Una vita senza rimorsi – Pt. 2

lago

Trovandomi, a diciott’anni, erede della metà delle proprietà immobiliari di mia madre, cominciai a sentirmi più sicura anche nelle relazioni sociali. Non ero bella, ma vedevo che i maschi mi osservavano con sufficiente interesse. Prima di tutto però dovevo pensare ai miei studi e assicurarmi uno status sociale e un’autonomia economica che non derivasse solo dalle proprietà e dagli investimenti mobiliari.
Stranamente, anche i miei rapporti con mio padre cambiarono, in positivo, anche perché, senza pensarci, cominciai a comportarmi sempre più come un maschio. Davo sempre meno importanza al trucco e all’esteriorità, interessandomi di fatti e progetti concreti. Puntai alla razionalità e al denaro e mi appassionai persino a sport tipicamente maschili, come il calcio e il pugilato, arrivando a seguire gl’incontri in televisione. Mio padre pertanto cominciò a trovare con me straordinari momenti di contatto, come se io in fondo avessi sostituito quel figlio maschio che aveva sempre desiderato.

Avendo deciso di proseguire negli studi, mi orientai verso quelli che assicuravano un maggiore prestigio sociale e garantivano maggiori possibilità di arricchimento. All’epoca, chi manifestava più ambizioni si iscriveva a medicina, facoltà che obbligava a studi lunghi e gravosi, a cui le donne ormai si indirizzavano, essendo capaci di più elevato impegno e trovandosi ad essere meno distratte degli uomini dalla ricerca di un partner. Solo che per lo più sceglievano specializzazioni orientate al mondo femminile, come pediatria o neonatologia. Io scelsi invece una branca del sapere medico che solitamente era riservata ai maschi e mi specializzai in neurologia. Naturalmente, in questa scelta fui condizionata in parte dalle letture di testi e articoli relativi alla patologia che aveva colpito mia madre. Desideravo conoscere tutto quello che era possibile sulle malattie del sistema nervoso, formulare ipotesi sull’eziologia di tanti mali che ancora parevano immotivati e sperimentare terapie innovative. Ero attratta cioè dalla ricerca, anche se poi, come avviene per tanti medici, la clinica finì per prendere il posto della scienza.
Mentre cercavo di farmi strada nella vita, conobbi l’uomo che sarebbe diventato mio marito.
Si chiamava Bruno Scotti e faceva il filosofo. Certamente quella non era una professione: infatti il poveretto non si limitava a pubblicare qualche articolo, mal pagato, in qualche rivista scientifica, ma si era ridotto a insegnare, a tenere a bada orde di ragazzetti prepotenti e spavaldamente ignoranti, che capivano però il senso della vita più di tanti spocchiosissimi docenti universitari.
Lo conobbi negli anni in cui frequentavo il corso di specializzazione in neurologia e imparavo a distinguere gli ammalati veri da quelli immaginari. Bruno apparteneva a quest’ultima categoria. Nervoso e sensibile, soffriva periodicamente di attacchi di panico e cercò di risolvere il suo problema chiedendo un appuntamento al docente della clinica universitaria che frequentavo.
Il professor Scarabuzzi mi chiamò, un pomeriggio, quando il consueto andirivieni si placava e i corridoi diventavano silenziosi.
– Ho un esemplare che desidererei venisse seguito da lei, dottoressa Bonelli: è un caso clinico caratteristico, ma è anche una persona decisamente gradevole, in mezzo ai tanti squinternati che frequentano il nostro istituto.
Ero felice per quell’incarico e non mancai di esternarlo. Scarabuzzi sorrise: era un uomo robusto, di colorito scuro, dallo sguardo acuto, in cui s’inseriva, a volte, una punta d’ironia.
– Dottoressa Nadia, – mi chiamava per nome, quando asseriva di considerare, di me, la parte femminile, al punto di intenerirsi, contrariamente al solito – non è un piacere che le faccio, se lei diventerà una eccellente professionista sarà sicuramente un vantaggio per la società.
Naturalmente non era proprio così, ma non voleva assolutamente mostrare la propria debolezza, quella che lo spingeva, inconsciamente, a preferire come assistenti delle giovani donne, anziché dei giovanotti di buone capacità intellettuali. Non aveva l’abitudine di fare delle avances, ma si sapeva che qualche volta l’iniziativa era stata presa dalle ragazze, con qualche successo.

