Ostrob – 3

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Il bello fu che lei rispose al mio abbraccio e anzi girò il viso verso di me, come per invitarmi. Fu per questo che la baciai e fu il bacio più profondo e sincero della mia vita. Sono sicuro che anche lei in quel momento pensava che quelli potevano essere gli ultimi attimi del nostro tempo. La temperatura si era abbassata di colpo e stare addossati l’uno all’altro, più che un atto d’amore, poteva essere interpretato come difesa dal gelo. L’acqua penetrava insidiosa nel nostro rifugio e saremmo probabilmente annegati, se la tempesta, dopo aver scaricato valanghe d’acqua e turbini d’aria, non avesse esaurito la propria violenza e non si fosse dissolta nel nulla. Ci staccammo quasi malvolentieri e risalimmo in superficie, sentendoci a disagio, per aver creduto che tutto stesse per finire e per aver sognato un sentimento che forse era solo nato dal disperato tentativo di andare oltre, dimenticando le convenienze e le ipocrisie.

Insieme a noi riapparvero i colleghi, che si felicitarono con noi, vedendoci salvi e in buona salute, anche se fradici e infreddoliti. Per fortuna, avevamo vestiti di ricambio conservati sotto vuoto, al riparo dall’acqua, e li indossammo. I dati erano già stati trasferiti sul cloud del progetto di scavo, sul server di Parigi, e i reperti materiali erano al sicuro in un deposito in cui l’acqua non era riuscita a penetrare.

Se il lavoro svolto fino a quel momento era stato salvato, lo stesso non poteva dirsi delle strutture esterne del sito. Protezioni e palizzate erano stati divelti e il legname probabilmente si era disperso nella vasta pianura, dove il bianco del ghiaccio era stato sostituito fin quasi all’orizzonte dal cupo colore della terra. Ci sarebbe voluto troppo tempo per risistemare lo spazio abitativo e gli stessi spazi comuni. Solamente la parte più alta e solida, che i russi avevano costruito con i criteri del bunker usando cemento armato al posto del legno, era ancora agibile e non era sufficiente per consentire all’intera spedizione di vivere e lavorare. Il tempo inoltre non prometteva nulla di buono. Le previsioni parlavano di instabilità diffusa, il che significava che avremmo dovuto attenderci ulteriori tempeste e distruzioni. Decidemmo pertanto, noi francesi e italiani, di accontentarci dei risultati ottenuti fino a quel momento e di intraprendere la strada del ritorno.

Fu allora che Julien propose di percorrere la strada che andava verso sud-ovest, allontanandosi dal Pečora e dalla costa dell’Artico. L’intenzione era quella di esplorare quel territorio che non avevamo ancora conosciuto e nel quale era apparsa la strana visione che pensavamo fosse la mitica città di Ostrob.

Chiedemmo notizie a Gončarov, che ci assicurò dell’esistenza e della praticabilità di una strada che ci avrebbe condotti fino agli Urali e da lì fino a Mosca. Bisognava seguire il percorso che puntava a ovest, per poi iniziare a scendere in direzione sud-ovest. Lungo la strada avremmo trovato insediamenti umani e stazioni di servizio, per fare rifornimento di carburante e di viveri. Non aveva però notizie di una città chiamata Ostrob, che pensava fosse un’invenzione del tatibè o, al massimo l’accampamento mobile di qualche popolo della tundra. Julien invece non decampava dalla sua convinzione che attribuiva un’esistenza reale a quell’insediamento leggendario.

Il meccanico della spedizione russa risistemò nei limiti del possibile i nostri veicoli danneggiati dalla tormenta. Qualcuno si era rovesciato su un lato ed era stato necessario raddrizzarlo, per poterlo rimettere in funzione.

Ci mettemmo in viaggio l’indomani e procedemmo verso ovest per alcune verste, poi il terreno umido, scuro e pianeggiante ci abbandonò e ci trovammo immersi in un bosco che si faceva sempre più fitto e scuro.

Il terreno iniziava a salire, almeno questa era la nostra impressione.

Era un bosco di conifere, che più a sud erano in parte sostituite dalle betulle e da altre essenze proprie di climi più temperati. Naturalmente, non eravamo in grado di vedere cosa ci fosse al di là di quella boscaglia formata da alberi fitti e sottili che ricopriva tutto lo spazio da percorrere. La salita ora era più avvertibile e impegnativa. I nostri mezzi avanzavano su un terreno collinare, ricoperto dal ghiaccio o dal pacciame degli abeti, da cui emergevano qua e là rocce candide e tronchi tagliati di netto con una sega a motore, segno della presenza invadente dell’uomo. La strada, in quel punto, era diventata una specie di sentiero, sul quale i nostri mezzi di trasporto transitavano con difficoltà. La neve, ancora presente a tratti, era segnata dai solchi formati dai pneumatici, da cui traspariva l’oscurità della terra.

Julien era convinto che Ostrob, qualunque cosa fosse, si trovava al di là degli alberi. Blanche non era ben sicura, invece, che quella città fantasma non fosse una sorta di miraggio e io mi stavo avvicinando all’idea di Gončarov, che aveva ipotizzato l’esistenza di un accampamento mobile, che i samoiedi consideravano come una vera e propria città.

Ci fermammo per riposare, in uno slargo tra gli alberi. Noi avremmo anche proseguito, ma non era il caso di sottoporre le macchine a uno sforzo eccessivo. Speravamo poi di trovare un punto di rifornimento al di là degli alberi, una volta superata la collina. La visibilità era scarsa, ulteriormente ridotta dall’oscurità degli alberi e del sottobosco. Dopo aver dormito per qualche ora, decidemmo di andare in esplorazione, a piedi, per capire cosa ci attendesse al di là della collina.

Fu così che finalmente scorgemmo qualcosa.

 

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Ostrob – 2

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Istintivamente guardammo verso Sud-Ovest, da dove giungeva l’aria umida e portatrice di neve e pioggia che rendeva meno gelido il clima delle terre che si affacciavano sull’Artico. Da lì arrivava il soffio della vita.

Anche lo sciamano mosse il braccio per indicare l’Occidente. Laggiù, da qualche parte, doveva trovarsi quella città sconosciuta, di cui non esisteva traccia sulle carte geografiche. Eppure doveva trattarsi di un luogo abitato da tempo immemorabile, come ci raccontò l’uomo. Da quel luogo erano giunti gli antenati, che si erano spinti, con i cani e con le renne, fino agli ultimi lembi di terra prima del grande mare di ghiaccio che giungeva fino al Polo Nord.

