L’uomo senza qualità

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Bisogna avvisare prima di tutto l’ignaro lettore che L’uomo senza qualità non è un romanzo, ma piuttosto un lungo e verboso saggio che riassume pensieri, divagazioni e inutili arrovellamenti di una nazione in disfacimento, l’Austria, indicata sinteticamente come Cacania o meglio Kakania da kaiserlich-königlich, cioè imperiale-regia. Filosofia nicciana, decadentismo artistico e ideologico in ogni sua forma costellano l’ampia opera, che diviene una sorta di enciclopedia della società e delle idee del primo Novecento.

Ulrich, l’uomo senza qualità, ma in realtà sovraccarico di capacità, abilità e cultura che non riesce a mettere a frutto per assenza di passioni, valori, certezze, si aggira in una società che pare sopravvivere senza mutamenti in un mondo che cambia e in una storia che provvederà a travolgerla.

I personaggi, incerti tra adesione ai valori del passato e le scintille di un futuro che ha scarse capacità di attrazione, sono definibili più per quel che non sono che per quello che sono in realtà.
La storia dell’Azione parallela, che dovrebbe porsi come coagulante di una vita e di un’ambizione politica, è per un lettore di oggi appassionante quanto una partita di cricket per un ultrà di una squadra di calcio.
Malgrado questo il libro di Musil merita ancora di essere letto (se si ha la pazienza di avanzare in un territorio fangoso e troppo ricco di humus) per la straordinaria ricchezza di considerazioni, notizie, e per l’ottima caratterizzazione dei personaggi, raccontati con impietosa oggettività. La loro psicologia è messa a nudo in questo dramma dell’irrisolutezza, dell’incapacità di vivere una vera vita, una volta scoperto che “ogni verità eterna è doppia o tripla”.
Può capitare anche di riconoscersi in uno di questi personaggi, anche nello stesso Ulrich, e in quell’atmosfera, dato che stiamo vivendo una simile condizione d’incertezza e indecisione, in cui veramente non si sa quale strada prendere, perché tutte sembrano condurre a un precipizio.
Uno spazio non comune è dedicato dall’autore al personaggio di Moosbrucker, in cui affronta l’analisi della personalità di quello che oggi sarebbe definito “serial killer” e che troviamo infilato, a torto o a ragione, in ogni thriller che si rispetti. Il personaggio sembra proprio ricavato, nei suoi vari aspetti, dal Macellaio, breve romanzo che sarà anche il primo testo significativo di Sandor Marai, anche lui, guarda caso, autore mitteleuropeo di area asburgica.

Musil dedica gran parte della sua vita alla costruzione della sua grande opera che non riuscirà nemmeno a concludere e che può essere utilmente paragonata alla Recherche proustiana o alla Montagna incantata di Mann, che palpitano però di vita e di annotazioni autobiografiche, malgrado l’apparentemente asettica e astratta costruzione dello scrittore austriaco risulti ugualmente ricavata da un’osservazione di persone e fatti reali. Purtroppo, se la realtà e i personaggi sono in Musil come un procedere di fantasmi in un mondo ormai privo di un sincero sentire, il libro che li racconta non può che risultare il racconto di una rappresentazione di squallide marionette, accentuata dall’uso di attribuire agli antieroi della storia nomignoli simbolici, che li trasformano in figure astratte e insignificanti. Meglio ancora si potrebbe dire che i personaggi di questa strana opera sono esseri confusi in un mondo confuso.

Avevo letto, confesso non integralmente, L’uomo senza qualità in un’altro tempo, senza capirci molto, soprattutto perché vedevo la realtà descritta come molto lontana dalla mia. Ora invece mi sembra di vivere in un’epoca molto simile a quella. La Comunità Europea sta al posto della Kakania e soprattutto le idee vomitate ogni giorno da esperti o tuttologi mi sembrano molto confuse: non si sa se dar retta ad apocalittici un po’ fuori di cotenna e mirare a una decrescita, felice o infelice, ma necessaria. Leisdorf nel libro di Musil afferma che non si può procedere a un regresso volontario nelle condizioni dell’umanità. Oggi forse il regresso sarà obbligato. Lo smarrimento dell’umanità sembra però identico. Ecco perché proprio ai nostri giorni il capolavoro di Musil risulta nuovamente un’utile lettura.

Musil ci aiuta a capire anche cosa sta avvenendo nel mondo di oggi, la rinascita dell’antisemitismo ideologico. Scrive infatti l’autore, parlando di Gerda: “Un giorno fu accolta nel circolo giovanile cristiano-germanico a cui Hans Sepp apparteneva, e si sentì subito nel suo vero elemento. Sarebbe difficile dire a che cosa credessero quei giovani; formavano una di quelle innumerevoli, ristrette, liberissime sètte di cui la gioventù tedesca formicola dopo la decadenza dell’ideale umanistico. Non erano antisemiti per ragioni razziali, ma nemici della mentalità giudaica , per cui intendevano capitalismo e socialismo, scienza, ragione, autorità paterna, calcolo, psicologia e scetticismo. Il pezzo forte della loro dottrina era il simbolo”.
Anche adesso, come allora, si combatte un intero popolo volendo distruggere idee, come il capitalismo o il socialismo, che anche oggi appaiono come soluzioni negative per la società e il pensiero. Anche oggi le difficoltà economiche e la mancanza di prospettive ideali spingono verso soluzioni di rifiuto che fanno ripiegare verso culture tradizionali, alternative e irrazionalistiche. Insomma, ci sono tutte le condizioni per una rinascita di una specie di nazismo. Gli ebrei sono assimilati al capitale e alla globalizzazione. Da questo nasce l’odio, che purtroppo non si rivolge contro un’ideologia, ma contro le singole persone, ritenute storicamente responsabili di quell’ideologia. Aggiungerei che l’estremismo islamico del XXI secolo è un’altra faccia di questo rifiuto del capitalismo globalista. Solo che in questo caso la tradizione cui ci si ispira è quella del califfato, anziché quella dei Cavalieri teutonici.

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Hemingway e da Verona

Hemingway pubblicò il suo primo romanzo, Fiesta, nel 1926, dopo aver trascorso vari anni in Europa. La sua conoscenza dell’Italia,della Francia e della Spagna, era diretta e approfondita e sappiamo che fu l’esperienza vissuta sul fronte italiano durante la Prima Guerra Mondiale a ispirargli una delle sue opere più popolari, Addio alle armi.

Si è detto che lo scrittore americano abbia tratto ispirazione per Fiesta dalla diretta visione del crudele spettacolo delle corride e certamente la diretta conoscenza dell’argomento trattato è visibile nelle scene dedicate al mondo dei toreador e degli aficionados. Ma un’altra fonte, questa volta letteraria, potrebbe emergere nella genesi dell’opera hemingwaiana.

