Isola di plastica – Parte 2

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I turisti sciamarono per i corridoi e si precipitarono nella grande hall dell’albergo.
Si era sparsa la voce che le isole fossero state attaccate dai pirati.
Dall’esterno, al di là delle vetrate, si udivano scoppi e colpi di armi da fuoco. Scie di fuoco apparivano e scomparivano, come se qualcuno avesse improvvisato uno spettacolo pirotecnico.

Nella confusione generale, apparve Coughlin, con il suo vice Rani e i pochi poliziotti che collaboravano con loro.
Aveva raccolto dal deposito le armi disponibili e le portava tutte insieme, come una specie di Terminator. «Qualcuno sa sparare?» chiese «Se ci sono volontari, li arruolo immediatamente.»
«Noi non siamo combattenti» fece un turista che pareva russo o di qualche altro paese slavo. «Non fa niente» rispose Don «le chiedo soltanto se è in grado di sparare.»
«No, non ho mai preso un arma in mano» disse il turista.
«Va bene, allora rimanga qui con i vecchi a farsi massacrare. Gli altri vengano con me.»

Sia io che il mio amico avevamo qualche esperienza di tiro, anche se preferivamo prendercela con piattelli o lattine che con gli esseri umani, per cui accettammo di essere ingaggiati.
Don ci portò in un posto che non avevamo mai visto. Era una specie di struttura di metallo, provvista di motore, che poteva restare attaccata all’isola, ma anche distaccarsene al bisogno.

Eravamo appena fuggiti dall’albergo, quando i pirati fecero irruzione, senza trovare resistenza.
Una volta penetrati nella hall, radunarono tutti i turisti al centro della sala, tenendoli fermi con la minaccia delle armi.
I testimoni di quella imprevedibile aggressione raccontarono di essersi trovati dinanzi a una specie di orda selvaggia, formata da uomini di varie razze, vestiti come se fossero usciti da un set cinematografico.
Quello che sembrava il capo era un gran pezzo d’uomo, una specie di Sandokan caraibico, di sangue misto. Era a torso nudo e le poche donne presenti lo guardarono con ammirazione.
Il marcantonio dal torso bronzeo, che si chiamava Diego Gutierrez, intimò ai malcapitati di consegnare tutti gli oggetti di valore e si avvicinò alle signore, specie a quelle ancora piacenti, per assicurarsi che non nascondessero qualcosa di prezioso. Dopo quella specie di perquisizione, alcune donne furono scelte come bottino e accompagnate dai pirati più vogliosi nelle salette del personale dell’hotel.
Per alcune ore i visitatori rimasti nella hall sentirono grida e imprecazioni uscire dalle stanze, ma giurano che non tutti gli strepiti erano lamenti o urla di orrore.

Mentre i figli della Filibusta terrorizzavano gli ospiti dell’albergo e arrostivano le loro compagne e le altre disperate casalinghe sulle fiamme del peccato, Coughlin ci istruiva nell’uso delle armi.
«Abbiamo qualche kalashnikov» disse «semplice ed efficace, e dei buoni fucili di precisione.»
«Attenti ai kalashnikov» aggiunse. «Teneteli forte, se non siete abituati al rinculo.
Il nostro capo mi affidò un AK-47, mentre Gary, che era un ottimo tiratore, prese un MTS-116.
Poi Coughlin ci fornì alcune informazioni essenziali.
«La nostra imbarcazione, una volta separata dall’isola, è come una specie di motocannoniera, ci disse. È equipaggiata con un paio di unità lanciamissili, in grado di danneggiare seriamente qualsiasi unità navale tradizionale. Prima di tutto cercheremo di capire di quali forze dispone il nemico, poi decideremo cosa fare.»

Sembrava la cosa più ovvia e, dopo essersi consultati, lo sceriffo e Rami decisero di studiare la situazione dall’esterno.
La nostra navicella si distaccò agilmente dall’isola e si diresse verso il largo. Stava già incominciando ad albeggiare e si vide chiaramente che i pirati disponevano di due scafi.
Il nostro consiglio di guerra, costituito dai due capi e da un paio di poliziotti anziani, stabilì di affondare una delle due imbarcazioni pirata, quella più vicina a noi. Lasciando l’altra in condizione di navigare, per poter accogliere eventualmente i filibustieri in fuga.
Si decise inoltre di attaccare senza preavviso, anche se le navi pirata avevano uomini a bordo.
«Non me ne frega niente di quelle merde» sentii dire a Coughlin «devono essere eliminati fisicamente.»

