L’organizzatrice – Pt. 3

organizzatrice

Le ospiti della camera rimasero sgomente nel vedere il suo stato. Terrorizzata e col fiato corto, Lina si gettò su una sedia, senza nemmeno raggiungere il letto. Una delle altre degenti suonò il campanello per chiamare l’infermiera, che arrivò qualche minuto dopo.
« C’è qualcosa che mi segue, una morta: non fatela entrare! » disse Lina alla ragazza, una brunetta dal viso regolare e dallo sguardo attento ».
« Mi spieghi meglio: qualcosa o qualcuno? ».
« Non lo so, non lo so! ».
La faccenda andava colorandosi di giallo e la brunetta capì che per risolverla sarebbe stato meglio chiamare qualcuno più qualificato.
« Vado a chiamare la caposala ».
La caposala, più anziana e decisa, arrivò velocemente. Ma insieme a lei entrò anche il fidanzato della ragazza, un uomo sui venticinque anni, con una barbetta nera e due piccoli occhi penetranti.
L’interrogatorio continuò, mentre Lina incominciava a sentirsi rinfrancata per la presenza di tante persone reali intorno a lei. Ora era la caposala a gestire la situazione. Il suo camice bianco, su pantaloni dello stesso colore, era aperto e mostrava una maglietta chiara a righe orizzontali. Il taglio corto dei capelli le dava un’aria sbarazzina, che alleggeriva la gravità dei suoi compiti.
« Era una cosa o una persona? ».
« La faccia era… di donna ».
« Dove l’ha vista? ».
« Nel corridoio scuro, in un bagno, nella vasca da bagno ».
Sì, era vero, un corridoio scuro esisteva, e anche un bagno, ma era stato abbandonato e non disponeva nemmeno di riscaldamento. Dunque la ragazza si era avventurata fin là e aveva avuto un’apparizione, cosa comprensibile, dopo un’operazione lunga e impegnativa come quella cui era stata sottoposta.
« Quello spazio è utilizzato solo come ripostiglio: ci teniamo le padelle vecchie e tutte le attrezzature che non usiamo più, ma che non si possono ancora buttare; nessuno va a farsi il bagno là, da tanto tempo, almeno da quando la signora Toti… ma questa è un’altra storia.
E questa donna le ha parlato? ».
« Sì, ha chiesto se era cominciata la festa ».
La caposala e l’infermiera si guardarono.
« E le ha detto altro? ».
« Sì, parlava, ma diceva cose senza senso, suoni in qualche, in una lingua sconosciuta ».
Cercò di riprodurre i suoni, che sembravano appartenere a una favella incomprensibile.
« È gaelico » sentenziò il giovanotto. Secondo lui, quella cosa nella vasca doveva essere il diavolo, perché si sa che il diavolo ha una certa predilezione per le lingue antiche o morte, ma, se proprio deve scegliere, parla sicuramente in gaelico.
Ma le infermiere avevano un altro sospetto.
La caposala capì che prima di tutto doveva tranquillizzare Nina ed evitare che la notizia di un’apparizione inspiegabile e della probabile presenza di un fantasma in ospedale si diffondesse.
« A volte si hanno fenomeni di questo tipo, apparizioni, percezione di rumori e cose di questo genere dopo un’operazione, per qualche giorno » disse a Nina.
« Comunque adesso andremo a visitare quel corridoio, insieme a Francesca » e indicò la giovane infermiera bruna « e vedrà che non troveremo nessuno ».
Nina non voleva tornare ad affrontare l’inspiegabile, ma alla fine, un po’ perché adesso nemmeno lei era certissima della realtà dell’apparizione, un po’ perché la curiosità di rivedere quel posto era forte, si lasciò convincere.
Dopo qualche giro, arrivarono nell’ala scura, e la caposala alzò il pulsante generale nel quadro elettrico. Subito le luci dell’intera zona incominciarono a lampeggiare, finché non rimasero stabilmente accese. Il corridoio ora sembrava tranquillo e normale, come gli altri dell’ospedale. L’unica sensazione particolare che si provava nel percorrerlo era un forte odore di muffa, come quello che si sente nei piani bassi delle antiche case non ristrutturate.
Arrivarono presto davanti al bagno in cui si era materializzata la figura della vecchia.
« Venga, guardi, non abbia paura ».
Come Lina si avvicinò, si vide chiaramente la vasca vuota e completamente asciutta.
« Vede? Sono quelli, che ha visto ».
Appoggiati sul bordo della vasca, si ergevano due guanti, del genere che viene usato per le pulizie; più che appoggiati, sembravano aggrappati, come le mani adunche e rattrappite di una vecchia che si reggesse ai bordi del vascone per alzarsi.
