Baia di Dio – 1

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(Da “Viaggi impossibili”)

Era già la seconda volta che Rebecca mi trascinava alla riunione della sua comunità. E’ sempre così, quando stai con una donna: finisci per seguire le sue predilezioni, le sue fissazioni. Quando poi subentrano le tradizioni culturali, non ti salvi più. La volontà femminile diventa un precetto e non ti resta che arrenderti a una volontà superiore.

Avevo cominciato a leggere l’ebraico, ma ancora facevo confusione, perché trovavo troppe lettere simili le une alle altre, e poi che fatica abituarsi a leggere da destra a sinistra! «E’ solo questione di abitudine» diceva Rebecca. «Devi imparare a conoscere l’ebraismo. Lo capisci che se avremo dei figli saranno ebrei, perché l’ebraicità si trasmette in linea femminile». Sì, lo sapevo, e per questo? Mi servirà a qualcosa conoscere le tradizioni ebraiche, sapere che cos’è kosher e cosa no, imparare tutte le feste sconosciute ai cristiani e tutte le proibizioni che riempiono la vita di quel povero popolo?

A tutto questo lei ribatteva che gli ebrei erano qualcosa d’altro, erano diversi, perché in loro ardeva la vera luce di Dio.

«La luce di Dio?» Io non avevo bisogno di luci e anche di un dio potevo fare tranquillamente a meno. «Cosa saremmo stati noi senza la luce divina, senza la parola, senza la capacità di attribuire un nome alle cose?» Perché era questo in definitiva che raccontava la Bibbia. Raccontava pure che la divinità si era unita agli uomini e aveva generato una specie superiore, che con Dio aveva stabilito un patto. Gli ebrei erano i discendenti di coloro che avevano tenuto fede al patto, e Dio li aveva resi capaci di vincere ogni nemico.

Non sapevo che dire, ma riconoscevo che una specie di strana luce (la luce di Dio?) filtrava dallo sguardo di quelle persone. La stessa Rebecca, che non era per niente bella, emanava un fascino al quale non avevo saputo resistere e probabilmente qualcosa di vero doveva esserci in quello che diceva. Possibile che le persone di genio dell’umanità fossero per lo più di origine ebraica, sicura o presumibile, o che, se quei geni erano maschi goyim, sposassero o scegliessero come compagna una ragazza ebrea?

«Sono le donne ebree a scegliere» scherzava Rebecca «e quando vedono la luce nel viso di un uomo lo legano a sé, perché merita di far parte di quella schiera di eletti che sentono in loro più forte lo spirito divino. Per questo le migliori menti dell’umanità o sono di stirpe ebraica o hanno avuto spose e compagne ebree. Se le hanno seguite e aiutate sono emersi in tutta la loro sapienza, se le hanno rinnegate e abbandonate sono crollati miseramente».
«Dunque io sarei un genio, e in che cosa?»
«Ancora non lo sappiamo, ma certamente hai qualcosa di geniale, altrimenti io non sarei qui con te».

Per scoprire quali fossero le caratteristiche della mia genialità, però, quale aspirante genio, dovevo impadronirmi dei mille segreti dell’ebraismo, della Kabbalah, dei sephiroth, dei significati esoterici dell’alfabeto e di infinite altre sciocchezze.

«E se non fossero sciocchezze?»
«Vivrò lo stesso».
«Ma vivrai nell’ignoranza».
«L’ignoranza spesso rende felici».
«Certo, ma mai quanto la conoscenza».

Insomma non ci fu nulla da fare. Era destino che la seguissi nel suo viaggio verso il sapere, alla ricerca di quella luce che per missione il popolo ebraico doveva riverberare sul mondo. Loro erano un faro che consentiva all’umanità di salvarsi, di evitare la rovina andando a frangersi sugli scogli della vita.

Così divenni anch’io un adepto, pieno di dubbi, è vero, ma istruito a sufficienza per seguire la mia compagna nella vita spirituale, oltre che in quella materiale e terrena.

Un giorno Rebecca mi disse che qualcosa di terribile stava per succedere e che l’unico modo per salvarsi era quello di intraprendere un viaggio verso la baia di Dio.
L’intera comunità si sarebbe incontrata nella vasta aula in cui si tenevano abitualmente le riunioni plenarie e da lì sarebbe partita per un luogo segreto.

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Cecchini

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Ogni giorno usciamo di casa e non vediamo i cecchini appostati sul tetto dei palazzi. Ogni tanto qualche passante cade giù e ci rallegriamo perché non è successo a noi.

Non ci preoccupiamo più di tanto, continuiamo a sentirci sicuri.

In questi giorni i cecchini sono aumentati e la tv ci riferisce il numero di quelli che cadono, ci racconta che i soldati che sparano fanno parte di un esercito di nemici invisibili, ci costringe a non uscire di casa per non essere colpiti.

Dovremmo stare tranquilli, dopo aver chiuso a tripla mandata la porta del nostro appartamento, e invece abbiamo paura. Sappiamo che il nemico è subdolo. Potrebbe trasformarsi in polvere e infilarsi sotto la porta di casa, intrufolarsi nel buco della serratura, aggredirci in qualsiasi momento, mentre dormiamo. Per questo viviamo nel terrore.