Credo che sia andato personalmente ad armare le unità lanciamissili e a far partire i primi missili. Non era mai accaduto che dovessero usarle, ma avevano fatto delle simulazioni. Ora però bisognava agire davvero e in fretta.
Il primo missile partì e colpi il bastimento nemico di striscio, ma il secondo lo prese in pieno.
Seguì una spaventosa esplosione, dopo di che la nave cominciò a imbarcare acqua e a inclinarsi. Si videro, a distanza, uomini che si buttavano a mare, senza che avessero molte speranze di salvezza, in quelle acque infestate dagli squali.
Dopo l’attacco, Coughlin chiamò l’isola e volle parlare col capo dei pirati.
«Se entro un’ora non sarete tornati sulla vostra barcaccia e non sarete andati via dalla nostra isola, verremo a prendervi» disse il nostro poliziotto-ammiraglio.
«Noi abbiamo quaranta ostaggi» fece il pirata «e li uccideremo uno ad uno, se non vi consegnerete.»
«Potete uccidere chi vi pare» disse Coughlin. «Noi non siamo responsabili di quei quattro borghesi che vengono nell’isola come se andassero allo zoo. Comunque, se farete del male a quei poveracci, ne pagherete le conseguenze. Potrete scegliere se essere appesi al sole senza acqua né cibo fino alla morte o essere buttati a mare in mezzo agli squali. E se deciderete di rimanere nell’isola lanceremo i nostri missili e la faremo saltare, con voi dentro.»
«Non potete farlo» urlò Gutierrez. «Non potete uccidere anche i turisti!»
«Possiamo fare quello che vogliamo. Non obbediamo a nessuna legge, proprio come voi.»
Così disse, poi riattaccò, senza lasciare al filibustiere il tempo di controbattere.
Raccontano i turisti che Gutierrez cominciò a bestemmiare e a sudare. Quell’animale capace di terrorizzare innocui vecchietti e di violentare signore indifese capiva che questa volta si trovava disarmato, di fronte a una forza di cui non conosceva l’entità, e per la prima volta sperimentava il vero terrore.
Riunì i compagni e decise che la fuga era l’unica possibilità di salvezza. Così quell’orda di manigoldi risalì sulle scialuppe con cui avevano raggiunto l’isola di plastica e tornò sulla nave.

Anche noi ci riunimmo, mentre tenevamo sotto osservazione la ritirata piratesca.
Avevamo vinto, ma non avevamo sconfitto tutte le nostre paure.
«E se pensassero di tornare, con altri mezzi e con altre armi?» chiese qualcuno.
«Non torneranno» fece cupo Coughlin.
Lo vedemmo dirigersi verso l’unità lanciamissili. Pochi secondi dopo, altri due missili partirono, in direzione della nave pirata. Questa volta entrambi i colpi andarono a segno e anche la seconda nave andò a raggiungere la prima.
Osservammo bene tutta la scena, ora che il mare ricominciava a luccicare, riflettendo le prime vampe dell’alba.
Lo sceriffo tornò pochi minuti più tardi. Aveva l’aria serena.
«Naturalmente, nessuno di voi ha mai sentito parlare di pirati, se non al cinema» disse.

Quando tornammo sull’isola, gli ostaggi, insperatamente salvi e illesi, a parte le donne brutalizzate, ci chiesero notizie dei loro sequestratori.
«Sono scappati» disse Coughlin «ma ora cercate di non pensarci più e dimenticate questa brutta avventura.»
Comunque ormai nessuno aveva più voglia di proseguire le vacanze e tutti pensavano a tornare a casa.
«La cosa buona» disse Gary «è che non abbiamo avuto nemmeno bisogno di tirare un colpo.»

 

 

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Isola di plastica – Parte 1

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Prosegue la serie dei Viaggi impossibili con il terzo viaggio.

Il viaggio, a dire il vero, non era programmato e non mi sarei mai avventurato nel bel mezzo dell’Atlantico, se Gary non mi avesse incuriosito.

«È un posto incredibile» mi raccontò. «Non c’è nulla di simile in tutto il globo. Un territorio nato dal nulla, in mezzo all’oceano.»
Sapevo che gli oceani erano diventati enormi depositi di spazzatura industriale, ma non avrei mai immaginato che vi si potessero creare, su quegli ammasi di residui di plastica e di rifiuti di ogni genere, vere e proprie isole. Ancora più incredibile era che qualcuno avesse pensato di utilizzare quei conglomerati galleggianti per costruirvi case, in uno spazio libero, dove nessuna nazione potesse accampare diritti, né issare bandiere.

I primi a pensare di fermarsi a vivere su quelle zattere oceaniche furono dei marinai che non trovavano più ingaggi. Facce scavate, arrossate dalla calura dei mari tropicali ed essiccate dalla salsedine. Sguardi abituati a vedere l’infinito, che finalmente speravano di trovare quella pace che il mare non era in grado di offrire, ma che nemmeno la terra ormai riusciva più ad assicurare.
Poi arrivarono gli impiegati in fuga dalle aziende e dalle loro ristrutturazioni, che ogni volta precipitavano i dipendenti nell’inferno della disoccupazione permanente. Infine furono gli artisti a scoprire quel nuovo piccolo mondo nel ricercare modi alternativi di sopravvivenza.
Le prime isole erano semplici ammassi di rifiuti, ma a poco a poco l’ingegno dei primi abitatori rinforzò le strutture spontanee creando basi più solide per consentire un migliore e durevole galleggiamento. Con gli stessi materiali di scarto: plastica, legno, metallo, si alzarono muri e si costruirono padiglioni e veri e propri palazzi, tanto solidi da reggere le perturbazioni dell’Oceano.
Gli isolani vivevano principalmente di pesca, ma anche di caccia e dei prodotti degli orti idroponici che avevano cominciato ad assemblare sulle aree terminali delle costruzioni.

