggi siamo coscienti di essere.

Sono immagini che ritornano. Probabilmente stiamo sognando, ma ricordiamo di aver già fatto lo stesso sogno, di aver già visto quei posti o qualcosa di molto simile. Il riconoscimento crea un’illusione di realtà.

Città, strade, bastioni, camminamenti: spazi da percorrere per tornare a casa. La casa non è mai lontana, in questi viaggi, ma è difficile raggiungerla: ci sono tante asperità, avvallamenti, viottoli brulli, sterrati, costruzioni da attraversare, cantieri che non consentono di utilizzare la via più breve e più diretta.

Così mi trovo a viaggiare, ancora una volta. Ho lasciato la macchina da qualche parte e ora proseguo a piedi, per visitare un paese ai piedi di una collina. La strada m’impone di passare attraverso un antico palazzo.

C’è una prima immagine. Una sorta di enorme spazio scuro. Si cammina su lastroni (o su un unico lastrone?) di granito o di roccia: una piattaforma umida, che conduce a una scalinata che porta a un livello inferiore. Rimane nel ricordo la sensazione di una superficie lucida e giallastra, scivolosa, un pavimento che sembra un molo bagnato dal liquido melmoso di una palude sotterranea.

Lo spazio presenta, a destra, una grande apertura, che mostra il cielo e un’ampia ruvida collina, sulla quale si erge una costruzione fortificata, simile a un castello, con muraglioni estesi, torrioni piuttosto tozzi. Uno di questi però è in rovina e pare piuttosto che una struttura muraria un ammasso di pietrame in equilibrio precario.
Non vorrei trovarmi là sotto, dico a Dino, mio figlio, che mi accompagna in questa mia peregrinazione.

Andando avanti, viene naturale provare a discendere la scalinata e si vede una specie di banchina viscida, dove siedono due uomini alti, coperti di fango grigiastro dalla testa ai piedi. Uno di loro si muove e forse ci guarda: una statua di fango. L’ambiente è scuro, ma s’intuisce che al di sotto scorre dell’acqua calda. Si tratta di terme naturali quindi. L’oscurità non invoglia a procedere. Bisogna uscire e tornare all’aperto, ma non è facile ritrovare il percorso. Ci s’imbatte in un corridoio con porte metalliche, corrose, che si apre su cortili abbandonati, pieni di erbacce. Su ogni lato fabbricati fatiscenti, ringhiere rugginose, bordure incrinate in cemento per aiuole ormai trasformate in pozzanghere da cui emergono ciuffi d’erba spontanea. Appare chiaro che andando più in là si finisce per addentrarsi in aree disabitate, che sfociano nell’aperta campagna. Si fa qualche passo, al di là delle case, ma solo per scoprire che oltre quelle non c’è alcuna strada.

Bisogna tornare indietro, nella costruzione da cui si proviene. Qui s’incontra qualcuno. Sono due signore, non troppo giovani, che chiedono notizie su una farmacia. Ne abbiamo visto una, poco prima di entrare in paese, rispondo. Le donne mi guardano perplesse, parlottano tra di loro. Una dice Grazie, ma credo che abbiano il nostro stesso problema, tornare in un posto civilizzato, uscendo dal labirinto in cui ci eravamo infilati, senza troppo riflettere. Alla fine scelgono una porta ed escono. Anche noi proviamo ad aprire una dopo l’altra quelle porte di lamiera, ma non riusciamo a riconoscere quella da cui eravamo già passati: sembrano tutte uguali. Oltre le porte si sviluppano altri corridoi con altre porte. Troviamo stanze chiuse, buie e segrete, dall’odore di stantio.

Giriamo a vuoto, forse per chilometri. Non si trova una via d’uscita, da quel palazzo infernale.

Non tutte le stanze sono vuote. Qualcuna contiene ancora uno o due mobili tarlati. Rimangono anche delle sedie, o delle poltroncine dall’imbottitura sfondata, rivestita di velluto logoro, con motivi floreali. Ci fermiamo lì, ogni tanto, in quelle stanze, prima di tentare un nuovo percorso.
Dopo molti tentativi siamo certi che da quel palazzo non riusciremo mai a uscire.