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La noce

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La fine del genere umano, o meglio della struttura biologica che era di supporto al pensiero dell’uomo, arrivò nel modo più imprevedibile.
Non vi furono cataclismi. Non avvenne quello che più si temeva, cioè la caduta di un enorme asteroide. Eruzioni e terremoti si verificarono in modo continuo, ma senza apportare danni maggiori di quelli che sempre l’uomo era abituato a sostenere. Nessun intervento di cività aliene e nessun diluvio universale interessò la Terra. Il male definitivo, la catastrofe terminale che condannò la specie ebbe origine da un’organismo sconosciuto che ne aveva contaminato un altro ben noto.
Gli uomini non riuscirono a comprendere quale fosse l’origine della straordinaria e invincibile malattia che li costrinse in pochi giorni a raggiungere le specie estinte del pianeta.
Fummo noi piante pensanti, analizzando i cadaveri e le loro ultime esperienze di vita a giungere a conclusioni sorprendenti. La fine dell’uomo arrivò da una noce.
Gli uomini non avevano fatto in tempo a isolare la spora che si era diffusa con straordinaria velocità, uccidendo le persone colpite in poche ore. Lo facemmo noi.
Si trattava di una forma di vita ibrida, solo parzialmente organica, nei cui confronti l’organismo umano non poteva avere alcuna difesa.
Da dove era arrivata?
Nessuno poteva stabilirlo con certezza. Sappiamo che alcune spore possono sopravvivere nello spazio per riprodursi, anni o secoli dopo, se cadono su un pianeta il cui ambiente sia favorevole allo sviluppo della specie.
La spora si comportò come un parassita e riuscì a penetrare in un soggetto portatore vegetale, un albero di noce. Un uomo mangiò una delle noci infette.
Esistono ancora, nel museo dell’uomo, i notiziari che raccontano l’improvviso e straordinario diffondersi di un’epidemia mortale, di origine sconosciuta. Gli scienziati erano sul punto di isolare l’organismo fatale, ma non fecero in tempo né a descriverlo nelle sue caratteristiche fondamentali, né a trovare un rimedio. La spora si diffuse con spaventosa velocità, passando da uomo a uomo; non produsse invece nessun danno al resto del regno animale. I vegetali ebbero qualche trascurabile danno, per colpa di quel nuovo parassita, ma l’attacco non costituì mai una grave minaccia. Inoltre, dopo qualche mese, la virulenza dell’agente infestante si ridusse, fino a scomparire del tutto. La natura, nel suo insieme, era sopravvissuta, non solo, ma era riuscita a liberarsi del suo più pericoloso avversario, il genere umano.

(Dal racconto inedito Sarcodendron – pianta di carne)

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Sanremo 2020, dal vostro inviato

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Avevo ascoltato per la prima volta i brani di Sanremo e mi era rimasto in mente un solo tema, che rischiava di trasformarsi in un tormentone, simile a quello ben più famoso del racconto di Mark Twain in cui si invitava un controllore a punzonare il biglietto al viaggiatore. Il brano poi era quello di un cero Diodato, che poi il festival l’ha vinto. Insomma, stavolta ho azzeccato tutti i pronostici, compreso il vincitore delle nuove proposte. Bisogna dire che in quel caso il nome aiutava e si sa che chi proviene da una famiglia di artisti ha una preparazione di base e una disinvoltura che altri non hanno, per cui parte un gradino più in alto.

Ovviamente la mia riflessione sul festival di quest’anno, dato che ho ripreso a guardare questa straordinaria vetrina della nostra realtà, non si ferma a un parere sui vincitori.

E’ vero che Sanremo rappresenta lo spirito dell’Italia. Nelle canzoni e nelle preferenze delle giurie ho notato un grande desiderio di serenità, di normalità. L’impegno e gli attacchi politici non hanno fatto presa. La maggior parte degli artisti parlavano di figli, madri, padri: la famiglia innanzi tutto. Una grande attenzione, nei testi, all’amore visto attraverso uno sguardo femminile (Tosca, Irene Grandi, persino Lauro, nella sua forma femminile); c’era una gran voglia di essere normali, quasi come Ringo Starr, e non geni e superuomini, come l’attuale cultura meritocratica e selettiva vorrebbe obbligarci a essere.

Ci sono cose che mi sono piaciute e cose che proprio non ho digerito.

Ho apprezzato la professionalità di artisti che si limitano a esprimere la loro abilità senza eccedere, senza strafare, come Tosca o Gualazzi. Tosca ha tra l’altro eseguito una cover quasi perfetta con un’artista stupenda come Silvia Perez Cruz. Ho apprezzato i brani in cui le donne, anche se non più giovanissime, esprimono la loro voglia di vivere, di esserci. La stessa Tosca, Irene Grandi, che conserva intatta la sua giocosa e brillante sensualità, la quasi dimenticata Rita Pavone, che ci ricorda che gli artisti sono duri a morire.

Non mi è piaciuto il tentativo di trasformare il palcoscenico di Sanremo in un teatro in cui rappresentare casi e orrori umani e fare tentativi grotteschi di qualificarsi attraverso discorsi alti e impegnati.

I monologhi potevano tranquillamente essere evitati. Quello di Rula, diligentemente reso asciutto ed efficace dalla Lucarelli, era decisamente sovradimensionato rispetto all’occasione canora.

Ci sono mancati solo i sermoncini morali di Mattarella o quelli di Liliana Segre o delle sardine. Per il prossimo Sanremo dovremmo proporre anche testimonianze dei lager, dei gulag, delle foibe, dei massacri di Pol Pot, della tragedia dei desaparecidos, o magari del genocidio armeno (se Erdogan acconsente) e di tutte le amene atrocità della nostra storia recente o lontana.

Non ci è stata risparmiata purtroppo invece la lezioncina di Benigni, ormai assunto quale docente universitario di ogni genere e di ogni letteratura, ora che ha dimenticato che il suo ruolo dovrebbe essere quello di far divertire il pubblico (ma ormai i comici italiani hanno capito che far ridere è difficile e far politica e pseudocultura è molto più producente).

Non mi è piaciuto un Junior Cally che per far dimenticare i suoi trascorsi misogini da rapper brutto e cattivo, si è convertito a un’ideologia sardinesca d’accatto, cercando di trovare consensi in quello spazio di sinistra cattolica che sembra dominare ancora l’élite del paese.

Il povero Achille Lauro ha rappresentato il tentativo (non nuovissimo) di imporre l’immagine, ormai vecchia e non più trasgressiva, dopo il rock, il punk, il grunge ecc., sulla musica. Quando non si sa (ancora) cantare, bisogna pure inventarsi qualcosa. Continua a non piacermi il rap, se inserito in un contesto musicale. Si tratta di un genere ibrido, un po’ come il fumetto nei confronti della letteratura: che ci sta a fare a Sanremo (o a Nashville)?