Era presente in quegli anni in Italia uno scrittore che godeva di enorme successo di pubblico: era addirittura l’autore più letto tra gli autori italiani. Questo autore era Guido Verona, nome che mutò in quello più raffinato di Guido da Verona, con cui viene ancor oggi ricordato nel mondo delle lettere. Ricordato dagli specialisti di letteratura e dagli studiosi di costume, perché oggi difficilmente si potrebbe trovare un comune lettore che ne ricordi il nome.
Sicuramente, pesarono negativamente sulla valutazione della figura di Guido da Verona l’adesione al fascismo e la creazione di opere datate, legate al gusto dannunziano dei suoi tempi, e non più proponibili in un contesto culturale come quello del secondo Novecento. Lo stesso fascismo ufficiale, d’altra parte, l’aveva osteggiato nei suoi ultimi anni per il suo atteggiamento anticonformista nei confronti della morale corrente e della chiesa cattolica. La sua ostentata esterofilia e l’origine ebraica ne causarono la definitiva caduta, dopo le leggi razziali. Sulla sua fine (1939) sono state avanzate varie ipotesi, dalla malattia al suicidio.
Ebbene, questo volgarizzatore del verbo dannunziano, questo abile compositore di opere sovraccariche di orpelli estetici e di ostentata licenziosità, pubblicò uno dei suoi più importanti romanzi, Sciogli la treccia, Maria Maddalena, nel 1920, sei anni prima di Fiesta, anticipando vari elementi che sarebbero apparsi nel lavoro di Hemingway.
Se analizziamo Fiesta in comparazione con la Maddalena di da Verona, non possiamo evitare di notare alcune sostanziali corrispondenze, che potrebbero far presumere che lo scrittore americano, al suo primo romanzo, abbia inteso utilizzare elementi ricavati da un romanzo di successo, di cui fosse casualmente venuto a conoscenza.

Le storie, innanzi tutto, sono molto simili
1. Un gruppo di conoscenti si reca in Spagna, dove assiste allo spettacolo della corrida. Il gruppo è formato, nell’autore italiano, da ricchi viveurs e dalle loro mantenute, dediti alla passione per il gioco e per una vita di piaceri; mentre, nell’americano, è costituito da giornalisti, scrittori e bohémiens, amanti dell’alcol e di una vita errabonda.
2. Il protagonista non concretizza il suo rapporto amoroso, per l’impotenza causata da una ferita di guerra nel personaggio maschile di Hemingway, per la strana condizione di démi-vierge di Madlene in Guido da Verona, che si risolve solo nel finale.
3. L’amante in carica di Brett, la protagonista di Fiesta, ha la medesima funzione (anche se ben diverso fisico) dell’amante di Madlene, nel romanzo italiano.
4. Lo spazio fisico è il medesimo: la Spagna settentrionale, le provincie basche, San Sebastian in Guido da Verona, Pamplona in Hemingway.
5. La rappresentazione della corrida è uno dei momenti fondamentali dei due romanzi, anche se nello scrittore italiano verrà affiancata dalla descrizione della lotta di galli e da quella delle folle di Lourdes.
6. Madlene, come Brett, è una donna libera e ricca, poco sensibile ai condizionamenti della morale borghese.

Queste quindi le somiglianze, ma importanti anche i segnali di sostanziale diversità.
Guido da Verona rivive a suo modo esperienze dannunziane, dei romanzi, ma più dell’esasperato naturalismo delle Novelle della Pescara, anche se in qualche misura le scene di violenza risultano ancora più crude e squillanti di quelle del suo ispiratore. Ci si avvia già a una rappresentazione più vivace e moderna, mentre D’Annunzio rivestiva anche l’orrore e la brutalità di manti di lirica e involuta estetizzazione. L’impianto rimane però quello di una costruzione volutamente decadente, con varie concessioni al quadretto pittoresco, di genere, e a un’ironia da viveur che parrebbe derivata dai romanzi francesi di costume.
Hemingway crea invece il miracolo di costruire con lo stesso materiale usato dallo scrittore italiano un ambiente decisamente moderno e di far rinascere i personaggi con nuove forme e con diverso spirito. Sicuramente sovrappone ai caratteri un po’ convenzionali del canovaccio di da Verona la descrizione realistica, o quanto meno credibile, delle persone da lui realmente frequentate durante il suo soggiorno europeo.
Se Madlen era uno stereotipo, la femme fatale rappresentata in tanta letteratura del decadentismo, Brett è uno dei più affascinanti personaggi del romanzo del Novecento.
Quello che era un romanzo dannunziano, condito con salsa francese, da cronista mondano, un po’ trasgressivo e piccante, diventa un reportage realistico e disincantato, che apre la strada alla narrativa finalmente e compiutamente tuffata nei mari culturali del Novecento.

(Pubblicato originariamente sul blog Biblioscalo https://biblioscalo.wordpress.com )

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Dormiveglia – Parte 2

creature antropomorfe su sfondo viola

Attraversai la soglia di una porta scura e percorsi un lungo corridoio, calpestando una superficie di cemento, umida e scivolosa.

Alla fine mi trovai in una stanza enorme e chiara con pareti formate da tubi metallici che parevano canne d’organo. C’era infatti la tastiera di un organo in quel luogo e improvvisamente se ne avvertì il suono. Come spuntato dal nulla un uomo vestito di bianco maltrattava quella tastiera, ricavandone suoni fumosi o gnaulanti. Mi parve di riconoscere l’uomo che aveva portato via Rossana, il gigante dalla tuta bianca.

«Non puoi fuggire» disse «ti tengo d’occhio». Chissà perché, non gli volevo credere, non potevo credere, non sapevo credere. Il nostro cervello è predisposto per l’immortalità, che prima o poi in chissà quale forma otterremo. Non possiamo pensare, nemmeno ipotizzare, di scomparire per sempre nel nulla: è contrario alla nostra logica, alla nostra cultura. Ci siamo persino immaginati un aldilà, con premi e punizioni, un dopo gara, un dopolavoro.

Lasciai lì l’organista e imboccai un nuovo corridoio. Questo era lastricato con piastrelle nere e bianche, che luccicavano riflettendo lumi che si scorgevano in lontananza.

Sentivo un rumore di fondo, come di un flusso continuo, come se un liquido si muovesse all’interno dei muri, sotto le pietre, sotto i lastroni di calcestruzzo del soffitto.

Tutto, anche ciò che nella nostra comune esistenza pare immobile, è invece la sintesi di movimenti che non hanno tregua.

Il corridoio terminava in uno spazio che pareva non avesse limiti. In quello spazio fluttuavano immagini, cose, esseri, animali, persone. Mi sembrò di riconoscere qualcosa o qualcuno: oggetti che avevo posseduto o percepito, persone con cui avevo parlato o per cui avevo provato sentimenti. Era come se le deboli immagini che il ricordo conservava avessero trovato nuovo splendore e tornassero vivide come erano state una volta. Ecco il mio gatto bianco e nero che si riavvicinava e seguiva tutti i passi del padrone e amico. Era un gatto quello che doveva essere stato un cane in una vita precedente, perché da cane si comportava, affettuoso e fedele, buffo e pasticcione.

Tante persone di cui non ricordavo nemmeno il nome: un compagno di stanza dei tempi dell’università, amici, amiche, gente che giaceva in qualche segreta latebra del mio cervello; ragazze con cui mi accompagnavo talvolta, di cui avevo frequentato occasionalmente la casa, con cui avevo immaginato di poter stabilire una relazione, figure che riapparivano come per miracolo.

Una di quelle immagini brillava, quasi avvolta da un’aura: si chiamava Giorgina, ai tempi del liceo.

Le parlai con semplicità, come se non fossi stupito di rivederla, in quello spazio così particolare, così estraneo alla nostra comune esperienza.

«Quante persone scompaiono dalla tua vita, ci hai mai pensato?»

Lei sorrideva: «Io invece sono sempre qua, ma nella mia vita non ci sei, non ci puoi essere. Non era destino».

«Sono stato sempre ossessionato dalle assenze, da chi scompariva dall’orizzonte, per non tornare più».

Lei continuava a sorridere, lieve come un sogno.

«E ora mi dicono che dovrei essere io a scomparire, a uscire dalla vita degli altri».

«Prima o poi capita a tutti, lo sai. Non è così terribile. Il tempo si dissolve, sciogliendosi come un orologio di Mirò».

