Scrittori e scelte

libri

Si scrive, si scrive, con fatica oppure in modo fluente e logorroico, a volte con ostentazione, in modo volutamente prezioso, spesso oscuro. Se il lettore non capisce, peggio per lui, tanto non volevamo comunicare nulla di fondamentale, oltre l’abilità, anzi la straordinaria bravura, di chi narra o, più spesso, canta, in versi naturalmente, il proprio mondo diverso e superiore, così tormentato e così raffinato, voluttuoso, complesso, che solo lui e pochi eletti sono in grado di capire.
A un certo punto, però, qualunque sia la propria provenienza culturale e ideologica, qualunque sia la propria sensibilità sociale o psicologica, che ci si senta élite o plebe, bisogna scegliere il proprio terreno nella città letteraria: scegliere se diventare Pirandello o Guido Da Verona, Landolfi o Pitigrilli, Verga o Mantegazza, Tarchetti o Salvatore Farina, Virginia Woolf o Elinor Glyn, Beckett o Carolina Invernizio, Conrad o Salgari.
Fondamentale è l’autenticità, che non è di per sé garanzia di un elevato livello di capacità rappresentativa, ma costituisce sicuramente l’elemento per cui un abile scrittore può diventare anche artista. La complessità della scrittura non è invece fondamentale.
A volte nulla è complesso come le scritture semplici. Comunque, ogni parola ha un’energia incredibile, di cui neppure il suo creatore è consapevole: legandosi ad altre parole costituisce forme costruttive e semantiche, che si sviluppano nel ricevente secondo modalità imprevedibili.
Ma l’energia è maggiore quanto maggiori sono l’autenticità, la corrispondenza tra pensiero e parola prodotta (emessa o creata), autenticità che (quasi sempre) assume anche carattere di originalità. Raramente il mero esercizio stilistico riesce a veicolare una vera ricchezza semiotica, perché questa nasce da una ricchezza emotiva situata all’origine, nell’esperienza di vita reale o spirituale dello scrittore, e non può essere facilmente contraffatta o imitata con semplici artifizi retorici o affidata a una casualità priva di regole interiori. Per questo riteniamo artisti delle lettere Italo Svevo o Albert Camus, malgrado la difficoltosa gestione dello strumento linguistico del primo e la disarmante semplicità sintattica del secondo, mentre non osiamo annoverare tra i grandi della letteratura i dannunziani del primo Novecento o le addolorate scrittrici italiane di romanzi femminili del secondo Novecento, malgrado le indubbie abilità tecniche.
Cosa scegliere, dunque? Spesso non è lo scrittore a scegliere, ma il pubblico (o l’editore), che richiede alcuni prodotti e ne esclude o respinge altri. L’autore può decidere di intraprendere un percorso oscuro, costellato di prodotti impubblicabili anche se di alto livello, o di adeguarsi alle mode, elaborando prodotti destinati all’intrattenimento. Oggi la possibilità di autopubblicazione complica ancor di più il sistema e pone ancor più drammaticamente l’autore davanti al bivio tra arte e non-arte. Come in tutti i momenti di scelta esistenziale, si può anche scegliere di non agire e rinunciare a scrivere, ma sarebbe un po’ come rifiutarsi di vivere.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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27 risposte a Scrittori e scelte

  1. Egle1967 ha detto:

    Tu non smettere di farlo,io ti leggo anche se non commento e così,molti altri qui.difficile e’diventare tutori di se stessi…si cerca di fare il meglio,l’interesse ti porta a trovare delle evoluzioni a percorrere strade nuove ma e’solo con il riscontro di chi ti legge che puoi farti un’idea, una percezione piu’ completa del tuo scrivere . Tu sai che mi diverto a scrivere di cinema e per un po’ di tempo l’ho fatto per una rivista…quando non c’e alcun tipo di relazione tra colui che scrive e colui che legge e’ facile che si sia meno condizionati dalla emotività che ti lega a alla persona che scrive ed allora i giudizi sono molto radicali,puliti,liberi,tecnici ed alcuni professionali . Ma a me interessava venire a contatto con le persone,conoscere le loro idee, conoscere le loro vite ed ho scelto il blog. Dal punto di vista tecnico mi e’stato molto piu’ di aiuto l’anno passato con la rivista …dipende molto da quello che ti interessa di piu’. E sopratutto cercare di ottenerlo con tutte le tue forze. Ciao