Non voglio parlare di Morgan e Bugo: nel mondo musicale gli scazzi tra membri di gruppi, artisti e musicanti sono stati sempre all’ordine del giorno. Inutile stare a discutere. Ognuno avrà le sue buone ragioni per incazzarsi.

Vorrei terminare invece con la visione di una quasi cantante che ha offerto uno spettacolo disimpegnato, amatoriale, ma estremamemte piacevole, tanto che l’espressione dei maschi della prima fila, durante la sua ultima esibizione, era simile a quella rappresentata dall’immagine paperosa che apre questo mio inusualmente lungo intervento. Peccato che sia scappata il giorno dopo per paura di una giornalista che ha scelto di essere disegnata cattivissima e feroce, una specie di Robert Mitchum della tv.

In fondo sono le persone così, che non si prendono troppo sul serio, a rallegrare i nostri sanremi, persone come la Maserati… pardon Lamborghini. Noi che non ci possiamo permettere nemmeno una comune Mercedes.

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Vibrazioni – 2

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Sul lungo muro che delimitava il cortile l’intonaco cominciò a scurirsi, come se si inzuppasse d’acqua. Si disegnò una sorta di linea, che probabilmente seguiva le tubature nascoste all’interno della muratura e si concludeva infatti col rubinetto.

La linea color cemento bagnato divenne sempre più evidente e la parete, in quella parte che era diventata più scura, cominciò a gonfiarsi. Pareva che sulla parete si fosse materializzata una grossa catena rivestita di stoffa grigia che arrivava fino al lavandino.
Inoltre qualcosa vibrava. Era come un sordo brontolio, o meglio un ronzare indistinto, che pervadeva l’intero spazio, senza che apparissero insetti, né macchinari che si potessero incolpare quali origini del rumore.

Istintivamente si precipitarono in casa e velocemente rimisero nei borsoni le poche cose che ne avevano estratto. Ma anche qui la vibrazione cresceva e gli oggetti incominciarono a muoversi.
«E’ il terremoto» disse Nino.

Tornarono all’aria aperta.
Il mondo sembrava mutare, le cose perdere consistenza. Anche il terreno si trasformava: nell’orto persino le zolle, le zolle saltavano. Gli ortaggi mutavano colore, il verde delle foglie diventava azzurro, giallo, iridescente. I pochi alberi si accasciavano, rami e tronchi si accartocciavano e pareva che svanissero nel nulla. Pareva di assistere a un film catastrofico americano; solo che i due villeggianti sapevano di essere attori di quella catastrofe.

«Andiamo via… corri!» Corsero verso la macchina, cercando rifugio. Nino mise in moto e partì, mentre pareva che il terreno volesse fuggire dalle ruote. Amalia guardava dietro di sé e vide le case ondeggiare. I pilastri che reggevano un cancello si muovevano come i pistoni di un motore a scoppio. La stessa casa che li aveva ospitati appariva come un’immagine trasparente, uno specchio illusorio che stringendosi e allargandosi andava sfumando nella serenità del cielo. La macchina percorse una lunga discesa e i villeggianti ritrovarono la stradina che si collegava alla statale. Da questa poi ci si doveva immettere nell’autostrada.

Accesero la radio, quando s’inserirono nel grande serpente d’asfalto, ma i notiziari non segnalavano nulla di anormale. Non c’era stato un terremoto in nessuna parte d’Italia e non si avevano informazioni di nessun genere che potessero far presumere un bizzarro comportamento delle cose.
«Eppure qualcosa è successo» fece Amalia. «Non ce lo siamo mica sognato!»
Qualcosa era successo, ma cosa? La realtà si era ricomposta, sfidando e annullando l’azione dell’uomo, il suo accanimento creativo? Si trattava di un disperato tentativo di riconquistare una naturale unità nel vuoto degli oggetti?

Nino mi raccontò questa storia incredibile in una serata cupa e nebbiosa.
Gli chiesi se avesse conservato le indicazioni che gli avevano consentito di raggiungere la casa proposta per le vacanze. Disse di sì. Aveva in un cassetto l’itinerario, il tortuoso percorso, ma non aveva voluto fare nessuna indagine. La località era indicata come Castrovetulo; non se ne trovavano però cenni né sulle carte geografiche o topografiche dell’IGM né su google. La campagne, le colline erano rappresentate come spazi dominati dalla natura o al massimo lievemente modificati dal lavoro agricolo e dal sereno passaggio delle greggi.

Amalia era rimasta talmente atterrita da quell’esperienza di viaggio che non ne aveva più voluto parlare. Poi era accaduto qualcosa di traumatico, per altri motivi, e i due si erano lasciati. Nino stava tentando di rifarsi una vita, senza porsi più tante domande. La vacanza sfumata era rimasta nella sua mente come un ricordo angoscioso, acuito dal ricordo della donna che era stata per anni la sua compagna. Per questo aveva finito per parlarne, e aveva scelto me, proprio perché conosceva la mia passione per i viaggi stravaganti.

Per qualche tempo ho pensato di rifare il percorso di Nino, ma non ho mai trovato nessuno che volesse accompagnarmi e, sinceramente, avevo paura di sfidare la sorte da solo. Quella vicenda faceva parte di un’altra esperienza, di un’altra realtà che poteva essere illusoria, nata da un sogno o modificata dalla storia della vita successiva di Nino, rielaborata e alterata nei presupposti o nelle conseguenze. Alla fine ho rinunciato al viaggio, ho rinunciato a una verifica che sarebbe stata comunque negativa, tanto il racconto del mio amico pareva impossibile. In fondo, i luoghi troppo vicini a noi non ci attraggono con sufficiente forza, anche se a volte potrebbero nascondere i misteri più profondi. Purtroppo sono privi del fascino dell’esotico. Se avessi proposto un viaggio in Nuova Guinea o nel Mato Grosso, forse avrei trovato diversi amici disposti ad affrontare l’avventura. Per molti le Ande sono molto più affascinanti degli Appennini.

