Odore – Pt. 3

Milano - via Fornari - 9 dicembre 2011

Milano - via Fornari - © Guido Mura 2011

Era stata la noia ad accompagnarlo, fin da quand’era bambino, da quando giocava con i ciclisti-mollette sul velodromo che aveva disegnato sul grande tavolo della cucina oppure guardava gli altri giocare nel piazzale sotto casa, lui, che non poteva scendere e unirsi a loro per non essere travolto dalle lusinghe e dai pericoli di quella loro realtà dialettale e violenta.
E anche adesso era solo, a vagare senza entusiasmo tra gli scaffali ordinati, in cui periodicamente i prodotti cambiavano posto, come se la direzione del market avesse l’ambizione di trovare la collocazione perfetta, la più stimolante per il cliente, la più gradevole ed efficace.
Spingeva avanti il carrello e ogni tanto sbirciava le casse, per capire dove indirizzarsi, una volta che avesse concluso il prelievo di oggetti e confezioni. Non c’era molta gente, le file erano ragionevoli. Stava per avviarsi a pagare quando si accorse di un anomalo trambusto e di un vociare improvviso e inatteso.

Il testo completo è pubblicato in: Scrivendo racconto, di Autori Vari, [Cesena], Historica, 2013, p. 85-90.
ISBN 978-8-896-65684-6

Foglie d'autunno

Foglie d'autunno - © Guido Mura 2011

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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18 risposte a Odore – Pt. 3

  1. moraletale ha detto:

    Insomma, va’, non è odore di cadavere. E’ odore di noia. Il che vuol dire che uno è vivo. Comunque puzzi.
    Che la noia sopravviva è segno che non ne siamo neanche troppo colpevoli. Forse però si trasmette per via aerea. Chi la riconosce ne è contagiato?

    • guido mura ha detto:

      In una società dove non c’è più comunità la noia è una sorta di malattia, che perviene alla fase acuta solo quando la si riconosce come tale. Spesso invece si è inconsapevoli e si cerca di ovviare alla mancanza di contatti reali nelle maniere più svariate. Probabilmente è per questo che la gente passa giornate intere col telefonino incollato all’orecchio, ma visto che i contatti telefonici o internetteschi non sono reali, che bisogno c’è di lavarsi?

      • P. ha detto:

        Apparentemente virtuale e reale non sono così contrapposti, anzi s’intersecano costantemente, vivendo noi tutti, anche se in misura diversa, vite reali virtualizzate. Ciò attenua la tensione, lo scontro vitalistico tra il pensiero e la sua incarnazione fattuale e appiattisce le nostre esistenze nell’illusoria impressione che la loro distanza si sia accorciata (cosa vera solo in minima parte e suscettibile in qualunque momento di reversibilità). E in questa dimensione trasversale di falsa onnipotenza, la noia è il nostro ferormone. Percepibile, pare, anche da morti 🙂
        Bel racconto

  2. moraletale ha detto:

    Mi è piaciuto molto questo tuo racconto. Hai portato il lettore lungo un percorso di autoanalisi e di riflessione verso il “fuori”. Con questo tuo ultimo commento mi fai tornare in mente un contatto virtuale (una donna) di cui parlavamo di una comune conoscenza (per me un altro contatto virtuale), per lei un uomo con cui aveva avuto una relazione reale per circa un anno. La donna si lamentava del disordine della casa di lui, del suo essere trascurato e spesso non proprio pulito. Me lo scriveva in chat mentre parlavamo del grande numero di ore al giorno che l’uomo trascorreva al PC. Ricordo di averle detto più o meno le cose che hai scritto tu: per stare al computer non serve essere puliti e cambiati. E’ un discorso complesso, alla fine credo che l’uso del pc a scopo relazionale sia una specie di palliativo rispetto alla noia delle relazioni sociali (noia che , se si va a ben vedere, deriva dalla “fatica” che una buona relazionalità comporta, soprattutto in termini di mediazione del proprio egocentrismo). Qui è tutto più semplice, spesso si parla da soli credendo di parlare con altri. Ma a qualcuno piace solitario.

    • guido mura ha detto:

      Che dire? Il pc per qualcuno diventa una malattia. Qualche anno fa l’avevo definita “blogghite”. Spero proprio di non finire come Gaetano, perché per me le relazioni reali sono fondamentali, anche se quelle virtuali sono più comode. E’ vero che tanti parlano da soli, non solo al computer, ma anche per la strada o in metropolitana: è sintomo di una società malata. Ultima nota: l’idea della rapina al market mi è venuta perché diversi anni fa ho vissuto proprio l’esperienza di una delle tante rapine che avvenivano alla Esselunga di via Novara, a Milano. Fortunatamente, allora si era conclusa pacificamente; altrimenti, forse, non sarei qui a raccontare questa storia.

