L’abolizione del male

Da tempo l’Italia ha vinto il campionato mondiale delle abolizioni. Lo stato italiano è riuscito ad abolire la follia, la prostituzione, la violenza e perfino la povertà. I risultati si vedono: i pazzi vagano indisturbati, liberi di lavorare dove capita e di buttare i bambini dalle finestre; i lavoratori del sesso esercitano liberamente e senza controllo le loro attività, i ladri hanno facoltà di rubare impunemente, gli assassini possono continuare a uccidere, seguendo i loro istinti primari, i violenti possono pestare a sangue chi gli capita sotto tiro, gli accattoni tappezzano le strade, le piazze e i market.

In tutti questi casi, lo Stato interviene, sì, di solito malvolentieri, ma solo dopo che si registri qualche fattaccio. Gli omicidi, purtroppo, non si possono nascondere a lungo: le televisioni se ne cibano e realizzano scoop senza limiti. Forze dell’ordine, magistrature, società segrete e servizi fanno però a gara, a quanto pare, per rendere impossibile perseguire i criminali. Persino i cani molecolari, queste simpatiche bestiole, se lavorano per lo Stato, rinunciano a trovare alcunché, facendosi superare in abilità e determinazione da giornalisti e cagnolini che escono a spasso con i padroni per fare la pipì.

Insomma, meno si trova e meno si sa e meglio è.

Il dramma è che noi siamo capaci di abolire strutture impopolari e problematiche, come ospedali psichiatrici e case chiuse, senza però sostituire queste istituzioni con una sostanziale e sicura riorganizzazione della realtà che si voleva rottamare. Psicolabili, operatori erotici, ma anche ladri e piccoli criminali, devono essere aiutati a reinserirsi nella società, secondo la nostra prevalente cultura cattobuonista, anche se non hanno la benché minima volontà di farlo. Mi domando se sia giusto imporre la presenza di tutti costoro a una comunità di persone regolari e indifese, senza che lo Stato sia in grado di controllarne le azioni. Mi domando se sia giusto privilegiare in ogni settore l’utopia al posto della realtà e pensare che esista solo un’umanità mentalmente sana, casta, mite e onesta e che tutti, ma proprio tutti, possano e debbano essere recuperati e inseriti nella società ideale in cui immaginiamo di vivere.

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Biglietto – parte 3

Cagliari – rione Castello

«Alina!»
La giovane interruppe il suo veloce cammino e si mosse in direzione della voce.
«Ha paura del buio?»
«Si sieda lì, su quella sedia rossa, la prego».
Intravidi qualcosa di colorato, nell’ambiente tenebroso.

Gli occhi cominciavano ad assuefarsi all’oscurità. Così cominciai a percepire la forma maschile che aveva chiamato la ragazza.
«Lei resti qui, non c’è bisogno che si alzi».
Mi appoggiai al bracciolo, che prima avevo solo percepito col tatto.
«E’ incominciata».
«Cosa?»
«La fine del mondo».

Si percepiva qualcosa di irregolare nella stanza, o forse nel personaggio: qualcosa d’indefinibile, un sentore di stantio, come quello di vecchi biscotti. Sì, era un gusto stantio e dolciastro, simile a quello del furfurolo, mescolato però a una presenza impercettibile, ma reale: una presenza che emetteva un suono ronzante, come di qualcosa che ancora non c’era, ma già incominciava a manifestarsi.

«Lo sente questo suono?» «Sì, ma che cos’è?»
«E’ il suono della fine. Nulla dopo questo momento avrà più importanza: né la bellezza, né la gioventù. Non si potrà più desiderare nulla dopo».
«E la ragazza? E’ sua figlia?»«No, non ho figli».
«Ma la ragazza abita qui?»

L’uomo mi guardò come se vedesse al mio posto un relitto abbandonato da secoli.

«Lei è ancora attratto da quel vecchio mondo. Vuole sapere se Alina è una mia parente o una mia dipendente. Vuole definire i rapporti come si definivano nella sua realtà. Figlia, nipote, amante, puttana. Sono tutte definizioni che non hanno senso. Alina è un bel corpo, che può generare piacere. Anch’io, anche quelli nati un po’ prima, potevamo provare piacere, toccandola, o anche solo guardandola. Non è quello il problema. Il fatto è che tutto quello che si prova, che si provava, in quel mondo, era un’illusione, un inganno. Ora ogni sensazione si rivela per quello che era, si raggiunge il seme, il motivo».

