The cleaner

the cleaner

I

 È passato anche questa mattina, ma ci eravamo nascosti, come sempre, e avevamo confuso il nostro odore con quello delle essenze artificiali che abbiamo trovato dimenticate in solaio. Passa, a intervalli irregolari, the cleaner: devono averlo regolato su una modalità random. Gira un po’, nell’aria polverosa, si muove a scatti, va oltre; poi, all’improvviso, torna indietro, quando già si comincia a tirare un sospiro di sollievo. Spesso queste astuzie funzionano e il cacciatore scopre la preda che si era improvvidamente rivelata. Ma noi, dopo tanto tempo, siamo diventati astuti. Il nostro cervello si è affinato: ora siamo in grado di percepire cose che i nostri giovani discendenti non sono in grado di conoscere. Sappiamo che c’è un motivo per sopravvivere, per andare sempre più avanti nel tempo, e questo ci spinge a proseguire, a evitare di cadere nelle trappole.

Intorno ai 150 anni succede qualcosa di non previsto, né prevedibile: i cervelli iniziano a comunicare senza parole. Nessuno se ne era mai reso conto perché gli uomini e le donne morivano tutti prima, molto prima che questa facoltà si sviluppasse. Si può comunicare a distanza, anche alla distanza di milioni di chilometri. Si è giunti a percepire presenze pensanti anche in altri pianeti, di altri sistemi stellari, anche in altre galassie. Ci pare d’intuire che questa massa pensante, questa massa spaventosamente grande d’individui deve provare a interconnettersi, a costituire un’unità gigantesca e di enorme potenza, poi certamente qualcosa accadrà, qualcosa che è nel nostro programma e nel nostro destino, per questo non dobbiamo, non possiamo morire.
Alleniamo il nostro cervello.

Ricordo che da giovane, ma anche quand’ero già vecchio, almeno fino ai 110, 120 anni, i giochi d’intelligenza non m’interessavano. Ad esempio, non capivo nulla di scacchistica; non distinguevo i pezzi, non capivo le mosse; m’infastidiva tutto il sottile e immotivato lavorio che precedeva ogni più piccola decisione. Ed ora eccomi qui a seguire schemi, provare varianti. Il cervello così si rafforza, diventa più elastico, aumenta le proprie capacità di reazione.
Abbiamo trovato degli antichissimi manuali sul gioco degli scacchi nella biblioteca del dottor Chimenti, al quinto piano del vecchio palazzo di Milano che ci ospita. Ce n’è uno in tedesco, bellissimo, in caratteri gotici, con una serie di curiose incisioni.

Siamo quasi tutti maschi; c’è una sola femmina tra noi: Manuela. Doveva essere stata molto bella da giovane, e spiritosa; conserva ancora parte della sua verve e ogni tanto concede agli amici vecchietti qualche sprazzo di gioiosa ironia. Gioca anche lei a scacchi, anche se un antico pregiudizio sostiene l’inadeguatezza dell’intelligenza femminile nel gioco degli scacchi. Io ritengo, al contrario, che le donne abbiano tutte le qualità intellettive che consentano di affrontare le tattiche ludiche. Forse è insufficiente invece la pazienza, la capacità di attendere, la resistenza ai tempi lunghi del gioco di strategia. Per quanto mi riguarda, devo confessare che anch’io affronto spesso le partite con un atteggiamento di tipo femminile, e questo è sicuramente uno dei miei limiti, quello che non mi consentirebbe di gareggiare con successo in un torneo.

 
Guardo dalla stretta finestra della soffitta: è una mattina autunnale. Gli alberi stanno fissi e immobili, laggiù, come fantasmi nella nebbia; qualche rara macchina si accosta ai balconi, attracca e si apre per ricevere i passeggeri, poi guizza via velocemente.
Mi muovo, con questo corpo che è ormai un mucchio di ossa e di nervi, quasi più spirito che materia, mi sposto su e giù, in questo spazio ingombro di oggetti, che come me sono residui di un’altra epoca.
Provo dei forti dolori, che lenisco con le capsule che il nostro servizio clandestino di assistenza riesce a sottrarre ai grossisti di farmaci; ma mi sforzo di tenere in esercizio i residui del mio apparato muscolare.