    • guido mura ha detto:

      Continuerò, Egle, compatibilmente con gli stimoli della vita, magari tenendo in piedi più filoni. Ma la scelta coinvolge tutti, anche i lettori, che devono scegliere cosa leggere.

  2. poetella ha detto:

    ” Come in tutti i momenti di scelta esistenziale, si può anche scegliere di non agire e rinunciare a scrivere, ma sarebbe un po’ come rifiutarsi di vivere.”

    Ecco. Dunque, impossibile.
    A meno di un generoso suicidio… 😉

  3. melogrande ha detto:

    L’ esercizio stilistico senza autenticità è virtuosismo, si può rimanere un attimo ammirati, ma dopo si passa oltre.
    La semplicità è conquista tutt’ altro che semplice, penso a certi incipit di Hemingway, o alla prosa di Cormac McCartthy che taglia come una lametta. Niente affatto facile, scrivere in quel modo.
    E poi, c’è la capacità di trattare temi grandi ed eterni, la vita, la morte, l’ amore, il dolore, in modo non banale, dicendo cose non scontate là dove tutti hanno detto la loro.
    Questo fa grande uno scrittore, a volte arriva al pubblico, a volte no.
    Poi c’è lo scrivere per mestiere, ma quello è un altro discorso, allora sì che ha senso chiedersi cosa cerca il pubblico.
    Ma è un’ altra cosa.

    • guido mura ha detto:

      Sto cercando da tempo di riflettere sui criteri di valore in letteratura e cerco di costruire un’estetica dell’autenticità, che è un valore che alla fine il pubblico più attento finisce con l’individuare. La critica spesso non rileva questo aspetto, distratta com’è dai valori della realizzazione formale e dall’esibizione di addentellati intellettuali. Così avviene che autori “autentici” siano abbandonati nella palude della letteratura di genere e scrittori abili e di notevole spessore culturale, ma profondamente inautentici, vengano celebrati come supereroi. Dopo varie esperienze di analisi, condotte spero con la massima onestà possibile, devo ammettere che l’approccio critico all’artista è sempre qualcosa di terribilmente complesso e comporta un approfondimento che spesso non si ha nemmeno il tempo materiale per svolgere. Quello che mi pare di poter concludere è che un’indagine limitata all’oggetto (al prodotto intellettuale), come quella proposta una volta dallo strutturalismo puro, non è sufficiente, in quanto lo studio del soggetto risulta fondamentale per la comprensione dello stesso prodotto, come risulta fondamentale lo studio delle relazioni del soggetto produttore con l’ambiente, anche in una prospettiva diacronica.

      • Lillopercaso ha detto:

        Ma tutto questo riguarda la ricerca o lo studio della letteratura, vero? Perché il lettore cerca storie o parole che gli facciano risuonare qualcosa dentro, quale che sia l’autore o la prospettiva. Ogni lettore riscrive quel che legge, penso.