Era in piedi e sembrava alto e possente, più di quanto avessi stimato appena lo vidi per la prima volta. Si avvicinò a una parete della stanza.

«Guardi. Adesso le farò vedere il suo mondo, quello che io tengo sotto controllo, così da impedire che qualcuno desideri ribaltare le regole».

«Quali regole?»      «Le regole della verosimiglianza. Tutto quello che avviene in quel mondo deve apparire logico, credibile. Altrimenti si giungerebbe al miracolo, all’impossibile che diviene reale».      «Mi può dire se è mai successo che qualcuno abbia sovvertito le regole, che abbia voluto, con tutte le sue forze, andare al di là dell’apparenza?»  «Sì: è accaduto migliaia di volte. Avrà sentito parlare di persone scomparse, di scienziati, artisti o scrittori morti per suicidio. Ecco, quelle sono persone che hanno voluto attraversare il confine, conoscere la verità».  

«Perché mi sta raccontando tutto questo?» «Perché lei ha la possibilità di scegliere: è stato il caso a farle incontrare Alina e, prima, sua sorella. Non sono casi che succedono spesso. Alina mi ha portato già un paio di esemplari umani, ai quali ho proposto di scegliere».

«Tra la vita e la morte?» «No, tra una realtà e un’altra». «E se anche l’altra fosse un’illusione, un sogno?»

L’uomo mi lanciò uno sguardo intenso; mi parve che volesse dirmi qualcosa. Poi si girò e si mise a osservare la parete, che presto divenne luminosa e si rivelò essere uno schermo.

«Questo nessuno può stabilirlo. Noi sappiamo che quella, l’altra, è la vera realtà. In teoria potrebbero esistere infinite realtà, ma la cosa in fondo non è importante».

«C’è qualcosa di più importante del vero?»

«Sì: le nostre passioni. Ora lei vedrà su questo schermo quello che avviene in una strada. Ho scelto la salita, quella che parte da questa piazza. E’ una strada piena di negozi, dove le persone si fermano a guardare, a cercare».

Lentamente le immagini cominciarono a rivelarsi, sempre più nitide, piene di luce, di colore, reali, anche più di quelle percepite dagli occhi.

«Vede? Questo è il suo mondo e là scorrono le sue passioni: le persone, gli oggetti, tutto quello che lei ritiene vero».

Sullo schermo apparvero due ragazze; si avvicinarono a una vetrina, entrarono nello spazio espositivo che precedeva il negozio vero e proprio.

«E’ questo che le piace di più in assoluto: le donne, ovvero le loro immagini. Le ammira se le vede per la strada, ne apprezza i particolari, il viso, i capelli, le gambe, i piedi appena fasciati dai sandali. Le cerca anche nelle immagini sul web, nei cataloghi di moda, come un tempo sui rotocalchi, nei film. Li registrava, si ricorda? Registrava anche i video musicali, sempre alla ricerca di quelle immagini. Era affascinato da quelle parvenze, da quelle forme di luce. Non c’era nulla di materiale in quella ricerca d’illusioni: nessun contatto, nessun odore, nessuna azione fisica, oltre il guardare».

Aveva ragione. Nel contatto c’è sempre qualche componente sgradevole, disgustosa. Immagini o suoni costituiscono la parte divina della sensualità. La materialità interviene quando si aggiunge il tatto, ma olfatto e gusto spesso rovinano l’insieme, facendolo precipitare nell’abisso della ripugnanza.

«Se la sente di abbandonare tutto questo, tutta questa bellezza, anche se capisce che tutto esiste solo nelle cellette del suo cervello?» «Ma non mi ha detto che tutto sta per finire? Quindi cosa dovrei scegliere?»

«Le ho detto che la fine è incominciata, ma sarà una fine lentissima. D’altra parte la fine inizia con la nascita. Lo sa benissimo che il suo percorso non è infinito. Lei potrebbe morire molto prima della fine assoluta del suo mondo. Nel frattempo potrebbe ancora per tanto tempo godere di tutta la bellezza che riuscirà a raggiungere, che arriverà a colpire i suoi occhi».