« Sono giallastri e rugosi, sì, come la pelle di una vecchia, ma sono pur sempre guanti, guanti, non artigli ».
« Ma io ho visto proprio una faccia disse Lina e quella faccia parlava, anche ».
Si fermò d’improvviso nel parlare e guardò la caposala, pensando che la prendesse per matta;
invece la donna fece una strana faccia e disse: « Ha visto anche lei, ora non c’è niente. Non abbiamo mai trovato niente. » Poi le parlò a voce bassa: « Se vuole sapere qualcosa di più la faccio parlare con Tonio ».
Tonio era l’infermiere anziano, un tipo un po’ rustico, coi capelli brizzolati sin dall’età giovanile e con strani interessi. Voleva fare il medico, da giovane, e aveva anche dato alcuni esami, ma poi aveva dovuto abbandonare gli studi per motivi economici, ripiegando su una posizione subalterna. Per il suo carattere spigoloso aveva fatto una lunga carriera da isolato, con poche progressioni. Ma, d’altra parte, alla carriera non teneva. Nel suo tempo libero si occupava piuttosto di storie e leggende, religioni alternative e fantascienza; aveva un’ottima memoria e veniva spesso utilizzato come archivio umano di persone e fatti. Il suo peggior difetto era però la mancanza di spirito, cosa che lo aveva inesorabilmente allontanato dalle compagnie femminili, che pure nel suo ambiente erano tante e spesso disponibili. Si era convinto che le infermiere, in genere, prediligessero i dottori e, di conseguenza, aveva sempre preferito evitarle, per evitare ferite alla sua suscettibilità, che era notevole.
Fu necessario attendere una mezz’ora, perché l’uomo non si trovava. Era andato a portare le cartelle cliniche in archivio e forse si era fermato a prendere un caffè a un distributore, uno dei pochi funzionanti. Alla fine riapparve e fu immediatamente messo al corrente dello strano incontro di Lina. La caposala si dileguò, per tornare alle sue incombenze, e lasciò l’infermiere e la giovane convalescente in uno dei salottini che venivano utilizzati per la conversazione tra i parenti e i degenti in via di guarigione o ancora in attesa d’intervento.
Tonio fece alcune domande alla giovane paziente, per capire meglio le circostanze della sua disavventura, poi iniziò a esporre quelle che erano le sue conclusioni.
« Negli ospedali dovrebbe essere dominante la razionalità scientifica » disse « ma non è raro il caso in cui si verifichino fatti eccezionali e inspiegabili, che di razionale hanno ben poco. Questo avviene probabilmente perché, in luoghi come questi, la vita e la morte s’incontrano e spesso si affiancano, camminando di pari passo, e, se qualcosa rimane dell’uomo dopo la sua morte, tende a non allontanarsi dal luogo in cui la vita se n’è andata ».
« Voi dunque credete ai fantasmi? » Fece Lina.
« In genere no; penso che siano casi rarissimi, quelli di veri fantasmi, dico. Di solito qualcuno ha una visione perché gli abbiamo somministrato un farmaco che può provocarla, o per lo meno favorirla. Si smette di assumere il farmaco e tutto finisce lì, anche se a volte gli effetti durano ancora per qualche giorno, anche dopo la dimissione. Ci sono state pazienti (erano quasi sempre donne), che sono tornate qua terrorizzate a parlare coi medici di reparto, perché avevano avuto sensazioni di OBE o proiezione, di uscita dal corpo, voglio dire, o perché vedevano cose e persone inesistenti ».
« La mia è stata un’allucinazione, dunque? Ma a me sembra proprio di averla vista quella donna e di aver visto quelle mani livide, così vere… ».
Tonio stette per un attimo in silenzio, poi si avvicinò a Lina e proseguì, serissimo:
« Forse lei ha visto davvero qualcosa.
A dire il vero, sembra che noi un fantasma ce l’abbiamo davvero; ma non lo racconti in giro. Credo che ci prenderebbero tutti per matti e l’ospedale ne avrebbe una pessima pubblicità. E noi vogliamo continuare a lavorare, mi creda, ora che non ci consentono nemmeno più di andare in pensione ».
L’uomo volse gli occhi grigi verso la finestra, come se volesse trarre ispirazione dal cielo garbatamente triste che pendeva là sopra, poi continuò:
« Qualche volta accadono fatti che nessuno può prevedere, eppure capitano, così, senza volere. A volte c’è una concatenazione di fatti, o caso, destino, provvidenza, cattiva sorte. Non ci si può fare niente. Tutto capita come deve accadere.
