Primo Levi e gli europei

Primo Levi - Se questo è un uomo

Se questo è un uomo è un breve testo, forte di una classica compostezza, in cui l’orrore filosofico non scade mai in orrore grandguignolesco, anche se l’argomento si sarebbe prestato a esasperazioni e improvvisazioni di tono romantico, del genere in cui Victor Hugo era maestro.
L’adesione alla realtà e alla semplice forza dell’esperienza, in cui la parte psicologica prevale sui puri fatti, conserva a questa cronaca la grandezza di una visione superiore, capace di considerare dall’alto le piccole e grandi miserie della devastazione quotidiana.
Oggetto della narrazione è la reificazione dell’uomo e non la minuta descrizione delle sue sofferenze fisiche. La riduzione dell’uomo a oggetto appare alla fine molto più spaventosa dei tormenti materiali, che altri scrittori di vicende carcerarie rappresentano in modo così dettagliato da far sospettare un intimo inconfessato compiacimento.

La tregua è invece un’opera che, pur essendo una sorta di prosecuzione del più celebre testo di Levi, non può essere valutata con lo stesso metro del primo diario, perché è cosa del tutto diversa. Se il primo è racconto filosofico, per tanti aspetti superiore a tante storie di reclusione non infrequenti nella tradizione letteraria, la seconda è un esempio di romanzo picaresco dei nostri tempi, in cui il senso della misura e l’esposizione di un universo tragico che incombe su ogni esperienza privata si sbriciolano in una serie di episodi, spesso confinanti col macchiettismo, per l’apparire di un registro grottesco che si esplicita nelle rappresentazioni di personaggi deformati da una realtà instabile e troppo umana, anche in senso deteriore. La tregua è un viaggio in un’Europa che non c’è più, ma che potrebbe tornare, come un incubo, e racconta storie di europei e di italiani che, anche questi, non ci sono più (ma ne siamo ben sicuri?).

Qualunque sia la percezione del valore letterario dei due scritti, un lettore del nostro tempo può comunque evidenziare, sia nel primo classico resoconto, che nella sua avventurosa e pittoresca continuazione, un limite ben preciso. Entrambe le opere esprimono infatti un pensare per categorie, in cui si manifesta l’adattarsi agli stereotipi radicati nel tempo in cui Levi viveva, ma attivi anche oggi: stereotipi legati alle figure, scolpite nella conoscenza nazional-popolare, rappresentative dei caratteri nazionali. La generalizzazione di modi di pensare e comportamenti, per lo più negativi, attribuiti ai diversi popoli è il portato di secoli di conoscenza parziale e di scontri culturali e politici, che generano anche oggi sostanziali difficoltà, nel momento in cui gli europei vivono un difficile processo di integrazione.

Il sospetto con cui i tedeschi considerano i popoli dell’Europa mediterranea, la scherzosa e superiore condiscendenza che conduce i francesi a dire che “les italiens sont toujours les italiens” non sono forse lo sviluppo più recente di un modo di sentire che privilegia i cosiddetti caratteri nazionali rispetto alla valutazione dei singoli individui?
In questo contesto, quanto fa bene alla volontà di integrazione europea degli italiani sentire Crozza che, nelle vesti di Napolitano, attacca a suo modo (piuttosto rozzamente), nel suo show televisivo, la pretesa germanizzazione dell’Italia?
Se questo fosse vero, perché mai un recente (24-11-2011) sondaggio sul sito del Corriere della sera attesta che la maggior parte dei lettori (63%) sostiene, contro valanghe di opinionisti, che Angela Merkel ha ragione nel mantenere la sua linea e nel sostenere l’unione fiscale in luogo degli eurobond?
Ci sono forse finalmente tanti italiani che non vogliono più saperne di fare gli italiani e vogliono diventare compiutamente europei?

Ho divagato, lo so. Ma è proprio questo che rende il blog prodotto spontaneo e libero, altrimenti basterebbe scrivere un bell’articolo in una delle tante riviste accademiche. Quelle almeno che ancora resistono al dilagare della produzione digitale.

Annunci

Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
Questa voce è stata pubblicata in commenti, letteratura e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

16 risposte a Primo Levi e gli europei

  1. fruttacandita ha detto:

    Il testi di Primo Levi li ho letti una sola volta. E’ stato sufficiente per scolpirli nella memoria senza la necessità di andare a riprenderli in mano. Ho studiato letteratura tedesca, storia e storiografia tedesca, scoprire che gli intellettuali spinsero una nazione intera a pensare di essere superiore al resto del mondo è stata una rivelazione incomprensibile. Il mio sogno ricorrente è quello di venire inseguita dai tedeschi che vogliono schiacciare la mia dignità. non c’è bisogno di appartenere a una religione diversa da quella cristiana per riconoscere l’abominio che hanno creato (e parte tutto dagli intellettuali!).
    Sono una persona onesta che sa cosa è bene e cosa è male. So che ci sono tante altre persone come me e meglio di me nel mondo, non sempre prevale l’odio e l’ignoranza, non sempre prevalgono gli interessi e i soldi. non sempre,

