La gara

campioni da rottamare

Devo confessare che non ho seguito le olimpiadi, o meglio che le ho seguite a mio modo, andando a controllare i risultati degli atleti italiani la mattina dopo, sulla tv o su internet.
È un comportamento che adotto sempre per ogni tipo di gara, non solo di carattere sportivo.
A dire il vero, non sopporto lo stress da competizione. Per questo motivo cerco di assentarmi in spirito durante le partite della nazionale, magari ascoltando musica o facendo qualcosa di impegnativo,
In realtà soffro orribilmente quando la partita viene giocata o quando la gara è in corso e purtroppo, soprattutto durante i mondiali, è facile farsi un’idea di come procedono le cose dalle urla improvvise o dal silenzio opprimente dell’intera città.
Naturalmente la situazione è ancora peggiore quando io stesso per qualche motivo mi trovo a gareggiare.
Ebbene sì, sono uno di quegli infelici che offrono il peggio di sé quando si trovano a competere con qualcun altro. Ci sono persone, al contrario, che si esaltano nella gara e ottengono i migliori risultati quando devono combattere. Io per produrre qualcosa di buono, in qualunque campo, ho bisogno di serenità, devo sapere di non essere giudicato da nessuno e di non avere avversari. Comprendo benissimo gli artisti che, dopo aver prodotto musiche egregie, mandavano a Sanremo le loro creazioni più banali e inconsistenti e spesso, per questo, deludevano i loro ammiratori.
Il nostro mondo meritocratico privilegia i lottatori e cancella chi non eccella nella competizione.
È per questo che io, in qualunque tipo di gara o concorso, vinco soltanto se sono l’unico concorrente, se gareggio solo con me stesso, il che è già una bella lotta.

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Le stelle assenti

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Malgrado ogni sforzo, pare che anche quest’anno non sia riuscito a vedere le stelle cadenti. Sarà che il cielo di Milano è troppo illuminato, sarà che vicino alla linea dell’orizzonte in questi giorni di agosto c’è sempre come un velo di nubi e di smog, il risultato è l’impossibilità di scorgere quei fuggevoli fenomeni che mi è accaduto varie volte di ammirare quand’ero ragazzino, ad Alghero, dove le stelle guizzavano improvvise, prima di spegnersi per sempre.
In cambio, in questa Milano albero di Natale fuori tempo, si possono ammirare le luci rosse intermittenti dei nuovi grattacieli, quelle fisse del palazzone della zona fiera che pare un materasso a molle, le altre luci gialle che tempestano la distesa di costruzioni a perdita d’occhio.
Dicono che sia per colpa di tutti questi astri artificiali che quelli naturali scompaiono alla vista dell’uomo, fatta eccezione per la luna e per qualche pianeta del nostro sistema solare.
Insomma, alla fine ognuno ha le stelle che si merita.

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Trenette alle melanzane

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Considerato lo scarso interesse degli italiani per la letteratura, penso seriamente di dedicarmi, con migliori risultati, ad argomenti di più generale interesse, come ad esempio la gastronomia.
Renderò partecipi, pertanto, gli affezionati lettori di questo blog delle mie esperienze di cucina o delle mie bizzarrie trinkologiche, sperando di trovare migliore accoglienza tra gli amanti del cibo e delle bevande di quella che mi hanno riservato gli appassionati di narrativa o di poesia.
Ciò premesso, avrei piacere di raccontare la mia rielaborazione di un piatto che ritengo tipico della nostra cucina, la pasta con le melanzane.
Ho provato a prepararlo due volte, la prima con le melanzane perline, che non conoscevo, e che sono perfette per questo particolare utilizzo, la seconda con le comuni melanzane tonde.
Se si usano le melanzane tonde, piuttosto dolci e morbide, bisogna tagliarle a dadi o tocchetti molto piccoli, affinché assorbano bene il condimento. I dadi troppo grossi hanno la pessima abitudine di rimanere insipidi e acquosi e del tutto inadatti a mescolarsi agli altri ingredienti per fare un buon sugo.
Ho buttato i dadetti di melanzana in padella, ho aggiunto un quarto di cipolla e una decina di pomodorini di Pachino. Si possono usare pomodorini di vario genere, purché dolci e sufficientemente maturi. Ho unito un po’ d’olio, sufficiente per cuocere le verdure senza friggerle, e un bicchiere d’acqua. Come condimento, oltre al sale, ho utilizzato un cucchiaino di curcuma, qualche bacca di coriandolo, prezzemolo tritato e pepe. Volendo dare un po’ di tono al tutto, ho messo in padella anche un pizzico di peperoncino.
Il sugo va lasciato cuocere a fuoco moderato per più di mezz’ora, schiacciando la maggior parte dei pomodorini, mescolando ogni tanto e aggiungendo poca acqua quando comincia a seccare. Naturalmente più a lungo cuoce (senza bruciare) e più assume aspetto e gusto di sugo e non di un intruglio di erbe lessate.
Nel frattempo ho cotto a parte delle ottime trenette al dente, le ho scolate e versate in padella, ho unito il grana padano e ho mescolato la pasta insieme al sugo ormai consistente. A cottura ultimata, ho spolverato sulla mia opera un pochino di prezzemolo che mi era avanzato.
La pasta era tanta e la padella grande, per cui mi è rimasta una porzione abbondante anche per l’indomani.
Insomma, il piatto è facile e gustoso e può essere ancora arricchito (se non siete vegetariani) aggiungendo una puntina di estratto di manzo liebig sia nel sugo che nell’acqua di bollitura della pasta.