La signora Todi… Era ancora una bella donna, la prima volta che venne qui da noi, più di vent’anni fa. Anzi sono esattamente… ventitré anni. Si era fratturata un braccio, cadendo malamente da una scala. Si era dovuta effettuare la riduzione cruenta della frattura, sì, un intervento. Poi era rimasta qui in ospedale per qualche giorno.
Aveva avuto delle visioni durante l’anestesia e in parte le ricordava. Era una spiritualista, credeva fermamente nell’esistenza di una realtà parallela e quella sua esperienza operatoria le aveva confermato quello in cui credeva. Era molto simpatica e aveva fatto amicizia con tutti, anche con quelli come me che non sono molto espansivi. La ricordavamo tutti come una presenza piacevole e siamo rimasti sorpresi quando ce la siamo ritrovata, tredici anni dopo, con un’altra frattura.
Non è infrequente che le stesse persone siano soggette nel corso degli anni a diverse cadute più o meno rovinose. La conformazione fisica poco elastica, lo scarso senso dell’equilibrio sono elementi favorevoli al cadere. A questi fattori si aggiungono l’instabilità psicologica dovuta a nervosismo e
a preoccupazioni eccessive, che accentuano l’incapacità di porgere attenzione all’ambiente e di essere prudenti nel compiere i movimenti. Tutti questi fattori congiuravano nel condannare la signora a diventare nostra cliente fissa.
Nella sua seconda comparsa, la signora appariva molto invecchiata: aveva già delle grosse borse olivastre sotto gli occhi e i capelli sottili e tinti di biondo, disordinati e vaporosi, così da essere simili a un’aureola o a una criniera ».
« E non aveva avuto visioni, come la prima volta? ».
« In ospedale non credo, ma ormai sembrava che il rapporto con un mondo alternativo le fosse abituale ».
« E anche questa volta guarì? ».
« Certo, ma incredibilmente ritornò. Molto più vecchia, ma ancora tenuta in forza da una grande energia nervosa. La terza caduta era stata molto più grave delle altre due e la signora si era fratturata il femore della gamba… Mi pare fosse la sinistra. Era stata operata, poco prima di Natale, e girava in carrozzella, dandosi un gran da fare. Aveva preparato la festa di Natale, con i volontari, le infermiere e le altre ricoverate, e ci teneva moltissimo. Il Natale, per lei che aveva dedicato tutta la sua vita alla famiglia, a quella famiglia che si era dissolta dopo la morte del marito, con la diaspora dei due figli, uno finito in Francia, l’altra addirittura negli Stati Uniti, era un’occasione importante per recuperare i suoi contatti umani. La caduta non le aveva consentito di viaggiare ed era rimasta sola, in quell’ospedale dove tante persone la conoscevano e che in qualche modo sostituivano la sua famiglia assente.
Invece il destino ha fatto in modo… Insomma. Poiché non poteva camminare, veniva portata da un’infermiera nella vasca, dove le veniva effettuata una pulizia meno sommaria di quella che si poteva eseguire stando a letto. La vigilia di Natale l’infermiera l’ha condotta nel bagno assistito e ha incominciato le operazioni, ma proprio in quel momento ha ricevuto una chiamata sul cellulare. Le riferivano che suo figlio aveva avuto un grave incidente e che era in pericolo di vita. In quel momento la donna ha perso la testa e si è dimenticata completamente della povera ricoverata.
La signora Todi, sentendosi abbandonata e senza potersi muovere, si è agitata e il suo cuore ha cominciato a battere in maniera irregolare. Ha avuto un malore, proprio nella vasca da bagno, e quando qualcuno si è ricordato di lei era troppo tardi e non c’è stato niente da fare.
A Natale non c’è arrivata; ma nella sua esperienza rimaneva qualcosa d’irrisolto. Per questo torna qui tutti gli anni, per godersi la festa che aveva contribuito ad organizzare. E nei giorni prima di Natale capita che qualcuno la veda o senta una voce parlare, anche quando non c’è nessuno.
Dall’anno della sua morte quell’ala dell’ospedale è stata per così dire dismessa. Ufficialmente è in ristrutturazione e in quello spazio dovrebbe nascere un altro reparto, dedicato a cure innovative per pazienti di lunga degenza. Ma i fondi non sono mai arrivati e, a dire il vero, qualcuno è convinto che sia meglio così. Molti hanno paura a entrare in quel corridoio, soprattutto di notte. Sa? Troppa gente ha paura dei fantasmi ».