Comunque, il paziente mi fu affidato e mi resi conto immediatamente che aveva una notevole carenza di autostima, che si trasformava in una profonda sottovalutazione delle sue condizioni fisiche. Nei momenti di maggiore ansia il giovane avvertiva una serie di sintomi che andavano dalla sudorazione al tremore, alla sincope vera e propria. Fisicamente era piuttosto carino e dall’aspetto dolce, ma si capiva che non sapeva instaurare un rapporto con una partner per una patologica mancanza di sicurezza. La causa primaria degli scompensi sembrava essere, come in molti di questi casi, una famiglia oppressiva, che aveva riversato sul figlio troppi desideri e aspettative. Lui era come ossessionato da quel rapporto familiare, che si conservava in un ambiente chiuso all’esterno, verso una società di persone che la famiglia percepiva come estranei, come esseri sostanzialmente malevoli e potenzialmente pericolosi. Bruno non era riuscito a superare la visione asociale di quella famiglia monolitica e dei suoi anomali insegnamenti ed era mio compito liberarlo da quel guscio e accrescere la sua autostima.
Iniziammo a parlare, di cose banali, ma poi via via più considerevoli e intime. Lo spinsi a uscire il più spesso possibile con amici o conoscenti, per brevi percorsi, e qualche volta lo accompagnai io stessa a casa, andando oltre le procedure consentite.
La terapia sembrava avere effetti positivi. Il mio paziente riprese a muoversi in assoluta autonomia
Era in grado di raggiungere la scuola e di far lezione senza dover ricorrere a psicofarmaci e ben presto tornò a una vita almeno apparentemente normale.

Bruno si attaccò a me morbosamente, a mano a mano che si staccava dalla famiglia e che la sua vita iniziava a percorrere binari di rasserenante normalità.
Il giovanotto non si muoveva in un ambiente vuoto, asettico e separato dal resto del mondo, ma nel mondo, riservato e particolare ma ricco di presenze umane, dell’insegnamento. Le uniche persone che frequentava appartenevano a quel mondo e fu appunto in quell’ambito che qualcuno si accorse di lui. Non fu una delle solite colleghe, spocchiose e politicanti, con cui aveva spesso rapporti di incontro-scontro, ma la sorella minore di una delle sue colleghe-amiche.
La ragazza che tentava di accalappiarlo non era una gran bellezza e non potevo biasimarlo se lui tendeva a snobbarla con eleganza. Pur non essendo brutta nella fisionomia, aveva un corpo piuttosto informe. Da dietro pareva un ammasso di culame quasi privo di curve; anche le gambe erano dritte ma cilindriche e un po’ tozze. Sapevo che un eccesso di regolarità può essere valutato come sgradevole nel complesso e spesso erano proprio gli scarti rispetto a una geometria essenziale e tradizionale ad attrarre gli esseri umani; ma un minimo di eleganza e di forma erano pure necessarie. Non era per questo che forma in latino era sinonimo di bellezza e che il termine formosus aveva il significato di bello (cioè ben formato, ben fatto), attribuito a persona, rispetto al più generico e astratto pulcher? Quasi senza accorgermi, cominciai a sentirmi in competizione con la fresca pretendente, passai più tempo davanti allo specchio di quanto non facessi solitamente. Mi trovavo attraente in fondo, soprattutto nel corpo, che era decisamente ben fatto, e decisamente superiore alla ragazzotta che aveva l’ambizione di conquistare il giovane professore.