    • guido mura ha detto:

      Il tuo sogno ricorrente, Frutta, è segno che i fantasmi ancora girano per l’Europa. Finché non riusciremo a esorcizzarli, potrà ricrearsi quello che è il mio incubo, il nazionalismo, in cui c’è sempre un qualche malvagio straniero da combattere, quello che è tanto diverso da noi e che ci vuole asservire. L’idea di Europa è nata per garantire che questo non possa più succedere, ma i politici europei degli ultimi decenni hanno fatto troppo poco perché si realizzasse un’integrazione tra le culture, in cui cadessero le maschere e riapparissero gli individui. Purtroppo gli europei ancora non esistono, ma in realtà, se ci pensiamo bene, neppure gli italiani.

  2. melogrande ha detto:

    E’ passato tanto tempo da quando ho letto i libri di cui parli.
    Ricordo di aver pensato che fosse proprio il tono pacato, il descrivere senza esasperare i toni a rendere la testimonianza così terribilmente efficace.
    Pregiudizi ?
    Forse, ma alla conclusione di una guerra si può ben capirli.

    Nutro più fiducia di te nelle nuove generazioni. I giovani, o almeno molti di loro, si incontrano, dialogano, si scambiano esperienze. Si “sentono” europei, mal sopportano le grettezze e gli egoismi dei politici nazionali.
    Piano piano, credo, un popolo europeo sta nascendo dal basso.
    Piano piano, anche chi ha responsabilità di governo dovrà prenderne atto.

    • guido mura ha detto:

      La mia speranza, melo, è proprio che il mondo cambi davvero, e che i pregiudizi rimangano confinati alle barzellette. Primo Levi, malgrado l’approccio volutamente scientifico dato alla sua narrazione, era troppo coinvolto negli avvenimenti e, d’altra parte, gli attori che presero parte a quegli stessi avvenimenti erano a loro volta caratterizzati da una maschera e gettati in un microcosmo che faceva emergere gli aspetti più estremi del loro carattere. Allora probabilmente i cosiddetti caratteri nazionali erano molto più evidenti di oggi. Quello che a me spiace è che la cultura di massa del nostro tempo non faccia quasi nulla per superarli. Occorrerebbe un maggiore impegno educativo, nella scuola e nei mass media. Invece, a parte alcune aperture d’élite, episodiche, non vedo molto. I programmi scolastici sono ancora troppo provinciali, su quelli televisivi sarebbe meglio stendere un velo pietoso. Invece è proprio dall’unione educativa che bisognerebbe partire. Per fortuna oggi si viaggia di più, e non solo per disperazione. Ma non si può affidare la costruzione dello spirito europeo solo alla libera iniziativa e all’intelligenza dei singoli.

  3. feritoie ha detto:

    Dopo aver denudato l’umano è necessario del tempo per cantarne le fattezze.

  4. graziagardenia ha detto:

    Raffinata penna la tua, Guido.
    Complimenti da grazia..

  5. m0ra ha detto:

    Mi trovi concorde nel commento in risposta a melo. Manca una sinergia educativa, ogni singola agenzia è sola ad arrangiarsi come può, ma la parcellizzazione disperde parte dell’impegno. Manca -davvero- una cultura forte e mancano gli intellettuali onesti, forti, che facciano da veicoli di diffusione e facilitino la riflessione. Per fortuna oggi si viaggia di più, dici; ma con questi chiardiluna manca anche la materia prima per concedersi un viaggio…

  6. quellidel54 ha detto:

    Escludendo poche e desertiche voci, da troppo tempo dell’auspicata unione europea, chiunque si sente autorizzato a farne ciò che vuole.
    Soprattutto in termini economici e monetari. Come sempre si mira alla “pancia”.
    Semplice e diretta é efficacemente spalmabile sul piatto polpulista e qualunquista.
    Venendo a mancare da troppo voci autorevoli della cultura nazionale, anche qualle che si vorrebbero connotare come europee o comunque transnazionali, non sono che rochi sussuri.
    Quelle che dovrebbero essere le leve di questa unione, come la scuola, la cultura nelle sue più evidenti espressioni, brillano per la loro assenza.
    Alle poche o tante occasioni, non c’é l’educazione alla continuità. E’ vero, si viaggia, ci si trova, ma tutto sembra circoscritto alla bella cartolina con i “Cari saluti da … ”
    Auguro maggior fortuna e soprattutto tenacia a mia figlia, ad esempio. Avrà tempo e spero mezzi per ampliare quel bagaglio che le permetta di definirsi “europea”. A ai tenti che come lei riusciranno finalmente ad imboccare con più serenità quella via.