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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17 risposte a L’organizzatrice – Pt. 3

  1. samothes ha detto:

    Che meraviglia!!Mi sono divertita moltissimo a leggerti! Moltissimo! Grazie!
    Io non ho paura dei fantasmi… mi pare più ragionevole avere paura dei vivi, a volte. 🙂
    SAM

  2. Lillolillopercaso ha detto:

    Se capito in quell’ospedale, gliela organizzo io, una festa, a quella povera signora Todi!

  3. guido mura ha detto:

    Ciao, Sam, io invece ho faticato moltissimo a completare questo racconto, che è una delle mie poche vere ghost stories, per giunta di ambientazione contemporanea e ispirata alle mie recenti frequentazioni ospedaliere. A dire il vero, sto dedicando più tempo ai miei testi più impegnati d’impianto realistico, che però scrivo con grande lentezza. L’organizzatrice vuole essere un classico racconto di Natale, in cui mi sono interessato soprattutto del lato umano dei personaggi, fantasmi o no che fossero.

  4. samothes ha detto:

    Se scrivi con lentezza, vuol dire che serve lentezza.
    Il lato umano, sì…quello il più delle volte viene relegato da qualche parte e lui se ne sta lì, come un fantasma in una vasca da bagno di un corridoio buio d’ospedale. E tutti lo temono, perchè è scomodo, perchè riguarda il buio, l’orrore per i fantasmi… i propri di solito.
    SAM

    • guido mura ha detto:

      Penso, Sam, all’assurdo di una struttura regolata scientificamente, che non prevede alcun cedimento al lato umano della vita, come l’ospedale o il lager, in cui paradossalmente l’imprevisto irrompe, con la persistenza della coscienza umana nella vecchia “organizzatrice”, in cui l’impulso a organizzare e a stabilire rapporti umani trascende i limiti della vita e della scienza; oppure, nel caso del lager, una modifica dell’avvenimento storico, l’imprevista ritirata tedesca, che conduce alla morte i sani (Se questo è un uomo – La tregua) e consente di ottenere la (provvisoria) salvezza a una parte degli ammalati, abbandonati dagli stessi carcerieri.