Il suo pensiero era finalmente chiaro. Potevo ancora decidere se lasciare il mondo materiale con tutte le sue attrattive o restarvi per continuare ad appagare i miei sensi per un tempo imprecisato. C’era però ancora qualcosa che volevo chiedere, qualcosa che andava oltre ogni altro pensiero o considerazione, una ur-domanda, che rendeva subalterne tutte le altre domande possibili.

«Lei, voi, insomma… al di là o al di sopra di voi, c’è qualcosa o qualcuno a cui facciate riferimento, che vi fornisca indirizzi, disposizioni.

«Vuole sapere se c’è un pensiero, una fonte, qualcosa di superiore alla realtà di cui siamo parte?»

«Sì, qualcosa che stia al di sopra, che in qualche modo comandi, organizzi».

«Vede: noi, gli uomini e noi che li controlliamo, facciamo parte di due strutture visibili e limitate, di fronte all’infinito. Perché mai non dovrebbero esserci altri pensieri, altre realtà, che comprendano le nostre e che ne dettino le regole, dall’eternità? Se vuole, possiamo chiamare Dio questo pensiero, che ci gestisce e si diffonde attraverso universi infiniti e infiniti oggetti fatti di materia».

«Mi fa pensare a Giordano Bruno».

«Certo. Era semplicemente un pensatore che aveva delle intuizioni, che sosteneva cose dettate probabilmente dal buon senso. Peccato che, per aver espresso le sue convinzioni basate su logiche sensate e in fondo abbastanza evidenti, sia finito bruciato. Cioè il suo corpo è stato bruciato, non il suo pensiero, che come vede ancora resiste».

Le ragazze nello schermo si erano soffermate sulle immagini degli oggetti che apparivano attraverso il cristallo della vetrina. Guardavano le scarpe, quelle affascinanti creazioni destinate a rivestire le loro delicate estremità. Cuoio, fibbie, filamenti che imprigionano e rivelano: un gioco sottile di rimandi e sottintesi. Qualcosa che attrae e atterrisce…

Non potevo lasciare quelle illusioni dolcissime, che avevano accompagnato e condizionato tutta la mia esperienza di vita. Avrei continuato a bruciare, come Giordano Bruno. Solo che la mia consunzione sarebbe stata lenta e accompagnata dal sapore delle mie passioni. Sarebbe stata una dolce morte in fondo, quella riservata ai più fortunati tra gli uomini.

«Non posso» dissi. «Voglio restare». «Può andare allora».

Lo guardai. Era serio, forse anche un po’ triste.

«Ci rivedremo?»

«Certo, ma non so quando».

«Non voglio saperlo».

«Il bello è proprio questo. Non sapere mai con certezza cosa accadrà».

La parete si aprì in modo inconsueto e mi trovai per la strada, davanti alla vetrina, proprio mentre le due ragazze stavano andando via, e potei solo vedere di sfuggita le loro svelte figure allontanarsi e sfarsi, come nuvole dissolte in un attimo dal vento.

Così anche il mio breve viaggio era finito. Potevo ritrovare, per qualche tempo, la mia quiete, vivere la mia quotidiana illusione, anche se ora ero più disincantato, più consapevole.

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Biglietto – parte 2

La mia compagna non poteva trattenersi ad ammirare la piazza. «Devo comprare un biglietto».«Ma qua non trova un’edicola di certo. Mi dispiace. Prenderò il mezzo da sola».

Sorrideva, con la bocca di un rosso squillante, quasi da donna vampiro, sul viso che appariva pallido, nell’aria frizzante del meriggio ventoso. «Non ne ho un altro, altrimenti glielo offrirei».Sembrava sincera, nel dispiacersi per l’interruzione di quella conoscenza imprevista.

«Ora devo proprio andare».

Restò un attimo a guardarmi, poi si voltò e si mosse: ancheggiava in modo divino: gonna stretta e gambe perfette. Peccato! Un’altra delle tante donne che non avrei mai avuto, per le bizzarrie del destino.