Dobbiamo uscire dal sogno, dico, altrimenti rimarremo qui a girare in eterno per stanze e corridoi.
Sì, risponde Dino, ma come facciamo a uscirne?
Gridiamo, dico, gridiamo forte, forse qualcuno ci sentirà nel mondo reale!
Lo facciamo davvero, io e Dino, ci mettiamo a urlare: urliamo disperatamente, tirando fuori dall’animo la nostra angoscia, l’angoscia di essere precipitati in una realtà che non riusciamo a governare, che ci sovrasta con le sue spire, che ci soffoca con la sua irrazionalità.

Alla fine qualcosa succede.

È ancora buio, ma dalla finestra appare un cielo che comincia a schiarire.
Stai urlando come un disperato: hai avuto un incubo, dice una voce di donna.
Ci siamo messi a gridare, io e Dino, per svegliarci dall’incubo.
Nora scoppia a piangere

L’hai sognato di nuovo? dice, quando il pianto si placa.
Lo sogno sempre, le dico.
E com’è: è un bel ragazzo?
Uno splendido ragazzo.
Lo sarebbe stato, se fosse nato, dice lei.

In quel momento ricordo tutto: Nora che iniziava a trasformarsi, il suo viso che diventava più morbido e dolce. Tutto inutile. Lei che non poteva, che non avrebbe mai portato a termine una gravidanza. Finiva tutto con un piccolo grumo di vita che si staccava, che scendeva, che andava via.

Ricordo la clinica: stanze azzurre con tanti fiocchi, celesti e rosa. Persone dallo sguardo sereno, parenti che andavano da una stanza all’altra, una gioia che noi non potevamo condividere. Pulire, disinfettare, raschiare, eliminare i residui di qualcosa che non aveva avuto la possibilità di esistere. Noi che non avevamo fatto più l’amore da allora, per evitare quell’orrore, quella negazione della vita. Anche i miei occhi si riempiono di lacrime e mi trattengo dal singhiozzare, per non rattristare ancora di più la donna che amo.

La prossima volta non mi metterò più a urlare, penso, non cercherò più di tornare dal mio viaggio.

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Ostrob – 4

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Una forma chiara e indistinta era apparsa nel cielo opaco, simile a quella che avevamo intravisto poco prima dell’uragano che ci aveva costretto a concludere anzi tempo la nostra campagna di scavi.
Questa volta però era molto più vicina, tanto da rendere visibili numerose figure nere, che balzavano da un punto all’altro della struttura, veloci come aerei, guizzanti come motoscafi.
Il nostro fotografo fu attratto dalle strane immagini che vedeva e si allontanò in direzione di quella specie di città, cercando di riprendere tutto quello che si poteva.
Si era messo in ginocchio, per effettuare una ripresa, quando qualcosa di scuro, una presenza venuta dal nulla, gli balzò addosso, per scomparire subito dopo.
Corremmo verso il nostro Gianfranco, che era rimasto a terra immobile, ma quando fummo vicini capimmo che qualcosa di orribile era successo. Il fotografo stava disteso, immerso in una pozza di sangue. Quell’essere venuto dall’ombra gli aveva tagliato la gola.
La fotocamera! Gridò Després, è scomparsa!
Di qualunque genere fossero gli esseri che abitavano Ostrob, appariva chiaro che non solo non volevano essere disturbati, ma che non gradivano neppure che si diffondessero testimonianze sulla loro esistenza.
La cosa più strana fu che la bianca struttura, così com’era apparsa, improvvisamente svanì, senza che ce ne accorgessimo nemmeno, intenti com’eravamo nel cercare di prestare inutilmente aiuto al nostro compagno. Ricordo che, nell’alzare lo sguardo a quello spazio libero da vegetazione, al di là della collina su cui ci eravamo arrampicati, vidi solamente terra, neve ed erba. Qualunque cosa fosse quell’immagine: città o covo di fantasmi, non ve n’era più traccia.
Chiamammo subito Gončarov, per raccontare la terribile avventura che ci aveva colpiti e lui ci consigliò di tornare indietro, per affidare alle autorità russe il cadavere di Ghisleri.
Avremmo detto che il fotografo era stato ucciso da un orso, cosa non infrequente nel territorio che stavamo percorrendo. Nessuno desiderava indagare sulla presenza di un popolo sconosciuto e aggressivo, sulla cui esistenza qualcuno favoleggiava. Il fotografo sarebbe stato sepolto nel sito in cui si stava procedendo allo scavo e il suo corpo si sarebbe unito a quello degli antichi uomini che in quello stesso luogo erano vissuti e in cui avevano trovato sepoltura.