  3. moraletale ha detto:

    *con cui e non di cui.

  4. deorgreine ha detto:

    Caspita… mi spiace che sia finito! Non che sia finito così, perchè mi ha preso il finale, ma che sia finito, mi spiace. Io comunque mi pettino prima di rispondere al telefono o di connettermi alla rete.

  5. deorgreine ha detto:

    Ciò che mi dici mi rassicura, perchè se anche una tua storia finisce, so che ne inizierà un’altra. Stavo pensando al fatto che la solitudine subita condotta di fronte ad uno schermo, anziché rimanendo immersi in una moltitudine di persone sole, forse ha anche una componente di pudore, di intima sofferenza che in un centro commerciale o in un vagone della metro è più difficile trovare. Non è una consolazione, non è una giustificazione per chi opta per l’isolamento, perchè essere costretti nella solitudine esistenziale è il più delle volte sintomo di una società malata, (a meno che la solitudine non sia una scelta consapevole e voluta) ma credo che l’ultima battuta del poliziotto nei confronti di Gaetano morto “per errore”, sia indicativa di una sofferenza che si manifesta solo attraverso gli umori di un corpo trascurato, perchè incapace di manifestarsi in termini relazionali diversi. Perchè in fin dei conti anche il cattivo odore è un elemento di relazione con l’altro. E’ come se l’unico modo che ha Gaetano per “parlare” della propria sofferenza e insofferenza fosse l’odore che il suo corpo emana, un odore che lui avverte, ma che consciamente non lo infastidisce fino al punto da fargli prendere coscienza di esserne lui la fonte; un odore sgradevole, di sporco, che tutto sommato è anche peggio dell’odore della morte, perchè nella sofferenza e nella insofferenza non vi è nulla di gradevole, mentre per un’esistenza che non ha altri riferimenti se non la noia, forse la morte è una liberazione.
    L’odore cattivo è un’arma contro l’indifferenza, come se Gaetano, in fin dei conti, esistesse in funzione dell’olezzo che emana, più che per la persona che è; la Persona in una società malata non si nota, non si vede, non esiste, ma l’odore è impossibile non sentirlo.
    E’ come dire: “Io puzzo, quindi esisto”.
    Ho fatto spesso questo tipo di ragionamenti quando ho incontrato i disperati che puzzavano di urina o di alcool mentre dormivano nelle stazioni ferroviarie o agli angoli delle strade. In quel caso il motivo è probabilmente l’impossibilità di lavarsi, ma la condizione di emarginazione e di rifiuto combaciavano perfettamente con ciò che il corpo comunicava attraverso i loro umori e attraverso l’olfatto di chi li avvicinava; diverso è per le persone che incontravo quotidianamente per motivi di lavoro e che apparentemente sembravano pulite, ma se ti avvicinavi lo sentivi chiaramente che non si lavavano. E loro avrebbero potuto, ma non lo facevano. E mi chiedevo perchè una persona si dimentichi di curare lo strumento che lo relaziona con il mondo e mi sono detta che forse si tratta di insofferenza nei confronti del mondo stesso, o di se stessi, che poi è la stessa cosa.
    Gli animali si lavano quotidianamente. Io li osservo quando lo fanno. Lo fanno gli uccelli, lo fanno i cervi con i bagni di fango, lo fanno le mosche che non smettono mai di ripulirsi con le loro zampette. Il loro odore è quello di un animale e a noi risulta a volte sgradevole, e a volte nemmeno lo percepiamo, ma per loro la pulizia è importante, naturale, istintivai. Forse l’uomo è l’unico animale che inconsciamente o meno, decide di non lavarsi e di puzzare, forse per tenere lontani i suoi simili o forse per attirarne l’attenzione. In entrambi i casi, il motivo che li spinge non è un granché.

  6. moraletale ha detto:

    In riferimento a ciò che dice Deorgreine, riconosco molte riflessioni che anche io ho fatto riguardo all’odore che emaniamo. Sono certa che il corpo, attraverso il suo sistema biochimico sofisticato, emetta delle sostanze che producono particolari odori in riferimento al nostro stato. Ne ho esperienza in periodi di particolare stress psicologico o di depressione. Un odore fastidioso e spiacevole che non se ne va che per pochi minuti dopo la doccia e poi ritorna impregnando gli abiti e il cuscino. Forse è una spia di estremo SOS nei confronti di se stessi. Dico, è il colmo non sopportare il proprio odore.
    Al contrario avevo una collega che in un periodo di difficoltà personale e lavorativa si cospargeva di un profumo dolciastro insostenibile, che poi ho saputo essere una fragranza costosissima. Lo ritenevo un gesto aggressivo e insolente verso i colleghi, ed infatti fu l’ultimo segnale emesso, dopo di che si decise per un trasferimento in altra sede. Fine di ogni segno di vita. Mai più vista. Non era un disagio banale con l’ambiente di lavoro, e l’odore aveva “ragione”.