La vita in quelle terre artificiali era piuttosto semplice e decisamente più tranquilla di quella che si trascorreva di solito in una delle nostre società industriali.
Nessuno pagava tasse, perché non esisteva uno stato, nessuno si preoccupava di assicurarsi la proprietà degli spazi, dei giardini pensili, né delle abitazioni. Tutti al contrario si occupavano della produzione che era utile a tutti. Chi era più abile nella pesca scambiava i pesci con le piante dei coltivatori degli orti.

Non esisteva un vero e proprio organismo di carattere militare, che si preoccupasse della difesa. Quando però le isole cominciarono a popolarsi di uomini di varia origine e ceto sociale, quando i proventi del turismo e della pesca cominciarono a divenire consistenti, gli abitanti decisero di creare una specie di polizia interna, che avesse facoltà d’intervenire in caso di controversie e battibecchi e di contrastare i pericoli che provenissero dall’esterno.
Una piazzuola chiara e pulita costituiva il centro dell’abitato e su quella si affacciavano i principali servizi, dall’albergo allo spaccio, in cui si vendevano i mezzi di prima necessità.

Quando raggiungemmo, per la prima volta, l’agglomerato principale delle isole, un uomo grosso, dall’aspetto trasandato, ci intercettò. «Sono l’albergatore» tuonò, con voce robusta, troppo forte e rauca per noi gente di città, che rivelavano le sue origini di marinaio o pescatore.
«Volete visitare l’isola o siete venuti qui per trasferirvi?» chiese.
«Siamo soltanto visitatori» dissi.
«Allora bisogna che vi racconti alcune particolarità di questo posto.
Non rimanete troppo all’aperto, soprattutto quando c’è bonaccia. Si forma una specie di bruma, che può essere pericolosa per l’uomo.»
«In che senso?» chiese il mio amico.
«Nel senso peggiore del termine. L’esposizione ai vapori provoca un’ebbrezza difficilmente sostenibile e successivamente uno stato comatoso, da cui ci si risveglia a fatica.»
«E da cosa dipende?»
«Dalle esalazioni della plastica, a contatto con l’acqua marina e con la sollecitazione del calore solare.»
«C’è un modo per difendersi?»
«Certamente. Basta chiudersi bene negli alloggi, che prendono aria dall’alto.
Il gas, che si diffonde nell’aria, si mantiene fino a tre metri dal suolo, più in alto le brezze oceaniche lo spazzano via e lo mandano ad avvelenare gli spazi qui attorno, le rotte immutabili delle petroliere.
Ogni tanto, si narra, qualche marinaio impazzisce e non se ne conosce la causa. Io penso che tutto nasca dall’ammorbante potere di questi depositi, dal respiro venefico delle isole.»
«E con tutto questo ancora qualcuno viene ad abitare qui?»
«Non tutti hanno paura della follia e poi l’isola, tutte le isole di questo mare, hanno un fascino segreto, che forse anche voi avrete la possibilità di sperimentare.»
«Quale fascino?»
L’albergatore sorrise. «Il fascino dell’universo» rispose. «Ho fatto disegnare una mappa, che sta nel salone del secondo piano. Dateci un’occhiata» disse, e ci accompagnò in una costruzione dalle pareti luminose e abbellite da incrostazioni che producevano, alla luce del sole, riflessi che parevano di madreperla. Ci invitò poi a salire nelle nostre stanze, in uno dei piani superiori.

La mia camera era piccola ma comoda. Ero terribilmente sudato e sentivo il bisogno di una doccia.
Dopo essermi rinfrescato, mi stesi sul letto a riposare per qualche minuto.
Ora mi sentivo di nuovo in forma e finalmente potevo scendere nel salone per vedere la mappa di cui il nostro oste aveva parlato.
Gary era con me e osservò anche lui la proiezione cartografica, che occupava un’intera parete.
Rappresentava l’isola sulla quale eravamo approdati, l’isola maggiore, e tutte le isolette che si erano formate a qualche distanza da questa.
Una particolarità accomunava tutte quelle creazioni spontanee, che imitavano l’organizzazione naturale: avevano tutte la forma di una galassia, di un ammasso di materia che si era addensata seguendo linee di aggregazione che parevano spirali irregolari. Spinte e movimenti casuali avevano plasmato in modo differente tutte quelle strutture, ma nell’insieme un osservatore attento non poteva non rendersi conto che una legge comune le governava, quella di una logica matematica che le costringeva ad avvitarsi verso il centro, come se fossero attratte da un irresistibile forza che le obbligasse a precipitare verso un punto di attrazione. Era strano come anche le costruzioni artificiali, se abbandonate al potere della natura, finissero per imitarla.