Malgrado le avvertenze dello sciamano, proseguimmo col nostro lavoro. Blanche pareva la più impegnata: serissima e meticolosa, registrava e classificava. Gli operai scavavano con impegno e mettevano in sicurezza le pareti. In altri due giorni raggiungemmo uno strato molto più antico di quelli che avevamo indagato. Il tempo e la luce erano sempre uguali. Nessuno poteva prevedere la tempesta che avrebbe sconvolto i nostri piani, accorciando la nostra permanenza nel sito.

Dormivo, e probabilmente avveniva lo stesso per i colleghi francesi, mentre gli operai russi diretti da Goncarov osservavano il loro turno di guardia. Improvvisamente fui svegliato da un rumore violento e aprendo gli occhi non vidi altro che un diffuso biancore.

Dpo qualche secondo, nella caligine che rivestiva l’orizzonte, cominciò a delinearsi una struttura appena definita. Non si capiva bene se si trattasse di una costruzione umana o di un accatastarsi di fiocchi di nubi. Conoscevo bene l’aspetto del ciùm, una capanna conica, a sezione circolare, costituita da una serie di pali flessibili che si accostavano nella parte superiore così da formare una sorta di cupola, aperta in alto per lasciar uscire il fumo del focolare. In basso un’altra apertura fungeva da porta. I muri di quella specie di casa erano costruiti con pelli di renna cucite insieme o da foglie di betulla. Ebbene: la mia impressione, nell’osservare con maggiore attenzione quel che appariva in lontananza, guardando verso occidente, fu di trovarmi di fronte a un palazzo fatto di ciùm. Fu un’impressione chiara, ma solo per un attimo. Dopo quell’attimo già l’immagine aveva acquisito toni sfocati, come se avesse voluto rivelarsi solo per un attimo, manifestandosi per quello che non era, ma che avrebbe potuto essere.

Non fui l’unico a vedere il palazzo. Anche i colleghi erano stati svegliati dallo scoppio della tempesta e erano stati sorpresi da quella fuggevole ma affascinante visione.

Là… Ostrob, gridò Julien.

Il cielo andava facendosi sempre più scuro e sul grigio fuliggine di quel cielo, in piedi, vidi Blanche, coi capelli scomposti agitati dal vento, che guardava anche lei verso l’ovest. A pochi metri da me, a piedi nudi sulla terra nera, vestita di un lungo camicione bianco, fissava, come colta da un incantamento, quel qualcosa che dal nulla era apparso e che nel nulla stava per tornare.

In quel momento una voce tuonò. Era quella di Gončarov, che urlava: Venga giù di lì. Fui io a slanciarmi verso Blanche e a strapparla dal suo sogno. Lei si scosse e si lasciò portare al coperto, in quella struttura robusta che avevamo creato per proteggere i reperti e le nostre provviste dalle intemperie.

Poco dopo si scatenò il finimondo. Lampi, fulmini, scrosci d’acqua. La natura rivelava il suo volto più ostile. Fu forse una tromba d’aria quella che investì il campo. Si sentiva il rumore dei pali sradicati, delle macchine spostate e rovesciate, degli oggetti che sbattevano tra loro prima di essere trascinati via dalla furia del vento.

Mi ero rifugiato insieme a Blanche in uno spazio che sembrava sicuro. Sopra di noi pareva che dovesse arrivare la fine del mondo e, come se fossi in attesa della fine, mi venne spontaneo stringere a me la donna di cui subivo il fascino. Volevo che l’ultima cosa che avrei fatto sulla Terra fosse quella che più desideravo, e che non avrei mai fatto se quel imprevisto non me ne avesse fornito l’occasione. Lo spazio in cui ci trovavamo distesi era strettissimo e, in quell’atmosfera da catastrofe imminente nulla era più naturale che liberare il desiderio e insieme la comunione d’intenti, il senso di protezione reciproca, la forza che ci spinge a sopravvivere e a superare quella divisione dei corpi che c’impedisce di trasformarci in un’unico essere, in un unico pensiero.

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Scacciacrisi

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Inutile dire che sono in crisi, per tutta una serie di motivi. L’età che avanza, gli acciacchi che incominciano a imperversare, le decisioni da prendere in merito ai miei testi (continuare a caricare storie sul blog, cercare nuovamente editori – che barba! – andare finalmente in vacanza per sempre e non fare più niente).

In questi casi, spinto anche dalla necessità di trovare piatti alternativi ai soliti, mi capita di provare qualcosa di nuovo (almeno per me).

Avendo a disposizione un po’ di bietole a coste e un pezzo di grana ho pensato di mettere insieme le due cose. Di conseguenza: Bietole a coste tagliate a liste in orizzontale, cipolla tagliata anche questa a listarelle. Si mettono in padella con un po’ d’olio (se piace, mezzo spicchio d’aglio da lasciare per un po’ in padella non ci sta male, lo stesso per il prezzemolo). Si unisce il sale, si soffrigge per poco, poi si aggiunge l’acqua. Quando il liquido si riduce, si aggiunge nuovamente acqua. Quando comincia a diminuire, si buttano in padella le liste di grana padano tagliate in precedenza. Si lasciano ammorbidire fino a che incomincino a sciogliersi, ma senza perdere totalmente consistenza.

A questo punto, si toglie dal fuoco e si comincia a mangiare, col pane. Il guaio è che il piatto è talmente buono che il povero cuoco per forza si dimentica di scattare una foto del suo cibo e pertanto deve limitarsi a fotografare gli avanzi, che divora subito dopo.

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Ostrob – 1

ostrob

Finalmente trovo il tempo e la voglia di iniziare la pubblicazione dell’ultimo dei viaggi impossibili. Nel menù di Jorg ho aggiornato i racconti e inserito l’ultimo racconto, Il teschio, dedicato a Swedenborg.

Ostrob è una storia siberiana, in cui appare una città misteriosa…

1.

Il territorio dei Nenec o Nenci era una delle mete che Julien si prefiggeva di visitare. Non sapeva perché, ma era come se una forza sconosciuta lo indirizzasse verso quella gelida regione: un’area ancora vergine, sui percorsi fluviali del grande Nord. In qualità di membro della Società francese di Archeologia, era sempre riuscito a soddisfare le sue più profonde curiosità in altre parti del mondo, ma la Siberia artica pareva irraggiungibile ed era in cima ai suoi desideri da tempo.