Così, senza biglietto, rimasi nella piazza. Le macchine passavano, lente e circospette, nel tentativo di evitare i numerosi passanti che attraversavano sulle strisce pedonali. Una vasta area, nella parte superiore, era destinata ai pedoni. Vi avevano collocato sedie e tavolini diversi bar, che si affacciavano sui giardinetti pubblici, in realtà poco più che aiuole. I bambini vi giocavano, mentre alcuni grassi piccioni caracollavano tutti tronfi e variopinti, pizzicando col becco i resti dei coni gelato. Pensai, dato che mi trovavo lì, di pranzare con un gelato, senza perdere tempo a cercare un’edicola per comprare un biglietto e rientrare a casa, tardissimo.

Controllai se il denaro che avevo in tasca fosse sufficiente e mi sedetti a un tavolino, quando una ragazza si avvicinò e mi fissò senza vergogna.

«Mi sa dire dov’è andata mia sorella?» Assomigliava un poco alla donna che mi aveva lasciato lì sulla piazza, ma il viso era più fresco e il naso meno pronunciato.

«Non lo so. Ho visto che prendeva un filobus». «Non capisco dove sia andata. Abitiamo proprio qui vicino».Il tono era perplesso e preoccupato. Si sedette senza che la invitassi.

«Non le do fastidio, vero?»
Sorrise.«Quanti anni mi da?»

Ricordavo che in tempi lontani le ragazze amavano dimostrare più anni di quelli che avevano in realtà. Avevo risposto con sincerità a una ragazzina, che tra l’altro mi piaceva molto, e lei si era abbuiata.

«Venti».

«Ne ho quindici», sorrise.

«Davvero?»

Un cameriere si avvicinò.

«Un affogato al caffè. Lo prendi un gelato?»

«Sì, un affogato al whisky».

Il cameriere scrisse le ordinazioni e tornò nella scura apertura del locale.

«Non dovresti bere whisky».

«Sì, ma lo reggo benissimo».

«Non ti ho chiesto come ti chiami.
«Alina.

Il suo sguardo era di sfida. Guardò verso la strada che scendeva verso il mare e il suo sguardo era molto più verde di quello dello specchio d’acqua, lontano e dal colore tenue, quasi velato da una brumosità diffusa e sottile.

«Lavori su al Castello?»

«Sì in biblioteca».

«Sembra un mondo così lontano, quasi un altro universo».

«Invece tanti salgono da noi, vanno e vengono, ogni giorno».

«Ho dei vecchi libri a casa, posso farteli vedere. Vorrei sapere quanto valgono».

«Certo, quando hai tempo».

«Se vuoi, anche adesso».Nel frattempo erano arrivati gli affogati. Alina si buttò avida sul suo. Le creme si liquefacevano in fretta e lei usava ampiamente la cannuccia. Io gustavo il mio con maggior calma e lo terminai senza concitazione.

Il sole ci sfiorava e accarezzava le gambe di Alina: miracoli indorati da una vita all’aperto, forse dovuti alla bici o al campo da tennis. Ammiravo quella bellezza serena, quella pelle adolescenziale appena adornata da una lieve e dorata lanugine.

«Andiamo, allora?

Si era alzata. L’espressione era quella che avevo spesso ritrovato nelle donne della buona borghesia: un sorriso appena accennato, gli occhi che paiono guardare qualcosa di più elevato e distante; una sorta di generosità con cui concedono la loro amicizia agli adoratori. Avevo già deciso di non ostacolare i piani di quella giovane divinità e di accompagnarla in qualunque avventura o in qualunque azione le fosse utile per trascorrere il suo tempo. Così entrai in quel palazzo e salii a piedi le scale, perché lei aveva stabilito di evitare l’ascensore. Le scale erano comode, ma i gradini consunti e bisognava prestare attenzione, per evitare scivolate e cadute rovinose.

All’altezza del terzo piano, la ragazza imboccò un corridoio che conduceva evidentemente al suo appartamento.