Quel giorno mangiammo pesci e alghe. L’indomani, il ristorante offriva anche qualche piatto di carne di volatili, cucinata in modo appetibile, che apprezzammo, complimentandoci con l’albergatore.
Quest’ultimo, che si chiamava Petrus Wallerstein, ci fece conoscere un suo amico, che dirigeva quella sorta di polizia locale che assicurava l’ordine nelle isole. Era una specie di sceriffo, Don Coughlin, un londinese in fuga dalla civiltà, che aveva trovato in quelle particolari strutture un mondo più vicino ai suoi ideali di vita, e in cui poteva esercitare un potere che nella metropoli sarebbe rimasto per sempre un sogno impossibile.

Tutto sembrava tranquillo e stavamo progettando escursioni nelle isole minori, quando fummo svegliati in piena notte da un segnale d’allarme.

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Nebbie e identità

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Dopo averci lavorato per diversi anni e dopo averlo rielaborato e concluso, ho cercato di capire perché avevo scritto questo libro e ci ho ragionato su per un po’.

Alla fine mi sono reso conto di avere scritto una sorta di apologo sul razzismo e sull’inutile ricerca di un’identità.

C’è alla base una riflessione su me stesso, sul mio essere ibrido, punto d’incontro di tante razze e di tante culture, come spesso avviene a chi ha avuto la ventura di nascere in un crocevia come sono un po’ tutti i paesi mediterranei.

Bisogna esserne consapevoli, sapere che le nostre radici sono all’origine composite, e che ogni affermazione esasperata d’identità può rivelarsi, alla fine, una richiesta disperata, ma illusoria, di certezza.

Alla fine, dovrei essere soddisfatto per aver scritto un libro piacevole, divertente quanto un libro d’intrattenimento, ma con un significato che trascende le mie stesse primitive intenzioni.

Invece, c’è stato qualcosa, in questa vana ricerca di un’identità, che ha generato una sorta di angoscia, con la quale so di dover convivere. Perché credere di conoscersi, anzi di riconoscersi perfettamente in una cultura, in una nazione, è terribilmente rassicurante, tanto da trasformare in un perverso piacere l’odio per l’altro, per il diverso da sé. Così è accaduto che io stesso mi sono riconosciuto nel protagonista del libro, Valerio Brenta, nel suo percorso di formazione, che lo conduce dalla nebbia dell’indistinto, che sfocia in un delitto reale o immaginario, a una più chiara, anche se problematica, visione del mondo. Questo, probabilmente, non lo renderà più felice, ma è necessario.

Insomma, si può sostenere, con cognizione di causa, che è difficile essere ibridi (e cittadini di questo pianeta).

Comunque, adesso il libro c’è, pubblicato in una collana di libri particolari, quasi da collezione. E anche questo sembra esaudire un altro dei miei antichi desideri. Ora non mi rimane che organizzare qualche serata di firmacopie e riprendere quel contatto col pubblico che avevo interrotto da qualche anno. Staremo a vedere.

Intanto vi lascio l’indirizzo della pagina facebook del libro e quello della mia pagina personale.

https://www.facebook.com/ungiornolanebbia/

https://www.facebook.com/guido.mura.3

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Foodweek o l’antisbobba

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Tornare a casa significa anche rimettersi ai fornelli e tornare a cibarsi di sostanze gradevoli e non di spaventose sbobbe ospedaliere.

Così, ieri e oggi, avendo a disposizione un radicchio di chioggia e delle costine, acquistate dal verduraio vicino a casa, ho pensato di farmi un bel piatto di pasta alle verdure.

Ho incominciato con la soluzione più semplice: radicchio e coste (e qualche pezzetto di sedano) ad ammorbidirsi in padella con un po’ d’acqua e olio, sale e un pizzico di peperoncino. Cotti a parte gli spaghetti integrali biologici, li ho poi riversati in padella, condendo con listarelle di emmental. Strano a dirsi, l’insieme era già decisamente incantevole, rispetto all’orrore del cibo ospedaliero. Merito della pasta? Chissà.

Questa mattina ho reso la salsa un po’ più completa, aggiungendo una carota a pezzetti e un trito di prezzemolo a fine cottura. Che dire? Il piatto è veloce e facile e tutto sommato appetitoso. La pasta poi è a dir poco eccezionale, e si potrebbe mangiare anche senza condimento. Qualche giorno fa avevo fatto un po’ di coste e finocchi sempre in padella e, visto che c’era un bel residuo, ci avevo aggiunto anche delle farfalle integrali. Gusto inusuale, dolce e aromatico (avevo anche un tantino di sedano), ma abbastanza gradevole. Chissà se questi piatti potrebbero avere fortuna nella Milano food week.