 
Tutto era iniziato con il nuovo millennio, in cui aveva iniziato a manifestarsi una delle gravi crisi periodiche, da cui il sistema capitalistico era da sempre affetto.
Nel 2011 anche in Italia la crisi aveva incominciato a incidere pesantemente sulla vita delle persone, riducendo l’attività industriale e il commercio e aggravando la condizione giovanile. Allora, anche da noi, gli esperti di economia e, a ruota, i politici, avevano puntato il dito contro le pensioni. Bisognava concederle sempre più tardi, perché i maledetti vecchi vivevano troppo a lungo; sembrava quasi che si rifiutassero di morire, per dare fastidio a quelli che ancora lavoravano. L’età della pensione fu elevata prima a 67 anni, poi a 70, infine a 80 e così via. Ma alla fine anche i politici si resero conto che oltre i 100 anni non si poteva andare. I vecchi continuavano sì a vivere, ma non riuscivano più a spostarsi per andare al lavoro ed erano così pieni di acciacchi che non era utile nemmeno tenerli agganciati a un computer nel telelavoro. Perdevano più tempo a ricordare dove avevano abbandonato un oggetto o un documento che a lavorare. D’altra parte, i giovani premevano perché non erano felici di essere mantenuti e di stare a casa senza far niente.

Infine, la goccia che fece traboccare il vaso furono le spese sanitarie.
Le patologie diffuse e dispendiose che il sistema sanitario fu costretto ad affrontare, malgrado o forse proprio grazie ai progressi della geriatria, misero in ginocchio l’economia. L’intero paese non era più in grado di mantenere quella tremenda massa di vecchi. Una valanga di umana decrepitezza si era abbattuta sull’intera Europa e i tedeschi, per primi, stabilirono dei limiti all’assistenza degli anziani. Dopo 120 anni, chi si ostinava a sopravvivere non avrebbe avuto più diritto a nessuna forma di assistenza sanitaria gratuita o agevolata e, quindi, lo si lasciava morire senza porsi troppi problemi.

Una furibonda campagna di stampa fu scatenata contro i vegliardi.
Poiché gli italiani erano purtroppo i più longevi, nelle più autorevoli testate inglesi, francesi e tedesche cominciarono ad apparire vignette in cui orribili vecchiacci con baffi, pizza, coppola e mandolino compivano azioni nefande.
Il limite dei 120 anni fu imposto anche agli italiani, il cui governo locale nicchiava, per non perdere i voti degli anziani, che costituivano la maggioranza. La soluzione fu trovata attraverso una direttiva europea, che imponeva a tutti governi locali di togliere i diritti politici a chi superasse la soglia dei 120 anni. In questo modo i troppo vecchi non potevano più votare e la finivano di creare problemi alla democrazia.
I giovani celebrarono la nuova legge con grandi cortei, in tutte le capitali europee. Durante le manifestazioni venivano bruciati fantocci rappresentanti un vecchio, dall’aspetto rubicondo e dai vestiti all’apparenza eleganti, il ricco vecchiardo che sfruttava e affamava le giovani generazioni.
Incredibilmente, in prima fila stavano spesso giovani ebrei, gente di colore, omosessuali, che vedevano con favore come la rabbia popolare avesse identificato nuovi capri, per l’espiazione delle colpe del genere umano.

Ma presto anche le nuove leggi non bastarono più. I vecchi continuavano a pretendere la solidarietà del popolo, a lamentarsi, a manifestare, a condizionare il libero sviluppo dell’economia. Lavoratori e industriali non li sopportavano più.
Allora, un ingegnere coreano, che lavorava presso un celebrato istituto nordamericano, inventò il cleaner.

 

 

II

 