Prima di tutto occorreva un’autorizzazione delle autorità russe, che pareva essere sempre sul punto di arrivare e non arrivava mai. Era come se le collaborazioni scientifiche dipendessero dai rapporti che di volta in volta venivano a crearsi tra Federazione russa e Unione europea. I sorrisi e la disponibilità degli ambienti accademici si spegnevano ad ogni imposizione di sanzioni internazionali, alle quali Mosca non dava poi troppa importanza, ma che finivano per ostacolare e ritardare qualunque iniziativa di studio e lavoro comune.

Quando finalmente l’autorizzazione giunse a Parigi, rimaneva pochissimo tempo per organizzare la spedizione. Julien era preparato da un bel po’. Qualche problema lo avevano invece gli studiosi come me, che erano stati avvisati all’ultimo momento e che dovevano preoccuparsi di aggiornare in tempo l’attrezzatura e di raggiungere San Pietroburgo, dove il gruppo aveva stabilito d’incontrarsi prima di affrontare le difficoltà di un viaggio al Nord, nel Circondario Autonomo dei Nenec.

Da San Pietroburgo ci muovemmo verso nord-est, per arrivare a Nar’jan Mar, capoluogo del circondario e ultimo ambiente civilizzato, provvisto di abitazioni e alberghi.

La spedizione doveva spostarsi lungo il fiume Pečora, fino a incontrare il sito nel quale erano stati effettuati i primi saggi di esplorazione e il carotaggio del terreno e dove era stata costruita una prima elementare base in legno. Una palizzata delimitava il terreno interessato dalle operazioni di scavo.

Attorno alla base il terreno era diventato una distesa nerastra e acquitrinosa da cui, per fortuna, l’acqua del disgelo defluiva, unendosi in vari rivoli che scendevano verso il fiume.

Il nostro gruppo comprendeva i colleghi russi, tre operai e due assistenti di scavo, diretti dall’archeologo Vladimir Gončarov. A questi si univano tre francesi, Julien Després e una giovane archeologa, Blanche Roussel, coadiuvati dal tecnico Tavette. Io rappresentavo la ricerca italiana, insieme al fotografo Gianfranco Ghisleri, che aveva il compito di documentare l’intera campagna.

Il team che si occupava degli scavi svolgeva nel circondario un programma limitato dalle condizioni climatiche. C’erano solo due settimane di tempo, prima che il terreno riprendesse a gelare. Perciò in quelle due settimane bisognava effettuare lo scavo, creare le strutture di mantenimento in legno e augurarsi che riuscissero a resistere al nuovo inverno, per poter proseguire il lavoro l’anno successivo.

Era curioso l’assortimento del gruppo. Io, bruno di capelli, ma dalla carnagione pallida, mi distinguevo dal fotografo, scuro anche per la sua frequentazione di siti mediterranei. Després era castano scuro e piuttosto spigoloso nel volto e nel carattere. I russi andavano dal rossiccio e corpulento Gončarov al bruno slavato degli operai, al biondo baltico degli assistenti.

Infine Blanche, per fare onore al suo nome, era di carnagione molto chiara e quasi si confondeva nel biancore che insisteva sul terreno più vicino all’Artico, dove le nevi non si erano sciolte. Non aveva un viso da madonna raffaellesca, ma piuttosto esprimeva la struttura decisa del fisico delle donne della Francia del Nord. Gli occhi chiari erano piuttosto grigi che celesti e i capelli di quel biondo tendente leggermente al rosso che ho sempre ammirato nelle mie amiche francesi. Avevo già conosciuto Blanche in un’altra occasione, durante una vacanza in Sardegna. La sua immagine era molto diversa da quella che poteva offrire durante una campagna di scavo nella tundra. Rappresentava un tipo di donna che mi aveva sempre affascinato: un fisico magro ed elegante, da signora della buona borghesia, capelli lisci e la capacità d’indossare qualunque camicione informe come se fosse un capo di haute couture. Viso allungato e serio, che sapeva scoppiare all’improvviso in un sorriso inatteso. Era affascinante anche nella sua versione selvaggia e lievemente abbronzata, a piedi nudi sugli spiazzi terrosi o sulla sabbia. Era andata via troppo presto, quella volta, per poter sviluppare meglio un’amicizia.

I primi saggi e i carotaggi sul sito avevano fornito risultati incoraggianti e si presumeva di ottenere quelle certezze che solo la presenza di manufatti può offrire alla scienza.

Iniziammo subito il lavoro, per poter individuare e liberare i primi strati, scendendo di vari metri, fino a incontrare le strutture e i reperti che si presumevano esistere nel sottosuolo. Il terreno in profondità era ancora molto duro e i lavori procedevano a fatica, ma già dopo la prima settimana potevamo valutare i risultati e confermare ipotesi.

Facevamo brevi pause per consumare un pasto ridotto, ma sostanzioso.

Durante una di queste pause ammiravamo l’infinita distesa bianca che si stendeva a nord, illuminata dal sole basso sull’orizzonte, e notammo che pochi chilometri più in là si ergevano le forme a cono di un accampamento, da cui si levava il fumo delle cucine.

Nell’aria ferma si sentì arrivare l’eco del suono del penser, il magico tamburello degli sciamani. Lo seguì un canto formato da poche note: un tema semplice, che proprio per la sua essenzialità si fissava nella mente come un’ossessione.

Circa un’ora dopo gli operai ci avvisarono che un uomo si aggirava nei dintorni del nostro sito come se volesse studiare le nostre azioni. Non vi avevamo fatto caso, impegnati com’eravamo nello scarico delle attrezzature e nell’organizzazione della struttura di ricerca.

Vado a parlargli, disse Julien.

Conosci la sua lingua?, gli chiesi.

Solo qualche parola, ma loro parlano un po’ di russo.

L’uomo era vestito alla maniera dei popoli delle zone artiche, portava con sé il penser e alcune vestigia animali. Doveva trattarsi di un tatibè, lo sciamano della tribù che si era accampata con le sue renne poco più a nord del nostro sito.

Parlava con Julien in un russo elementare, ma si rivolgeva anche agli altri membri della spedizione.

Dovete andar via da qui, disse il samoiedo. Qui sono presenti le anime dei miei antenati. Non vogliono che il terreno sia contaminato dagli stranieri.

Noi facciamo ricerche per l’università, siamo autorizzati dal governo.

Lo sciamano non si scompose.

Noi siamo accoglienti con chi viene da lontano, ma gli spiriti vogliono che siano rispettati i luoghi sacri.

Sapevo che i Nenec spesso non seppellivano i morti, ma lasciavano i corpi alla natura, dove si decomponevano lentamente nel fango della tundra. Però forse non tutti i gruppi si comportavano allo stesso modo.

Non portate i vostri morti nell’isola di Vajgač? Chiese Julien.