Il suo volto era sereno e io mi sentivo sprofondare in un abisso di dolcezza.
Mi succedeva anche con Rossana qualche volta. Avrei voluto dirglielo, ma non sapevo come. Non riuscivo a trovare le parole adatte. Come si fa a descrivere una sensazione, un moto dell’animo che non si comprende nemmeno completamente, in ogni sua sfumatura? Nel parlarne si corre il rischio di ridurre e travisare, di manifestare qualcosa di completamente alieno da quello che si vorrebbe esprimere. Spesso le parole non corrispondono al pensiero reale, per un nostro difetto, per una nostra incapacità o inadeguatezza.

«È vero che sto per morire?» chiesi.

«Morire? Che parola forte, definitiva, spaventosa! C’è un momento in cui la materia si deve dissolvere. Le cellule invecchiano e devono essere sostituite, solo che a poco a poco la capacità di ricostituire nuove cellule viene meno. Le informazioni cominciano a uscire dal corpo, scivolano fuori dai limiti della struttura che le ospita e che le aiuta a svilupparsi. Quando il corpo non è più in grado di sostenerle, si riassemblano nello spazio con gli altri arcimilioni di miliardi di particelle che veicolano informazione e ricostituiscono l’unità da cui hanno tratto origine. Si crea una coscienza unica, che si autocontempla nella sua consapevolezza. Cessa l’agitazione delle particelle, cessa l’insoddisfazione, la ricerca affannosa di una realizzazione: si è raggiunto finalmente l’equilibrio. Comunque, per adesso, non ti preoccupare. Ti hanno concesso ancora del tempo. Puoi tornare nel tuo mondo».

Poi un periodo di vuoto, anzi di assenza di luce.
Immagini scorrono, si ripetono, con poche variazioni. Foto caricate sul web. Uomini e donne che vanno nudi in bicicletta. Corpi dipinti che paiono ricoperti di stoffe inesistenti. Ragazzine che fanno smorfie davanti alla macchina digitale o che simulano rapporti lesbici. Ragazze scalze che camminano sui binari del treno. Donne che mostrano l’indice disteso: fuck you. Segni con le dita di ragazzi e ragazze, bambini o giovani adulti, simboli che non tutti conoscono, che forse fanno riferimento a significati segreti coltivati in ambienti chiusi. Modelle con la bocca ricoperta da una farfalla. Gruppi di giovani immortalati nel salto, immersi nell’aria, liberi nello spazio. Cani, cani in tutte le pose, gatti, animali assonnati che brucano.

«Oh, finalmente ti sei svegliato» dice una donna, mia moglie. La intravedo a malapena, in controluce, ma è proprio lei ed è viva.
Sono a letto, in un letto candido, in un ospedale silente, collegato da sonde e tubi a macchine elettroniche che non posso vedere, collocate in alto, dietro di me.
Un uomo con un camice bianco, un medico gigantesco lancia un mezzo sorriso e dice: «Per questa volta ce l’abbiamo fatta».
Tante altre persone arrivano, alla spicciolata, si congratulano per la buona riuscita del mio viaggio.
«Come si sta dall’altra parte?» chiede uno, forse un conoscente, che nemmeno ricordo chi sia.

E così, dopo qualche giorno, torno a casa, dove tutto sembra essere come prima, ma non proprio tutto.
Il gigante vestito di bianco lo ritrovo alla visita di controllo, in ospedale.

«La trovo bene» fa lui «le è piaciuto il suo viaggio?»
«È stato interessante» rispondo.
«E tutto è tornato come prima?»< mi chiede.
«Quasi tutto. Non capisco però perché i fiori, che prima si aprivano solamente in pieno sole, per accartocciarsi al tramonto, ora li trovo già spalancati all’alba, quando mi sveglio, e talvolta rimangono aperti anche quando il sole è tramontato da un pezzo. È come se le regole non valessero per sempre».

«Non si preoccupi» dice lui succede sempre così, e avviene in maniera sempre diversa per ciascuno. La vita è piena di mutamenti, discrepanze, qualche volta inavvertibili. Non tutti se ne rendono conto. Lei invece è sulla buona strada. Comincia a capire che la realtà è solo rappresentazione».

(Fine)

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Dormiveglia – Parte 1

Da Viaggi impossibili

Ho paura del dormiveglia, delle strane cose che possono succedere in quello spazio inquieto che si stende tra il reale e l’immaginario. Il tempo sembra interrompersi, la logica cambia: tutto si spezza e si ricompone in modo imprevedibile. In quello spazio mi pare di aver viaggiato, più volte, e forse continuo a viaggiare, tra la speranza e la paura, mentre tutto si forma e si fonde, o improvvisamente svapora.
Mi capita quindi di svegliarmi con un timore, sempre diverso, ma molto reale. Una volta, non molto tempo fa, temevo di non aver chiuso la porta, la notte prima, e per questo mi sono alzato alle prime luci dell’alba e sono andato a controllare.
Controllai dunque la chiusura dell’ingresso, scoprendo con grande preoccupazione che la porta era rimasta aperta; ma la richiusi immediatamente, terrorizzato. Nel pianerottolo c’era un uomo con una tuta bianca, alto più di due metri. Non stava vicino alla porta, ma si capiva che cercava qualcosa. Visto che il mio portone si era aperto, sia pure per un attimo, il gigante si attaccò al campanello.

All’inizio attese un po’, poi divenne insistente, alla fine fastidioso. Non ottenendo la riapertura dell’uscio, incominciò a parlare.
«Siamo venuti per portar via il corpo» tuonava l’uomo in bianco con voce stentorea, dal timbro perfetto, quasi innaturale.
«Quale corpo? Qui non abbiamo corpi da trasportare».
«Quello di sua moglie» spiegò il tizio da dietro la porta.
«Ma se sta dormendo!»
«Non sta dormendo, vada a controllare».

Tornai in camera e chiamai Rossana, ma lei non rispose. Mi avvicinai e la trovai abbandonata sul letto, troppo abbandonata per essere semplicemente addormentata. Un filo di saliva le scendeva dall’angolo della bocca. Il petto era immobile. Non c’era alcun dubbio: non respirava. Cercai di scuoterla, ma non reagì. Sembrava veramente che la vita l’avesse abbandonata, lasciando un’effigie ancora morbida e dolce, morbida e dolce come lei sapeva essere talvolta, come lei era stata. Non potevo più opporre argomentazioni o tergiversare. L’uomo in bianco aveva ragione e non avevo nessun motivo per non fargli svolgere il suo lavoro, per cui alla fine aprii la porta. Entrò, accompagnato da un altro tizio che non avevo visto prima. Anche lui indossava una tuta candida.

«Non si rallegri troppo, perché domani torniamo a prendere lei» disse il secondo uomo.
«Non è possibile: io sto benissimo».
«Anche sua moglie stava benissimo, ma noi sappiamo sempre tutto. Sappiamo quando il tempo è finito».

Sollevarono Rossana come fosse un fuscello e la misero in una specie di barella.

«Ora la portiamo giù» fece il primo uomo.