Oggi un cleaner è arrivato all’improvviso e ha sorpreso Sobieski fuori dal suo nascondiglio. Forse ne ha percepito la forma, il calore o l’odore e l’ha colto alle spalle, immobilizzandolo con un fascio di radiazioni.
È così che avviene, di solito: il pulitore arriva svolazzando, blocca la sua preda, poi allunga una sorta di tentacolo, con un’estremità costellata di linguine che aderiscono alla pelle del corpo da ripulire. Dicono che l’operazione sia indolore, perché l’organismo sottoposto all’operazione di pulitura non si muove e non proferisce un solo lamento. Piano piano le linguine sottraggono linfa e sangue, eliminano ogni capacità vitale dalle cellule con cui vengono a contatto e le lasciano completamente secche: pura materia inanimata. Il corpo lentamente svigorisce e si affloscia, trasformandosi in una misera spoglia depositata sul terreno. Lo strano volatile abbandona quei resti e fiuta nuovamente l’aria, poi, soddisfatto per il lavoro eseguito, si sposta in un altro ambiente, ancora in cerca di residui di vita, prima di tornare al suo deposito. Dopo qualche minuto, un altro volatile meccanico arriva, raccoglie il mucchietto di ossa e pelle rinsecchita, lo comprime in un cubo, lo impacchetta avvolgendolo con una pellicola nerastra e impermeabile e le porta via, volando, fino alla discarica finale.
Penso che ormai ci hanno individuato e che invieranno presto un altro cleaner. DEVO INVENTARMI QUALCOSA.

 
Infatti il cleaner è qui: è volato di notte, sperando di sorprenderci nel sonno. Ma avevamo previsto la sua mossa. Le giovani menti che gestiscono i cleaner mancano della necessaria raffinatezza. Direi quasi che le loro strategie siano elementari, e piuttosto grossolane.
Noi invece siamo rimasti svegli, in attesa del cacciatore. La nostra condizione di vecchi ci porta a dormicchiare spesso e a vegliare per la maggior parte della notte; ma questo i nostri giovani padroni non possono saperlo. Noi invece sappiamo come mettere in difficoltà la macchina e i suoi sensori.
Il solaio era completamente al buio, ma abbiamo acceso la luce all’improvviso, appena il volatile è entrato, e ci siamo fatti trovare tutti, in cerchio. Il nostro pensiero era entrato in collegamento e questo ci forniva un’arma di enorme potenza, anche se non ancora ben sperimentata. Sapevamo che così si creava un campo, attivo sul pensiero degli esseri viventi; ma non eravamo sicuri che questo potesse consentirci di agire su un apparato meccanico. Il rischio era forte, ma l’aggeggio si trovò subito in difficoltà: doveva scegliere il corpo da cui iniziare le operazioni di pulitura e individuare un criterio di selezione. Le cellule fotosensibili avevano subito un sovraccarico ed erano state momentaneamente disattivate. Si trovò ad analizzare tanti corpi in una volta, per individuare i parametri che consentivano di effettuare una scelta. Probabilmente questi erano complessi e dovevano attribuire un coefficiente all’età, come pure al sesso, e senza dubbio sarebbero bastati pochi secondi a quell’intelligenza artificiale per effettuare i calcoli e individuare l’obiettivo da attaccare con precedenza. Appena due o tre secondi sarebbero stati sufficienti, in una situazione normale. Ma il mutamento improvviso delle condizioni ambientali e il campo che avevamo creato generarono un rumore insostenibile per il processo comunicativo. L’attività dei nanoprocessori biologici entrò in crisi e il volatile artificiale precipitò in uno stato che poteva definirsi confusionale, per analogia con le analoghe condizioni degli organismi biologici naturali, se sottoposti a una scarica di corrente.

Ne approfittammo e ci avvicinammo al cacciatore senza paura. Il nostro campo lo appesantì in maniera insostenibile: provò a sbattere le ali, cercò di muoversi per sottrarsi al controllo che cominciava a subire, ma alla fine rimase immobile, con le ali abbassate, la sinistra appena sollevata e ricurva, la destra totalmente ripiegata.
Lo inondammo di vernice per accecare i sensori e renderlo inoffensivo, poi il nostro tecnico Canetti, che aveva lavorato in un’azienda cibernetica, cominciò a smontarlo. Quando le sue squame, la sua copertura lucida e fibrosa, iniziarono a staccarsi una ad una e l’interno rimase scoperto, l’organismo incominciò a tremare: sembrava proprio un animale vivente, che temesse il proprio annientamento. Pareva che pensasse e soffrisse come un uomo; ma la nostra azione non doveva subire rallentamenti e indecisioni sulla base di considerazioni assurde, perché troppo umane.

Questo è il primo atto, pensai. La rivoluzione è iniziata. Ma il pensiero era ormai condiviso da tutto il nostro gruppo. Eravamo diventati un solo pensiero, una sola struttura suddivisa in corpi fisicamente, solo fisicamente, distinti.
La nuova umanità aveva iniziato la propria finale metamorfosi.

 

 

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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