Riflessioni sulla pandemia

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L’arrivo dell’estate ha portato con sé una ventata liberatoria. L’incubo invernale è finito. Ora si può tornare a vivere come prima, si parla al telefonino, si gioca, ci si diverte, si canta, si balla, si beve, si fuma, si sniffa: tutto come prima.

Il sintomo più evidente è il rifiuto dell’uso della mascherina.

I giovani la portano come decorazione al braccio. Gli altri la tengono sotto il viso. Molti non la portano proprio.

Quest’atteggiamento di rifiuto di ogni precauzione condurrà probabilmente a un continuo sviluppo della malattia virale.

Probabilmente però diminuiranno i casi di mal di gola, perché la mascherina tenuta abbassata protegge questo delicato settore del nostro corpo dai colpi di freddo. A qualcosa quindi servirà l’uso di questo strumento che solo i cinesi pare portino con una certa diligenza.

Sicuramente un altro vantaggio della diffusione del nuovo morbo è evidente. La pandemia ha mostrato in maniera chiara i limiti spaventosi della scienza.

Il Novecento ci aveva abituato alle certezze. C’era chi credeva in Dio, chi nel marxismo, chi nella reincarnazione e nelle filosofie-religioni orientali. Molti credevano nella scienza. Non gli scienziati, naturalmente, ma la gente comune. Si avevano certezze. Ad esempio, oltre i 37 gradi del termometro si aveva la febbre, per far passare la febbre si prendeva l’aspirina, poi la tachipirina, e per curarsi bastava ingoiare una pastiglia o una capsula di antibiotico. Se si aveva voglia di lavorare e di vivere una vita migliore di quella dei campi, bastava andare al Nord e lavorare in una fabbrica. Se si studiava, si aveva la possibilità di ottenere un buon posto di lavoro e guadagnare bene.

Oggi non vi è più niente di sicuro. I vaccini forse possono proteggere dalle malattie, ma forse no. Addirittura potrebbero causarne delle altre. I virus possono essere curabili, ma forse no. La temperatura corporea può oscillare, a seconda del sistema di misurazione. Il limite può essere 36,8, o forse 37, ma meglio indicare 37,5, per essere sicuri di star male davvero. Meglio non parlare di pressione sanguigna o di colesterolo, per cui si richiedono valori sempre più bassi. Che sia meglio non avercela proprio la pressione e non avere nemmeno colesterolo nel sangue? Insomma, sarebbe meglio non essere vivi, perché se non sei vivo non ti può capitare niente di male: non puoi morire. In realtà sono ancora tante le cose che non conosciamo, dell’uomo, della materia. Non riusciamo a capire il perché e il percome della nostra presenza, della nostra coscienza, del nostro presente, del nostro futuro. Già nel Novecento, pian piano ogni certezza si era dissolta, ogni garanzia si era dimostrata inaffidabile. Nel nuovo millennio quest’incertezza di base si rivela finalmente alle masse, a quelli che ancora credevano alle parole della scienza, della filosofia, della politica. La pandemia contribuisce a rivelare l’evidente inadeguatezza degli scienziati, l’assenza di risposte certe da parte della scienza e della politica. Sappiamo pochissimo, ma quello che sappiamo non è certo in maniera assoluta. Ci curiamo con l’aloe come nell’Ottocento usavamo la malva, ma la nostra ignoranza è quasi totale in ogni ramo della scienza.

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A Milano crescono i fiori

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Ho conosciuto la portulaca tanti anni fa, quando vivevo ad Alghero. Avevano seminato queste piantine un po’ rustiche, resistenti al sole e alla salsedine, proprio nelle fioriere di quella specie di grande balconata a mare che è la passeggiata. I fiori, multicolori e dall’aspetto fragile come oggetti di porcellana, contrastavano con l’aspetto ruvido dei pilastri di granito, con le rocce oscure della scogliera, con la violenza del maestrale che batteva spesso la costa.

Non avevo mai avuto il coraggio di proporre questa pianta a Milano, sui miei balconi; ma finalmente mi sono deciso, lo scorso anno, e il risultato è stato una lunga continua fioritura, che ha accompagnato la scorsa estate e che quest’anno si ripresenta, con una varietà anche maggiore di colori. Pensavo che quest’anno, intristito dall’epidemia, non avrei seminato nulla. Invece ho raccolto i semi, dai fiori secchi che ancora si trovavano sulle vecchie piante, e da quelli, miracolosamente, sono spuntate centinaia di piantine, più o meno robuste. Così ho comprato un altro vaso e ho distribuito le portulache, a caso, sperando che non fossero tutte dello stesso colore. So che ora continueranno a fiorire, per mesi. I boccioli si aprono con la luce del giorno e si chiudono al tramonto, Il giorno dopo saranno sostituiti da nuovi fiori, come per rallegrare con la loro voglia di vivere la tristezza di questi tempi di forzato isolamento.

