L’organizzatrice – Pt. 2

guanti nell'oscurità

La stanza D3 era l’ultima del reparto e in quella stanza le fu attribuito l’ultimo dei quattro letti, vicino alla finestra, che dava su un piccolo parco giochi. Era la stanza della decrepitezza. Nei tre letti già occupati due pazienti avevano superato i novant’anni. La meno anziana e più vivace delle degenti era comunque ultraottantenne; malgrado l’età avanzata, era molto attiva e svolgeva addirittura attività di volontariato.
Passarono due lunghe giornate, in attesa dell’inevitabile intervento programmato per ripristinare la funzionalità dell’arto. La mattina del terzo giorno finalmente la giovane entrò in sala operatoria, dove uno dei chirurghi di turno risistemò le sue ossa secondo le tecniche più aggiornate.
Ora iniziava il periodo critico postoperatorio, caratterizzato da febbre, flebo, morfina per attenuare il dolore, limitata mobilità del braccio.
Nel frattempo, gli ospiti della camera erano mutati e l’età media si abbassò drasticamente, con l’ingresso di una ventenne caduta da un motorino, che riceveva visitatori della sua stessa età.
Alla fine, libera dalle sacche delle flebo e dell’antidolorifico, con il braccio ancora pressoché immobilizzato, in attesa degli ultimi controlli e della fisioterapia, a Lina non rimaneva altro da fare che leggere qualcosa, guardare la televisione con tutti i suoi limiti tecnici o vagare per l’ospedale, dove il tempo sembrava non passare mai.
All’inizio si mise a passeggiare, con la sua camminata ancora incerta, nel corridoio del reparto; poi iniziò l’esplorazione della struttura, in cui i corridoi s’inseguivano, illuminati dall’alto da plafoniere quadrate, con una grata che lasciava indovinare lunghi tubi che emanavano una gelida luce al neon.
Un solo corridoio era scarsamente illuminato e le porte che vi si affacciavano erano tutte chiuse, tranne una, che nella generale penombra appariva come una macchia di luce. Avvicinandosi lentamente a quel bagliore, Lina fu colta da una strana irrequietezza, come se entrare in quella zona scura dell’ospedale significasse accostarsi a un mondo insidioso e inquietante. Una musica antica s’insinuò nella sua testa e finì per divenire dominante, mascherando ogni suo precedente pensiero. Passando davanti alla luce, vide che si trattava di un locale per il bagno assistito, la cui porta scorrevole era stata lasciata aperta. Al centro della stanza si notava immediatamente una vasca bianca, così luminosa da parere irreale. Non era vuota, ma sembrava contenere una forma grigiastra e, soprattutto, qualcosa di scuro poggiava su uno dei bordi. Lina non riuscì a mettere subito a fuoco l’immagine, ma quando ci riuscì si accorse che dalla vasca emergevano due mani che parevano artigli, rugose come le zampe di un’aquila.
La cosa più strana erano i contorni, di una nebbiosa luminosità, delle mani e delle braccia che si perdevano in un insieme offuscato e indistinto, che s’indovinava all’interno del candido contenitore.
Nello stesso tempo, il richiamo oscuro che quell’immagine emanava impediva che lo sguardo se ne distaccasse.
Ed ecco che, dall’insieme nerastro che giaceva nella vasca, emerse con enorme lentezza un viso cadaverico, con due occhi enormi, chiari e acquosi, il cui sguardo sembrava provenire da universi lontani.
La cosa guardava proprio Lina e stranamente, dopo qualche strano gorgoglio, incominciò a parlare con voce cupa e lontana:
« È cominciata la festa? »
Queste furono le parole che disse: una domanda, forse indirizzata alla giovane che era venuta per qualche strano motivo a trovarla in quel corridoio buio e deserto, o forse rivolta al mondo, all’insieme delle persone comuni, che quel corridoio non percorrevano abitualmente.
Lina rimase per qualche secondo interdetta, ma quando vide che la figura grigia, facendo forza sulle braccia da cadavere, cercava di uscire dalla vasca, sempre guardando nella sua direzione, riuscì a scuotersi e a indietreggiare, per iniziare poi una fuga precipitosa, tenendo fermo il braccio ferito e dolente con quello buono, in una corsa affannosa verso la luce, verso la gente della sua camerata, cercando protezione nella normalità, lontano dall’incubo. Mentre correva e ansimava, sentiva dietro di sé il rumore di un passo strascicato, accompagnato da un barbugliare incessante e sconclusionato, rumori che cessarono soltanto quando ebbe raggiunto le zone illuminate dell’ospedale.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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16 risposte a L’organizzatrice – Pt. 2

  1. deorgreine ha detto:

    Penso che la festa cominci adesso…. col seguito del racconto. Vero Guido? Bello!!