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Vibrazioni – 1

Foto di carlomaceroni da Pixabay

(Da: Viaggi impossibili)

Un viaggio è sempre un’avventura, racchiude sempre un nucleo sconosciuto, un’essenza ignota e imprevedibile, anche se appare come una fuga momentanea verso la serenità, verso quel sorriso che le ambasce del lavoro e dei ritmi cittadini non consentono di ottenere.
Il villaggio da raggiungere per una breve vacanza doveva essere tranquillo e segreto e Nino e Amalia decisero di raggiungere quella regione impervia dell’Appennino che quasi non appariva sulle carte. Avevano trovato l’offerta di una casa per una settimana a un prezzo esiguo.
L’immagine, allegra e luminosa, brillava sullo schermo del pc. Così semplice e tranquilla, sembrava assicurare giorni di quiete e benessere, senza sorprese. Una stanza da letto, arredata con mobili severi, in noce, nello stile razionale e senza pretese seguito dagli artigiani novecenteschi. Oleografie di argomento sacro o mondano riempivano le pareti libere. La cucina era moderna, formata da armadi pensili di colore chiaro; una porta la collegava a un cortile interno.
«Se ci pensi, spenderemo quasi più per il viaggio che per la permanenza» disse Nino, mentre Amalia non se la sentiva di ribattere. Avrebbe voluto dire che la località era troppo isolata, come un’oasi in un territorio brullo, ma ricordava che il suo uomo aveva sempre lasciato scegliere lei per le vacanze e si era sempre uniformato ai di lei desideri e forse, almeno questa volta, sarebbe stato giusto accontentarlo.
Partirono dalla città prima dell’alba e arrivarono presto: era ancora mattino. Incontrarono dapprima una serie di muraglioni in rovina, segni di antiche e grandiose costruzioni. La casa la individuarono subito. Il numero civico era stampigliato in nero, in modo evidente. La chiave che avevano ricevuto girò subito nella toppa e il portone si aprì.
Sembrava che il paese si fosse svuotato. Non si vedeva nessuno, in quella strada che doveva essere la principale. Le case erano poche e le finestre dalle persiane verdi rimanevano chiuse. C’erano però segni di vita. Dal giardino che circondava la casa affittata giungeva un vivace chioccolio di galline.
«Guarda: un pollaio» disse Nino.
C’era uno spazio, piuttosto angusto e scuro, chiuso da una rete. Al di sopra, una tettoia riparava le galline dall’acqua piovana.
«Non sarà di eternit?» domandò Amalia.
«Chi lo sa?» fece l’uomo.
Il colore era proprio il grigio caratteristico di quelle coperture che una volta tutti usavano e che parevano miracolose.
«Quand’è che si è scoperto che provocavano il cancro?»
«Forse quando la gente ha incominciato a morire» disse la donna.
«E’ sempre così» constatò Nino. «Gli uomini inventano sempre qualcosa, cambiano la natura e guastano tutto. Sanno solo creare morte, la loro stessa morte».
«Dai, pensiamo a mangiare».
Avevano portato un po’ di provviste. Spostarono formaggi e salumi dal frigo portatile a quello della casa, che era acceso e funzionante. Il pane era quello del giorno prima.
«Basta metterlo in forno per un po’» disse Nino. Il forno sembrava in buone condizioni: l’interno era stato pulito con cura, anche se il vetro oscurato testimoniava un lungo uso. Quando il pane cominciò a indorarsi, lo misero in tavola e prepararono i panini.
«Non c’è nulla di meglio che un po’ di prosciutto o di salame col pane abbrustolito. E se c’è anche il formaggio che fila è ancora più buono». Il formaggio infatti filava che era un piacere guardarlo. Nino si divertì ad allungare Nel frigo c’era anche qualche lattina di birra. Ne presero un paio. Era una birra commerciale, senza pretese, ma in quel momento non avrebbero potuto sperare niente di meglio.
«Manca l’acqua» disse Amalia. Lei beveva molto e le bottigliette che avevano portato in macchina le avevano finite.
«E’ inutile portarne tante» aveva detto Nino «Troveremo l’acqua in casa e poi ci saranno un negozio o un bar in paese».
Invece il rubinetto della cucina rilasciava solo qualche goccia.
«C’è un lavandino nel cortile» osservò Amalia, che ricordava di aver visto una struttura grigiognola, dove giaceva una pompa che forse serviva per innaffiare e pulire lo spazio lastricato e le aiole maltenute.
Uscirono dalla cucina e si trovarono all’aperto. L’aria era calma. In alto incombeva la cupola del cielo, di un azzurro profondo. Nemmeno un insetto volava.
Amalia si avvicinò al lavello, con una caraffa vuota da riempire, ma d’improvviso notò qualcosa di strano.

(continua)

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L’uomo senza qualità

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Bisogna avvisare prima di tutto l’ignaro lettore che L’uomo senza qualità non è un romanzo, ma piuttosto un lungo e verboso saggio che riassume pensieri, divagazioni e inutili arrovellamenti di una nazione in disfacimento, l’Austria, indicata sinteticamente come Cacania o meglio Kakania da kaiserlich-königlich, cioè imperiale-regia. Filosofia nicciana, decadentismo artistico e ideologico in ogni sua forma costellano l’ampia opera, che diviene una sorta di enciclopedia della società e delle idee del primo Novecento.

Ulrich, l’uomo senza qualità, ma in realtà sovraccarico di capacità, abilità e cultura che non riesce a mettere a frutto per assenza di passioni, valori, certezze, si aggira in una società che pare sopravvivere senza mutamenti in un mondo che cambia e in una storia che provvederà a travolgerla.