Decidemmo di abbandonare immediatamente quella strada infausta e di sottrarci al fascino mortale di Ostrob. D’altra parte, il tempo stava nuovamente peggiorando e non ci sembrava il caso di avventurarci in terre sconosciute. Fummo io e Blanche a dirigere le operazioni per il ritorno, mentre Julien, quasi impietrito per il tragico esito della spedizione, sembrava sempre più assente e incapace di intrattenere rapporti umani.
Al campo trovammo la polizia, che prese in consegna il cadavere di Ghisleri e valutò che la ferita che l’aveva ucciso era compatibile con l’attacco da parte di un orso. Gli orsi bruni siberiani sono aggressivi come i grizzly e non era difficile incontrarne uno nelle aree boscose e poco frequentate dagli uomini. I poliziotti ci accompagnarono fino a Nar’jan Mar, dove trascorremmo un’intera giornata a raccontare la nostra versione dell’incidente e a firmare carte. L’atteggiamento delle autorità fu comunque benevolo. Fummo solamente rimproverati per la nostra imprudenza. Quella che stavamo attraversando prima della disgrazia era una zona quasi inesplorata e avremmo dovuto affrontare quegli immensi spazi con maggior cautela e con la protezione di guardie armate.
Così, dopo mille altre raccomandazioni, ci consentirono di lasciare il territorio dei Nenec, le sue case basse e i suoi alberi gialli, e di riprendere il cammino per la Russia.
Dopo vari giorni di cammino, la nostra spedizione si sciolse formalmente a San Pietroburgo e ognuno pensava a organizzare il ritorno verso il suo paese. Qui però accadde qualcosa d’imprevedibile. Julien, che era rimasto sempre teso e taciturno durante tutto il viaggio, improvvisamente ci comunicò che non sarebbe tornato in Francia. Non poteva rinunciare a risolvere un mistero. La sua passione per la conoscenza glielo vietava. Sarebbe rientrato in Siberia alla ricerca di soluzioni, anche se presto il clima sarebbe divenuto inclemente. Aveva intenzione di chiedere aiuto agli abitanti del luogo, per non affrontare da solo il popolo di fantasmi che aveva intravisto nella mitica città di Ostrob.

Quanto a Blanche, il mio rapporto con lei si era ricondotto entro una tranquilla sfera professionale e anzi entrambi ci sentivamo a disagio per aver perso il controllo nella maniera più stupida: non era il nostro un atteggiamento degno di persone razionali, né di studiosi affidabili. Tornammo quindi nelle nostre città con qualche incertezza in più e forse con un po’ di rimpianto.
Io continuo però a pensare alla mia collega francese e sogno che per noi ci sia un’altra e meno dolorosa occasione d’incontro. Spero solo che quest’occasione si presenti presto, in un ambiente meno ostile, e che si riesca insieme a superare l’imbarazzo di un’esperienza inusuale e drammatica, come quelle che si attraversano talvolta, quando si tocca un confine, tra vita e morte, tra realtà e sogno.

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Allocchio Bacchini

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Dopo tanto tempo, mi sono deciso a pubblicare una poesia, una delle ultime. Sarà che è arrivata l’estate, sarà che con questo tempo i ricordi riappaiono, ma viene voglia di riprendere a occuparsi di poesia, anche se si tratta di una poesia che ripercorre un nostro passato tecnologico, quello in cui il miracolo di un’immagine azzurrognola e sfumata emergeva da un vecchio televisore.

 

Abbiamo attraversato il tempo grigioazzurro
delle immagini assurde e agognate,
Allocchio Bacchini d’annata nell’aria fumosa
versava odori elettrici con lampi sfrigolanti.

Mai stanchi di giocare sostenendo penombre
più tristi in un’annosa solitudine,
assaporando il maestrale che piega le vene,
cercando nuovi motivi vaganti e incostanti.