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Vendette e lune

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“Se hai ingannato una donna, devi temere la luna nera”. Il bacio della maschera bianca, nella sua nuova versione elaborata per l’edizione cartacea è un libro per chi ama le belle storie di una volta, il mistero che irrompe nella realtà quotidiana, il fascino segreto e ambiguo del carnevale veneziano, l’erotismo discreto, il romanticismo sinuoso e decadente che pervade l’Italia e l’Europa tra Ottocento e Novecento. Una proposta innovativa che crea nuovi miti attraverso lo studio di antiche tradizioni e la riscoperta di sentimenti e vocaboli perduti.

In vendita presso la Libreria Il domani, piazzale Cadorna – via Carducci, Milano e la Libreria Linea di confine, via Ceriani, Milano-Baggio – naturalmente lo si può ordinare on-line presso IBS e altri bookstore https://www.ibs.it/bacio-della-maschera-bianca-libro-guido-mura/e/9788897681533

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Colonne sonore

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Vengo a conoscenza questa mattina della morte di Ennio Morricone, proprio mentre sto scegliendo i brani per le playlist collegate a Il bacio della maschera bianca. Purtroppo non trovo nelle sue colonne sonore nulla di adatto al mio libro, né su spotify e deezer, né su youtube. La dimensione epica delle musiche di Morricone, gli spazi aperti e selvaggi che facevano da cornice alle sue ariose melodie, sono troppo lontani dall’intimismo magico e mistico in cui sono racchiuse le mie storie, o almeno la maggior parte di quelle. Deserti e praterie non fanno parte del mio immaginario. Semmai ne fanno parte le brughiere e i boschi oscuri e misteriosi, in cui Pan e le driadi vagano, lontani dagli occhi dell’uomo. Per questo finora non ho inserito musiche di Morricone nelle mie playlist (ma sto ascoltando le musiche per The thing di Carpenter), per questo i film di Sergio Leone lasceranno spazio a quelli di Greenaway e di Campion, con le loro musiche minimaliste, o di Peter Weir e Polanski. L’immagine scelta per questo post fa riferimento invece a un lavoro del Morricone più maturo e completo, giustamente premiato con l’Oscar, la colonna sonora del film di Tarantino The Hateful Eight: una colonna finalmente al servizio del film, una musica che poco concede al gusto del pubblico, amante della facile melodia, ma frutto di un lavoro preciso e raffinato, più apprezzabile forse da esperti che da semplici amatori musicali.

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Libri che esistono (e resistono)

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Cari amici reali e virtuali

Non ho mai chiesto a nessuno di acquistare un mio libro. Non mi piace essere opprimente e mi sono sempre limitato a informare i possibili lettori dell’esistenza di un mio testo pubblicato. Non cambierò atteggiamento nemmeno con l’uscita in versione cartacea di uno dei testi che ho curato da tanto tempo, e pubblicato a suo tempo solamente in ebook, in una versione ancora non definitiva. Non cambierò stile, anche se so che gli autori che esercitano pressioni morali su amici e parenti aumentano in misura notevole le vendite. Vi chiedo soltanto di parlare di questo libro, di non consentire che scompaia nell’universo dei bestseller e dei libri pubblicati dalle maggiori case editrici. E’ un libro diverso dal solito, che unisce temi del romanzo realista e sentimentale con quelli caratteristici del mondo romantico e gotico. E’ un libro coraggioso e lontano dalla produzione di genere dei nostri tempi.

Chi pubblica come me con una piccola casa editrice non ha visibilità. Il suo libro non sarà pubblicizzato in tv o sui giornali, non sarà letto né recensito da un critico. Per giunta chi non è più un giovane autore non dispone di gruppi di amici e fan, di compagni di scuola o colleghi disposti a riempire Amazon, Ibs, Anobii e simili di recensioni a 5 stelle. Per questo, soltanto per questo, se il libro vi è piaciuto, parlatene, segnalatelo: fate che non parta svantaggiato in una jungla che sovrasta e nasconde tutto quello che si sforza di essere alternativo alle mode dominanti. Grazie per quello che potrete fare. I miei personaggi, figure immaginarie ma spaventosamente reali nella mia mente, vi ringraziano perché consentite alla loro anima di vivere, di esistere nel futuro.