      • guido mura ha detto:

        Ciao, Lillo. Ogni lettore, in parte, ricrea l’opera che legge. Un autore non dovrebbe dimenticare di avere di fronte un lettore umano, che non potrà interpretare in modo univoco quello che legge, per il semplice fatto che ogni singola parola, oltre a un significato generale e condiviso, ha significati aggiuntivi che variano secondo l’esperienza di vita e di pensiero di ciascuno. Comunque, uno scrittore che non si limiti a raccontare meccanicamente, ma che punti su contenuti “umani” e su tecniche narrative che tengano conto della risposta emozionale del lettore, riesce spesso a raggiungere con efficacia i suoi lettori. Che poi faccia o meno arte, lo si vedrà attraverso un’analisi critica, che spesso ha bisogno di alcuni decenni per essere attendibile

  4. wolfghost ha detto:

    Assolutamente d’accordo. Amo la scrittura scorrevole, odio quella troppo ricercata e criptica che richiama lo sforzo enorme – e spesso inutile – del lettore per poi non trasmettere niente o quasi. Un puro esercizio stilistico che lascia il tempo che trova.
    E’ vero: ormai su Internet ci sono tanti esempi, da una parte e dall’altra, ma preferisco citare uno scrittore, tra i tanti famosi, che conosciasmo tutti: Paulo Coelho. I suoi libri mi piacevono molto all’inizio: semplici, diretti, con la capacità – una volta tipica delle “fiabe d’autore” – di trasmettere un profondo significato con una semplicità sorprendente. Ovviamente coloro che si ritenevano “scrittori d’elite” non sopportavano il suo successo, arrivando addirittura a disprezzarne pubblicamente i lettori. Purtroppo anche lui si è poi perso: forse colpito dalle critiche, ha cercato di dimostrare di essere anche lui in grado di scrivere romanzi più complessi… con risultati che, almeno a mio modo di vedere, sono stati molto deludenti.
    Non è più… autentico, per usare le tue parole.

  5. Lillopercaso ha detto:

    Insegnante universitario di letteratura e non solo, bibliotecario, scrittore di saggi.. e chissà che altro. Non devi per forza dipendere dai tuoi racconti e dai tuoi versi, hai la fortuna di potertene infischiare di quel che comperano gli editori. E hai dei lettori affezionatissimi…

    • guido mura ha detto:

      E’ vero, Lillo: non ho bisogno di scrivere per vivere e questo può essere positivo. Ma allo stesso tempo, non avere un direttore di giornale o un editore che ti striglia se non consegni il pezzo in tempo è un incentivo mancato o, meglio, un incoraggiamento alla pigrizia. Il mercato ti condiziona, è vero, ma ti sprona anche a produrre. A me, in fondo, questo stimolo fondamentale manca.

  6. deorgreine ha detto:

    Se non si sa dove andare quando si scrive, mi pare non sia cosa grave, che anche quando si vive, spesso non si sa che pesci pigliare.

    • guido mura ha detto:

      Un eccesso di libertà, deorgreine, finisce per disorientare. Bisogna porsi delle regole, da soli, perché nessuno te le impone, tranne il tuo gusto e la tua sensibilità, e quindi bisogna scegliere.

  7. Briciolanellatte ha detto:

    Scrivere non è mai stata un’attività semplice per un’infinità di ragioni e tutte legate al lungo e a volte tormentato processo di scrittura, dall’ideazione alla concretizzazione dello scritto. E ritengo che la scrittura sia tanto più complicata quanto più appaia al Lettore piana, scorrevole ed efficace. Perché lì vuol dire che il lavoro dell’Autore è stato a monte lungo, raffinato, attento, di cesello, con una ‘lotta’ condotta, corpo a corpo, parola per parola, rigo per rigo. Sottrarre per aggiungere, andare all’essenza per togliere ciò che essenziale non è, il tutto mantenendo spontaneità di stile, coinvolgimento del Lettore e ritmo di azione sul filo sempre teso della trama. No, scrivere non è affatto una cosa semplice.

    • guido mura ha detto:

      Visto così sembra una specie di mission impossible. Sicuramente molti scrittori (il nostro Manzoni è stato un esempio) hanno adottato questo comportamento. Ci sono e ci sono stati però autori baciati dalla fortuna, che sono riusciti a scrivere, di getto, grandi opere, senza doversi nemmeno preoccupare troppo dello stile. Scrittori nati, insomma, come Balzac, che scrivevano per vivere e in cui, miracolosamente, il mestiere è diventato anche arte.