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Biglietto – parte 1

Cagliari – Cittadella dei musei

Ero uscito, per il pasto quotidiano, ma non avevo trovato niente di attraente ed ero ritornato in biblioteca, nel mio luogo di lavoro.
Doveva essersi fatto tardi, perché, appena imboccata la lunga scalinata che conduceva alla grande porta a vetri, incrociai un gran numero di persone che scendevano. Possibile che fosse già l’ora di uscita? Entrai, aprendo la porta a bussola e vidi altri colleghi che timbravano all’orologio.
Guardai il mio, di orologio, e vidi che faceva quasi le sette. Forse si era fermato. Dovevano essere le 12 o quasi le 12, se tutti abbandonavano il lavoro. Qualcuno mi confermò che stavano chiudendo.
Ridiscesi e mi ritrovai per la strada, in quel quartiere alto, collocato a un livello superiore rispetto al resto della città.

Dovevo trovare un biglietto per il filobus, perché altrimenti come avrei fatto a rientrare a casa, una volta arrivato in città? Il percorso era lungo e non avrei mai potuto farlo a piedi.
Le strade erano deserte, in quella parte di mondo, e cercai un locale che vendesse biglietti, come avevo fatto altre volte, senza successo. In uno spiazzo in salita vidi una specie di bar. La porta era chiusa, ma sentii che qualcuno, un uomo di una certa età, parlava a voce alta. Il posto non era invitante, e non mi arrischiai a entrare. Avrei forse trovato di meglio più avanti.

Proseguii quindi, sull’asfalto della strada grigia, che scendeva tortuosamente tra muraglie senza aperture: né portoni di palazzi, né locali pubblici. Non c’era nessuno, ma poi all’improvviso nel procedere incontrai una giovane donna, che anche lei doveva scendere in città. La guardai, ma non la vidi in modo chiaro, perché è difficile mettere bene a fuoco persone e cose, mentre si cammina.
Mi parve che il viso non fosse grazioso: il naso soprattutto era grosso e a uncino. La faccia ovale e la bocca sorridente però lo rendevano nell’insieme gradevole. La figura rimaneva indistinta, ma le gambe parevano belle: non portava calze, anche se l’estate non era ancora arrivata. Pensando a quelle sue gambe nude, l’accompagnai con piacere. Bisogna trovare la bellezza là dove si rivela, nei particolari.
Parlava con tono allegro ed era piacevole ascoltarla.
Ed ecco che raggiungiamo insieme il cunicolo che porta in città. E’ un’apertura quadrangolare, più alta che larga. Bisogna entrarci e lasciarsi scivolare fino al livello desiderato, fino alla grande città che giace al di sotto.
Volevo farla entrare per prima, ma poi finii per trovarmi davanti al cunicolo e mi infilai nell’oscurità.

Si scivolava con facilità in quel budello e la velocità della discesa non era eccessiva. Riuscivo a rallentare a piacere la caduta e a guardare dietro di me, dove la mia compagna di viaggio scendeva lei pure, con agilità. Solo per un momento ebbi paura che mi rovinasse addosso, il che comunque non sarebbe stato un gran male, perché avrei avuto la possibilità di afferrarla perché non si facesse male e di toccarle le gambe, quelle gambe che ora desideravo più di ogni altra cosa.
Superati svincoli e tortuosità alla fine si arrivò a destinazione. Il cunicolo ci scaricò su una grande piazza, quella che conoscevo da tempo. Lontana dalla mia casa, ma aperta e piacevole. C’erano alberi in cui di sera si rifugiavano colonie di uccelli che spandevano un canto incessante e cristallino, pieno di squilli e stridii.

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Casca il mondo

Cari amici.

Il mondo stabile e ragionevolmente sicuro che abbiamo conosciuto sta crollando.

La cosa peggiore è che non sapremo mai cosa succede davvero.

Se non sei cooptato dal potere, se non fai parte di quell’élite segreta che domina il mondo, non devi sapere nulla, al di fuori di quello che deve filtrare. Soprattutto non devi opporti a quello che decide chi gestisce la verità. Il “colà dove si puote ciò che si vuole” è una realtà anche sulla Terra.

Da secoli, forse da millenni, la storia dell’umanità è stata costruita da società segrete che hanno preso le decisioni fondamentali. La verità storica è stata sempre aggiustata, se non stravolta, a cura dei servizi di Stato e degli intellettuali pagati, direttamente o indirettamente, dai signori del mondo.