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Concertone

Milano, via Torino

via Torino

Qualche settimana fa, reduce da una pizza senza infamia e senza lode in zona Brera, sono arrivato, passo dopo passo, in piazza del Duomo. Già a Cordusio, un maxischermo proiettava le immagini del concerto di Radio Italia, per pochi passanti incuriositi. Immaginavo che ci sarebbe stata una grande folla; invece, un numero esiguo di persone transitava per via Dante. Qualche turista si addentrava come al solito in piazza dei Mercanti, altri si accostavano timidamente all’area del concerto, dominata da quel grande elefante gotico e bianco che da secoli simboleggia Milano.
La grande piazza era completamente transennata. La gente per lo più sostava ai margini, là dove si sentiva un suono potente e perfetto, mentre cantanti e presentatori restavano invisibili, protetti all’interno di un palco alcova. Se avessero trasmesso da uno studio, a cento chilometri di distanza, l’effetto sarebbe stato identico. L’apparato di sicurezza era imponente e probabilmente i poliziotti erano in numero maggiore degli spettatori. Numerose le macchine delle forze dell’ordine. All’interno della piazza un certo numero di giovani era riuscito a entrare, sottoponendosi a un’accurata perquisizione, e forse questi erano gli unici a veder qualcosa di quello che stava succedendo sul palco. Da fuori veniva il dubbio che su quel palco non ci fosse nessuno o che, magari, vi si aggirassero ologrammi, fatti di luce e colore.
Certo, ci si può ancora divertire, pensavo, in questi tempi di quasi-guerra, ma con molta moderazione. I ragazzi continuano, con una punta di sana incoscienza, a frequentare i concerti, con la speranza di non incontrare sulla propria strada qualche fratello assassino, carico di rabbia esplosiva.

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Gassosa

Limone di Amalfi

Limone di Amalfi

Malgrado il mio antico amore per la letteratura, mi viene a volte il dubbio che esistano nella vita cose più importanti del raccontare storie o del giocare con le parole. Esistono, per esempio, l’amore, l’amicizia, il lavoro, la scienza, la verità, la giustizia, ma anche i cibi, le bevande: tutte cose che meritano considerazione e fatica.
A proposito di bevande, mi ricordo ancora della gassosa che bevevo da piccolo. Avevo quattro o cinque anni allora e i miei si erano trasferiti per qualche tempo a Cagliari. Durante l’estate, mi portavano spesso ai giardini pubblici, che in quegli anni mi sembravano enormi, forse perché io ero molto piccolo. Quando li ho rivisti, molti anni dopo, era come se si fossero ristretti, ma non credo si potesse attribuire la colpa del fenomeno all’umidità del clima.
Ricordo quindi che in questi giganteschi giardini c’era un chiosco che vendeva gassose, che mi parevano una bevanda degna del paradiso. Ho assaggiato più tardi altri tipi di gassose, ma nessuna eguagliava in bontà quelle frizzanti delizie.
Finalmente, qualche mese fa, mi è capitato di assaggiare un tipo di gassosa che non conoscevo, fatta con i limoni di Amalfi. Il suo gusto era diverso da quello delle meno raffinate gassose della mia infanzia, ma ugualmente gradevole. Ho deciso perciò di farmi la gassosa in casa.
La cosa non è difficile. Basta tagliare uno spicchio di limone di Amalfi e metterlo in una ciotola. Bisogna aggiungere poi un bel po’ di zucchero e acqua minerale ghiacciata e soprattutto frizzante, perché senza gas che gassosa sarebbe? Il lavoro da fare consiste solamente nello spremere per bene il limone con un cucchiaino. Il liquido va lasciato decantare un po’ ed è subito bevibile. La scorza del limone naturalmente non dev’essere stata trattata con sostanze tossiche per fini estetici.
Se il limone rimane in frigo fino al giorno successivo, si può spremere ancora un po’. Aggiungendo acqua e zucchero si ottiene un’altra dose di gassosa, dal gusto più completo e delicato.
I pezzetti di limone che si separano dalla scorza si possono mangiare, perché il limone di Amalfi ha un’acidità molto bassa, a differenza del limone comune o del cedro.
Insomma, in quest’anno spaventoso, che ho chiamato anno della falce per la quantità di lutti che ci sta regalando, sto provando ad addolcire il palato, e la mente, con qualcosa che in parte mi riporta alla mia infanzia. State tranquilli, però: non scriverò una nuova Recherche, anche perché una mattonata sublime come quella di Proust oggi non la pubblicherebbe più nessuno.