Di cosa tratta il libro? Cercherò di sintetizzare le notizie:

“Dalla Sardegna a Venezia, passando per Milano, un uomo inquieto e una vendicatrice implacabile.
Misteri e ossessioni, tra le oscurità dell’Ottocento e le ambiguità del carnevale veneziano. Una ricostruzione storica di gusto verista che incontra le seduzioni del romanticismo fantastico.
Il bacio della maschera bianca è un romanzo breve, ambientato nella Sardegna e nell’Italia di fine Ottocento. Pubblicato alcuni anni fa in ebook, appare per la prima volta in edizione cartacea. In questa nuova versione, riveduta e corretta, la storia principale è accompagnata da altri tre racconti. Nel primo, Il volto angoscioso della luna, un breve viaggio in treno è l’occasione per incontrare la presenza dell’ignoto. Fa seguito La morte liquida, in cui una rimpatriata rivela i torbidi contorni di un cold case. L’ultimo racconto, Il bugnone, rievoca l’atmosfera del primo Ottocento, anche attraverso la riproposizione di un linguaggio d’epoca. Lo spirito è quello dei racconti fantastici di Poe o di Stevenson”.

Dove richiederlo?
https://www.ibs.it/bacio-della-maschera-bianca-libro-guido-mura/e/9788897681533
Gli amici librai possono contattare l’editore Edizioni Amande, Via Lorenzo da Ponte, 20
31030 Casier (TV)
(+39) 0422670602
(+39) 3804356507
info@edizioniamande.it

In libreria per ora sono riuscito a consegnare qualche copia a Linea di confine, Via Antonio Ceriani, 20, 20153 Milano (zona Baggio), ma credo che le librerie in cui ho presentato altri miei libri in tempi più favorevoli riescano a procurare il libro in tempi brevi, magari utilizzando le copie a mia disposizione.

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Musiche quasi perdute

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Direte che sono matto, ma se dopo più di cinquant’anni di mancata carriera musicale mi sono rimesso in gioco con due album di inediti, distribuiti da Soundrop sulle più importanti piattaforme, lo si deve alla mia paura della morte. Mi terrorizza l’idea di lasciare che scompaiano nel nulla le cose inventate faticosamente in tutta una vita. I racconti e i romanzi sono in parte pubblicati, anche se tanti testi ancora rimangono da completare, da rivedere, da rielaborare, per poter essere degni di entrare nello sterminato numero di libri stampati. Per la musica il discorso è molto diverso. Prima di tutto, la mia composizione musicale (e ancor più l’esecuzione) è sempre rimasta a livello squisitamente amatoriale. D’accordo, non sono totalmente digiuno di studi, e qualche scarno e non troppo complesso spartito per piano riesco a scriverlo, tanto che qualcuno lo faccio eseguire dallo stesso computer con cui scrivo il pezzo, ma non sono un professionista, con tanto di specifico diploma del conservatorio. Inoltre, i generi che ho coltivato da ragazzo: ballad, folk-rock e simili non sono musica d’élite. Ho fatto un po’ di jazz e blues, ma in maniera istintiva, senza basi teoriche, e solo dagli anni Novanta ho cominciato a interessarmi di sperimentazioni elettroniche e di musica che non si potrebbe onestamente definire “leggera”. Non avevo mai pubblicato niente di musicale, anche se le musiche inserite nei cd e nelle installazioni temporanee della Biblioteca Nazionale Braidense erano tutto sommato una specie di pubblicazione “sui generis”.
Ed ecco che, a distanza di un anno esatto dal primo album, Allunario, faccio uscire, senza vergogna, un secondo album, Dolce fine, in cui appaiono, anche le prime testimonianze di un compositore e cantante ragazzino. Sono registrazioni di fortuna, assolutamente lo-fi, fatte con pianoforte, tastiera o chitarra. Qualcuna è a volume troppo basso, qualcun’altra presenta clipping e distorsione. Ho cercato di sistemare qualcosa con audacity, ma senza troppo successo, non essendo un tecnico del suono esperto. Se qualcuno volesse ascoltare, anche solo per curiosità, i miei brani, li può trovare su Spotify, su Deezer, su Youtube music, su Apple music, Amazon ecc. Ho preparato inoltre dei video, anche di carattere sperimentale, che si possono vedere su youtube. Mi piacerebbe che qualcuno, più bravo di me, suonasse e cantasse i miei pezzi, così da farli correre per le strade come le canzoni di cui parla Charles Trenet in L’âme des poètes. Non sopporto che le mie cose, belle o brutte che siano, muoiano con me.