I personaggi, incerti tra adesione ai valori del passato e le scintille di un futuro che ha scarse capacità di attrazione, sono definibili più per quel che non sono che per quello che sono in realtà.
La storia dell’Azione parallela, che dovrebbe porsi come coagulante di una vita e di un’ambizione politica, è per un lettore di oggi appassionante quanto una partita di cricket per un ultrà di una squadra di calcio.
Malgrado questo il libro di Musil merita ancora di essere letto (se si ha la pazienza di avanzare in un territorio fangoso e troppo ricco di humus) per la straordinaria ricchezza di considerazioni, notizie, e per l’ottima caratterizzazione dei personaggi, raccontati con impietosa oggettività. La loro psicologia è messa a nudo in questo dramma dell’irrisolutezza, dell’incapacità di vivere una vera vita, una volta scoperto che “ogni verità eterna è doppia o tripla”.
Può capitare anche di riconoscersi in uno di questi personaggi, anche nello stesso Ulrich, e in quell’atmosfera, dato che stiamo vivendo una simile condizione d’incertezza e indecisione, in cui veramente non si sa quale strada prendere, perché tutte sembrano condurre a un precipizio.
Uno spazio non comune è dedicato dall’autore al personaggio di Moosbrucker, in cui affronta l’analisi della personalità di quello che oggi sarebbe definito “serial killer” e che troviamo infilato, a torto o a ragione, in ogni thriller che si rispetti. Il personaggio sembra proprio ricavato, nei suoi vari aspetti, dal Macellaio, breve romanzo che sarà anche il primo testo significativo di Sandor Marai, anche lui, guarda caso, autore mitteleuropeo di area asburgica.

Musil dedica gran parte della sua vita alla costruzione della sua grande opera che non riuscirà nemmeno a concludere e che può essere utilmente paragonata alla Recherche proustiana o alla Montagna incantata di Mann, che palpitano però di vita e di annotazioni autobiografiche, malgrado l’apparentemente asettica e astratta costruzione dello scrittore austriaco risulti ugualmente ricavata da un’osservazione di persone e fatti reali. Purtroppo, se la realtà e i personaggi sono in Musil come un procedere di fantasmi in un mondo ormai privo di un sincero sentire, il libro che li racconta non può che risultare il racconto di una rappresentazione di squallide marionette, accentuata dall’uso di attribuire agli antieroi della storia nomignoli simbolici, che li trasformano in figure astratte e insignificanti. Meglio ancora si potrebbe dire che i personaggi di questa strana opera sono esseri confusi in un mondo confuso.

Avevo letto, confesso non integralmente, L’uomo senza qualità in un’altro tempo, senza capirci molto, soprattutto perché vedevo la realtà descritta come molto lontana dalla mia. Ora invece mi sembra di vivere in un’epoca molto simile a quella. La Comunità Europea sta al posto della Kakania e soprattutto le idee vomitate ogni giorno da esperti o tuttologi mi sembrano molto confuse: non si sa se dar retta ad apocalittici un po’ fuori di cotenna e mirare a una decrescita, felice o infelice, ma necessaria. Leisdorf nel libro di Musil afferma che non si può procedere a un regresso volontario nelle condizioni dell’umanità. Oggi forse il regresso sarà obbligato. Lo smarrimento dell’umanità sembra però identico. Ecco perché proprio ai nostri giorni il capolavoro di Musil risulta nuovamente un’utile lettura.

Musil ci aiuta a capire anche cosa sta avvenendo nel mondo di oggi, la rinascita dell’antisemitismo ideologico. Scrive infatti l’autore, parlando di Gerda: “Un giorno fu accolta nel circolo giovanile cristiano-germanico a cui Hans Sepp apparteneva, e si sentì subito nel suo vero elemento. Sarebbe difficile dire a che cosa credessero quei giovani; formavano una di quelle innumerevoli, ristrette, liberissime sètte di cui la gioventù tedesca formicola dopo la decadenza dell’ideale umanistico. Non erano antisemiti per ragioni razziali, ma nemici della mentalità giudaica , per cui intendevano capitalismo e socialismo, scienza, ragione, autorità paterna, calcolo, psicologia e scetticismo. Il pezzo forte della loro dottrina era il simbolo”.
Anche adesso, come allora, si combatte un intero popolo volendo distruggere idee, come il capitalismo o il socialismo, che anche oggi appaiono come soluzioni negative per la società e il pensiero. Anche oggi le difficoltà economiche e la mancanza di prospettive ideali spingono verso soluzioni di rifiuto che fanno ripiegare verso culture tradizionali, alternative e irrazionalistiche. Insomma, ci sono tutte le condizioni per una rinascita di una specie di nazismo. Gli ebrei sono assimilati al capitale e alla globalizzazione. Da questo nasce l’odio, che purtroppo non si rivolge contro un’ideologia, ma contro le singole persone, ritenute storicamente responsabili di quell’ideologia. Aggiungerei che l’estremismo islamico del XXI secolo è un’altra faccia di questo rifiuto del capitalismo globalista. Solo che in questo caso la tradizione cui ci si ispira è quella del califfato, anziché quella dei Cavalieri teutonici.

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Hemingway e da Verona

Hemingway pubblicò il suo primo romanzo, Fiesta, nel 1926, dopo aver trascorso vari anni in Europa. La sua conoscenza dell’Italia,della Francia e della Spagna, era diretta e approfondita e sappiamo che fu l’esperienza vissuta sul fronte italiano durante la Prima Guerra Mondiale a ispirargli una delle sue opere più popolari, Addio alle armi.

Si è detto che lo scrittore americano abbia tratto ispirazione per Fiesta dalla diretta visione del crudele spettacolo delle corride e certamente la diretta conoscenza dell’argomento trattato è visibile nelle scene dedicate al mondo dei toreador e degli aficionados. Ma un’altra fonte, questa volta letteraria, potrebbe emergere nella genesi dell’opera hemingwaiana.