Non so perché finii con l’affezionarmi anch’io a quello strano soggetto: me lo sono chiesto mille volte. Forse avevo il desiderio di occuparmi di qualcuno che non fosse solamente un paziente e che mi facesse sentire, in qualche misura, superiore: una dispensatrice di gioia e benessere. Forse avrei fatto meglio ad accontentarmi di un cane, o di un gatto, comunque di un piccolo essere da accudire; forse si stava risvegliando in me quel senso materno che era stato schiacciato dall’esperienza distruttiva fatta con mio fratello. Era come se provassi il bisogno di riparare e di ristabilire con un’altra persona quel rapporto fallito e concluso in maniera così irreparabilmente tragica.
Però fu certamente la situazione competitiva che produsse in me il desiderio di prendere possesso del corpo di quell’uomo, così come, in parte, ero riuscita a entrare nella sua anima. Divenne una specie di gioco, in cui la posta era, più che la conquista di un amore, arrivare per primi a impadronirsi di un giocattolo, per affermare la propria forza e dimostrare le proprie capacità.
La mia vittoria si profilò durante una festa, non ricordo bene che cosa si celebrasse, ma probabilmente era una delle tante feste di laurea che fiorivano in quel periodo, in cui una laurea poteva ancora significare un sicuro accesso al mondo del lavoro in una posizione privilegiata, rispetto a chi era riuscito ad assicurarsi solamente un livello d’istruzione da scuola media, primaria o secondaria. Partecipavano amici e parenti, di varie generazioni, e tutti portavano un regalo, dal servizio per scrittoio alla cornice, dall’agenda all’orologio, dai biglietti da visita all’immancabile stilografica.
Mi sembra di ricordare che il festeggiato fosse il fratello della mia amica Laura e che quindi fosse stato lui, o meglio la sorella, ad organizzare quell’occasione mondana, che non aveva nulla di eccezionale, ma era sicuramente meno squallida di tante altre alle quali si era obbligati a partecipare.
Alla festa era presente Bruno, tampinato dalla sua ragazzetta, che lo guardava dal basso verso l’alto lanciandogli occhiate di adorazione. Cercava di coinvolgerlo in un discorso che sfociasse come conseguenza obbligata, ma lui non sembrava collaborare molto, anzi pareva francamente annoiato e incapace di qualunque azione, quindi anche di qualsiasi mossa che in qualche modo potesse comprometterlo.
Approfittando di un momento di allontanamento del suo angelo custode, lo bloccai, offrendogli una scialuppa di salvataggio.
– Vieni, ti porto a fare un giro, così almeno potrai respirare.
– Un giro ma dove?
– Qui intorno, io la conosco bene questa casa.
Era vero, avevo passato intere serate in quella villetta, ricca di anfratti e zone misteriose, introdotta alla conoscenza dei segreti del luogo dalla sua padrona. E sapevo muovermi molto bene anche nel grande giardino, di cui distinguevo le essenze che erano state raccolte non senza raffinatezza tra tutte quelle che crescevano nelle zone temperate della terra.
Il cielo si era ormai imbrunito e gli alberi, che poco prima si stagliavano nitidi sul chiarore gelido del cielo, perdevano la loro forma naturale per apparire come immagini indistinte di esseri immaginari. Mentre andavamo quasi di corsa verso la fontana, sul vialetto ghiaioso che dava sull’ingresso posteriore, io davanti e lui che mi seguiva, mi voltai all’improvviso e me lo trovai di fronte. Lui si fermò di colpo, per non venirmi addosso, ma il suo viso era a pochi centimetri dal mio e fu allora che lo baciai, d’impeto, senza pensarci sopra.
Pochi giorni dopo, rendemmo noto alla società il nostro fidanzamento.
La giovane amica di Bruno credo che per un po’ abbia desiderato fortemente d’incenerirmi con il suo odio bruciante: non si rendeva conto di aver ricevuto un impensato favore, di essersi sgravata di un peso che non sarebbe stata in grado di sostenere.

I primi anni di matrimonio furono relativamente sereni, con i consueti alti e bassi che ogni coppia regolarmente sposata sperimenta nel procedere dell’unione.
Lui era gentile e delicato, ma continuava ad essere straordinariamente egocentrico e continuamente preoccupato per la sua salute, che percepiva come qualcosa di fragile e insicuro, anche se, in realtà, non venne mai colpito da patologie severe e conclamate, ma da disturbi minori, che parevano collegati a un incerto controllo del sistema neurovegetativo.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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30 risposte a Una vita senza rimorsi – Pt. 2

  1. Lillopercaso ha detto:

    Faccio fatica ad immedesimarmi in una personalità così complessa, io, che ho la presunzione di essere una donna semplice. E mi incuriosisce tantissimo. Una psiche così, sarà pesante da portare? O ‘la mancanza di rimorsi’ è più leggera?
    Attendo di vedere come la ripaga quel che verrà…
    o ci lasci con la suspance?

    • guido mura ha detto:

      Tante sono le persone che vivono serenamente la loro vita, malgrado i cadaveri nell’armadio. Non credo nemmeno che siano personalità complesse; solamente si collocano al di là del bene e del male, e non provano (o quasi) sensi di colpa, anche se possiedono una loro logica e una loro etica. Non ci si può, non ci si deve immedesimare in personaggi come questi; tanto meno tu, cara Lillo, che sei una delle persone più deliziose che ho avuto la fortuna di conoscere. Nella terza parte vedremo cosa la sorte offrirà alla nostra superwoman maschilizzata e artefice del suo destino. Ma la storia potrebbe ancora continuare e non è detto che un giorno non possa esserci una quarta (e forse una quinta) parte. Nadia Bonelli è un personaggio che mi affascina e potrebbe tornare sulla scena, prima o poi.