    • guido mura ha detto:

      Non siamo abituati a considerare l’odore come segno. Solitamente viene catalogato come sintomo, segnale privo di intenzioni comunicative. In quanto sintomo, racconta molto di noi: il livello dell’animalità e del desiderio, l’alimentazione, la salute o la malattia. in qualche caso, può essere anche modalità di comunicazione. Il profumo di cui ci circondiamo è certo l’esempio più evidente, ma chi può escludere che una delle nostre componenti interiori usi l’odore come vero e proprio segno, per esprimere sentimenti e disagi che non trovano manifestazione tramite il linguaggio verbale?

  7. melogrande ha detto:

    Lo sapevo che finiva male, Gaetano !
    Però mi aspettavo un racconto gotico, ed invece è venuto fuori un apologo sorprendente e modernissimo che parla di solitudine, di emarginazione e di disagio.
    Sì, non è sbagliato considerare l’ odore come un “segno”, l’ indicatore di un disagio, un estrem richiesta di aiuto un modo di richiamare l’ attenzione, propria e degli altri sia pure in maniera autolesionista.
    Una sorta di effetto psicosomatico gestito in modo quasi inconscio come un messaggio.
    Le testimonianze di mora e deorgreine, mi sembra che diano forza a questa interpretazione.

    Si può stare in mutande davanti al PC, certo, ma mi viene in mente Machiavelli quando si dedicava, in solitudine, ai suoi studi prediletti:

    “Venuta la sera, mi ritorno in casa, ed entro nel mio scrittoio; et in su l’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango et di loto, et mi metto panni reali et curiali; et rivestito condecentemente entro nelle antique corti delli antiqui uomini”

    E’ solo il rispetto di sé a fare la differenza…

  8. guido mura ha detto:

    Altri tempi, melo, altra cultura! S’imparava a lavorare e a fare arte nelle botteghe e il denaro era garantito dall’oro e dai beni, anziché dai debiti. Qualche problemuccio c’era anche allora, tra torture, pugnalate e veleni, ma almeno gli intellettuali elaboravano un pensiero originale, anziché rimasticare vecchi concetti e vivere di frasi fatte.

  9. quellidel54 ha detto:

    La solitudine dello schermo. In quest’epoca mai così ricca di stimoli per tutti i gusti, ci ritroviamo senza noi stessi. Che é la cosa principale per poter vivere.
    Sembra quasi che ci colga il desiderio dell’inadeguatezza. La voglia di far propria l’accidia, sublimandola.
    Pensare che é il momento dell’apparenza ad ogni costo, della piena visibilità, ma forse proprio questa distonia fa pensare che in fondo non sappiamo più cosa vogliamo veramente. Abbiamo perso il concetto reale dell’essere e dell’avere. Vogliamo, ma partiamo dal presupposto che non possiamo. Ci interessa tutto, ma non ci affascina nulla. Amiamo dimenticare chi siamo e non vogliamo pensare a ciò cui siamo stati chiamati.
    Forse distoglierci dal pensiero di noi stessi, rende più sopportabile una vita che non vogliamo vivere, pur non sapendo più quella che vorremmo vivere.

  10. guido mura ha detto:

    In realtà il pc dovrebbe essere un’estensione delle nostre abilità, e spesso è così; però si presta anche a un rapporto malato, sostitutivo della vita e dei sentimenti reali. E’ chiaro che, se non si sta bene con noi stessi e con il mondo che ci circonda, ogni strumento, anche interattivo, diventa semplicemente un tentativo di evasione nel diverso.

  11. Wolfghost ha detto:

    😮 ma… è finito così? Senza averci svelato cos’era quell’odore che gli aleggiava intorno? 😀
    Il colpo di scena, quello che spezza una vita qualunque ed anzi un po’ dimessa, è davvero ben riuscito! Qualcosa che colpisce perché… potrebbe succedere a chiunque :-/

  12. lillopercaso ha detto:

    L’odore, che rovina le belle storie d’amore della pagina precedente, è anche quello che ci fa innamorare; il linguaggio chimico è duro a morire nonostante le barricate di monitor e schermi.
    Ma l’animale uomo interviene pesantemente sul suo ambiente, no? e i suoi codici, e di tutto fa strumento. Bene. Il “Puzzo, dunque sono” di Deorgreine lo trovo un’interpretazione perfetta.
    Riguardo alla noia.. povero Gaetano, andava salvato fin da bambino!

  13. Lillolillopercaso ha detto:

    Bella bella. Altro che storie gotiche e fogliettoni.
    Ben ritrovato

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