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Salben

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Trovai il toponimo Salben su una carta geografica infilata tra le illustrazioni di un libro del secondo Ottocento. Era un volume della biblioteca di mia nonna, a metà strada tra la geografia antropica e l’economia. Ricordo di averlo sfogliato più volte, senza mai spingermi a fondo nella lettura. Parlava di miniere, laghi, bestiame, ferrovie di paesi sconosciuti e stimolava ogni tanto la mia anima di curioso visitatore di luoghi diversi e particolari.

La carta però non faceva parte del libro: era stata ripiegata più volte e usata come segnalibro e lì era rimasta, forse per indicare qualcosa che nel testo era presente e che era esplicitato dalla raffigurazione simbolica di quel territorio, che doveva corrispondere a una particolare regione delle Alpi.

La parola, se si faceva riferimento a una probabile etimologia germanica, sembrava indicare qualcosa di pomatoso, un’essenza vischiosa che in quella terra si produceva, forse dovuta a qualche caratteristica del terreno o della flora endemica.

Non conoscevo bene quella zona, perché l’avevo attraversata solo un paio di volte, rimanendo però sempre sulla strada principale. Non sapevo perciò quali e quanti paesi si trovassero nell’interno, raggiungibili solo con lunghe diversioni su strade minori, qualche volta molto strette. Decisi comunque di inserirmi sulla statale, per abbandonarla una volta incrociata la provinciale che avrebbe dovuto condurmi alle porte di Salben.

La mia auto era quasi un rudere, a giudicare dalla carrozzeria, ma aveva un ottimo motore e avrei potuto lasciarla incustodita senza che nessuno fosse tentato di rubarla. Una fotocopia della mia carta originale stava accartocciata nel portaoggetti della portiera sinistra, a portata di mano, dato che all’epoca del mio viaggio non erano ancora stati inventati i navigatori satellitari.

Ci vollero almeno due ore per incontrare la strada che doveva condurre a quella piccola città. All’inizio pareva larga e agevole come la statale, ma dopo un po’ cominciò a restringersi e a diventare tortuosa. Trovai un paio di villaggi dalle case livide e tetre, che sembravano tappezzate di nerofumo, con larghi squarci bianchi di calce sporcata dal tempo e muraglioni scrostati dalle intemperie. La gente camminava in fretta, come se temesse di perdere tempo, e non si guardava troppo attorno. Rinunciai a fermarmi, e mi diressi decisamente verso una strada in salita, in cui un cartello segnalava la direzione Salben. Percorsi una decina di chilometri, l’automobile cominciò a muoversi come se fosse a disagio, su un terreno che pareva fatto di argille morbide. Prima che scivolasse e finisse fuori strada, sguazzando su quella superficie di viscida mota, riuscii a parcheggiarla su una piazzetta e decisi di proseguire a piedi, dato che cominciavano ad apparire costruzioni, in parte diroccate, che facevano presumere che la cittadina non fosse lontana.

Infatti, dopo una curva, mi apparve un cartello azzurro che recava il nome di Salben, con avvertenze e informazioni scritte in due lingue, un italiano approssimativo e una sorta di tedesco arcaico.

Ero arrivato quindi, o meglio ero quasi arrivato. Anche andando a piedi infatti non era facile mantenere l’equilibrio. Dappertutto, sul terreno, apparivano macchie iridescenti, simili a quelle che si notano spesso presso i distributori di carburante.

Mentre prestavo la massima attenzione, un uomo di circa cinquant’anni si materializzò sulla via deserta. Era completamente vestito di marrone e dello stesso colore erano i capelli.

Stia attento: la strada è scivolosa, disse.

Grazie, risposi, ma voi come fate a camminare. Lei abita qui? Aggiunsi, come per chiedere conferma di quello che avevo dato per scontato, cioè che quel signore in abito e cravatta fosse un abitante del luogo.

Beh, noi ci siamo abituati, rispose con un sorriso e aggiunse:

Com’è arrivato qua?

Con la macchina.

E dove l’ha lasciata?

In uno spiazzo prima del paese. Non sarò mica in divieto di sosta? chiesi con una certa apprensione.

Qui non ci sono divieti di sosta: ci viene pochissima gente, ma chi ci arriva difficilmente ci lascia.

Perché? Domandai.

Perché qui tutti sono felici: non hanno obblighi, lavorano per divertirsi e per stare insieme agli altri, non hanno bisogno di guadagnare, perché la città soddisfa tutti i loro bisogni e, d’altra parte, il denaro non esiste. Non si ammalano mai, perché la serenità che deriva dalla mancanza di competizione garantisce una salute di ferro. Dove potrebbero trovare condizioni di vita migliori?

Dopo questa sintetica esposizione della realtà sociale salbenese, il signore vestito di marrone si accomiatò, perché doveva lasciare il cammino principale per immergersi in una viuzza laterale.

Diedi un’occhiata ai palazzi che costeggiavano il percorso che avevo intrapreso e notai che, a livello strada, erano pieni di parafarmacie e profumerie e che in tutte le vetrine si pubblicizzavano le miracolose pomate prodotte dalle fabbriche di quel luogo.