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Prospettive. Omaggio di parole a Francesco Malavolta

malavolta01

 

Francesco Malavolta è un fotogiornalista. Dal 1994 collabora con varie agenzie fotografiche nazionali ed internazionali, con organizzazioni umanitarie quali l’UNHCR e l’OIM. Dal 2011 do…

Sorgente: Prospettive. Omaggio di parole a Francesco Malavolta

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La Scalinata di Giugno

Un Posto di vacanza

scalinata degli zoppi piazza_armerinaScalinata degli Zoppi, Piazza Armerina

di Alba Gnazi

Athanasius Kircher lui sì
lo sapeva
che la lanterna brancolata
in pieno sole
fa ridere gli stolti
e confondere i ciechi
assordare i poeti
urlare i maestri

quella
lanterna bruciante snudata
alla luce
gialla di bocche sguaiate,
lanterna gravitazionale
rotante
tra gli ovest e gli astri
e i cedri che la domenica
assoldano farfalle per intuite
primavere

lanterne spente
su altalene vuote
che contano i passi dei figli
brancolati come lanterne
sospese in piene sole.

20.4.16

***

solo so guardare di Flavio Almerighi

tempesta sottile
senza appalti al perdono
le mani chiamano per nome
ma il silenzio non offre fessure,
facile prendere l’acqua
qua sotto
lasciando sciogliere il trucco
in una spirale a imbucarsi
nelle fogne
dove nessuno sa vederti
come ti vedo io,
senza occhi interessati
o secondi fini,
solo so guardare

***

Ultima speranza di Alessandro Forlin

Arriverò ondeggiando,
con…

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Che cos’è la poesia?

Che cos’è la poesia?

A questa domanda “impossibile” ha cercato di rispondere uno dei principali rappresentanti della nostra tradizione poetica, Milo De Angelis, in una serata proposta dal Saggiatore, nella sala Agorà della Triennale di Milano, forse troppo gremita, per un pomeriggio forse troppo caldo di fine giugno. In quell’atmosfera greve e imprevedibilmente bollente un centinaio di persone tentava disperatamente di trovare sollievo sventolando cartoncini, ventagli e altri improvvisati agitatori d’aria.

La parziale risposta è arrivata attraverso esempi poetici di poesia forse anche troppo classici, attraverso la proposta di temi dominanti, presenti in particolare nella poesia lirica, ma anche attraverso la testimonianza di un uomo che fa poesia da tantissimi anni, una poesia che non è semplice guizzo intellettuale né sfoggio di competenze culturali.

Si delinea così il percorso particolare di una creazione che appartiene solo in parte al poeta. Si delinea la specificità del lavoro poetico, in cui è fondamentale la ricerca della parola sola e unica che può e deve essere usata nella composizione, dell’evocazione che non è solo rimestare nel paiolo dei ricordi ma recuperare i valori segreti del vivere e del pensare.

Continueremo ancora, dopo questa calda serata, a non saper definire con esattezza la poesia, a non saperne indicare regole e teoremi, ma forse ora incominciamo a intuire come e perché gli uomini continuino a utilizzare questa strana, innaturale modalità di esposizione del pensiero umano, perché continuino a elaborare una forma che si collochi al di là dell’economia del discorso, per diventare ricerca di senso e bellezza.

 

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Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Mira Nedyalkova

Words Social Forum

2012mihaela017

Mira Nedyalkova è fotografa e pittrice bulgara.
Nelle sue immagini usa il dolore come bellezza, c’è dell’erotico ma è psicologia legato alla vita.
Esprimo la sua intima vita interiore.
La maggior parte dei suoi lavori sono in acqua, questo non è casuale.
L’acqua è creazione, potenza è enorme energia.

***

Mira Nedyalkova Photography

inabile malinconia di Alba Gnazi

Io non ho mai visto
se non
con gli occhi chiusi
i gomiti stretti della settimana

labbra fredde
d’inabile malinconia
senza fretta
su troppo mare

***

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La Scalinata di Maggio

 

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E’ bello stare sulla scalinata di un luogo lontano, soprattutto se non si ha la possibilità di viaggiare. In questo mondo virtuale è consentito però di spostarsi con la mente e di sedersi al sole, almeno per un po’.

Sorgente: La Scalinata di Maggio

Con testi di: Flavio Almerighi, Miriam Bruni, Silvana Dinka Di Girolamo,Luigi Finucci, Carmen Lama, Guido Mura, Adele Musso, rosaturca, Cleide Di Saffo

 

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