Purtroppo la scienza, per la sua stessa natura, non possiede la verità, per cui può essere facilmente manovrata, indirizzata, arginata, perché non superi i limiti delle convenienze economiche e politiche. Di conseguenza, il potere economico decide anche sulla visione scientifica, stabilisce cosa sia opportuno esporre alla conoscenza dei cittadini e cosa debba rimanere segreto, decide ad esempio anche come debbano essere curate le malattie.

Crollata la fiducia nella scienza, decade anche la fede nel progresso illimitato e ineluttabile.

Si può solo sperare che chi ha messo in piedi l’esperimento della vita, e quello della vita intelligente, rifletta un attimo, prima di cancellare questa bizzarra creazione, che forse ha dato esiti non richiesti o negativi.

Che si debba tornare a pregare?

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Ufo e tarme

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Qualcosa si sta muovendo.

Comincio a pensare che siamo vicini a una svolta nella storia della conoscenza, che ci spingerà a riconsiderare il nostro rapporto con la realtà.

Intanto scopriamo che gli UFO esistono, anche se ora si chiamano UAP, cioè fenomeni aerei non identificati.

Ormai gli stessi apparati statali ammettono che esiste, qui sulla terra, qualcosa che non riusciamo a comprendere, che va al di là dei limiti della nostra logica e delle nostre leggi scientifiche.

Finalmente si ammette quello che pochi dichiaravano di aver visto, per paura di essere considerati matti: luci, oggetti luminosi che guizzano veloci, con traiettorie non compatibili con le nostre leggi fisiche, e scompaiono improvvisamente.

Per analogia con altre presenze terrestri possiamo dire che il volo di queste luci sembra simile a quello di falene e tarme, capaci di mutare improvvisamente rotta e di schizzare via a velocità difficilmente concepibili per l’uomo. In questi piccoli animali il metodo è un sistema mirante alla difesa da qualunque predatore. Per acchiappare una tarma bisogna infatti prevederne la traiettoria con un briciolo di fortuna, perché il comportamento è paragonabile solo a quello di una particella elementare in un universo quantistico.

Bisogna chiedersi da dove vengano queste tarme imprevedibili, che viaggiano nell’aria e nell’acqua.

Prima di supporre un’origine aliena, dovremmo provare a ipotizzare un’origine terrestre. Non conosciamo infatti per buona parte la nostra terra. Abbiamo una discreta cognizione della superficie, ma abbiamo esplorato solo in piccola parte l’interno del pianeta, e soprattutto gli spazi profondi e invisibili degli oceani.

Possiamo escludere che esistano forme di vita intelligenti che abitino gli abissi marini? Possiamo escludere anche che queste forme di vita, abituate a vivere in condizioni estreme, con una pressione di alcune centinaia di atmosfere, abbiano costruito mezzi in grado di visitare il nostro spazio di azione e che questi mezzi siano appunto quelli che chiamiamo ufo o uap?

Probabilmente non sono interessate a colonizzare il nostro territorio, in quanto non potrebbero viverci, ma ci tengono comunque sotto un continuo controllo.

Per adesso sembra che con noi si divertano, come noi possiamo divertirci con un gatto o un cagnolino, e hanno ragione: siamo ancora troppo vicini agli animali. Loro sono qualcosa di più antico e diverso.

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Buzzurrismo

Non sono mai stato un laudator temporis acti, ma di fronte alla brutalità e alla rozzezza dei rapporti umani cui si assiste, e al dilagare della pornolalia e dei gestacci gratuiti, da parte di maschi e femmine dei nostri giorni, non posso evitare di rimpiangere la sublime delicatezza dei tempi di Swann e Odette. La contestazione delle ipocrisie borghesi e del bonton aristocratico, e l’accostamento programmatico alla mentalità popolare, si sono risolti in un sostanziale imbarbarimento dei costumi, una sorta di buzzurrismo culturale generalizzato, in cui tutti gareggiano in volgarità, pensando di essere spontanei e progressisti, mentre non fanno altro che seguire una moda, quella del “Cafo maior” al posto del “Cato maior”, dove la cafonaggine ha sostituito la censura.

Meglio allora le signorinelle pallide, i rossori, i deliqui, la timidezza, il pudore, i turbamenti, le riservatezze, i timori di una volta?
Non esageriamo. Oggi nessuno porta mantelli a ruota e conserva pansè nei libri di latino, come nessuno più si sogna di arrossire o di svenire dall’emozione. Però un minimo di stile e di educazione non credo che farebbe male, né contrasterebbe con lo spirito della modernità.