Dopo un po’ la strada era diventata una lunga discesa, che andava dalla cima del paese alla zona più bassa, quella che confinava col fiume.

Prima della discesa, in mezzo a quello che pareva il corso, c’era un’edicola. Mi fermai, per acquistare il quotidiano locale, bilingue, che aveva nell’intestazione il doppio titolo La voce di Salben e Salbener Stimme, e ne approfittai per parlare con l’edicolante.

Quest’ultimo era un omone grosso, con degli strani baffi a manubrio come quelli dei sollevatori di pesi del primo Novecento. Sembrava felice di parlare con un turista e mi fornì qualche altra notizia.

Per scendere a Salben bassa, i salbenesi non avevano bisogno di automobili, né di filobus. Era sufficiente scivolare con uno slittino o con qualsiasi altro mezzo di trasporto dal fondo piatto sulla superficie cremosa, melmosa, bitumosa.

Migliaia di specchi amplificavano la luce e accrescevano continuamente l’energia immagazzinata. Quella stessa energia muoveva ogni dispositivo e il lungo tapis roulant che consentiva a chi si trovasse per caso vicino al fiume di raggiungere la sommità della collina in breve tempo e senza fatica.

Nella parte più alta del paese si ergevano, su un gigantesco terrapieno, i palazzi pubblici.

Nel vasto piazzale si affacciava la levigata mole del palazzo comunale, una sorta di broletto medievale, in cui le rudi pietre squadrate erano state ricoperte da uno strato colorato dall’aspetto morbido, che pareva marzapane. Nel giorno in cui ebbi l’avventura di scoprire questo strano luogo, vi si svolgeva una festa di paese. C’era una schiera infinita di bancarelle, che vendevano miele di brugo, marshmallow, aromi morbidi e soffici ciambelle. Nel mezzo, su un palco di caucciù, un’orchestrina emetteva musiche vellutate, con note che sembravano spuntare dagli strumenti e svolazzare salendo fino alle finestre delle case.

Tutto intorno al palco i salbenesi si cimentavano in un ballo popolare.

Anche alcuni rari turisti provavano a danzare, ma in quell’ambiente così viscido e appiccicoso cadevano dopo pochi passi.

Per danzare senza incorrere in incresciosi incidenti (anche se il rischio di farsi male era minimo, per la morbidezza del suolo) bisognava unirsi nel ballo agli abitanti del luogo. Fu per quello che scelsi una ragazza che mi guardava con occhi mielosi e mi affidai a lei per quell’esperienza tersicorea. Col suo aiuto compresi che i passi, anziché decisi e definiti, erano scivolati, calibrando molto bene le spinte. In questo modo sembrava quasi di pattinare, volteggiando senza fatica, come se ci si appoggiasse a una serie di colonne d’aria invisibili.

Così, abbracciato o tenuto per mano, saldamente legato a quella giovane, sana e robusta, con i pomelli rossi come quelli del cartone di Heidi, incominciai a volteggiare All’improvviso, però, qualcosa andò storto. Probabilmente mi ero lasciato cogliere da una delle mie frequenti illusioni di onnipotenza e avevo preteso troppo dal mio senso dell’equilibrio, perché sentii che una forza inarrestabile mi trascinava fuori della pista. Di botto fui scaraventato dentro uno slittino che immediatamente si mise in moto, immettendosi senza che avessi il tempo nemmeno di stupirmi nella lunga discesa che portava al fiume.

La corsa fu come l’esplosione di un lapillo, si fermò solo davanti alla guarnera che separava il fiume dalla stazione dei veicoli che facevano la spola tra la città bassa e la città alta.

Arrivato in questa area di riposo, dove i salbenesi venivano a godere di un po’ di natura, sedendosi sulle panchine che fronteggiavano una specie di darsena e i boschi di un cupo verde che incombevano dall’altra parte del corso d’acqua, mi guardai intorno, per ammirare il panorama.

Ed ecco che, con mio grande stupore, vidi seduto proprio lì su una panchina l’uomo vestito di marrone, lo stesso che mi aveva parlato al mio arrivo a Salben.

È sicuro di volersene andare? mi interpellò. Lo sa che non potrà più tornare?

Perché? chiesi.

Lo vede quel muro, là in basso, sul fiume? Sì, lo so, non è un vero muro; in realtà è un coacervo di punti che formano blocchi virtuali. Si possono attraversare solo nell’uscire dal territorio della città, ma poi scompaiono, immersi in una bruma perenne. Noi lo chiamiamo “muro della ragione”. Nessuno può superare quella barriera all’ingresso, senza il permesso della città, ed è molto complicato uscirne. È quasi un Salbener Mauer, un’Antifaschistischer Schutzwall di sapore berlinese.