Era presente in quegli anni in Italia uno scrittore che godeva di enorme successo di pubblico: era addirittura l’autore più letto tra gli autori italiani. Questo autore era Guido Verona, nome che mutò in quello più raffinato di Guido da Verona, con cui viene ancor oggi ricordato nel mondo delle lettere. Ricordato dagli specialisti di letteratura e dagli studiosi di costume, perché oggi difficilmente si potrebbe trovare un comune lettore che ne ricordi il nome.
Sicuramente, pesarono negativamente sulla valutazione della figura di Guido da Verona l’adesione al fascismo e la creazione di opere datate, legate al gusto dannunziano dei suoi tempi, e non più proponibili in un contesto culturale come quello del secondo Novecento. Lo stesso fascismo ufficiale, d’altra parte, l’aveva osteggiato nei suoi ultimi anni per il suo atteggiamento anticonformista nei confronti della morale corrente e della chiesa cattolica. La sua ostentata esterofilia e l’origine ebraica ne causarono la definitiva caduta, dopo le leggi razziali. Sulla sua fine (1939) sono state avanzate varie ipotesi, dalla malattia al suicidio.
Ebbene, questo volgarizzatore del verbo dannunziano, questo abile compositore di opere sovraccariche di orpelli estetici e di ostentata licenziosità, pubblicò uno dei suoi più importanti romanzi, Sciogli la treccia, Maria Maddalena, nel 1920, sei anni prima di Fiesta, anticipando vari elementi che sarebbero apparsi nel lavoro di Hemingway.
Se analizziamo Fiesta in comparazione con la Maddalena di da Verona, non possiamo evitare di notare alcune sostanziali corrispondenze, che potrebbero far presumere che lo scrittore americano, al suo primo romanzo, abbia inteso utilizzare elementi ricavati da un romanzo di successo, di cui fosse casualmente venuto a conoscenza.

Le storie, innanzi tutto, sono molto simili
1. Un gruppo di conoscenti si reca in Spagna, dove assiste allo spettacolo della corrida. Il gruppo è formato, nell’autore italiano, da ricchi viveurs e dalle loro mantenute, dediti alla passione per il gioco e per una vita di piaceri; mentre, nell’americano, è costituito da giornalisti, scrittori e bohémiens, amanti dell’alcol e di una vita errabonda.
2. Il protagonista non concretizza il suo rapporto amoroso, per l’impotenza causata da una ferita di guerra nel personaggio maschile di Hemingway, per la strana condizione di démi-vierge di Madlene in Guido da Verona, che si risolve solo nel finale.
3. L’amante in carica di Brett, la protagonista di Fiesta, ha la medesima funzione (anche se ben diverso fisico) dell’amante di Madlene, nel romanzo italiano.
4. Lo spazio fisico è il medesimo: la Spagna settentrionale, le provincie basche, San Sebastian in Guido da Verona, Pamplona in Hemingway.
5. La rappresentazione della corrida è uno dei momenti fondamentali dei due romanzi, anche se nello scrittore italiano verrà affiancata dalla descrizione della lotta di galli e da quella delle folle di Lourdes.
6. Madlene, come Brett, è una donna libera e ricca, poco sensibile ai condizionamenti della morale borghese.

Queste quindi le somiglianze, ma importanti anche i segnali di sostanziale diversità.
Guido da Verona rivive a suo modo esperienze dannunziane, dei romanzi, ma più dell’esasperato naturalismo delle Novelle della Pescara, anche se in qualche misura le scene di violenza risultano ancora più crude e squillanti di quelle del suo ispiratore. Ci si avvia già a una rappresentazione più vivace e moderna, mentre D’Annunzio rivestiva anche l’orrore e la brutalità di manti di lirica e involuta estetizzazione. L’impianto rimane però quello di una costruzione volutamente decadente, con varie concessioni al quadretto pittoresco, di genere, e a un’ironia da viveur che parrebbe derivata dai romanzi francesi di costume.
Hemingway crea invece il miracolo di costruire con lo stesso materiale usato dallo scrittore italiano un ambiente decisamente moderno e di far rinascere i personaggi con nuove forme e con diverso spirito. Sicuramente sovrappone ai caratteri un po’ convenzionali del canovaccio di da Verona la descrizione realistica, o quanto meno credibile, delle persone da lui realmente frequentate durante il suo soggiorno europeo.
Se Madlen era uno stereotipo, la femme fatale rappresentata in tanta letteratura del decadentismo, Brett è uno dei più affascinanti personaggi del romanzo del Novecento.
Quello che era un romanzo dannunziano, condito con salsa francese, da cronista mondano, un po’ trasgressivo e piccante, diventa un reportage realistico e disincantato, che apre la strada alla narrativa finalmente e compiutamente tuffata nei mari culturali del Novecento.

(Pubblicato originariamente sul blog Biblioscalo https://biblioscalo.wordpress.com )

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Dormiveglia – Parte 2

creature antropomorfe su sfondo viola

Attraversai la soglia di una porta scura e percorsi un lungo corridoio, calpestando una superficie di cemento, umida e scivolosa.

Alla fine mi trovai in una stanza enorme e chiara con pareti formate da tubi metallici che parevano canne d’organo. C’era infatti la tastiera di un organo in quel luogo e improvvisamente se ne avvertì il suono. Come spuntato dal nulla un uomo vestito di bianco maltrattava quella tastiera, ricavandone suoni fumosi o gnaulanti. Mi parve di riconoscere l’uomo che aveva portato via Rossana, il gigante dalla tuta bianca.

«Non puoi fuggire» disse «ti tengo d’occhio». Chissà perché, non gli volevo credere, non potevo credere, non sapevo credere. Il nostro cervello è predisposto per l’immortalità, che prima o poi in chissà quale forma otterremo. Non possiamo pensare, nemmeno ipotizzare, di scomparire per sempre nel nulla: è contrario alla nostra logica, alla nostra cultura. Ci siamo persino immaginati un aldilà, con premi e punizioni, un dopo gara, un dopolavoro.

Lasciai lì l’organista e imboccai un nuovo corridoio. Questo era lastricato con piastrelle nere e bianche, che luccicavano riflettendo lumi che si scorgevano in lontananza.

Sentivo un rumore di fondo, come di un flusso continuo, come se un liquido si muovesse all’interno dei muri, sotto le pietre, sotto i lastroni di calcestruzzo del soffitto.