Sì, ora i morti li mandiamo a nord, dove finisce la vita, ma qui una volta si trovavano i nostri padri, nella terra dove avevano costruito le loro case.

Vivevate qui, per tutto l’anno?

Sì, una volta qui c’erano alberi e case di legno.

Quello che lo sciamano raccontava era confermato dai nostri ritrovamenti. Il sito su cui stavamo lavorando esprimeva una realtà lontana da quella attuale. Era probabilmente un antico insediamento di popoli stanziali, perché quella che incominciava ad apparire era la struttura di un villaggio costituito da case di legno e un’area ricordava una vera e propria necropoli, in cui i defunti erano sepolti in grandi casse lignee, fissate al suolo con pali su cui si affiggevano teschi di renna. Esistevano quindi una volta dei popoli stanziali, che non vagavano per la tundra assieme alle renne. Il clima doveva essere meno gelido, tanto da consentire agli alberi, di cui avevamo reperito i resti, di crescere e svilupparsi.

Sono ancora qui gli spiriti?, chiese Julien.

No, ora stanno a Ostrob.

E dove si trova Ostrob?

Alle radici del vento.

 

 

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Digiunare?

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Ho scoperto che i cibi che mi erano consentiti per l’ipertensione non vanno altrettanto bene per la gotta, quelli che potrei mangiare per evitare la gotta non li digerisco o mi creano problemi di altra natura. Ovviamente devo scartare anche quelli che aumentano il tasso di colesterolo nel sangue. Rimane ancora qualche prodotto che potrei consumare, se riuscissi a masticarlo, dato che in contemporanea anche i denti hanno incominciato a scioperare. Insomma, proverò a nutrirmi di prana, sempre ammesso che il prana non contenga purine.

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Interviste

Un giorno la nebbia, storia nata su un mio vecchio blog, prosegue il suo cammino anche attraverso i blog. Ogni tanto qualcuno m’intervista, consentendomi di raccontare almeno una parte della realtà. Quello però che non riuscirei mai a far credere è che quella storia fantastica riflette esattamente esperienze della mia vita, sensazioni veramente provate e sogni realmente sognati.

http://blog.scritto.io/2018/03/guidomura/

intervista

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Marciume

marciume

L’ipocrisia è uno di quegli atteggiamenti umani che più mi infastidisce. Facciamo retorica, Sanremo compreso, sui poveretti che attraversano il mare con la speranza di trovare un mondo migliore. Cerchiamo ufficialmente di ridurre gli sbarchi, ma non ci interroghiamo su quanto la nostra realtà economica richieda quegli sbarchi.

La questione di fondo consiste nel mercato, nel nostro bisogno di attrarre persone per fini più o meno lodevoli nella spirale della nostra economia. Certamente non si tratta dell’economia reale, certificata, del lavoro regolare e pulito che da noi, come in gran parte del mondo, comincia a scarseggiare. Si tratta invece del lavoro sporco o irregolare, quello che alimenta un’economia sommersa ed esentasse, un mondo parallelo che garantisce ingenti guadagni ai bianchi come ai neri, a tutti quelli che per necessità o per vizio si trovano a vivere in una realtà parallela e sfuggevole, al di fuori di ogni statistica.

Allora, perché non lo diciamo subito che abbiamo bisogno di spacciatori, di prostitute, di schiavi neri che lavorino nei nostri campi con più di 40° C ?
Perché non andiamo a prenderceli e a portarli da noi in aereo, anziché affidarli alle cure dei trafficanti di esseri umani?

Un po’ di sincerità, finalmente! Oggi servono 500 puttane, domani 1000 pusher, dopodomani 2500 raccoglitori di pomodori a basso costo. Diciamolo cosa verranno a fare da noi, andiamoglielo a dire e portiamoceli qui, perché ci servono: non possiamo farne a meno.

Il problema è a monte: sono i nostri sporchi bisogni ad alimentare ogni sporco traffico. Come farebbe la nostra società, non solo quella dei disadattati ma anche quella degli incensurati e irreprensibili cittadini, a vivere senza pasticche, senza coca, senza puttane di ogni colore o, peggio, senza ragazzini da sfruttare (perché tanti minori non accompagnati che spariscono nel nulla)?

Una società che ha investito sulla mancanza di futuro e sulla conseguente disperazione, che ha puntato sul suicidio ideologico (e nemmeno assistito) di un’intera generazione, ora si regge, almeno in parte, sull’accumulazione di capitali prodotti attraverso attività inconfessabili. Su cosa si reggono i consumi, soprattutto quelli di beni di lusso, se non (in gran parte) su queste attività?

Chi sfrutta, gestisce traffici di droga, prostituzione, smaltimento di rifiuti tossici, vendita illegale di armi, può permettersi di spendere. Quanti locali, boutique, hotel, centri benessere, concessionari di barche, auto di lusso, velivoli chiuderebbero senza il supporto di un’economia criminale sommersa?

Inutile farsi illusioni.
Andremo in Africa per dimostrare che contrastiamo il crimine, di cui invece abbiamo bisogno. Andremo a regalare soldi ai boss locali o a farci ammazzare da gente che non accetterà mai di smettere di mandarci gli schiavi richiesti. Non smetteranno mai di farlo, perché è l’unico lavoro redditizio che hanno. Non smetteranno finché gli africani non capiranno che la libertà se la devono conquistare nella loro terra, lottando contro la corruzione che li avvelena, e finché non cambierà qualcosa anche da noi, fino a che uno spirito nuovo non ripulirà il marciume dell’Occidente.