Ci pensai su per un attimo: potevo restare in quello strano paradiso ecologico, in cui tutti parevano liberi e felici, vivere strane esperienze, danzare in eterno con qualche bellezza germanica oppure tornare nel mio mondo inquinato e agonizzante. Mi chiesi se ci fosse qualcosa che mi spingeva a tornare nella mia realtà quotidiana e risposi a me stesso: Sì, ho tante persone che hanno bisogno di me, del mio pensiero, del mio affetto. Mia moglie, per quanto ormai totalmente assorbita dalle sue ricerche, mio figlio, che ancora pretende risposte dalla vita, i miei amici, che attendono da me il racconto sincero delle mie esperienze immaginarie, il mio cane, che mi aspetta sempre per giocare con me, anche quando non ne ho voglia.

Non posso fermarmi, dissi, devo andare!

Allora salga su quel battello, disse l’uomo. Si sbrighi: sta per partire!

Attraversai di corsa la banchina e percorsi in fretta la passerella che conduceva al barcone.

Quando fui dentro, la passerella fu ritirata e l’imbarcazione iniziò lentamente a muoversi.

Tanta era la mia confusione, che solo sul battello mi ricordai di aver lasciato l’auto sulla strada per Salben. Sarei dovuto tornare per forza, allora, malgrado quello che mi aveva detto l’uomo dal vestito marrone.

Quella specie di traghetto che mi aveva accolto aveva nel frattempo raggiunto il centro del fiume. Guardai in direzione della banchina appena abbandonata, ma non vidi nulla. Una fitta coltre grigiastra avvolgeva la riva e impediva la vista della città. Era come se il mondo dal quale avevo scelto di staccarmi non fosse mai esistito.

Dopo circa un quarto d’ora il barcone raggiunse una fermata, sull’altra sponda. Non sapevo bene che fare, ma decisi di scendere, prima che il mezzo riprendesse il suo viaggio sul fiume.

Per fortuna, il posto in cui ero disceso era un paese provvisto di ferrovia. Acquistai subito un biglietto per la mia città. Avrei pensato più tardi a cosa fare per recuperare l’auto.

Alla stazione presi un autobus, che mi portò quasi di fronte a casa, e qui avvenne qualcosa d’incredibile. Il veicolo che avevo abbandonato nello spiazzo sulla via di Salben mi osservava serenamente dal parcheggio che si trovava di fronte al mio palazzo.

Mi avvicinai, al colmo dello stupore; guardai bene la targa e passai anche un dito sulla vecchia carrozzeria, ma sembrava che la macchina non si fosse mossa dal parcheggio. Dopo tutte le ore di strada e il percorso così viscido e pieno di mota, non c’era sulla mia auto un solo schizzo di fango!

Non capivo cosa fosse accaduto. La cosa positiva era che tutto era tornato in ordine, così da far pensare che ogni viaggio impossibile potesse avere solo conseguenze immaginarie. Unico testimone della mia avventura è La voce di Salben, che conservo insieme a tutti i miei ricordi di viaggio.

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Supertrump

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Il nostro paese era un così bel palcoscenico: perché non essere tra gli attori protagonisti?   (Stefano Benni, La signorina Papillon)

Sapevamo che il presidente degli Stati Uniti dispone di un potere eccezionale, superiore a quello dei soliti capi di Stato e di governo. Nessuno però immaginava che avesse anche poteri profetici. Infatti, l’attentato in Svezia era stato previsto con largo anticipo. Solo che Trump si era sbagliato e lo considerava come cosa già fatta.

L’impressione è di aver assistito a una recita, ben organizzata, ma qualche volta malamente resa sul palcoscenico dagli attori, spesso improvvisati.

Sembra che ogni azione e ogni reazione siano programmate da un potere superiore e che i popoli non facciano altro che muoversi a comando o assistere impotenti al dilagare delle sventure che qualcun altro ha già predisposto per loro.

Trump aveva forse sotto gli occhi l’elenco degli attentati e, semplicemente, ha letto male le date, considerando quello che doveva compiersi in Svezia come già compiuto.

Naturalmente ognuno di noi desidererebbe avere in mano quel foglio (o quei fogli), in cui probabilmente si troverebbero indicate tutte le tragedie dal Novecento ai giorni nostri, con la segnalazione magari dei veri responsabili.

Per tornare a Trump, bisogna riconoscere che si è rifatto con una recita da oscar. Quante belle parole sui poveri bambini innocenti! Sappiamo bene quale effetto abbia parlare di bambini, in politica come in letteratura. Henry James lo chiamava “giro di vite”. Abbiamo anche visto come quest’intervento da standing ovation sia stato acclamato da sinceri democratici come i Sauditi, Erdogan e Netanyahu, tutti finalmente schierati con il buon gendarme americano, coraggioso e deciso, mica come quell’imbelle mezzosangue che stava alla Casabianca prima dell’intrepido cowboy.

Insomma, tutto sembra già scritto e deciso e non ci rimane che inneggiare al ritorno dei bei tempi del dottor Stranamore. Per cui, se uno di questi giorni vedremo all’orizzonte una luce abbagliante, bella come il paradiso, sapremo che finalmente la lunga agonia della Terra, infestata dagli uomini, sta per finire.