Tutto, anche ciò che nella nostra comune esistenza pare immobile, è invece la sintesi di movimenti che non hanno tregua.

Il corridoio terminava in uno spazio che pareva non avesse limiti. In quello spazio fluttuavano immagini, cose, esseri, animali, persone. Mi sembrò di riconoscere qualcosa o qualcuno: oggetti che avevo posseduto o percepito, persone con cui avevo parlato o per cui avevo provato sentimenti. Era come se le deboli immagini che il ricordo conservava avessero trovato nuovo splendore e tornassero vivide come erano state una volta. Ecco il mio gatto bianco e nero che si riavvicinava e seguiva tutti i passi del padrone e amico. Era un gatto quello che doveva essere stato un cane in una vita precedente, perché da cane si comportava, affettuoso e fedele, buffo e pasticcione.

Tante persone di cui non ricordavo nemmeno il nome: un compagno di stanza dei tempi dell’università, amici, amiche, gente che giaceva in qualche segreta latebra del mio cervello; ragazze con cui mi accompagnavo talvolta, di cui avevo frequentato occasionalmente la casa, con cui avevo immaginato di poter stabilire una relazione, figure che riapparivano come per miracolo.

Una di quelle immagini brillava, quasi avvolta da un’aura: si chiamava Giorgina, ai tempi del liceo.

Le parlai con semplicità, come se non fossi stupito di rivederla, in quello spazio così particolare, così estraneo alla nostra comune esperienza.

«Quante persone scompaiono dalla tua vita, ci hai mai pensato?»

Lei sorrideva: «Io invece sono sempre qua, ma nella mia vita non ci sei, non ci puoi essere. Non era destino».

«Sono stato sempre ossessionato dalle assenze, da chi scompariva dall’orizzonte, per non tornare più».

Lei continuava a sorridere, lieve come un sogno.

«E ora mi dicono che dovrei essere io a scomparire, a uscire dalla vita degli altri».

«Prima o poi capita a tutti, lo sai. Non è così terribile. Il tempo si dissolve, sciogliendosi come un orologio di Mirò».

Il suo volto era sereno e io mi sentivo sprofondare in un abisso di dolcezza.
Mi succedeva anche con Rossana qualche volta. Avrei voluto dirglielo, ma non sapevo come. Non riuscivo a trovare le parole adatte. Come si fa a descrivere una sensazione, un moto dell’animo che non si comprende nemmeno completamente, in ogni sua sfumatura? Nel parlarne si corre il rischio di ridurre e travisare, di manifestare qualcosa di completamente alieno da quello che si vorrebbe esprimere. Spesso le parole non corrispondono al pensiero reale, per un nostro difetto, per una nostra incapacità o inadeguatezza.

«È vero che sto per morire?» chiesi.

«Morire? Che parola forte, definitiva, spaventosa! C’è un momento in cui la materia si deve dissolvere. Le cellule invecchiano e devono essere sostituite, solo che a poco a poco la capacità di ricostituire nuove cellule viene meno. Le informazioni cominciano a uscire dal corpo, scivolano fuori dai limiti della struttura che le ospita e che le aiuta a svilupparsi. Quando il corpo non è più in grado di sostenerle, si riassemblano nello spazio con gli altri arcimilioni di miliardi di particelle che veicolano informazione e ricostituiscono l’unità da cui hanno tratto origine. Si crea una coscienza unica, che si autocontempla nella sua consapevolezza. Cessa l’agitazione delle particelle, cessa l’insoddisfazione, la ricerca affannosa di una realizzazione: si è raggiunto finalmente l’equilibrio. Comunque, per adesso, non ti preoccupare. Ti hanno concesso ancora del tempo. Puoi tornare nel tuo mondo».

Poi un periodo di vuoto, anzi di assenza di luce.
Immagini scorrono, si ripetono, con poche variazioni. Foto caricate sul web. Uomini e donne che vanno nudi in bicicletta. Corpi dipinti che paiono ricoperti di stoffe inesistenti. Ragazzine che fanno smorfie davanti alla macchina digitale o che simulano rapporti lesbici. Ragazze scalze che camminano sui binari del treno. Donne che mostrano l’indice disteso: fuck you. Segni con le dita di ragazzi e ragazze, bambini o giovani adulti, simboli che non tutti conoscono, che forse fanno riferimento a significati segreti coltivati in ambienti chiusi. Modelle con la bocca ricoperta da una farfalla. Gruppi di giovani immortalati nel salto, immersi nell’aria, liberi nello spazio. Cani, cani in tutte le pose, gatti, animali assonnati che brucano.

«Oh, finalmente ti sei svegliato» dice una donna, mia moglie. La intravedo a malapena, in controluce, ma è proprio lei ed è viva.
Sono a letto, in un letto candido, in un ospedale silente, collegato da sonde e tubi a macchine elettroniche che non posso vedere, collocate in alto, dietro di me.
Un uomo con un camice bianco, un medico gigantesco lancia un mezzo sorriso e dice: «Per questa volta ce l’abbiamo fatta».
Tante altre persone arrivano, alla spicciolata, si congratulano per la buona riuscita del mio viaggio.
«Come si sta dall’altra parte?» chiede uno, forse un conoscente, che nemmeno ricordo chi sia.

E così, dopo qualche giorno, torno a casa, dove tutto sembra essere come prima, ma non proprio tutto.
Il gigante vestito di bianco lo ritrovo alla visita di controllo, in ospedale.

«La trovo bene» fa lui «le è piaciuto il suo viaggio?»
«È stato interessante» rispondo.
«E tutto è tornato come prima?»< mi chiede.
«Quasi tutto. Non capisco però perché i fiori, che prima si aprivano solamente in pieno sole, per accartocciarsi al tramonto, ora li trovo già spalancati all’alba, quando mi sveglio, e talvolta rimangono aperti anche quando il sole è tramontato da un pezzo. È come se le regole non valessero per sempre».