Sembrava ieri ma dietro le pieghe del sogno,
uliginosi spingiamo covoni di luce.
Come siamo arrivati su quale vagone,
dietro quale vessillo da quale fiumana,

da ricordi e dolori, da voli di noia
tormentati da fuochi, cardati di paura,
abrasi dalla polvere, lamati delle scorie
di calcoli e speranze?

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Ostrob – 3

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Il bello fu che lei rispose al mio abbraccio e anzi girò il viso verso di me, come per invitarmi. Fu per questo che la baciai e fu il bacio più profondo e sincero della mia vita. Sono sicuro che anche lei in quel momento pensava che quelli potevano essere gli ultimi attimi del nostro tempo. La temperatura si era abbassata di colpo e stare addossati l’uno all’altro, più che un atto d’amore, poteva essere interpretato come difesa dal gelo. L’acqua penetrava insidiosa nel nostro rifugio e saremmo probabilmente annegati, se la tempesta, dopo aver scaricato valanghe d’acqua e turbini d’aria, non avesse esaurito la propria violenza e non si fosse dissolta nel nulla. Ci staccammo quasi malvolentieri e risalimmo in superficie, sentendoci a disagio, per aver creduto che tutto stesse per finire e per aver sognato un sentimento che forse era solo nato dal disperato tentativo di andare oltre, dimenticando le convenienze e le ipocrisie.

Insieme a noi riapparvero i colleghi, che si felicitarono con noi, vedendoci salvi e in buona salute, anche se fradici e infreddoliti. Per fortuna, avevamo vestiti di ricambio conservati sotto vuoto, al riparo dall’acqua, e li indossammo. I dati erano già stati trasferiti sul cloud del progetto di scavo, sul server di Parigi, e i reperti materiali erano al sicuro in un deposito in cui l’acqua non era riuscita a penetrare.

Se il lavoro svolto fino a quel momento era stato salvato, lo stesso non poteva dirsi delle strutture esterne del sito. Protezioni e palizzate erano stati divelti e il legname probabilmente si era disperso nella vasta pianura, dove il bianco del ghiaccio era stato sostituito fin quasi all’orizzonte dal cupo colore della terra. Ci sarebbe voluto troppo tempo per risistemare lo spazio abitativo e gli stessi spazi comuni. Solamente la parte più alta e solida, che i russi avevano costruito con i criteri del bunker usando cemento armato al posto del legno, era ancora agibile e non era sufficiente per consentire all’intera spedizione di vivere e lavorare. Il tempo inoltre non prometteva nulla di buono. Le previsioni parlavano di instabilità diffusa, il che significava che avremmo dovuto attenderci ulteriori tempeste e distruzioni. Decidemmo pertanto, noi francesi e italiani, di accontentarci dei risultati ottenuti fino a quel momento e di intraprendere la strada del ritorno.

Fu allora che Julien propose di percorrere la strada che andava verso sud-ovest, allontanandosi dal Pečora e dalla costa dell’Artico. L’intenzione era quella di esplorare quel territorio che non avevamo ancora conosciuto e nel quale era apparsa la strana visione che pensavamo fosse la mitica città di Ostrob.

Chiedemmo notizie a Gončarov, che ci assicurò dell’esistenza e della praticabilità di una strada che ci avrebbe condotti fino agli Urali e da lì fino a Mosca. Bisognava seguire il percorso che puntava a ovest, per poi iniziare a scendere in direzione sud-ovest. Lungo la strada avremmo trovato insediamenti umani e stazioni di servizio, per fare rifornimento di carburante e di viveri. Non aveva però notizie di una città chiamata Ostrob, che pensava fosse un’invenzione del tatibè o, al massimo l’accampamento mobile di qualche popolo della tundra. Julien invece non decampava dalla sua convinzione che attribuiva un’esistenza reale a quell’insediamento leggendario.

Il meccanico della spedizione russa risistemò nei limiti del possibile i nostri veicoli danneggiati dalla tormenta. Qualcuno si era rovesciato su un lato ed era stato necessario raddrizzarlo, per poterlo rimettere in funzione.