    • guido mura ha detto:

      In realtà gli sviluppi potrebbero andare in due diverse direzioni, deorgreine, ma non ho ancora deciso. La storia mi è venuta in mente vedendo due guanti abbandonati su una vasca del bagno nell’ospedale che ho frequentato alla fine di dicembre, ma devo ancora scrivere la fine, spero per la prossima settimana,
      Ciao

  2. melogrande ha detto:

    L’ atmosfera è perfetta, nell’ ambente ospedaliero descritto in modo davvero realistico (purtroppo sono davvero così…), entra un elemento alieno, che spesso è il tuo “marchio di fabbrica”.
    Sono curioso di vedere cosa salta fuori (non dalla vasca, dal racconto, si capisce;-) ).

    • guido mura ha detto:

      Pensa, melo, che un tempo odiavo le storie di ospedale: Ma ora, dopo averne vissute un po’, comincio a capire perché i narratori amino le dinamiche di quei sistemi chiusi, di quelle realtà strutturate e di grande efficacia drammatica. E allora, perché non infilarci dentro un’umanissima, angosciosa ghost story?

  3. saonda ha detto:

    Ciao guido! Per ora è solo per dirti Buon Annno a te e ai tuoi: ti faccio sapere dove sarò su wordpress…

  4. saonda ha detto:

    Guido, ero senza occhiali e ho scritto il tuo nome minuscolo, scusa,,,

  5. cristinabove ha detto:

    ho letto il primo e adesso questo capitolo nosocomico…
    naturalmente avvinta dalla tua narrazione.
    e ora che sono stata catturata, non mi resta che attendere il prosieguo.
    Buon anno, Guido, tanti auguri.

  6. stefano re ha detto:

    Beh, tanto di cappello… e resto curioso!
    Stefano

  7. guido mura ha detto:

    Insomma, devo proprio darmi da fare per concluderlo!

  8. wolfghost ha detto:

    Accidenti! Direi proprio che la realtà è terminata ed ora inizia la fantasia che ha molto del genere horror! 😀
    Davvero inquietante! 😉
    Aspettiamo il seguito…

  9. guido mura ha detto:

    L’orrore nasce sempre dalla realtà, Wolf, e non dobbiamo dimenticare che i fantasmi, prima, erano uomini. Poi, sotto Natale, un po’ di fantasia non guasta.

  10. m0ra ha detto:

    Oggesù, pensavo che quella nella vasca fosse una partoriente che stava dando alla luce il figlio col parto in acqua. Immagina quanti fantasmi possano esserci nelle sale parto degli ospedali…
    Non conosco il tuo stile, Guido, perchè mi approccio da pochissimo ai tuoi scritti, ma a me mostri e fantasmi piacciono un sacco. Se Melo dici che stai partendo per la strada giusta, sto qui ad aspettare pronta con la candela accesa 🙂

    • guido mura ha detto:

      Ho scritto qualche breve saggio, Mora, occupandomi negli ultimi anni di Umberto Saba, Giani Stuparich e della letteratura fantastica in Italia. Non conosco nemmeno io il mio stile, se esiste. Scrivo seguendo le mie sensazioni, che a volte mi portano verso soluzioni realistiche, a volte mi spingono nell’area del fantastico (cioè verso una realtà impossibile). Molti sono gli scrittori che ho trovato congeniali: Henry James, Landolfi, Bontempelli, Maupassant, Virginia Woolf, Cehov, Simenon, Hoffmann, Beckett, Mark Twain; è grazie a loro che è nato il mio desiderio di raccontare fatti veri o immaginari, sperimentando la corda drammatica e quella grottesca. Tra un raccontino da blog e una ghost story, spero di riuscire a portare avanti anche i miei progetti narrativi più consistenti, che cominciano a prendere forma, ma non so se riuscirò mai a concludere.

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