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Autori invisibili

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Ci sono autori e autrici che vagano tra librerie e tipografie, che cercano lettori irreperibili, che corteggiano senza successo critici, librai e bibliotecari. Nessuno li vede, confusi come sono tra la folla. Si dice che non dispongano neppure di un’ombra e che gli specchi si rifiutino di rifletterli, proprio come avviene ai vampiri.
Sono gli autori invisibili. Nessun lettore ne parlerà mai in un gruppo di lettura o in un gruppo facebook, nessun critico potrà mai scrivere due righe sui loro libri in un giornale, né in un sito web di letteratura. Vendono qualche libro, se fanno presentazioni e firmano copie in libreria, ma gli acquirenti terranno il libro su uno scaffale, senza avere il coraggio di leggerlo, perché dovranno dare la precedenza al bestseller di cui parlare con amiche e amici.
Il nome stesso degli scrittori invisibili è un’opinione. Qualcuno lo sbaglia, confondendolo con quello di un autore famoso, qualcuno lo storpia, come quello del ragionier Fantozzi/Fantocci/Bambocci.
Lo scrittore invisibile vive malissimo questa sua condizione. Si chiede cosa mai avranno fatto i dieci scrittori di successo ancora in attività per entrare nel gruppo dei privilegiati. Si chiede se sia necessario diventare massone, iscriversi a un partito politico, militare in un gruppo extraparlamentare, diventare magistrato, combattere la mafia, entrare nella ‘ndrangheta, finire in gattabuia, incontrare gli alieni o vedere qualche madonna.
Allo scrittore invisibile non rimane che morire al più presto, perché qualche decina di anni dopo la sua morte avrà una possibilità su cento di essere riscoperto e pubblicato da un editore di nicchia. Al suo nome si intitoleranno premi e istituti (premio Bambocci o simili). Le sue migliori pagine entreranno nelle antologie e saranno odiate da un ingente numero di studenti. I suoi eredi perderanno cause su cause nel tentativo d’intascare i diritti d’autore.
Quale sarà il futuro degli autori invisibili? Forse quello di raccontare favole ai nipotini e di regalare i loro libri ai giovani lettori, nella speranza che ne leggano qualche pagina, sempre ammesso che i libri esistano ancora e che tutti gli invisibili non si scoccino e non smettano di scrivere, mandando in fallimento tipografi, servizi editoriali, librai, agenti letterari, distributori e blogger… e così sia.

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I segreti dei servizi

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Sappiamo che è abitudine dei servizi, in qualunque parte del mondo, spremere i sospetti di spionaggio fino a fargli sputare l’anima. Loro chiamano queste procedure interrogatori, noi le chiamiamo torture, ma non è questo il punto.
Qualcuno mi sa spiegare come potevano credere i servizi egiziani che un ragazzino italiano fosse stato mandato in Egitto da una professoressa egiziana, manifestamente connivente con gli oppositori del regime, soltanto per fare un’innocente ricerca sul campo? E poteva il povero studioso pensare che i suoi collegamenti con le forze di opposizione egiziane sarebbero andati a genio agli egiziani? Non avrebbe dovuto sospettare che quelle manovre e quei contatti potessero interessare anche i servizi britannici e che quindi, per un motivo o per l’altro, lui poteva rimetterci la pelle?
Chi segue le mie storie sa che non sono uno specialista di spy stories, ma sa anche che ogni tanto mi piace parlare di quel livello segreto della nostra vita che è condizionato da forze di cui non sospettiamo nemmeno l’esistenza. In molti dei miei libri, pubblicati e no, si parla di sette, servizi segreti, persone che vivono in una realtà particolare e che vivono esperienze non comuni.
Tempo fa avevo scritto anche una spy story breve, ma caratteristica, intitolata l’agente. Il protagonista probabilmente tornerà in un altro romanzo, Viaggio nell’odio, che però è fermo a circa un terzo del suo svolgimento e minaccia di rimanere incompiuto.
Vi ripropongo, comunque quel vecchio racconto, nella speranza che rivederlo mi regali qualche spunto per le mie nuove storie di spionaggio e per le mie meditazioni sulla violenza.

L’agente

1.

A quanti metri? Forse trecento, in linea d’aria. Una forma quadrata si solleva dal terrazzo di un grande condominio, un terrazzo grigio di cemento. Un terrazzo opaco, a più livelli. La forma è un quadrato bianco, che un uomo porta veloce e deposita in un altro punto invisibile, nascosto dai tetti di case più vicine. Ed ecco che un altro uomo, anche questo veloce e sicuro, solleva un altro quadrato, forse un pannello, ma il suo colore è nero o grigio scuro: la distanza non consente un’esatta valutazione del colore. Per un po’ i due uomini s’incrociano, uno con il pannello, che sembra leggerissimo, l’altro con le braccia libere. Il primo deposita i pannelli, il secondo ritorna a prendere un nuovo pannello che diventa una vela triangolare, prima di girare e rivelare la sua forma probabilmente regolare e quadrata.
Li guardo, da questa finestrella che mi offre la visione di una distesa perduta di tetti, facciate, finestre, terrazzini. Potrei colpirli da qui, ma non ce ne sarebbe motivo: un altro dev’essere il mio bersaglio, in quella porzione di strada, in quello spicchio di strada che da qui si vede chiaramente.
Su quella strada si fermerà un’automobile, una limousine nera, che luccicherà al sole di marzo, e ne scenderà un uomo. Forse si fermerà per un momento, forse alzerà un braccio, quello sinistro com’è sua abitudine, per salutare. Ci saranno varie persone attorno a lui per proteggerlo, ma da qui riuscirò a inquadrarlo perfettamente, anche solo per un momento. Non esiterò, sono allenato a questo. E non sbaglierò il colpo. Mio padre era un tiratore scelto e anch’io ne ho ereditato le doti. Non so fare altro nella vita, non saprei fare un qualsiasi lavoro, non sono curioso e non riesco ad apprendere con facilità. Sono troppo occupato a tenere in efficienza la mia macchina, di nervi, muscoli e ossa, a tenere allenata la mia capacità di risposta agli stimoli.
Non devo lasciarmi ingannare dalle forme, non devo avere incertezze, devo interpretare esattamente tutto quello che vedo, reagire in un decimo di secondo, scegliere – SCEGLIERE – un bottone, un grilletto, un ordine e pam: il muro tra la vita e la morte è attraversato, lo spirito lascia la materia, invisibile forse perché troppo veloce, schizza tra un universo e l’altro, in un altro universo forse un altro me si apposta e decide di non premere il grilletto, oppure non è sufficientemente veloce e in quell’attimo il bersaglio si china a guardare qualcosa che è caduto, che forse gli è caduto di mano, e il proiettile fracassa un vetro e si perde dentro un’imbottitura, ridicolo fallimento o non corrispondenza di un oggetto al suo scopo, fallimento fallimento – tutti sono falliti in quel preciso istante: il proiettile che poveretto si accartoccia battendo contro il metallo della lamiera, l’arma di precisione che non ha svolto il suo compito, quello di uccidere, il cecchino che ha appena il tempo di pronunciare una parola o di fare un gesto, più interiore che espresso, di sincero disappunto. Il fallimento si riverserà come una colata di lava sulla sua credibilità, forse sarà ritenuto inadeguato, non più affidabile, lui che era praticamente infallibile, forse sarà sacrificato, perché questa era l’ultima occasione prima che avvenisse l’irreparabile, prima che la vittima designata pronunciasse il discorso che mai avrebbe dovuto pronunciare o firmasse il decreto che mai avrebbe dovuto firmare o incontrasse la persona che mai avrebbe dovuto incontrare. Tutta la realtà verrà modificata da quel fallimento. È una bella responsabilità quella di cambiare la storia!
Ma non sbaglierò, di certo non sbaglierò, come non sbaglia una macchina. La macchina non ammette fallimenti, né scelte. Non sceglierò di non agire, di non svolgere il mio compito, non mi lascerò distrarre dal vento che si sta alzando, non sufficiente però a modificare la traiettoria di un proiettile, dalle nubi disegnate come piume d’uccello nel cielo, dai rumori sconosciuti e non identificabili che provengono dai condomini, dalle risate scomposte dei bambini che salgono dai cortili, dalle cime degli alberi che si muovono, dai sacchi dell’immondizia, dall’erba che cresce nelle fessure delle mattonelle, dove sembra impossibile che la vita possa svilupparsi.
Andrà come deve andare, anche questa volta.