Il materasso rimase vuoto, immenso e spoglio, infinitamente spoglio.
Avevo comprato quel materasso unico a due piazze perché pensavo che i miei rapporti con Rossana potessero tornare a essere quelli di una volta. Invece, quando l’amore è finito, anche il semplice immaginare un rapporto diviene impensabile. No, per carità: il coito, la penetrazione sono azioni che senza desiderio risultano improponibili. Perché entrare con una tua appendice in un altro corpo, se il piacere derivante dallo sfregamento può essere generato anche manualmente, senza coinvolgere un’altra persona, che forse prova disgusto nel sentirsi umida, sulla pelle e dentro la pelle, perché obbligarla a vivere momenti sgradevoli e perché obbligare te stesso a utilizzare quel corpo come oggetto di piacere, perché insudiciarlo, deturparlo, contaminarlo con le tue viscide emissioni?
Ora anche le ipotesi di ripresa di un’azione interrotta da tempo erano state spazzate via dal destino. Tutto si era concluso.
Era quella la realtà? Dovevo cercare una via di fuga. Mi ero vestito, sostituendo il pigiama con un pantalone e una camicia. Non usavo quasi mai le t-shirt: mi facevano sudare. Ora ero pronto a scendere, con la mia solita maschera, quella che gli altri erano abituati a vedere.

Presi l’ascensore e arrivai al giardino condominiale. Guardai fuori. Era la realtà quella che vedevo? Mi sembrava piuttosto un’immagine osservata in uno specchio, troppo vivida e luminosa per essere vera: una rappresentazione, uno spettacolo che qualcuno aveva costruito per me, per farmi credere che tutto quello che appariva fosse vero. Le cose avevano una perfetta coerenza, obbedivano a una logica, non potevano mutare a piacimento. Tutto sembrava credibile: le nuvole, il cielo, i palazzi, gli alberi, l’erba, le zanzare che attaccavano come pattuglie di aerei da caccia, che atterravano affamate sulla pelle del viso, in pieno giorno. Cercai di muovermi, di allontanarle dal mio corpo, ma qualcuna pareva essersi affezionata e non voleva staccarsi. Fui costretto a schiacciarle: con certi esseri non ci sono soluzioni alternative a quelle più semplici e definitive.

Stavo lì a combattere quando arrivò la custode, che era una donna dal colore olivastro, con due enormi borse sotto gli occhi. Aveva un nome straniero complicato e impronunciabile, per cui si faceva chiamare Francesca.

«Devo scendere nei sotterranei» le dissi.>
Non so se posso farla andare» obiettò imbarazzata, mentre io mi ero già spostato avanti, in cerca del passaggio.

Si aggiustò la veste incolore, poi mi seguì. Vide che non intendevo rinunciare al mio viaggio e mi avvisò:
«Stia attento: è pericoloso. Lì sotto succede di tutto».
Non le risposi. Sapevo che era più pericoloso per me restare immobile in casa, in attesa.

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Si riparla del Papa

Si torna a parlare della morte di Luciani in un libro, ricordato da un recente articolo.

https://www.lastampa.it/topnews/primo-piano/2019/10/20/news/cosi-fu-ucciso-papa-luciani-1.37768432

Vorrei riproporvi pertanto uno dei miei racconti più vecchi, Il papa, nato da quella che ho sempre considerato una delle mie non frequenti esperienze paranormali. Insomma, ho veramente immaginato la morte di Luciani, nella stessa notte in cui presumibilmente fu ucciso.

 

  1. Il papa

      1. I

Quella notte il sonno di Andrea fu stranamente agitato. Doveva aver mangiato qualcosa di grasso o di troppo sostanzioso, perché lo stato di dormiveglia si prolungò più del dovuto e i suoi pensieri facevano fatica a dileguarsi e a lasciare spazio al riposo.

Fece probabilmente vari sogni e si rigirò diverse volte, senza raggiungere quello stadio di serenità che gli era abituale. A un certo punto però la stanchezza dovette sconfiggere quella sua innaturale agitazione perché, senza accorgersene, si trovò di colpo in una stanza piena di luce, mentre i suoi pensieri ancora facevano fatica a pervenire alla piena coscienza. Pensò, distintamente, che quello strano papa che era stato eletto un mese prima, rigido, dietro un’apparenza bonaria e suadente, era pericoloso per molti e per questo sarebbe morto molto presto. Si svegliò completamente, mentre il sole batteva già sulle serrande, penetrando dai larghi spazi tra le strisce di legno, e si soffermò su quel pensiero di morte, ne divenne consapevole; ma poi cercò di scuotersi e di non pensare a quella che sembrava una sorta d’idea fissa, che però non era una semplice riflessione del momento. Anzi gli pareva di aver covato per giorni, o addirittura per settimane, quell’idea e gli sembrava che tante persone, insieme a lui, elaborassero segretamente lo stesso pensiero.

Ma perché mai doveva preoccuparsi della vita di un papa, lui che non era nemmeno un gran credente e che, da intellettuale, giudicava la religione come un insieme di miti, creati per consolare gli uomini delle difficoltà della vita e per offrire una speranza che andasse al di là del dolore e dell’insoddisfazione quotidiani?

Sentiva dentro di sé una strana irrequietezza, l’insofferenza del reale e un desiderio insopprimibile di novità, di qualcosa che modificasse la realtà e la rendesse finalmente più interessante.

Con questo spirito premette il pulsante di accensione del televisore, come era abituato a fare al mattino, ogni giorno, da tanti anni.

Era appena iniziato un telegiornale e Andrea apprese dalla voce di un telecronista la notizia che avrebbe cambiato per sempre la sua vita, le sue convinzioni, il suo modo di interpretare la realtà. Albino Luciani, eletto papa da poche settimane col nome di Giovanni Paolo I, era stato trovato morto quella mattina. Probabile causa della morte era un attacco cardiaco, ma non si avevano ancora notizie sufficienti per approfondire e precisare l’informazione.

La sua prima reazione fu di stupore per quel fatto ipotizzato e in qualche misura da lui stesso profetizzato. Poi lo stupore si trasformò in sgomento: era come se il suo pensiero fosse stato responsabile dell’avvenimento, come se fosse stato lui a rendere possibile quella morte, avendola prima pensata nel suo cervello. Per la prima volta nella sua vita si trovava di fronte a un fenomeno inspiegabile e irrazionale, come vedere un angelo o un extraterrestre o udire voci e parole che nessuno aveva mai proferito. Cos’aveva agito nel suo cervello?

Quel pensiero che gli si era proposto con forza e che pareva esprimere non una realtà, né una necessità, ma una semplice possibilità, era forse la voce di Dio, quel Dio che stava dentro la sua testa come facoltà razionale, come capacità di operare distinzioni, generare ipotesi, valutare probabilità. Ma l’idea che questo stesso pensiero avesse una corrispondenza nella realtà, con il mondo dei fatti, con l’universo della storia, era angosciosa e sconvolgente. E se l’intero universo reale non fosse stato che una serie di pensieri trasformati in azione?

D’altra parte, questo accade varie volte nella vita di tutti i giorni. La convinzione, profonda e indiscussa, di una collettività diventa fatto reale e viene registrato nelle pagine della storia. Se un gruppo di persone selezionate ritiene che un accusato sia colpevole di un delitto, quell’uomo verrà condannato e trascorrerà gran parte della sua vita in carcere o addirittura, in molti incivili paesi, verrà assassinato in virtù di una legge scritta dai suoi simili. Ecco un esempio di pensiero trasformato in azione! Allo stesso modo, storici e giornalisti espongono le loro ricostruzioni dei fatti, che diventano spesso, se comunemente accettate, la vera realtà storica. Così operano pure filosofi e politici, che si muovono su un piano superiore, in quanto hanno la capacità di forgiare gli avvenimenti futuri, anche partendo da presupposti erronei o non provati. Le loro idee sono in grado di modificare radicalmente la storia, trasformando in maniera decisiva la vita non solo dei loro contemporanei, ma anche degli uomini che vengono al mondo dopo di loro.

      1. II

Andrea pensò alla sua vita.