Ci mettemmo in viaggio l’indomani e procedemmo verso ovest per alcune verste, poi il terreno umido, scuro e pianeggiante ci abbandonò e ci trovammo immersi in un bosco che si faceva sempre più fitto e scuro.

Il terreno iniziava a salire, almeno questa era la nostra impressione.

Era un bosco di conifere, che più a sud erano in parte sostituite dalle betulle e da altre essenze proprie di climi più temperati. Naturalmente, non eravamo in grado di vedere cosa ci fosse al di là di quella boscaglia formata da alberi fitti e sottili che ricopriva tutto lo spazio da percorrere. La salita ora era più avvertibile e impegnativa. I nostri mezzi avanzavano su un terreno collinare, ricoperto dal ghiaccio o dal pacciame degli abeti, da cui emergevano qua e là rocce candide e tronchi tagliati di netto con una sega a motore, segno della presenza invadente dell’uomo. La strada, in quel punto, era diventata una specie di sentiero, sul quale i nostri mezzi di trasporto transitavano con difficoltà. La neve, ancora presente a tratti, era segnata dai solchi formati dai pneumatici, da cui traspariva l’oscurità della terra.

Julien era convinto che Ostrob, qualunque cosa fosse, si trovava al di là degli alberi. Blanche non era ben sicura, invece, che quella città fantasma non fosse una sorta di miraggio e io mi stavo avvicinando all’idea di Gončarov, che aveva ipotizzato l’esistenza di un accampamento mobile, che i samoiedi consideravano come una vera e propria città.

Ci fermammo per riposare, in uno slargo tra gli alberi. Noi avremmo anche proseguito, ma non era il caso di sottoporre le macchine a uno sforzo eccessivo. Speravamo poi di trovare un punto di rifornimento al di là degli alberi, una volta superata la collina. La visibilità era scarsa, ulteriormente ridotta dall’oscurità degli alberi e del sottobosco. Dopo aver dormito per qualche ora, decidemmo di andare in esplorazione, a piedi, per capire cosa ci attendesse al di là della collina.

Fu così che finalmente scorgemmo qualcosa.

 

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Ostrob – 2

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Istintivamente guardammo verso Sud-Ovest, da dove giungeva l’aria umida e portatrice di neve e pioggia che rendeva meno gelido il clima delle terre che si affacciavano sull’Artico. Da lì arrivava il soffio della vita.

Anche lo sciamano mosse il braccio per indicare l’Occidente. Laggiù, da qualche parte, doveva trovarsi quella città sconosciuta, di cui non esisteva traccia sulle carte geografiche. Eppure doveva trattarsi di un luogo abitato da tempo immemorabile, come ci raccontò l’uomo. Da quel luogo erano giunti gli antenati, che si erano spinti, con i cani e con le renne, fino agli ultimi lembi di terra prima del grande mare di ghiaccio che giungeva fino al Polo Nord.

Malgrado le avvertenze dello sciamano, proseguimmo col nostro lavoro. Blanche pareva la più impegnata: serissima e meticolosa, registrava e classificava. Gli operai scavavano con impegno e mettevano in sicurezza le pareti. In altri due giorni raggiungemmo uno strato molto più antico di quelli che avevamo indagato. Il tempo e la luce erano sempre uguali. Nessuno poteva prevedere la tempesta che avrebbe sconvolto i nostri piani, accorciando la nostra permanenza nel sito.

Dormivo, e probabilmente avveniva lo stesso per i colleghi francesi, mentre gli operai russi diretti da Goncarov osservavano il loro turno di guardia. Improvvisamente fui svegliato da un rumore violento e aprendo gli occhi non vidi altro che un diffuso biancore.

Dpo qualche secondo, nella caligine che rivestiva l’orizzonte, cominciò a delinearsi una struttura appena definita. Non si capiva bene se si trattasse di una costruzione umana o di un accatastarsi di fiocchi di nubi. Conoscevo bene l’aspetto del ciùm, una capanna conica, a sezione circolare, costituita da una serie di pali flessibili che si accostavano nella parte superiore così da formare una sorta di cupola, aperta in alto per lasciar uscire il fumo del focolare. In basso un’altra apertura fungeva da porta. I muri di quella specie di casa erano costruiti con pelli di renna cucite insieme o da foglie di betulla. Ebbene: la mia impressione, nell’osservare con maggiore attenzione quel che appariva in lontananza, guardando verso occidente, fu di trovarmi di fronte a un palazzo fatto di ciùm. Fu un’impressione chiara, ma solo per un attimo. Dopo quell’attimo già l’immagine aveva acquisito toni sfocati, come se avesse voluto rivelarsi solo per un attimo, manifestandosi per quello che non era, ma che avrebbe potuto essere.