2.

Lenzuola pulite, sterili, con quell’inconfondibile odore di tela disinfettata, di stoffa passata in autoclave, che si sente in hotel o in ospedale. Lenzuola pulite, ma non candide. Il candore non serve, meglio quella patina color tela ingiallita che dà un colore caldo all’insieme. L’ospite si sente più a suo agio, non teme di sporcare, non è intimidito dall’estremo biancore, può arrischiarsi ad avvoltolarsi nelle lenzuola senza timore d’imbrattarle, può fare l’amore senza paura di lasciare resti. La ragazza spesso è una cameriera, ha svolto tutti i suoi compiti, ha cambiato le lenzuola, rifatto i letti, sostituito i detergenti liquidi (soap+shampoo), la carta igienica, gli asciugamani, appesi al caldo nella rastrelliera bianca che funziona come un termosifone. Ora può divertirsi, regalarsi qualche ora piacevole e spesso conveniente, perché così arrotonda la paga che non è eccezionale, con quei soldi in più può pensare di aprire una bottega, acquistare una casa, almeno in parte, comprare un terreno, pensare alla vecchiaia, quando nessuno più desidererà entrare nel suo corpo per trarne piacere.
Qualche volta è una cliente dell’albergo, una donna che vive sola o che per caso si trova in quella sperduta città per ritirare un oggetto o parlare con un notaio o un avvocato o ha dei parenti o deve presentarsi per un colloquio di lavoro. Ha incontrato quell’uomo piacevole, pulito, vestito bene, fisicamente a posto, almeno così sembra. Quando lui si spoglia, poi, si nota che è curato anche nei particolari, la sua muscolatura è coltivata, la pelle ha la giusta abbronzatura, non emana odori sgradevoli. Lei si priva degli indumenti con lentezza, si lascia scoprire e ammirare. Anche il suo fisico è curato, le sue mani e i piedi soprattutto non rivelano inestetismi, malformazioni o callosità. I preliminari vengono effettuati con delicatezza, senza eccessi: lui vuole mostrare il giusto vigore, non violenza, per non far scattare la molla della paura, deve apparire un maschio normale e affidabile.
Lui si muove, dà il ritmo, quasi si compiace dell’efficienza del suo fisico, di quella capacità di penetrare e arrivare in fondo alla cavità, con movimenti regolari, o con improvvise accelerazioni, osservando con soddisfazione le reazioni della donna, il suo ansimare, il crescere della sua eccitazione, misurare e procedere inesorabile fino a raggiungere il climax per entrambi, una performance che ha qualcosa di sportivo, che coinvolge i muscoli e i nervi, che deve condurre a una soddisfazione completa.
Il sesso è quasi un alibi: come si fa a far serenamente l’amore quando si progetta di uccidere un uomo? La cosa è improbabile, addirittura impensabile, eppure accade.
La mattina dopo l’uomo compie la sua missione e subito dopo lascia l’hotel, con un nuovo compito, con un nuovo obiettivo. Questa è la sua vita.

Si capisce subito quando un delitto è opera dei servizi. Di solito non c’è un movente credibile, o ci sono dubbi sul colpevole, che professa disperatamente la propria innocenza, senza essere quasi mai creduto.
Qualche volta il movente manca proprio: il delitto è stato compiuto solo per distrarre l’opinione pubblica, per convogliare l’interesse verso un fatto di sangue, oppure la vittima era segretamente coinvolta in qualche affare segreto, la vittima di solito insospettabile, immacolata, dalla vita senza ombre, ombre visibili almeno. Spesso la morte viene rappresentata come un suicidio: il morto si è buttato dalla finestra, ha assunto un cocktail micidiale di alcol e droghe, anche se non era un tossico, ha preso qualcosa per sbaglio, aveva un disturbo cardiaco mai diagnosticato.
I killer sono arrivati in due, di nascosto, nessuno li ha visti, neri nell’oscurità, si sono calati da una finestra e sono spariti senza lasciare traccia: professionisti, naturalmente.
Tutto resterà sempre nel mistero. Forse qualcuno verrà indagato, rimarrà “unico indagato”, sarà sempre un marito, una moglie, una madre, un fidanzato che non si rassegna a perdere il suo amore, un serial killer introvabile, che si dimentica persino di violentare la vittima.
Spesso si faranno lunghe indagini, ci sarà un processo, ma non si avrà mai una certezza, nemmeno di fronte a una condanna a morte o all’ergastolo. La verità non si scoprirà quasi mai, perché ogni indizio è stato nascosto, ogni evidenza fatta scomparire. Gli investigatori manipoleranno le prove, cercheranno d’incastrare qualcuno, di ottenere una condanna e spesso ci riusciranno, perché il pubblico esige un colpevole, perché la società deve essere vendicata.

3.