  8. deorgreine ha detto:

    Tu hai perfettamente ragione Guido, lo so che hai ragione. il punto è che per chi ha veramente talento e gli sbocchi giusti vale forse la pena imporsi disciplina e costringersi a un metodo che lo incanali dove vorrebbe andare; per chi ne ha meno è forse meglio fermarsi al piacere di scrivere. L’ambizione, la spinta di fare seriamente qualcosa, poi, trova mille motivi validissimi per venire vanificata; è difficilissimo che uno scritto di uno scrittore sconosciuto venga preso in considerazione, a meno che questo non paghi o non venga portato avanti da qualcuno.
    Questo ho visto e questo mi ha schifato. Quindi, personalmente, preferisco scrivere per il piacere di farlo, libera possibilmente, anche se questo porta a produrre poco, ma quel poco mi basta per farmi sentire bene. Un progetto più convinto non credo faccia per me. Perchè non ci credo a quelli che dicono che se uno scritto vale te lo pubblicano senza sborsare. Non nel nostro Paese. Non ci credo. Cinicamente parlando. 🙂

    • guido mura ha detto:

      Scrivere qualcosa che rimanga, e che non sia la solita rimasticatura delle banalità da bestseller, è sempre un valore. Bisogna scegliere tra la ricerca del consenso immediato e del prevedibile successo commerciale e il piacere di costruire un’opera d’arte, tra una soddisfazione economica e una morale. L’opera commerciale ha spesso un successo effimero, l’opera letteraria dura più a lungo, va al di là della vita dell’autore e spesso viene riconosciuta dopo la sua morte. Gli editori hanno avuto raramente buon fiuto. Tantissime opere letterarie oggi considerate fondamentali sono state rifiutate da qualsiasi editore e pubblicate a spese dell’autore. Non si vede perché gli editori di oggi debbano comportarsi diversamente rispetto a quelli del passato. Un’opera ambigua, dallo stile innovativo o semplicemente non conforme al giusto prevalente, che proponga valori non condivisi, difficilmente sarà presa in considerazione. Molti editori sono al contrario in cerca di autori programmaticamente irriverenti, ironici, eccessivi sotto l’aspetto stilistico e dei contenuti. Spesso l’arte si nasconde in un piano che si colloca in mezzo ai due estremi (ovvio e programmaticamente rivoluzionario) e passa così totalmente inosservata.

  9. deorgreine ha detto:

    Fare arte per amore dell’arte, insomma.. e perchè non se ne può fare a meno. E così?

    • guido mura ha detto:

      Certo, deorgreine, ma senza perdere il senso dell’uomo. Essere autentici significa anche raccontare la propria umanità e quella dei propri personaggi, anche dei fantasmi, che sono stati anche loro uomini e ricordano ancora il proprio dolore e le proprie passioni.

  10. odinokmouse ha detto:

    Parlavo di questo con un’amica che ho scoperto essere scrittrice e mi raccontava, tra le tante cose in merito alla questione, la non sussistenza di relazione alcuna tra la qualità del prodotto e il suo successo commerciale (anzi..), e non mi ha sorpreso perché lo sapevo e così accade in molti ambiti, ma poi ha continuato con valutazioni più interessanti sostenendo che in questo momento si legge volentieri cose leggere e che sollevano l’umore e che la moda è profondamente influenzata dallo stato d’animo delle persone che deriva dal momento che si sta vivendo e che queste cercano adesso nel libro perlopiù un mezzo di evasione dalla realtà che tende a incupire. Ho pensato, ti dirò, al tuo coinvolgete racconto “L’odore” che per quanto abbia apprezzato perché sei un bravissimo scrittore certo consapevole di non lasciare spazio alla moda nella tua creatività, mi ha lasciato un po’ la malinconia di quella vita e forse così non sarebbe stato se l’avessi letto qualche hanno fa sotto il sole dondolato dal beccheggio a prua. Mi piace il tuo scrivere sobrio ed elegante.