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Dio: una riflessione

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Forse ho capito che cos’è Dio. Dio è una possibilità, è un programma, quello che consente di agire. Ha le sue regole. Se qualcuno tenta di stravolgerle, Dio, il programma che si autocontrolla, interviene ed elimina il difetto, il bug. Se la nostra azione mette a repentaglio il sistema, lo impoverisce e rischia di annientarlo, il sistema ha la possibilità di reagire e ristabilire l’equilibrio.
A questo punto viene da chiedersi se poi Dio esista, non solo come idea.
Certo che esiste. Anzi è l’esistere stesso, è il verbo essere, non può non esistere.
Funziona come una struttura, per cui non lascia nulla di irrelato. L’azione di ogni elemento è aperta, ma nessuna azione può essere intrapresa senza interferire con il comportamento di tutti gli altri elementi. Libertà quindi, limitata da quello che le regole fisiche rendono possibile, non infinita. Ogni programma crea un mondo, ma deve imporre regole non eludibili, che tutto (materia e pensiero) debba necessariamente utilizzare.
Smettiamola di pensare l’essere come un uomo, L’antropomorfizzazione di Dio è la più grande bestemmia della nostra specie. Dio è la forza che ci consente di essere uomini, che ci ha consentito di pensare e di immaginare un dio.

 

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Librerie in attesa

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Sono ancora chiuse le librerie indipendenti di Milano con cui collaboro da qualche anno, con firmacopie e presentazioni. Nelle condizioni in cui versa l’area milanese non è possibile per molti svolgere alcuna attività. Torneranno presto al lavoro, non appena sarà consentito, ma non so quando si riuscirà a riprendere quel rapporto con i lettori che era indispensabile, quell’interazione tra autori e lettori che era fonte di reciproco arricchimento. Sarebbe bello che tutto ricominciasse, che anch’io possa ancora incontrare i miei lettori presso la Libreria milanese Il domani, tra Piazzale Cadorna e via Carducci, o che possa tornare a seguire il gruppo di lettura di Baggio, alla libreria Linea di confine di via Ceriani, con tante persone entusiaste e preparate. So che tutto potrà e dovrà essere di nuovo come prima, perché la vita culturale non si deve spegnere, finché ci saranno uomini e libri e il desiderio di conoscere e scoprire storie e pensieri diversi.
La libreria Il domani ha ripreso a pubblicizzare i nuovi arrivi tramite la pagina Facebook, in attesa della riapertura.