«Non si preoccupi» dice lui succede sempre così, e avviene in maniera sempre diversa per ciascuno. La vita è piena di mutamenti, discrepanze, qualche volta inavvertibili. Non tutti se ne rendono conto. Lei invece è sulla buona strada. Comincia a capire che la realtà è solo rappresentazione».

(Fine)

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Dormiveglia – Parte 1

Da Viaggi impossibili

Ho paura del dormiveglia, delle strane cose che possono succedere in quello spazio inquieto che si stende tra il reale e l’immaginario. Il tempo sembra interrompersi, la logica cambia: tutto si spezza e si ricompone in modo imprevedibile. In quello spazio mi pare di aver viaggiato, più volte, e forse continuo a viaggiare, tra la speranza e la paura, mentre tutto si forma e si fonde, o improvvisamente svapora.
Mi capita quindi di svegliarmi con un timore, sempre diverso, ma molto reale. Una volta, non molto tempo fa, temevo di non aver chiuso la porta, la notte prima, e per questo mi sono alzato alle prime luci dell’alba e sono andato a controllare.
Controllai dunque la chiusura dell’ingresso, scoprendo con grande preoccupazione che la porta era rimasta aperta; ma la richiusi immediatamente, terrorizzato. Nel pianerottolo c’era un uomo con una tuta bianca, alto più di due metri. Non stava vicino alla porta, ma si capiva che cercava qualcosa. Visto che il mio portone si era aperto, sia pure per un attimo, il gigante si attaccò al campanello.

All’inizio attese un po’, poi divenne insistente, alla fine fastidioso. Non ottenendo la riapertura dell’uscio, incominciò a parlare.
«Siamo venuti per portar via il corpo» tuonava l’uomo in bianco con voce stentorea, dal timbro perfetto, quasi innaturale.
«Quale corpo? Qui non abbiamo corpi da trasportare».
«Quello di sua moglie» spiegò il tizio da dietro la porta.
«Ma se sta dormendo!»
«Non sta dormendo, vada a controllare».

Tornai in camera e chiamai Rossana, ma lei non rispose. Mi avvicinai e la trovai abbandonata sul letto, troppo abbandonata per essere semplicemente addormentata. Un filo di saliva le scendeva dall’angolo della bocca. Il petto era immobile. Non c’era alcun dubbio: non respirava. Cercai di scuoterla, ma non reagì. Sembrava veramente che la vita l’avesse abbandonata, lasciando un’effigie ancora morbida e dolce, morbida e dolce come lei sapeva essere talvolta, come lei era stata. Non potevo più opporre argomentazioni o tergiversare. L’uomo in bianco aveva ragione e non avevo nessun motivo per non fargli svolgere il suo lavoro, per cui alla fine aprii la porta. Entrò, accompagnato da un altro tizio che non avevo visto prima. Anche lui indossava una tuta candida.

«Non si rallegri troppo, perché domani torniamo a prendere lei» disse il secondo uomo.
«Non è possibile: io sto benissimo».
«Anche sua moglie stava benissimo, ma noi sappiamo sempre tutto. Sappiamo quando il tempo è finito».

Sollevarono Rossana come fosse un fuscello e la misero in una specie di barella.

«Ora la portiamo giù» fece il primo uomo.

Il materasso rimase vuoto, immenso e spoglio, infinitamente spoglio.
Avevo comprato quel materasso unico a due piazze perché pensavo che i miei rapporti con Rossana potessero tornare a essere quelli di una volta. Invece, quando l’amore è finito, anche il semplice immaginare un rapporto diviene impensabile. No, per carità: il coito, la penetrazione sono azioni che senza desiderio risultano improponibili. Perché entrare con una tua appendice in un altro corpo, se il piacere derivante dallo sfregamento può essere generato anche manualmente, senza coinvolgere un’altra persona, che forse prova disgusto nel sentirsi umida, sulla pelle e dentro la pelle, perché obbligarla a vivere momenti sgradevoli e perché obbligare te stesso a utilizzare quel corpo come oggetto di piacere, perché insudiciarlo, deturparlo, contaminarlo con le tue viscide emissioni?
Ora anche le ipotesi di ripresa di un’azione interrotta da tempo erano state spazzate via dal destino. Tutto si era concluso.
Era quella la realtà? Dovevo cercare una via di fuga. Mi ero vestito, sostituendo il pigiama con un pantalone e una camicia. Non usavo quasi mai le t-shirt: mi facevano sudare. Ora ero pronto a scendere, con la mia solita maschera, quella che gli altri erano abituati a vedere.

Presi l’ascensore e arrivai al giardino condominiale. Guardai fuori. Era la realtà quella che vedevo? Mi sembrava piuttosto un’immagine osservata in uno specchio, troppo vivida e luminosa per essere vera: una rappresentazione, uno spettacolo che qualcuno aveva costruito per me, per farmi credere che tutto quello che appariva fosse vero. Le cose avevano una perfetta coerenza, obbedivano a una logica, non potevano mutare a piacimento. Tutto sembrava credibile: le nuvole, il cielo, i palazzi, gli alberi, l’erba, le zanzare che attaccavano come pattuglie di aerei da caccia, che atterravano affamate sulla pelle del viso, in pieno giorno. Cercai di muovermi, di allontanarle dal mio corpo, ma qualcuna pareva essersi affezionata e non voleva staccarsi. Fui costretto a schiacciarle: con certi esseri non ci sono soluzioni alternative a quelle più semplici e definitive.

Stavo lì a combattere quando arrivò la custode, che era una donna dal colore olivastro, con due enormi borse sotto gli occhi. Aveva un nome straniero complicato e impronunciabile, per cui si faceva chiamare Francesca.

«Devo scendere nei sotterranei» le dissi.>
Non so se posso farla andare» obiettò imbarazzata, mentre io mi ero già spostato avanti, in cerca del passaggio.

Si aggiustò la veste incolore, poi mi seguì. Vide che non intendevo rinunciare al mio viaggio e mi avvisò:
«Stia attento: è pericoloso. Lì sotto succede di tutto».
Non le risposi. Sapevo che era più pericoloso per me restare immobile in casa, in attesa.

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