    • guido mura ha detto:

      Alla fine ognuno è così com’è. Non ci si può imporre di scrivere come una brillante scrittrice da rotocalco femminile, anche se questo può assicurare buone vendite e tante letture disimpegnate sotto l’ombrellone, come la Settimana enigmistica. Bisogna essere autentici e lasciar emergere il nostro pensiero, le nostre realtà, scrivere di quello che ci opprime, che ci fa star male, come di quello che ci diverte. Alla fine l’autore di maniera diventa stucchevole, lo scrittore autentico riesce sempre a trovare una consonanza con un suo pubblico, piccolo o grande non importa.

    • Lillopercaso ha detto:

      Odino,
      Penso che un po’ la tua amica abbia ragione. Io sono additata come “quella che legge solo storie a lieto fine” -benché non sia proprio così, non più. Vedo però che ciò contraddice quel che ho scritto sopra: che il lettore cerca parole in risonanza con la sua anima, per dirla alla Cesare Pavese, che mi han costretta a leggere a scuola.
      Per quanto riguarda il tuo stato d’animo, senti: leggendo quel racconto di Guido, ho fatto il tuo stesso ragionamento, ma speculare; mi son detta che qualche anno fa non sarei potuta andare oltre le prime righe. Non che ora sia esente dal dolore che ogni vita porta con sé; ma, insomma, quell’odore, nel mio caso mascherato da profumo, magari non è morto, ma ha traslocato.
      Perciò, caro Odino, sta pronto a rialzare le vele.

      • guido mura ha detto:

        Il bello è che anch’io leggevo solo storie a lieto fine. Era uno dei motivi per cui non sopportavo la Storia, quella vera, in cui gli orrori sono spesso superiori a qualsiasi horror. Quando ho iniziato a scrivere racconti, mi sono reso conto che difficilmente la realtà presenta un volto roseo e rassicurante e ho iniziato a raccontare vicende in cui si vive senza paracadute: qualche volta può andar bene, qualche volta male; e sto molto lontano dal moralismo, che nella vita non ha proprio diritto di esistere: non vincono i buoni, ma i fortunati. E poi non sempre i buoni sono veramente buoni e i cattivi veramente cattivi: ci possono essere sempre tante sfumature. Il mondo è descritto meglio con 256 livelli di grigio che in bianco e nero.

  11. ancorapoesia ha detto:

    scrivo perché mi piace farlo
    se a qualcuno piace ciò che scrivo sono contenta
    poter pubblicare è stato casuale
    pubblicare altro credo che lo sarà ancor di più
    ma questa splendida opportunità di dialogare con i lettori, per pochi che siano, è acquisizione recente, e la si deve all’interazione webale.
    e se cade il spario, alla fine, è ben valsa la pena…

    e poi c’è sempre la lettura, il piacere che un’altra mente ti regala in questo mondo virtuale.

    • guido mura ha detto:

      Il piacere di scrivere è fondamentale, ma non può essere disgiunto dalla funzione comunicativa. Non me la sentirei di ridurre la creazione artistica a un mero atto ludico, in emissione e in ricezione. Si tratta in realtà di un’azione complessa, che presenta vari elementi, in particolare l’arricchimento, dovuto a percezione di contenuti, e la gratificazione legata alla percezione estetica e al rapporto comunicativo. La trasmissione via web ha eliminato infine la barriera che si generava tra autore e lettore e probabilmente diventerà la modalità prevalente di pubblicazione di prodotti culturali.

  12. Lillopercaso ha detto:

    Guido, sì, e si deve conoscere le 256 parole per definire queste sfumature, per poterne scegliere magari solo una. Il bravo scrittore.

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