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Baia di Dio – 2

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A dire il vero, io stesso vivevo da qualche tempo una sensazione di attesa, la percezione e insieme il desiderio autodistruttivo di un’apocalisse inevitabile, che avrebbe ripulito il mondo dalle scorie con cui, per la nostra impurità e malvagità, avevamo deturpato la natura.
La riunione si aprì con una conferenza del professor K, famoso kabbalista dalla bianca barba, che cercò di convincere l’uditorio della necessità di mettersi in viaggio verso una località protetta. Qualcosa di spaventoso stava per rovesciarsi sul mondo. Già se ne potevano scorgere le avvisaglie nella rivolta del nostro pianeta contro il cieco egoismo degli uomini. Bisognava allontanarsi dalla collettività violenta e individualista per creare una nuova e più coesa unità, che si sarebbe sviluppata in una dimensione diversa, in uno spazio alternativo riscoperto, dopo millenni di percezione assente o limitata. Non capivo bene a quale dimensione o realtà K facesse riferimento. Molto chiaro era invece il pericolo legato alla permanenza nella nostra misera e disprezzabile realtà. Migliaia di antichi organismi si erano risvegliati a causa dello scioglimento dei ghiacci e alcuni, viaggiando nell’atmosfera, avevano già raggiunto le terre abitate. Una misteriosa malattia stava per diffondersi, un morbo contagioso che avrebbe utilizzato le particelle di pulviscolo denso e inquinato dalla combustione di idrocarburi per raggiungere gli esseri umani, che si sarebbe moltiplicato all’interno dei loro organi e che poi, col respiro, avrebbe attaccato un numero sempre crescente di uomini, ai quali avrebbe sottratto l’aria: un specie di attacco alieno, insomma, degno di una storia di fantascienza, ma proveniente dagli stessi abissi della Terra.
Bisognava trovare uno spazio nuovo e sicuro, dove l’infezione non potesse arrivare. Per raggiungerlo era necessario partire immediatamente, prima che il nemico ci raggiungesse. K indicò uno spazio, prima celato da una parete fittizia, in cui si raccoglievano gli strumenti della salvezza.
C’erano grandi barche, simili a canoe, ma di enormi dimensioni. Ci accomodammo in una di quelle. Dopo una decina di minuti i natanti partirono, scivolando in un canale che ben presto si aprì alla vista del cielo. Era un vero e proprio fiume, di cui non avevo mai sospettato l’esistenza. Il corso d’acqua serpeggiava tra rive dipinte di verde. Imboccammo un’ansa, dirigendoci verso un cielo violento, osservati da sciami di nuvole tortili e inquiete. Campagne mai viste si palesavano, costellate di case ingiallite, con le appendici che proteggevano i cas di fieno, utilizzati ogni anno per le necessità dei bovini.
Il viaggio fu lungo e il percorso tortuoso. Il fiume, più che fluire in un lungo rettilineo, serpeggiava, dividendosi in ramificazioni intricate e selvose, per poi ritrovare specchi più ampi e sereni. Si fece notte e decidemmo di fermarci su una riva, per attendere il chiarore di un nuovo giorno. Si accesero fuochi e molti, dopo una cena frugale, danzarono cantando antiche musiche popolari.
Dopo un breve sonno e molti strani sogni, si riprese a viaggiare alle prime luci dell’alba.
Il fiume rallentava la pendenza e finalmente in pieno sole apparve un panorama che non avrei mai immaginato di vedere fuori da una visione onirica.
Da lontano il posto pareva ameno e incantevole. Era una baia con varie alture tappezzate di costruzioni chiare e grandi, con ampie scalinate. Qua e là, tra le costruzioni si ergevano strutture che sembravano chiese o sinagoghe, in pietre più scure dal colore caldo. Quando fummo più vicini però i palazzi luminosi si rivelarono casermoni in stile moderno, in cui l’intonaco chiaro era in gran parte scrostato.
La nostra guida, un altro barbuto kabbalista, fece dirigere le barche verso un piccolo molo. Là si poteva accostare e ormeggiare senza pericolo alle bitte rugginose.
Scendemmo e camminando sui lastroni di granito chiaro raggiungemmo una banchina allagata di luce. Da questa sobria e limpida base procedeva una sorta di lungolago terroso, sul quale si affacciavano le abitazioni, di sapore novecentesco, con grandi finestre rettangolari dalle cornici in cemento, ma prive di balconi.
La cosa più sconvolgente era che non si vedeva nessuno, né per le strade, né alle finestre delle case. Nemmeno le chiese (se di chiese si trattava) parevano frequentate da esseri umani. Anzi, dappertutto, apparivano animali selvatici o uccelli, che zampettavano o svolazzavano senza timore, come se il territorio fosse stato lasciato libero dalla presenza degli uomini.
«Sono già andati via» disse la guida.
«Dove?»
«Verso l’unificazione. La terra non è più abitabile. Bisogna andare oltre, in uno spazio alternativo, dove il pensiero potrà creare un’altra realtà, libera e pulita. Qui non c’è più posto per gli esseri umani».
Inutile chiedere di più. I nostri barbuti filosofi parlavano sempre della necessità di liberarsi dalla stretta mortale dell’individualismo per raggiungere un’unità di genere, in cui le singole coscienze avrebbero formato una coscienza unica e immortale. Non pensavo però che questo si potesse realizzare fisicamente nella nostra realtà terrena. Confesso che la cosa un po’ mi terrorizzava. I visi dei nostri compagni di viaggio sembravano coinvolti invece da un’esaltazione estatica, da una fissità nello sguardo trasognato che faceva presumere che qualcosa sarebbe potuto accadere, che quell’esortazione, che pareva limitata all’ambito filosofico, potesse preludere a una vera trasformazione.

«Chissà cosa c’è oltre la baia?»
Guardai avanti a me. Il fiume sembrava scomparire in un cupo grigiore immerlettato di brume biancastre.
«Forse non c’è che il nulla».
Con uno sforzo d’immaginazione potevano indovinarsi al di là dell’acqua sagome imprecise, archi di tensioni irrisolte. Forse era lì che il nostro destino si sarebbe compiuto. Bisognava liberarsi dai timori, privilegiare il desiderio di conoscenza e la fame d’avventura.
«Proviamo. Andiamo a vedere».
Risalimmo sulla canoa, io e Rebecca, da soli, e ci muovemmo lentamente, verso l’ignoto.