Fino a quel momento aveva sempre seguito istintivamente la sua sensualità. La ricerca, frenetica e angosciosa, dei piaceri sensibili aveva coperto ogni altra voce, ogni altro pensiero, ed ecco che, di colpo, veniva a trovarsi di fronte a qualcosa di profondamente diverso e di più sconvolgente. Improvvisamente il mistero era entrato nella sua mente senza che lo avesse minimamente cercato e dava un diverso colore al mondo e nuove prospettive al suo pensare. Quante persone si impegnavano in ricerche estenuanti, seguivano percorsi mistici o iniziatici, entravano a far parte di sette o di società segrete per poter acquisire quei poteri, quelle conoscenze che a lui adesso si aprivano, spontaneamente e senza fatica.

La ragione gli suggeriva possibili soluzioni razionali; ma nessuna di quelle appariva veramente credibile. Una coincidenza era altamente improbabile, impossibile anche che avesse sentito nel sonno un telegiornale o una radio: nessuno faceva deliberatamente chiasso nel palazzo e d’altra parte, quando gli era avvenuto, durante il giorno, di sentire la televisione dei vicini, il suono delle parole gli era giunto confuso e incomprensibile.

La spiegazione doveva esserci, ma non rientrava in nessuno dei rapporti causa-effetto razionalmente accettabili o che perlomeno la scienza fosse ancora in grado di giustificare.

Ritornando con la mente ai giorni che avevano preceduto quella strana morte, cominciò a ricordare le sensazioni che aveva avuto, nel sentir parlare del nuovo papa, dai giornalisti e dalla gente comune e si convinse alla fine che l’idea di quella morte gli era stata comunicata dall’esterno, anche se non in maniera esplicita. Era un desiderio di morte che era entrato a far parte della coscienza comune, e che lui aveva raccolto e registrato.

Se questo lo rassicurava, perché lo liberava da quella sorta di senso di colpa che lo aveva inizialmente colto, d’altra parte gli faceva capire di avere acquisito, in qualche modo, la capacità di percepire informazioni e pensieri inespressi. Non sapeva come né perché questo avvenisse e temeva che fosse il preludio di un’esistenza diversa, gravata da una consapevolezza che la gente comune non avrebbe mai dovuto sostenere.

Nessuno in famiglia aveva preso sul serio le sue parole, quando aveva raccontato della sua premonizione. In fondo non c’erano prove e lui poi scherzava spesso sui fenomeni paranormali; era solo quindi a meditare su quell’esperienza, che non si arrischiava ancora a discutere con gli amici, per non perdere la fama di uomo assennato e razionale che si era guadagnato in tanti anni di sconcertante normalità.

Cominciò a cercare notizie sui fenomeni che fino a quel momento aveva sottovalutato, su fatti ai quali non aveva dato credito, né attribuito importanza.

Le informazioni sul paranormale arrivavano da varie fonti, dalla televisione, da internet, dalla testimonianza di persone che aveva conosciuto; ma da nessuna parte pervenivano suggerimenti sul metodo da seguire per ampliare le proprie conoscenze. Pensò allora di ripercorrere la strada che tanti prima di lui avevano percorso, esplorando le conoscenze segrete della scienza alternativa, racchiuse in numerosi libri, antichi e moderni.

Balzò da Eliphas Levi agli scritti di Guénon, da Sédir a Papus, senza dimenticare Swedenborg e Madame Blavatsky: consultò libri sacri, occidentali e orientali, cercò testimonianze dei riti misterici e delle credenze alchemiche. Si decise ad affrontare il Corpus Hermeticum; si sforzò persino di comprendere Plotino e i neoplatonici dell’umanesimo, indagò sulla gnosi, la kabbalah e la massoneria. Si procurò libri in francese, latino, italiano, tedesco. Si rimise a studiare l’alfabeto ebraico e i suoi reconditi significati. Scoprì vari siti internet che fornivano notizie su personaggi e avvenimenti legati al mondo dell’occulto e iniziò a dubitare di tutta la conoscenza acquisita, nelle scienze e nella storia.

Si trovava in questa prima fase di indottrinamento, quando gli fu presentato un interessante personaggio.

Era un frequentatore di biblioteche, dove sicuramente eseguiva ricerche, ma non si capiva bene di che natura.

Fisicamente era un uomo abbastanza alto e dalla corporatura robusta. Vestiva in maniera tradizionale, senza accessori di qualche eccentricità. Il suo aspetto era apparentemente normale e rassicurante, se non fosse stato per lo sguardo, distante e lievemente trasognato, e per una sorta di particolare sorriso, che gli dava un’aria di inquietante impenetrabilità.

Quello strano studioso gli raccontò del suo rapporto con il paranormale, che si esplicitava nella capacità di curare come pranoterapeuta, e della sua rottura con alcuni religiosi, che volevano imporgli di abbandonare le sue attività; inoltre lo mise in guardia dal pericolo rappresentato, per gli uomini assetati di verità, dalle sette e dalle loro pretese di donare la luce attraverso un percorso iniziatico.

Lui era entrato a far parte di una setta e per fortuna era anche riuscito a uscirne, senza gravi conseguenze; ma di solito la cosa non era così semplice. Non era concepibile infatti che un uomo che si trovava sul punto di raggiungere quelle conoscenze cui aveva sempre aspirato rinunciasse improvvisamente perché ancora troppo coinvolto dai suoi casi personali. Bisognava impedirgli di allontanarsi dalla retta via, anche contro la sua volontà, con ogni forma di coercizione, morale, ma a volte persino fisica.

Ci si poteva accostare alla conoscenza anche con il lavoro individuale, senza bisogno di particolari iniziazioni; il compito era però terribile e aspro. L’illuminazione poteva arrivare per intuizione, in qualsiasi momento, ma poteva anche capitare di attraversare tutta la vita e concludere il proprio percorso vitale senza trovare il bandolo della matassa. Molti perciò preferivano essere indirizzati sulla strada del sapere da una guida spirituale, seguendo un percorso iniziatico.

Non così Andrea. Costituzionalmente inadatto a vivere in branco, individualista senza pentimenti, decise di procedere per suo conto, affrontando i rischi e le probabili delusioni di un cammino pieno di asperità e incertezze.

      1. III

Era una serata estiva e Andrea non aveva ancora sonno. Sua moglie guardava la tv in camera da letto e suo figlio era impegnato con la sua collezione di fumetti. Entrò in tinello, dove c’erano ancora la tovaglia e le posate pulite, che nessuno aveva utilizzato. Era in certo qual modo assorto, preso dai suoi pensieri, e non aveva piena coscienza del suo trovarsi lì, in quel luogo e in quel determinato lasso di tempo. Meccanicamente, senza un motivo apparente, prese in mano un coltello e iniziò a muoverlo, nello spazio vuoto a sinistra del tavolo, sullo sfondo nero del sacchetto per le immondizie che era stato preparato sul pavimento per ricevere gli avanzi della cena. Guardava il coltello e l’aria che lo attorniava e come per magia, accanto al coltello, a destra e a sinistra dell’oggetto di metallo, apparve nell’aria una specie di polvere bianca, dalla consistenza nebbiosa. Andrea la osservava e notò che la polvere non seguiva a tempo il movimento della lama, ma aveva una sorta di ritardo, cosa che non sarebbe successa se si fosse trattato di un semplice effetto ottico. Si comportava cioè come un fluido, distinto dall’oggetto, e non come una sua proprietà.

Provò varie volte, ma con la stessa risposta. La nebbiolina accompagnava il movimento, ma non in maniera immediata, come un alone composto di materia.