Finalmente il momento è arrivato. L’automobile si ferma. Proprio nel punto più favorevole. Cosa potrebbe andare storto? Nulla, presumo; d’altra parte io sono fondamentalmente ottimista. Penso che se si affronta un’azione con ottimismo ci sono maggiori probabilità di far avvenire le cose come dev’essere. Infatti sono pronto, con attenzione, non sono nemmeno teso. Per me un bersaglio è un bersaglio: non mi lascio coinvolgere emotivamente, non sono trattenuto dal fatto che quel bersaglio sia un uomo anziché un coniglio. Uomini e conigli sono mammiferi, pensano e soffrono, forse i conigli hanno meno consapevolezza, ma sono vivi anche loro.
Le cose procedono. L’uomo scende, saluta, rimane fermo quel tanto che consenta a un proiettile di colpirlo e io premo il grilletto, nel momento giusto. L’arma fa il suo lavoro, il proiettile pure, e la testa dell’uomo è attraversata da un corpo estraneo. Bisogna vedere l’effetto di un calibro 7.62 su un corpo umano. L’eliminazione fisica del bersaglio è garantita. Il proiettile si porta via un bel po’ di cervello e la sopravvivenza della persona colpita è impossibile.
Il corpo è caduto, la confusione è massima. Devo allontanarmi al più presto e scomparire. Metto in un borsone verde il mio M21 e mi precipito giù dalle scale. In pochi secondi sono già all’entrata di servizio; poi però cambio idea e torno sulla strada principale, mischiandomi alla folla, che ancora non sa nulla di quello che è successo un paio d’isolati più avanti. Il mio cellulare è spento e non sono più individuabile da nessuno. Entro in metropolitana e trovo perfino un posto a sedere. Tolgo di tasca un libro e mi metto a leggere. Nessuno può sospettare di un uomo vestito sobriamente, che legge in tutta serenità un libro della Yourcenar. Sono insospettabile come Clark Kent.
L’ultimo posto dove posso andare è la mia casa. Per fortuna c’è un posto in periferia dove non abita nessuno; la padrona vive a Londra e non rientra in Italia nemmeno per vedere i parenti. La casa è vuota da anni e la uso come rifugio. C’è una tettoia in giardino e sul terreno una botola ben nascosta, che conduce a una specie di cantina. Non è difficile nasconderci del materiale, dietro le bottiglie di vino che continuano ad invecchiare, con il loro strato di polvere ben evidente. Mi libero dell’arma e poi mi sento libero di andare dove voglio.
Non voglio correre rischi e preferisco noleggiare un aereo, per raggiungere Bellinzona. So che se vogliono possono raggiungermi anche lì, ma prima devono trovarmi. Ho un contatto sicuro a Bellinzona e lo cerco. Mi ha già aiutato in vari momenti difficili della mia vita. Cerchiamo insieme di capire che aria tira. Come immaginavo, non dovevo fidarmi di Berio, uno arrivato troppo velocemente alla direzione delle unità operative, amico di troppa gente, di destra e di sinistra. Avevano cercato d’intercettarmi e di eliminarmi. Avrebbero risolto il caso e fatto tacere l’unico testimone. Nessuno avrebbe capito da chi era partito l’ordine di terminare il mio bersaglio. Tutto avrebbe avuto la giusta conclusione.
« Cosa intendi fare? » Mi chiede il mio contatto, che si chiama Pellini.
« Prima di tutto incassare i soldi. »
« Questo è possibile. »
Pellini fa da intermediario con l’amministrazione e fa scaricare la somma spettante per il lavoro su un conto svizzero. Pochi minuti dopo il denaro viene trasferito molto più lontano, quasi in un altro mondo, su un altro conto, intestato alla mia attuale identità: Tommaso Reni, istruttore di tennis.
E adesso?
So cosa fare.
Per fortuna gli italiani hanno la buona abitudine di odiarsi cordialmente tra loro. In ogni organismo ci sono almeno due acerrimi nemici che cercano di farsi fuori a vicenda. Di solito basta incriminare l’avversario per corruzione o per qualche intemperanza sessuale; ma qualche volta è necessario distruggerlo anche fisicamente come ai tempi del duca Valentino. Allora si usavano la spada o il veleno, ora basta simulare un incidente o un suicidio. E poi dicono che in Italia non c’è più la pena di morte!
Bergogni era un vecchio funzionario, quello con cui avevo tenuto i primi contatti. Era qualcosa di simile a un vecchio amico, forse l’unico che potessi contattare senza essere venduto cinque minuti dopo per quattro soldi e un incarico di prestigio. A Bergogni interessava una cosa sola: liberarsi di Berio, di quel porco che aveva scalato in così poco tempo tutte le vette, a colpi di favori ai capi partito, usando tutte le arti possibili, riciclando denaro sporco e procurando fondi. Berio era l’eminenza grigia del potere. Ormai tutti avevano bisogno di lui e lui sapeva che sarebbe caduto in piedi con qualsiasi vento, al riparo da qualunque risultato elettorale.
Avevo un numero segreto di Bergogni; lo chiamai più volte. Mi rispose due giorni dopo.
« Hai bisogno di fare un servizio? » mi chiese.
« Sì » risposi « dove e quando? »
« Giovedì alle 16, via dei Missaglia. »
« Solita gente? »
« Sì, ma con la testa. »
« Bene! » e chiusi.
Conoscevo il posto. Quindi Berio sarebbe stato lì, al centro di ascolto, con un paio di tecnici fedelissimi che armeggiavano sui computer e che stavano sempre in quella casa. Doveva trattarsi di una missione importante, per cui il capo voleva rendersi conto direttamente dell’andamento della procedura.
Rientrai in Italia in auto, con il fratello di Pellini, e all’ora indicata ero a Milano, in via dei Missaglia.
Non era difficile entrare dal retro nella villetta anonima acquisita dai servizi. Una volta veniva adoperata per affittare stanze e nessuno badava a chi entrava e usciva. Semplice e graziosa, con le finestre color legno e le tendine arricciate: un posto tranquillo per dormire: impiegati che non avevano trovato ancora una sistemazione fissa, commerciali , insegnanti di stage che duravano pochi giorni, gente sola, senza amici e senza donne, persone che non davano nell’occhio.
Sono dentro, rimango nell’ombra. Sento dei passi. Uno degli agenti cammina nel corridoio, forse torna dal bagno, va verso la luce di una stanzetta di cui intravvedo i mobili chiari, di faggio, mi pare.
Ho la pistola puntata, lo colpisco alla nuca, cade. Non dev’essersi nemmeno accorto di nulla, non ha avuto il tempo di riflettere. E’ per terra, cuscini rossi più avanti nella stanza. Berio dev’essere in un’altra stanza, più in là. Si vede la luce filtrare. Devo aprire senza far rumore o attendere? E’ più prudente attendere. Infatti un altro tizio con i capelli corti e dritti a spazzola apre la porta, non capisce perché il compagno non sia ancora tornato dal bagno. Appena lancia lo sguardo nel buio lo freddo. Berio è seduto al computer, ha percepito qualcosa, si volta di scatto, ha in mano una pistola, ma non fa in tempo a usarla. Non penso, agisco, ed ecco che anche il capo va a raggiungere i suoi uomini, lungo disteso per terra. Non era un genio. Come poteva sentirsi al sicuro? Forse perché chi fa il cacciatore non riesce a sentirsi preda, non capisce che essere carnefici o vittime è solo questione di prospettiva. Certo lui era più un esperto d’intraffugli che un uomo d’azione, un grande manipolatore, uno che dà ordini e che attende che altri li eseguano. Ed ecco che ora non ne darà più e questo mi consentirà di tornare ad essere un uomo libero e soprattutto vivo.
Non sto lì ad ammirare il lavoro svolto. Meno tempo rimango in quella casa e meno probabilità ho di essere scoperto.
Vado via come sono venuto, invisibile.
Appena fuori prendo il metrò, lì vicino. Sono pulito, senza schizzi di sangue. Nessuno mi nota: sono uno dei tanti.
Tornato all’aperto, chiamo Bergogni: « La casa è da pulire » gli dico. So che lui capisce.
Manderà qualcuno a far sparire i corpi, poi si troverà un responsabile: gli arabi, magari, o il Mossad. Quando non si capisce niente di qualcosa, la colpa è sempre del Mossad. Si sa che hanno pochi scrupoli e che fanno bene il loro lavoro. Non si può nemmeno incolparli con accuse alla luce del sole: in fondo sono alleati. Oppure si tratta dei servizi francesi, alleati anche loro; autonomi, è vero, ma sempre molto vicini a noi. Se hanno ammazzato qualcuno, significa che avevano i loro buoni motivi.
In ogni caso, io non c’entro, e Bergogni nemmeno. Abbiamo solo eliminato un pericolo (per me) e un ostacolo (per lui). So che non ci parleremo più: Bergogni farà scomparire i miei dati dal database dei servizi italiani. Non ho mai lavorato per loro: nessuno mi cercherà più. Comunque è meglio cambiare aria, per un po’ o per tutto il resto della vita. Berio aveva troppi amici.