Non fui l’unico a vedere il palazzo. Anche i colleghi erano stati svegliati dallo scoppio della tempesta e erano stati sorpresi da quella fuggevole ma affascinante visione.

Là… Ostrob, gridò Julien.

Il cielo andava facendosi sempre più scuro e sul grigio fuliggine di quel cielo, in piedi, vidi Blanche, coi capelli scomposti agitati dal vento, che guardava anche lei verso l’ovest. A pochi metri da me, a piedi nudi sulla terra nera, vestita di un lungo camicione bianco, fissava, come colta da un incantamento, quel qualcosa che dal nulla era apparso e che nel nulla stava per tornare.

In quel momento una voce tuonò. Era quella di Gončarov, che urlava: Venga giù di lì. Fui io a slanciarmi verso Blanche e a strapparla dal suo sogno. Lei si scosse e si lasciò portare al coperto, in quella struttura robusta che avevamo creato per proteggere i reperti e le nostre provviste dalle intemperie.

Poco dopo si scatenò il finimondo. Lampi, fulmini, scrosci d’acqua. La natura rivelava il suo volto più ostile. Fu forse una tromba d’aria quella che investì il campo. Si sentiva il rumore dei pali sradicati, delle macchine spostate e rovesciate, degli oggetti che sbattevano tra loro prima di essere trascinati via dalla furia del vento.

Mi ero rifugiato insieme a Blanche in uno spazio che sembrava sicuro. Sopra di noi pareva che dovesse arrivare la fine del mondo e, come se fossi in attesa della fine, mi venne spontaneo stringere a me la donna di cui subivo il fascino. Volevo che l’ultima cosa che avrei fatto sulla Terra fosse quella che più desideravo, e che non avrei mai fatto se quel imprevisto non me ne avesse fornito l’occasione. Lo spazio in cui ci trovavamo distesi era strettissimo e, in quell’atmosfera da catastrofe imminente nulla era più naturale che liberare il desiderio e insieme la comunione d’intenti, il senso di protezione reciproca, la forza che ci spinge a sopravvivere e a superare quella divisione dei corpi che c’impedisce di trasformarci in un’unico essere, in un unico pensiero.

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Scacciacrisi

costeform

 

Inutile dire che sono in crisi, per tutta una serie di motivi. L’età che avanza, gli acciacchi che incominciano a imperversare, le decisioni da prendere in merito ai miei testi (continuare a caricare storie sul blog, cercare nuovamente editori – che barba! – andare finalmente in vacanza per sempre e non fare più niente).

In questi casi, spinto anche dalla necessità di trovare piatti alternativi ai soliti, mi capita di provare qualcosa di nuovo (almeno per me).

Avendo a disposizione un po’ di bietole a coste e un pezzo di grana ho pensato di mettere insieme le due cose. Di conseguenza: Bietole a coste tagliate a liste in orizzontale, cipolla tagliata anche questa a listarelle. Si mettono in padella con un po’ d’olio (se piace, mezzo spicchio d’aglio da lasciare per un po’ in padella non ci sta male, lo stesso per il prezzemolo). Si unisce il sale, si soffrigge per poco, poi si aggiunge l’acqua. Quando il liquido si riduce, si aggiunge nuovamente acqua. Quando comincia a diminuire, si buttano in padella le liste di grana padano tagliate in precedenza. Si lasciano ammorbidire fino a che incomincino a sciogliersi, ma senza perdere totalmente consistenza.

A questo punto, si toglie dal fuoco e si comincia a mangiare, col pane. Il guaio è che il piatto è talmente buono che il povero cuoco per forza si dimentica di scattare una foto del suo cibo e pertanto deve limitarsi a fotografare gli avanzi, che divora subito dopo.

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