Stupito per la singolarità del fenomeno, Andrea andò in camera da letto e cercò di spiegare a sua moglie cosa stava succedendo. Aveva bisogno di rendere partecipe qualcuno di quell’esperienza. Le disse che aveva provato, chissà perché, a muovere le posate in quel modo e che aveva visto uno strano alone che si spostava in maniera inspiegabile.

“Sei scemo”, rispose la moglie.

Andrea pensò veramente di essere scemo e volle riprovare a osservare il fenomeno nelle stesse condizioni. Prese una forchetta, stavolta, la portò oltre il bordo del tavolo e, impugnandola strettamente, incominciò ad agitarla. La nebbiolina riapparve, si aggregò e si mosse così come aveva fatto pochi minuti prima.

“Vieni, vieni a vedere”, disse Andrea. Ma l’invito non fu raccolto. La donna che aveva accettato di vivere con lui e di accompagnarlo tra le bellezze e gli squallori della vita era profondamente scettica su tutto quel che non fosse scientificamente accettato e rifiutava qualsiasi rapporto con il mistero. L’unica fonte di sapere era la ragione e tutto quello che non poteva essere interpretato con la ragione era fantasia o invenzione, o addirittura mistificazione. Non c’era motivo di spostarsi dal letto e di perdere la trasmissione per una delle tante stupide idee di suo marito, un uomo che avrebbe potuto occuparsi più di lei, della vita reale, anziché pensare a cose inesistenti, e magari farle qualche regalo, o mettere da parte i soldi per un viaggio; insomma cercare la soddisfazione quotidiana, nelle piccole banalità di cui tutti, in fondo, si accontentavano.

Andrea si trovava insomma solo e senza testimoni che potessero esaminare e valutare il fenomeno. Poteva trattarsi di una sorta di allucinazione, di un effetto ottico, di una strana e particolare condizione dell’aria. Però la sua esperienza gli appariva reale, la visione chiara e distinta, come se ci fosse nell’aria, attorno al metallo, qualcosa che non avrebbe dovuto esserci. Continuò a muovere e a osservare le posate, sempre con lo stesso risultato, finché non cominciò a provare disagio per quell’effetto inspiegabile e per quell’esperienza che non poteva nemmeno condividere.

Poi sua moglie cominciò a mugugnare e a lamentarsi.

“Sono stanca”, diceva; lui l’accontentò e si preparò per andare a dormire.

Si sentiva molto stanco anche lui e quando si buttò sul letto si addormentò dopo pochi minuti, prima ancora che sua moglie spegnesse la luce.

La mattina dopo Andrea si svegliò tardi, ma, emergendo dall’incoscienza notturna, realizzò quasi subito di essere in ferie; non doveva perciò buttarsi giù dal letto per correre in ufficio. Non ricordava i sogni della notte, ma il disagio provato per la sua esperienza inspiegabile e solitaria ritornava con insistenza. Era come una specie d’insoddisfazione che si stendeva su di lui e che formava quasi una barriera o che diveniva un nuovo velo, una nuova componente nella sottile impalpabile barriera che si stava lentamente creando tra lui e gli altri, tra lui e il mondo della gente reale, sua moglie in primo luogo, poi suo figlio, che già viveva una sua vita separata, ancorata alla più assoluta e scettica razionalità. La luce del sole stava già penetrando nella casa, come dotata di una sua vita propria, e prendeva possesso degli oggetti, restituendo forma e credibilità alle cose, che si mostravano perfettamente inserite in uno spazio a tre dimensioni, dove tutto appariva dove e come doveva essere.

Entrò nel cucinotto e prese un pentolino, poi aprì una confezione di latte; era latte parzialmente scremato, che scadeva tre giorni dopo. Il latte scese velocemente e riempì a metà il pentolino. Lo lasciò bollire, fino a quando iniziò a sollevarsi e ad arrivare fino quasi al margine. Tante volte si era rovesciato, lasciando una patina di bruciato sul fornello.

Il liquido emanava un vapore caldo e un aroma dolce e rasserenante.

Era come un rito mettere nella tazza un cucchiaino di caffè, uno d’orzo e mezzo cucchiaino di cacao in polvere e poi versarvi sopra il latte, prima un dito di latte, per sciogliere le polveri, poi il resto del liquido bianco, che immediatamente assumeva un color nocciola. Faceva così tutte le mattine, solo che qualche volta, se non aveva comprato il latte, preparava il te con le bustine e il rito subiva qualche variazione.

Si mise a rimescolare il latte col cucchiaino, prima verso destra, poi verso sinistra, per sciogliere meglio i grumi di orzo e cacao che ancora non si erano dissolti. Quando sembrava che non ci fossero più accumuli e che il colore fosse diventato omogeneo, ecco che improvvisamente appariva qualche altra piccola pallina, che doveva essere accompagnata verso le pareti della tazza e schiacciata e dissolta col cucchiaino, il cucchiaino che spalmava il piccolo grumo sulla parete bianca della maiolica, o forse era semplice terraglia? Sì, era terraglia, perché opaca e meno candida. E allora un pensiero si presentò spontaneo alla sua mente e divenne dominante: chi gli poteva assicurare che qualche altro essere intelligente di un’altra dimensione tra un po’ non avrebbe rimescolato il fluido di una scodella, magari anche solo per divertirsi, e non avrebbe sconvolto o interrotto la sua vita e quella di tutti gli abitanti della terra o addirittura della galassia o dell’intero universo?

Valeva veramente la pena di cercare di sapere, andando oltre la percezione, affinando le proprie capacità, per scoprire alla fine qualcosa di ancora più angosciante della vita quotidiana, di ancora più disturbante dell’ignoranza eterna, di più inquietante della presenza del male nell’uomo?

Le porte della conoscenza erano comunque destinate ad aprirsi, ma nei tempi previsti dalla naturale evoluzione del genere umano.

Gli studi esoterici avevano tentato di raggiungere la conoscenza, per le vie aspre dell’intuizione e delle pratiche rituali, con una metodologia tortuosa e disperata, senza poter giungere al nocciolo delle questioni.

La stessa alchimia era stata in fondo un’intuizione, quella della possibilità di trasmutazione della materia con tecniche riservate ai pochi eletti, che ne conoscessero le oscure leggi. Ma ormai la scienza aveva dato i primi colpi di piccone al muro dell’ignoranza ed erano altri eletti, gli scienziati, a tentare la penetrazione di quell’abisso una volta insondabile che è la natura. Le loro armi erano la matematica e la sperimentazione; non facevano più riferimento a perdute conoscenze primordiali, ma alle teorie scientifiche, da aggiornare ed elaborare continuamente. Andrea capì che doveva rinunciare alla ricerca del mondo misterioso dell’invisibile, accettando che solo gli adepti della confraternita delle scienze se ne occupassero: era il loro mestiere. In fondo si trattava semplicemente di attendere, adeguandosi al proprio destino di semplice uomo, destinato a finire la sua esistenza nel dubbio e nella limitazione del sapere, immobile alle soglie del mistero.

Prese a raccogliere i libri della sezione esoterica che aveva preso in prestito dalla biblioteca e li riportò, e quelli che aveva acquistato li relegò in cantina, con l’intenzione di lasciarceli, dimenticandosi della loro esistenza. Era strano depositare nell’oscurità gli scritti di quegli straordinari personaggi che avevano tanto studiato e sperimentato, con le modalità più incredibili e bizzarre, per raggiungere la luce e per offrirla agli uomini. Ora sarebbero rimasti per chissà quanti anni in uno scaffale di fortuna, in un ambiente più adatto alla conservazione del vino che a quella dei libri.