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Milva

A noi ragazzi non piaceva Milva. Il suo stile non era legato alla moda del momento e soprattutto la sua immagine era molto diversa dalle figure femminili che ci facevano palpitare. Abituati a sognare le Sylvie Vartan e le Birkin, le Spaak e le Romine, così eteree e raffinate, eravamo disturbati da una figura dal viso sensuale e un po’ proletario, che pareva incarnare l’idea di una bellezza contadina e provinciale, l’erotismo campestre del tempo che fu.
Dal punto di vista musicale, la sua proposta pop,che era l’unica che conoscevamo, sembrava guardare alla tradizione italiana. Il suo canto appariva teatrale e melodrammatico,carico di toni gravi, che contrastavano con i cinguettii delle cantanti che adoravamo.
La sua parlata aveva toni enfatici e avvolgenti, che parevano artefatti e un po’ troppo sopra le righe.
Certamente sembrava più vicina a noi Mina, così carina e cittadina, dalla voce alta e squillante, legata a immagini di modernità e di padanità industriale.
Quando vedemmo che Milva si stava trasformando in un animale teatrale, dedicandosi a un repertorio colto e divenendo musa del mondo della sinistra intellettuale, ci parve come una creazione artificiosa e un po’ pretenziosa, uno strumento di carne, dirozzato da pigmalioni che amavano mostrare il loro potere di rieducazione del popolo.
Non avevamo capito niente.
Solo dopo molti anni, quando ormai la parabola di questa grande artista stava calando, abbiamo cominciato a comprendere il valore di una delle nostre maggiori stelle. Abbiamo capito che la dimensione di Milva non erano le canzonette del pop sanremese, ma il palcoscenico del teatro, che le sue migliori interpretazioni erano legate alle stupende musiche di Kurt Weill, alla rivisitazione del tango di Piazzolla, al teatro musicale di Berio, al mondo della canzone tedesca o francese. Poche realizzazioni di qualità della Milva matura sono filtrate attraverso le maglie della censura livellante della scena pop: La rossa di Jannacci e Alexanderplatz di Battiato-Cohen-Giusto Pio. E’ stata soprattutto quest’ultima interpretazione, di una musica perfetta per le qualità canore e sceniche della cantante, a rappacificare la nostra generazione con l’idea banale e stereotipata che avevamo di Milva. Il brano era infatti modernissimo e ricco di un pathos minimalista, così diverso da quello a cui ci avevano abituati i brani sanremesi, così fuori moda: gelido e vibrante, inatteso, bellissimo. Insomma, forse questa era la vera Milva, quella che aveva infiammato i palcoscenici internazionali, quella che noi, i soliti italiani, non eravamo riusciti a comprendere.