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Baia di Dio – 1

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(Da “Viaggi impossibili”)

Era già la seconda volta che Rebecca mi trascinava alla riunione della sua comunità. E’ sempre così, quando stai con una donna: finisci per seguire le sue predilezioni, le sue fissazioni. Quando poi subentrano le tradizioni culturali, non ti salvi più. La volontà femminile diventa un precetto e non ti resta che arrenderti a una volontà superiore.

Avevo cominciato a leggere l’ebraico, ma ancora facevo confusione, perché trovavo troppe lettere simili le une alle altre, e poi che fatica abituarsi a leggere da destra a sinistra! «E’ solo questione di abitudine» diceva Rebecca. «Devi imparare a conoscere l’ebraismo. Lo capisci che se avremo dei figli saranno ebrei, perché l’ebraicità si trasmette in linea femminile». Sì, lo sapevo, e per questo? Mi servirà a qualcosa conoscere le tradizioni ebraiche, sapere che cos’è kosher e cosa no, imparare tutte le feste sconosciute ai cristiani e tutte le proibizioni che riempiono la vita di quel povero popolo?

A tutto questo lei ribatteva che gli ebrei erano qualcosa d’altro, erano diversi, perché in loro ardeva la vera luce di Dio.

«La luce di Dio?» Io non avevo bisogno di luci e anche di un dio potevo fare tranquillamente a meno. «Cosa saremmo stati noi senza la luce divina, senza la parola, senza la capacità di attribuire un nome alle cose?» Perché era questo in definitiva che raccontava la Bibbia. Raccontava pure che la divinità si era unita agli uomini e aveva generato una specie superiore, che con Dio aveva stabilito un patto. Gli ebrei erano i discendenti di coloro che avevano tenuto fede al patto, e Dio li aveva resi capaci di vincere ogni nemico.

Non sapevo che dire, ma riconoscevo che una specie di strana luce (la luce di Dio?) filtrava dallo sguardo di quelle persone. La stessa Rebecca, che non era per niente bella, emanava un fascino al quale non avevo saputo resistere e probabilmente qualcosa di vero doveva esserci in quello che diceva. Possibile che le persone di genio dell’umanità fossero per lo più di origine ebraica, sicura o presumibile, o che, se quei geni erano maschi goyim, sposassero o scegliessero come compagna una ragazza ebrea?

«Sono le donne ebree a scegliere» scherzava Rebecca «e quando vedono la luce nel viso di un uomo lo legano a sé, perché merita di far parte di quella schiera di eletti che sentono in loro più forte lo spirito divino. Per questo le migliori menti dell’umanità o sono di stirpe ebraica o hanno avuto spose e compagne ebree. Se le hanno seguite e aiutate sono emersi in tutta la loro sapienza, se le hanno rinnegate e abbandonate sono crollati miseramente».
«Dunque io sarei un genio, e in che cosa?»
«Ancora non lo sappiamo, ma certamente hai qualcosa di geniale, altrimenti io non sarei qui con te».

Per scoprire quali fossero le caratteristiche della mia genialità, però, quale aspirante genio, dovevo impadronirmi dei mille segreti dell’ebraismo, della Kabbalah, dei sephiroth, dei significati esoterici dell’alfabeto e di infinite altre sciocchezze.

«E se non fossero sciocchezze?»
«Vivrò lo stesso».
«Ma vivrai nell’ignoranza».
«L’ignoranza spesso rende felici».
«Certo, ma mai quanto la conoscenza».

Insomma non ci fu nulla da fare. Era destino che la seguissi nel suo viaggio verso il sapere, alla ricerca di quella luce che per missione il popolo ebraico doveva riverberare sul mondo. Loro erano un faro che consentiva all’umanità di salvarsi, di evitare la rovina andando a frangersi sugli scogli della vita.

Così divenni anch’io un adepto, pieno di dubbi, è vero, ma istruito a sufficienza per seguire la mia compagna nella vita spirituale, oltre che in quella materiale e terrena.

Un giorno Rebecca mi disse che qualcosa di terribile stava per succedere e che l’unico modo per salvarsi era quello di intraprendere un viaggio verso la baia di Dio.
L’intera comunità si sarebbe incontrata nella vasta aula in cui si tenevano abitualmente le riunioni plenarie e da lì sarebbe partita per un luogo segreto.

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