Dopo questa rinuncia alle cose invisibili in favore di quelle normali e visibili, Andrea non ebbe più strane percezioni, né gli accadde più di prevedere avvenimenti sconvolgenti. Imparò pian piano ad apprezzare la serena ignoranza della gente comune, anche se, in fondo, rimaneva nella sua mente un po’ di rimpianto per quella porta che si stava schiudendo e che si era richiusa, con il suo terribile e oscuro segreto. Perché le cose visibili sono, si sa, temporanee, mentre quelle invisibili sono eterne e, per questo, molto più affascinanti.

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Cucina creativa

Mi è capitato talvolta di assistere in tv ai programmi in cui il noto chef Cracco costringe alcuni malcapitati a eseguire alcune sue bizzarre composizioni culinarie. Vorrei proporre pertanto i miei piatti innovativi da proporre al grande chef, qualora cominciasse a difettare di fantasia.

Piatti innovativi da proporre a Cracco

Tortiglioni all’olio di fegato di merluzzo
branzino alla crema pasticciera
Filetti di salamandra impiccati con olio di gomito
saltimbocca di canguro al caffè di zibetto
gnocchetti di caccoline al castelmagno con elisir di resina di cocco
ciccioli di gnoccola di struzzo all’aroma di calzino stufato
cassolette de petoncles con gocce di shampoo verde alla melanzana
turaccioli di barolo in salsa di bambù eschimese
cavatina di molare con vinaigrette di sangue alla transilvana
vermiciattoli di sottobosco al tartufo reale di montagna

e non è tutto!
Cracco, hai un temibile rivale!

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La perturbazione 2

Nel frattempo la tempesta pareva placata. Un segnale acustico comunicò la cessazione del pericolo.
Aldo e Viviana imboccarono il corridoio che conduceva al secondo grattacielo e si precipitarono nell’altro rifugio. Neanche lì però ebbero notizie dei figli.
Risalirono nel loro appartamento, sperando di vederli magari accanto alla porta chiusa, in attesa del ritorno dei genitori. Niente!
«Vai al comune, alla polizia» supplicò la moglie.
«Non sarà pericoloso rivolgersi al potere, di questi tempi?» obiettò il marito.
«No, vai, per carità. Non posso vivere con quest’angoscia».
«Vado a chiedere all’ufficio del comune» disse infine Aldo alla donna che lo vedeva a stento, con gli occhi gonfi di lacrime.
All’ufficio accoglienza del comune l’uomo si avvicinò al gabbiotto che serviva per indirizzare i visitatori.
L’usciere lo guardò con attenzione, poi gli domandò di cosa avesse bisogno.
«Non trovo più i miei figli, dopo la tempesta» fu la risposta.
«Allora deve fare una denuncia di scomparsa. Le do il modulo da compilare».
Aldo si sedette davanti a un tavolino e compilò il foglio: generalità, nascita, residenza, codice fiscale, che ricopiò dalla carta sanitaria, che teneva sempre nel portafoglio. Motivo della segnalazione, nome e dati della/e persona/e scomparsa/e, annotazioni.
L’impiegato lesse la denuncia, poi controllò sul computer. Rimase perplesso. «Gavioli, con una sola v?» chiese. «Sì» rispose Aldo.
«Aspetti: vado a controllare».
Dopo un quarto d’ora non era ancora tornato.
Aldo uscì dalla stanza e guardò nel corridoio. Lo vide da lontano che arrivava, e gli andò incontro.
«Allora, cosa c’è che non va?»
«Cosa c’è che non va? Me lo chiede pure signor Gavioli?»
Aldo gli rivolse uno sguardo smarrito, chissà cos’era successo, che cosa risultava nei loro maledetti computer. Non bisognava rivolgersi alle autorità, l’aveva detto a Viviana. Lei era sempre troppo sicura di quello che faceva, dei suoi ricordi, sempre troppo consapevole e razionale. E ora?
«C’è che voi, voi due» precisò l’impiegato, alludendo all’uomo e a sua moglie, il cui nome era segnalato nella denuncia «non avete figli, signor Gavioli! Almeno è quello che a noi risulta» aggiunse.
Quindi era quella adesso la realtà. Qualcosa era cambiato, qualcosa d’importante nella sua vita, forse nella vita di tutti, con quella perturbazione. Chissà cosa sarebbe potuto ancora succedere. Come si sarebbe sviluppata quella teoria di sogni che era stata la sua vita e che ora mutava nuovamente aspetto e direzione! Quanti pezzi di esistenza si erano persi, di quanti fatti aveva cancellato la memoria. Ora ricordava, o credeva di ricordare, una vita che forse non era nemmeno la sua. Sarebbe tornato a casa, dove avrebbe rivisto Viviana, che anche lei ricordava una vita passata, che forse apparteneva a un altro universo.
L’impiegato lo guardava con una sorta di commiserazione. «Succedono strane cose» disse «con queste tempeste. Qualcuno dice che rovesciano il mondo».
Aldo non disse niente, ma salutò l’impiegato e si diresse verso il corridoio, poi uscì dal palazzo. Il cielo era chiaro e costellato di macchie azzurre, tra le sagome dei grattacieli. L’uomo attraversò un largo marciapiede ed entrò in una stradina cinta da siepi di piante di color verde intenso. Nelle aiole qualche fiore si riapriva, dopo la tempesta. Pareva che non fosse successo niente. La casa di Aldo era vicina. Tra un po’ lui sarebbe entrato nel portone del palazzo e avrebbe preso l’ascensore, sarebbe tornato da sua moglie. “Che cosa dirò a Viviana?” pensava.

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La perturbazione 1

C’erano già stati vari allarmi meteo quell’autunno e ogni volta c’erano state interruzioni dei servizi pubblici, chiusure anticipate di scuole, precipitazioni diffuse e consistenti. Qualche strada era diventata torrente, qualche cantina si era allagata, ma poi tutto era rientrato nella norma.
Stavolta, però, le autorità avevano raccomandato alla popolazione di non uscire di casa, di chiudere persino le finestre e di tenere le serrande abbassate.
Quello che si attendeva era un vero e proprio uragano. Si temeva che gli oggetti sollevati dalla forza del vento potessero rompere i vetri e devastare le abitazioni. «Non uscite, non mettete il naso fuori di casa nemmeno per curiosare» diceva un intrattenitore pomeridiano in tv.
Certo, non ci sarebbe stato un bello spettacolo, solo un vortice scuro che avanzava portando con sé correnti d’aria violente e micidiali, quello che si era visto tante volte in televisione e che veniva filmato dai cacciatori di tornados.
Aldo non aveva mai visto un uragano tropicale e non capiva perché dovesse arrivarne uno proprio nella sua città.

La luce elettrica per fortuna funzionava, ma quello che Aldo non si sarebbe mai aspettato di sentire fu lo stranissimo rumore di quella tempesta. Non si udiva il fischiare del vento, ma un muggito ansimante e una sorta di sciabordio d’acqua, qualcosa che diventava sempre più insistente e che pareva avvolgere il grattacielo da ogni parte.
Alla fine vinse la curiosità e Aldo sollevò la serranda del tinello. Quello che vide era completamente assurdo. Laggiù, dalle periferie, qualcosa stava arrivando dal cielo e stava per raggiungere le case di fronte: era una specie di marea con frange di schiuma sporca, simile a un’ondata di alghe e rifiuti, mescolati a un liquido grigiastro, come quello che si forma quando si lava un pavimento sporco. Fiocchi di nubi di detersivo, come se qualcuno avesse deciso di lavare il mondo.
«Vieni, vieni a vedere… È stranissimo!»
Iniziarono a suonare le sirene d’allarme. Tutti i cittadini avevano partecipato a un’esercitazione, nemmeno un mese prima. Un funzionario dei servizi di protezione aveva raccomandato ai cittadini, qualora avessero udito le sirene, di abbandonare immediatamente gli appartamenti e di raggiungere velocemente i rifugi predisposti in ogni palazzo in caso di catastrofe naturale.
«Guarda, guarda, mio Dio, ma quelli sono uomini!»
Pareva che sulle spire del vento uomini vestiti di scuro, con grosse valigie in mano, stessero per precipitare sulle case.