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Sdoganare

erzsebet bathory

Non è che abbiamo sdoganato troppo?
E’ una domanda che comincio a pormi, ascoltando certi fatti di cronaca, in cui pare che la moda del sesso estremo, dello sballo a tutti i costi, della violenza senza freni stia dilagando.
Non è che siamo passati da una sessuofobia totale a un permissivismo totale, in cui tutto quello che era considerato peccaminoso e osceno si è trasformato in occasione di supremo godimento, di esibizione sfrontata e accettata, di moda esaltata nella vita, nel cinema, nella letteratura?
La liberazione sessuale, dagli anni Sessanta ai giorni nostri ha prodotto bestseller erotici, pensieri più o meno stupendi, sadomasochismi, bondage, espressioni più o meno morbose, rappresentate e celebrate. Le prime creazioni hanno subito repressioni e censure, ma lentamente il comune senso del pudore si è talmente lacerato e dissolto da rendere quello che era considerato osceno addirittura gradevole, poi desiderato, infine necessario e indispensabile.
La cosa che più fa riflettere è che quello che era confinato nei libri osceni e censurati e nell’industria del porno ha finito per sconfinare e per penetrare (e mai parola sembra più adeguata) nella vita. La sessualità diventa interessante solo se è deviata, se è rivolta a usare vere e proprie vittime. Gli esempi provengono dall’industria dell’intrattenimento. Le serie tv sono stracolme di persone legate, torturate, fustigate, violentate, pullulano di serial killer e di morbosità erotiche di ogni tipo. Le stesse scene, sia pure edulcorate e rese meno drammatiche dal consenso di attrici e attori, appaiono nei film porno, che ormai faticano a star dietro alla realtà e spesso la riproducono fedelmente, anziché esasperarla per trasformarla in spettacolo.
Resta evidente come gli episodi e le storiacce di cronaca di cui si sente parlare sempre più spesso non siano altro che scene da set di film porno. La loro natura di rappresentazione è rivelata dall’uso dei cellulari, con cui gli atti sessuali sono filmati, come per attestare il potere degli attori amatoriali, che hanno i mezzi e la capacità di vivere certi particolari momenti di dominio e che esibiscono il loro supremo disprezzo dei limiti imposti da una morale che non sentono propria.
Il sesso, in questi riti orgiastici, non ha più nulla di spontaneo: è recita, simulazione, umiliazione sistematica di chi assume il ruolo di submissive. I partecipanti al rito, di solito affrancati da ogni inibizione per effetto di droghe e alcol, compiono o subiscono azioni disgustose, che costituiscono una sorta di fuga trasgressiva, oltre i limiti della morale e della legge.
Queste deviazioni perverse erano una volta appannaggio di nobili e potenti, e potevano virare verso il delitto. Le storie di Gilles de Rais o di Erzsébet Báthory, o i deliri del marchese de Sade, esprimevano l’arroganza del potere e il disprezzo per i diritti fondamentali delle persone inferiori. Oggi è il potere del denaro a caratterizzare i nuovi potenti, pronti a soddisfare ogni capriccio lecito o illecito ed è veramente sconvolgente vedere come le vittime, per lo più giovani donne o ragazzine, abbagliate dalla ricchezza e dal potere, accettino di rischiare salute e vita, pur di compiacere i nuovi padroni, e si rendano spesso troppo tardi che la troppa luce può bruciare e che il calore della lampada può essere esiziale per ogni incauta falena.

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Daniele e gli uomini-ape

Daniele pensa che tutto il vissuto di questo tempo vada nella direzione proposta da sempre da varie religioni e filosofie: la riduzione del molteplice all’uno. La coscienza individuale recede di fronte a un’offensiva globale del collettivo.

Liberalismo e anarchismo avevano stimolato l’individuo, spingendolo verso un’esasperazione dell’autocoscienza. Religione e marxismo, dominanti nel secolo precedente, muovevano in direzione opposta. La coscienza individuale doveva piegarsi alle ragioni della coscienza di gruppo. L’uomo, questo orgoglioso semidio, doveva adattarsi a vivere in una società-alveare, in cui il singolo, le sue esigenze di realizzazione personale, la sua stessa vita erano di scarsa rilevanza. La vita di un individuo poteva essere sacrificata facilmente e utilmente per il bene della collettività. Importante era vivere la vita di comunità, sentire proprie le istanze del gruppo. Abbattere l’egoismo, amare il prossimo come se stessi, realizzare l’unità della classe proletaria erano prescrizioni etiche o addirittura comportamenti e inclinazioni prescritti per legge.

La dittatura sanitaria imposta dalle pandemie genera l’obbligo morale di sacrificare la vita, se necessario, vaccinandosi, e comunque di rinunciare a una parte del proprio benessere e della propria libertà a vantaggio del bene comune. Dulce et decorum est pro patria mori. Per la patria, per la santa religione, per il partito, per il bene, la giustizia, la classe operaia o per qualunque soggetto esterno all’individuo, la logica è la stessa. Bisogna dimenticare il proprio io per identificarsi in qualcosa che io non è ma di cui l’io fa parte. Il bene supremo è qualcosa di più grande, più comprensivo: disintegriamoci, immoliamoci, annulliamoci in questa grande illusione, in questa grande entità inesistente, in questo pensiero universale e infinito. Ha senso ribellarsi? Ha senso opporre la coscienza dell’uomo singolo e unico alla coscienza collettiva dell’uomo ape, unica creatura prevista in un futuro progressista e illuminato?

(dal progetto narrativo “Daniele”)

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