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Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Deborah Sheedy

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Deborah-Sheedy

***

Deborah-Sheedy-05

dall’altra parte del freddo
e costantemente da sola
_perchè anche la più palese delle verità mi distanzia
come un veleno che si fa prima dolce
e poi postumo di un abbordo al silenzio

allora cosa accade dall’altra parte
mentre tutto il niente mi risale dentro
e a malapena lo avverto
_abile nel trattenermi in bocca
la friabile amarezza
di un assolo di pianto dilaniato
che mai trova fine se non nell’ultima via

è sempre dall’altra parte del freddo
che io sopravvivo
_perchè faccio della mia insesistenza
l’insistenza dal giusto distacco
come l’azzardo del vuoto che mi avvolge da lontano

di Rosaria Iuliucci

***

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E su dai basta, dai
abbastanza dammi 40 rintocchi,
dammi la spina
e poi ti muoio, e poi ti stupisco
mi metterò le campane sul
concetto che non morirò
mai
io già morta, allora vedi
che non mi capisci
stavo sotto il porticato
a portare danze…

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Ricordo una città

Oggi voglio condividere uno dei miei brani più vecchi. L’avevo un po’ lasciato da parte, forse perché mi pare troppo melodico, troppo intimista, ora che ho privilegiato altre scelte. Non posso dimenticarmene però, perché in qualche modo devo fare i conti col passato e raccontare tante, troppe cose. Forse per questo molti miei lavori, a ben guardare, sono in fondo romanzi di formazione, una formazione che non si è mai conclusa. C’è qualcosa di mio, anche nei testi più fantastici: le incertezze, le contraddizioni di un pensiero che non riesce ad assumere coerenza. Certo è che mi sento come quelli che cercano di fare ordine nelle proprie cose, prima di andarsene.

 

Ricordo una città, tante strade vuote, un mondo senza età.

Ricordo le mie sere, il mare sempre uguale, la mia diversità.

Il vento che si leva e poi il sole cade su di noi.

Ricordo quell’età, ma senza nostalgie, tra il sogno e la realtà.

 

Le lunghe chiacchierate, la noia e le risate, la voglia di cambiare.

I primi desideri, i primi tentativi nel gioco dell’amore.

Un mondo senza gioie o guai: la vita non arriva mai.

Ricordo, ma non so, se il tempo che passò io l’ho vissuto o no.

 

Ricordo una città, che dorme senza pace, che non si sveglierà.

Qualcosa che non so l’ho lasciato là, ma non ritornerò.

Un gioco di tristezze e poi il dolce niente su di noi:

un gioco, una pazzia, tanta filosofia, che non serviva a vivere.

 

Ricordo una città, tante strade vuote, un mondo senza età.

Ricordo le mie sere, il mare sempre uguale, la mia diversità.

Un gioco di tristezze e poi il dolce niente su di noi.

Ricordo, ma non so, se il tempo che passò io l’ho vissuto o no.

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Cavalli

uomosandwich

Perché non danzare tutta la notte
come cavalli da uccidere
perché non finire
l’inferno delle parole
l’inferno di pensieri
inferno di paure

quest’orrore che ci obbliga
a divorarci l’un l’altro
uomini sandwich

all night all night
come cavalli da ammazzare
da divorare
carne equina
carne umana

come vitelli da sbranare
come naselli da pescare
da incorniciare
lu piscispada

per tutto il tempo per tutto il freddo tempo
che ci rimane
per tutto
per tutto il tempo lento

mezza vita parliamo d’amore
bevendo coca-cola
l’altra meta frigniamo di salute

trofei trofei
corna di cervo zanne d’elefante
messaggi di passione
un diamante per sempre

imprudenti ansimanti
insufficienti
per gli altri e per noi stessi
a precipizio

aeroplani perduti in avaria
terrificati ansiosi di raggiungere
un immenso obitorio

Una poesia per la giornata della poesia? E allora che sia attuale e antilirica. Tanto la lirica dicono che sia morta da un pezzo, lasciando solo scorie, in questo immenso obitorio che è la Terra.

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Il dito

dito

Il dito alzato è monito e minaccia, strumento di guida e punizione, come la bacchetta dei maestri di una volta.
Adottano questo elemento del linguaggio gestuale anche persone insospettabili, rivelando con questo di considerarsi detentrici della verità, che ritengono loro missione diffondere.
Ovviamente il gesto è frequente da parte delle autorità politiche o religiose, diviene uno dei segni distintivi del potere.
È pertanto naturale che lo stesso gesto infastidisca chi, come il sottoscritto, ha sempre nutrito nei confronti del potere un sentimento fortemente critico.
In tutta sincerità, se fossi meno educato e amassi il turpiloquio, saprei indicare in maniera precisa e colorita il luogo in cui quel dito i rappresentanti del potere se lo dovrebbero mettere.

 

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