4.

Cerco un volo Milano-Caracas. Ne trovo uno portoghese con scalo a Lisbona. Conosco qualcuno in Venezuela, cioè ho fatto dei favori a qualcuno, ed è per questo che decido di partire per quella parte del mondo.
Il viaggio è un po’ lungo, considerando lo scalo tecnico, ma non ci sono sorprese. A Lisbona non salgono sull’aereo persone dall’aspetto preoccupante e riesco perfino a riposare durante il volo.
All’aeroporto una macchina mi si avvicina e un tizio in borghese con una grossa pistola mi obbliga a salire. Poi il suo compagno che guida mi fa fare il giro della città, o meglio mi dirotta verso la periferia.
« Dove mi portate? »
« Non devi fare domande. »
Sapevo che ci sono momenti in cui bisogna stare zitti, anche perché parlare con degli scagnozzi non serve a niente. Dopo tante giravolte la macchina imbocca un a strada di campagna e si ferma a un cancello. C’è una specie di posto di blocco con un militare seduto dentro una garitta. Strisce bianche e celeste sbiadito, con righe rugginose. Il soldato dentro guarda con occhi bovini, divisa color sporco, fisico sovrappeso.
Il cancello si apre, lentissimo; la macchina procede e si blocca davanti a una villa di gusto coloniale, isolata in mezzo a una specie di piazza d’armi, completamente libera da vegetazione.
Il tizio in borghese mi fa scendere, mi accompagna al portone d’ingresso.
« Il signor Vazquez ci aspetta. » Sono le uniche parole di spiegazione.
Non so chi sia l’uomo che ci attende nella villa, ma non me ne preoccupo eccessivamente. Se sono ancora vivo vuol dire che non ha cattive intenzioni.
Entrati nel fabbricato, percorriamo un corridoio lunghissimo. Proprio nella stanza in fondo, seduto dietro una scrivania, c’è un signore grasso, dotato di due baffi vistosi, che guarda verso di me e m’invita a sedermi. Dev’essere lui Vazquez.
« Bienvenido » fa il tizio grasso coi baffi, « di cosa avete bisogno? »
« Ho bisogno di stare un po’ tranquillo. »
« Si può fare. Qui starete al sicuro per un po’, ma poi dovrete decidere come vivere. »
« In che senso? »
« Non ci piacciono le persone che se ne stanno con le mani in mano. »
« Nemmeno se hanno tanti soldi? »
« Qui, se avete troppi soldi, a qualcuno potrebbe venire voglia di alleggerirvi un po’. »
« Ho capito: anche qui è meglio fare il cacciatore che la preda. » e aggiunsi: « Magari posso fare qualcosa per voi. »
« Se capita. »
Inutile dirgli che un po’ ci contavo.
« Io però non vi conosco, Reni; nessuno di noi vi conosce. »
« Neppure io vi conosco » ribattei.
« Allora, tra sconosciuti, troveremo un’intesa. »

E così avevo di nuovo trovato lavoro. Non era il massimo, ma mi consentiva di vivere decorosamente, soprattutto di sopravvivere. E poi le donne, in Venezuela, sono più divertenti delle italiane e fanno meno storie. Insomma, si apriva una nuova vita e avrei continuato a fare quello che sapevo fare meglio, con meno problemi e complicazioni. L’importante era non guardare al passato, ma non sono uno che soffre di nostalgia.
La morte, è vero, poteva sorprendermi in ogni momento anche lì, lontano dal mio vecchio mondo; ma in fondo non è meglio morire da uomo, freddato con una pallottola in fronte da un bravo killer, che ucciso lentamente da una malattia nello squallido biancore di un ospedale?

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Cani da festival

Ormai ne sono più che convinto: il nostro cane canta. A volte io ci scherzo sopra e gli chiedo se si stia preparando per Sanremo.

La sua è una Ursprache: un linguaggio primordiale, che precede l’uso della parola. Si tratta di una forma di comunicazione, simile a quella che doveva avere il canto nelle società primitive, un canto che esprimeva sensazioni, necessità, desideri, che non si manifestavano chiaramente con parole distinte. Ho un desiderio irrefrenabile, dice il cane, proprio in questo momento. Perché non mi dai una mela, quell’oggetto tondo, succoso e zuccherino, così buono, tanto diverso da quell’orribile sbobba maleodorante che mi lasci da mangiare nella ciotola?

Il cane borbotta, modula come se salmodiasse. Il suo canto ha sonorità arabe o modalità vagamente orientali. È indirizzato, come i nostri vecchi canti primordiali, a un essere onnipotente, distributore di bene e male a suo piacimento. È lamentazione e preghiera, racconta di come la vita senta di dover fare riferimento a qualcosa d’altro, rispetto alla coscienza di esistere propria dell’individuo. Gli esseri sensibili sanno di non essere autonomi, capiscono di dover interagire con quello che si trova al di fuori di se stessi, per continuare a esistere.

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