  7. samothes ha detto:

    Penso che i disperati che arrivano dal mare, cerchino l’Europa e forse loro sono più consapevoli di noi del fatto stesso che un Europa esiste. Culturalmente parlando hai ragione tu, non ci siamo; non la “si sente che c’è” e nessuno fa seriamente nulla perchè ciò avvenga, perchè la dimensione europea entri nelle coscienze. Si sta tutti avvinghiati ai propri piccoli contesti provinciali e si ragiona di conseguenza, anche nella risoluzione dei problemi, anche nel formulare idee di gestione politica. E se non c’è coscienza dell’esistenza di un’organizzazione fra la gente, è un po’ come se questa organizzazione non esistesse, no? Salvo quando qualche direttiva che va a toccare il quotidiano del singolo fa prendere coscienza. Ma è un peccato che avvenga solo in tal senso, che l’esistenza di un organismo fondamentale per gli equilibri dei nostri paesi venga percepita solo come un’altra delle tante forme di burocrazia che ha l’unico scopo di complicare l’esistenza dei singoli. E invece è ben altro, sarebbe ben altro. Ho pensato che non c’è coscienza in tal senso, per un motivo semplice: la Storia non viene percepita come una materia fondamentale, non come andrebbe fatto in maniera estesa e uniforme perlomeno nelle scuole dell’obbligo, ma anche dopo. Non puoi capire le dinamiche attuali se non hai coscienza delle dinamiche passate. E’ una banalità, ma è questo il motivo della situazione attuale, credo. Tu parli non a caso di due testi che fanno prendere coscienza di ciò che è stato e di ciò a cui non bisogna più assolutamente tendere. Parlarne è un passo. Bisognerebbe farne altri.

    • guido mura ha detto:

      Creare una storia e una cultura europee per tutti e insegnarle dovrebbe essere una priorità. A me capita, viaggiando in altri paesi europei, di sentirmi come a casa mia. Ma a quanti succede? Molti si sentono troppo legati alle proprie abitudini, al proprio modo di alimentarsi, di parlare, di comportarsi. Le tradizioni locali dovrebbero essere una ricchezza da utilizzare con intelligenza, anziché una barriera dietro la quale nascondersi per timore degli altri. E’ che per troppi secoli gli altri sono stati i nemici, gli invasori, e questi ricordi etnici è difficile mandarli in pensione.

  8. samothes ha detto:

    Personalmente Guido, se io potessi viaggiare, mi sentirei a casa anche su un treno in perenne movimento. 😛
    Ma sono un caso patologico… è n’altra storia.
    Hai detto una cosa che penso da molto tempo, ovvero che solo attraverso l’apertura al diverso c’è possibilità di crescita. Trincerarsi nel proprio piccolo mondo per evitare l’impegno del confronto, a lungo andare soffoca e fa morire. E mi terrorizza anche solo l’idea; la stessa idea che rassicura i più, a quanto ho visto fin’ora. Io spero con tutto il cuore che vi sia un’inversione di tendenza, che la consapevolezza che l’identità personale o comunitaria passa attraverso l’esperienza dell’altro e non attraverso i tradizionalismi, il routinario sovrapporsi di concetti triti e ritriti e formulati con l’unico scopo di “difendersi dall’esterno”, prenda finalmente piede. Quando si innescano queste dinamiche di “rifiuto e autodifesa fine a se stessa”, l’unico, vero pericolo per noi stessi e per ciò che intendiamo difendere siamo noi.
    Chiudersi al diverso è il modo più efficace per soffocare le ricchezze che abbiamo accumulato anche grazie alle tradizioni, al modo peculiare di essere di ognuno; se non c’è il coraggio del confronto sereno e libero, se non c’è la volontà di interagire, di plasmarsi e lasciarsi plasmare da ciò che è altro da noi, non ci può essere evoluzione. Questo è un fatto che ho visto e vedo nelle realtà in cui ho vissuto e in cui vivo. Questa è forse una delle mie paure: quella di morire anzitempo, ancor prima di esser morta; perchè la chiusura è a questo che porta.

    • guido mura ha detto:

      Se si conosce solo la vita del pollaio, il pollaio sembra il migliore dei mondi possibili. Forse le galline, se volessero, potrebbero diventare aquile. E ci risiamo, con la paura di volare!

  9. samothes ha detto:

    Già…volare…sempre lì si torna…
    La paura… a volte non si può volare perchè non si ha lo spazio per farlo. Perchè per prendere quota ci vuole coraggio, ma anche un buon punto da dove lanciarsi. Non si può volare in mezzo alla sterpaglia… in mezzo alla sterpaglia si può solo pedonare, o razzolare. Bisognerebbe poter prendere un aereo. 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...