«Dobbiamo andarcene» disse Aldo. Si vestirono in fretta e scesero al pianterreno. I loro bambini non erano con loro, ma avrebbero dovuto essere al piano quinto del loro stesso palazzo, in uno spazio in cui si faceva animazione teatrale per la scuola primaria. Li avrebbero ritrovati nel rifugio, insieme a tutti i residenti e agli eventuali visitatori.
Nel rifugio condominiale erano confluiti gli abitatori di tutti i piani. C’erano molti vicini, con anziani e figli al seguito, ma dei bambini di Aldo e Viviana nessuna traccia. Aldo non riuscì a calmare sua moglie. Lui era più tranquillo. Pensava che i figli fossero in casa di qualche amico, magari nel palazzo gemello, che comunicava con quello che comprendeva il loro appartamento: li avrebbero ritrovati tra qualche ora, finita l’emergenza.
Viviana non riusciva a darsi pace.
«Signora Balducci, ha visto i miei figli?» chiese quasi piangendo alla sua vicina. La signora Balducci la guardò stupita, come si guardano i pazzi.
Molte persone vagavano per le stanze del rifugio, con lo sguardo preoccupato. Altri apparivano assenti, come se venissero da un altro mondo. Qualcuno si acquattava in un angolo, come per nascondersi allo sguardo dei presenti.
Viviana andò più volte nelle stanze del rifugio, percorse in lungo e in largo i corridoi, ma senza fortuna. «I miei bambini, dove sono i miei bambini?» si mise a gridare.

(Dalla raccolta Viaggi impossibili. Termina con la prossima puntata).

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Sballi vecchi e nuovi

Per comprendere fatti come quello di Roma (l’assassinio del carabiniere) e tanti altri fatti consimili, bisognerebbe leggere libri come Santuario di Faulkner. che racconta e denuncia la fondamentale amoralità della società americana in anni ormai lontani dal nostro tempo. Si potrebbe scoprire così che la cultura dello sballo esisteva già negli anni del proibizionismo e che i giovani della buona borghesia cercavano contatti e accettavano commistioni con il mondo della malavita per soddisfare piaceri proibiti. Abiezione e ipocrisia si univano realizzando strane alleanze a svantaggio della verità e della giustizia.

Quindi niente di nuovo. La crisi di valori non è un fenomeno attuale, ma una costante.
La cultura dello sballo (e della violenza come sfogo obbligato delle insoddisfazioni profonde e di una fondamentale assenza di obiettivi credibili e motivanti) è sempre alla base di ogni deviazione.
Lo sballo giustifica il crimine, la trasgressione sistematica, la violenza spesso immotivata.
Nei confronti di questa cultura la società ha tentato, abbiamo tentato, tutti, di porre argini con la repressione, ma purtroppo dobbiamo riconoscere di aver perso la guerra.

In America il proibizionismo è stato il crogiolo di una straordinaria fortuna del crimine. Oggi il proibizionismo nei confronti della droga sviluppa un’economia sommersa che tanti riciclatori insospettabili hanno interesse a non far crollare. Il bisogno di evasione, di evasione estrema, di vaste fasce di persone di ogni fascia d’età e di ogni ambiente sociale è irreprimibile. La società per questo motivo finge di reprimere, ma in realtà tollera. Per fortuna alcol e tabacco sono considerati legali e addirittura costituiscono una componente essenziale della produzione e del commercio in tanti paesi, tra cui il nostro. Ancora droga e prostituzione costituiscono una sorta di tabù, qualcosa che si sa di non poter sconfiggere, ma che non si ha il coraggio di far emergere. Le industrie illegali, d’altra parte, sono fonte di sostentamento per tanti e di ricchezza per pochi. Scoperchiare i paioli e liberare i vapori quasi invisibili conviene veramente?

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Futuria 5

«E così torniamo alla nostra vita».
«Così pare».
«Al nostro mondo che ci sfugge, perché cambia e non sembra più quello in cui siamo nati».
«Sì ma cambia insieme a noi».
«Ma noi non stiamo cambiando».
«E chi lo dice? Sai cosa farò? Sposerò una ragazza mulatta, con uno zio buddista, una cugina musulmana e una nonna ebrea».
«Così corri il rischio di essere assunto dagli Illuminati».
«O dalla Santa Sede».
«È vero: vogliono le stesse cose».
«Beh, non era quello che voleva Cristo?»
«Certo: serve per sopravvivere. Se i popoli ricominciano a chiudersi nelle loro frontiere e a proteggere la loro identità, prima o poi torneranno a combattersi».
«È il rischio che corriamo».
«Solo che ora la guerra potrebbe significare la fine del mondo».
«Non del mondo, la fine di questi bipedi raziocinanti».
«E quindi è necessario fondersi, mescolarsi, rinunciare a un po’ di radici; ma non è anche quello che succedeva a Futuria?»
«Certo, solo che lì non c’è libertà di scelta. Il piano è rigoroso e rigido e il bene è la sola strada possibile».
«Perchè noi siamo liberi di scegliere?»
«No, ma ci fanno credere di esserlo».
«Beh, se il nostro mondo tutto sommato è uguale a Futuria, perché siamo scappati nottetempo, come se fossimo precipitati all’inferno?
«Perché a Futuria non c’è l’amatriciana».
«E nemmeno la carbonara».
«O il risotto alla milanese».
«I pizzoccheri».
«I tortelli di zucca».
«La pastiera napoletana».
«La cassata».
«Il pesto».
«Le orecchiette».
«Le sebadas».
«Il pecorino».
«Il parmigiano».
«Il gorgonzola».
«La burrata…»

Dopo un’altra ventina di cibi e piatti tradizionali avevamo riacquistato un po’ di buonumore. La macchina riattraversava il deserto, ma stavolta avevamo cambiato rotta. Dario aveva proposto di andare verso sud, anche se così si allungava il percorso. Dopo un centinaio di chilometri avremmo trovato una città, e un mercato, dove fare rifornimenti di carburante e di cibo. Da lì, a piccole tappe, saremmo tornati in Italia, alla nostra solita vita, a quella realtà a cui non sapevamo rinunciare, almeno non così in fretta.
«Un’Italia sempre più americana, la nostra» dissi al mio amico.
«Lo è diventata, a partire dal dopoguerra».
«Ora abbiamo anche i ghetti neri».
«Proprio come gli States».
«E noi bianchi in fondo siamo felici, perché ci sentiamo superiori, anche se non ci dicono “sì, badrone”».
«Ma ci dicono: “sì, capo”».
«E poi alla fine i veri badroni sono i cinesi, che sarebbero anche comunisti».
«Sì, comunisti borghesi!»
«E quindi non dovremo diventare neri, ma gialli, che poi così gialli non sono. Che casino!»
Non capivamo più niente, ma in Italia potevamo discutere, bisticciare, votare, scegliere, o almeno così ci pareva: c’era la democrazia!
«Ho voglia di una vera pizza» disse Dario.
«Io un piatto di penne all’arrabbiata me lo farei volentieri».

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