  5. melogrande ha detto:

    Avrai fatto fatica, ma non si vede, la storia fluisce bene e la conclusione è armoniosa.
    Le storie “gotiche”, ai confini del soprannaturale e della paura ti riescono particolarmente bene, se posso dire.
    Rassegnati…

    • guido mura ha detto:

      Prometto che non abbandonerò il genere gotico-fantastico, Melo, anche perché ho iniziato da tempo altri quattro o cinque racconti di questo tipo e sono in attesa della stampa definitiva del mio saggettino sul fantastico. Inoltre, il racconto di genere mi serve anche per sperimentare con comodità diverse modalità espressive. Ad esempio, in questo racconto, c’è un bel po’ di discorso diretto, che non appariva nei miei primi brani. Ero un po’ come Lovecraft, che il discorso diretto lo odiava, tanto che gli riusciva particolarmente male. Comunque il “gotico” non rappresenta tutte le mie anime e mi piace inventare qualcosa ogni tanto che sia più direttamente innestato nella realtà contemporanea. Sarà perché sento il bisogno di un buon romanzo che non tratti solo di draghi ed elfi o di squartamenti, come nell’80% della produzione editoriale attuale.

  6. cristinabove ha detto:

    mi aspettavo una fine più “cattiva”
    ma in fondo era una festa di Natale…
    inutile ripetere che sei bravissimo!

  7. guido mura ha detto:

    E’ che in fondo io non sono cattivo e che tutto sommato preferisco Dickens al Grand-Guignol che dilaga in letteratura, al cinema e in tv, anche se, per scherzo, mi sono divertito qualche volta a scrivere qualcosa di grandguignolesco. Insomma, se il lettore vuole vomitare, aiutiamolo pure con un racconto emetico, ma questo non è certamente il fine della letteratura.

  8. wolfghost ha detto:

    Molto, molto bello! Mi piacciono le storie di fantasmi! 😀 Ma… senti un po’… scrivevi qualcosa del tipo che a volte la realtà supera la fantasia… Ok, il primo capitolo, ma adesso si tratta solo di fantasia o… è una “leggenda” che in qualche ospedale si narra veramente? 😮

  9. guido mura ha detto:

    La storia è di pura fantasia, wolf, ed è nata da un paio di guanti visti in ospedale. Appena li ho visti, da lontano, sembravano una persona: solo tornando indietro a controllare ho capito che si trattava semplicemente di guanti. A quel punto, la storia si è raccontata da sola. Potrebbe diventare una bella leggenda metropolitana. Ma si sa che le leggende metropolitane nascono sempre dalla fantasia di qualcuno che le racconta una prima volta, poi si sviluppano e si arricchiscono di particolari. Ho fatto una ricerca su google poco fa e ho scoperto che di leggende su fantasmi in ospedale ce ne sono in abbondanza, ed è naturale, se si considera che negli ospedali la contiguità con la morte è elemento costante. L’ambiente ospedaliero d’altronde è particolarmente favorevole ad acuire la percezione e a stimolare la fantasia e l’uso di farmaci non può che sviluppare e modificare l’attività percettiva.

    • wolfghost ha detto:

      Sono d’accordo, è senz’altro un ambiente che si presta… purtroppo.
      Devo dire che sei davvero bravo a cogliere l’ispirazione dovuta all’osservazione – che ai più sfugge – ed a trasformarla in opera 😉

  10. Frank Spada ha detto:

    Due ombre, appiccicate ai panni di un perturbante diventato sordo a causa del protrarsi di un acuto ronzio di doppie note in testa, strattonano qualcuno da un marciapiedi all’altro per fargli dire sì e no nello stesso tempo, voglio e non voglio nello stesso istante, mentendo e dissimulando meglio di un qualsiasi tourettiano – tanto che un anziano rischia di inciampare sulle proprie orme, ruzzolare a terra ed essere investito in centro strada.
    ps – ogni riferimento a chi ha riaperto il fuoco casualmente, non è altro che l’augurio di Buon 2012 rivolto a un certo diaktoros.

    • guido mura ha detto:

      Hello, Frank, and Happy New Year. M’intriga molto questo straordinario incasinamento di ombre, anziani, note e perturbante. Spero tanto di non inciampare: le orme, si sa, talvolta sono ingombranti.

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