      • odinokmouse ha detto:

        E’ proprio all’assenza della colpa che pensavo alla fine di ogni periodo che caratterizzava Nadia, così paradossale che sembrava ti fossi dimenticato tu di averle fatto spingere il fratello nel lago e non lei di aver annegato una vita, presentandolo come un qualsiasi altro dettaglio della narrazione, forse temporaneamente. Chissà di quanti omicidi non resta traccia nemmeno nel rimorso dell’assassino.

      • lillopercaso ha detto:

        ODINO,presentare l’assassinio come un qualsiasi altro dettaglio della narrazione: vero, fa impressione! é l’amoralità del personaggio, e la bravura di Diak!

      • odinokmouse ha detto:

        Certo che non è una dimenticanza di Diaktoros, Lillopercaso! Non è per caso che lo leggiamo 😉

  2. Lillopercaso ha detto:

    …mi confondi !…
    ………………………….
    Le hai dato un bel nome : NADIA BONELLI è duro e lucido come un coltello. C’è solo quella B che mostra un certo cedimento….

    • guido mura ha detto:

      Il cedimento è il suo senso materno, che la spinge a occuparsi di un marito-ragazzino, finalmente non più antagonista, ma il suo compito è difficile, per non dire disperato.

  3. melogrande ha detto:

    Il personaggio è complesso, indubbiamente, e niente affatto banale, lo definirei “amorale”. E’ abbastanza caratterizzato da poter reggere una serie di storie
    Adesso sono curioso di sapere come si risolve la vicenda, almeno questa specifica vicenda.
    Non riesco ad immaginare nulla, e questo mi fa piacere …

    Attendo.

  4. samothes ha detto:

    Personalmente la protagonista mi sta parecchio antipatica, così, a naso…e ho un bel po’ paura per quel che potrà accadere a quel poveretto. Ho come la sensazione inquietante, ma inquietante davvero, che non sarà niente di buono. Prende moltissimo questo racconto, Guido. Grazie. Aspetto il seguito. 🙂

  5. samothes ha detto:

    Stavo pensando, a quanto del senso colpa è insito nell’animo umano e a quanto invece è stato insegnato, spesso inculcato. Mi stavo chiedendo se l’uomo può commettere un omicidio e non sentirsene toccato, qual’ora nessuno mai gli avesse detto o fatto capire che è un atto condannabile.

    • lillopercaso ha detto:

      Certo. Non sarebbe chiamato assassinio ma, per esempio, sacrificio, delitto d’onore, pulizia etnica, giusta punizione, iniziazione, prova di coraggio, obbedienza agli ordini… aiutami tu.

      • guido mura ha detto:

        Stavo riflettendo proprio sull’assurdità delle usanze umane in merito all’assassinio, che in particolari circostanze diviene cosa lecita e addirittura degna di lode, in una storia che sto scrivendo: Pianta di carne. Il sarcodendron, successore dell’uomo nel dominio della terra, descrive attraverso la tecnica narrativa dello straniamento le stravaganti usanze degli uomini.

  6. chiara ha detto:

    interessante la sintesi di una vita, che si ferma solo dove a noi lettori interessa. una scrittura femminile, e con questo ho fatto un grosso complimento. dei contemporanei, leggo solo donne.

  7. lillopercaso ha detto:

    SARCODENDRON ?!? Piace mica. Paura.

    • guido mura ha detto:

      Il sarcodendron è una povera pianta che acquisisce la capacità di pensare e di muoversi; apprende dall’uomo e lo sostituisce, quando l’uomo scompare. E’ un organismo a metà strada tra il mondo vegetale e quello animale, che racconta a suo modo la storia della cultura umana. Non fa assolutamente paura ed è meno assetata di sangue degli uomini. Mi serviva, per questa storia in gran parte ancora da scrivere, un punto di vista esterno all’uomo, che fosse in grado di mettere in risalto l’assurdità delle abitudini umane.

  8. cristina bove ha detto:

    La normalità che procede nel tempo senza tener conto del passato, per terribile che sia.
    ci si può costruire ancora una psicologia di vita, addirittura professarla, come se un delitto non fosse stato che pensato.
    è il senso della realtà che sgomenta.
    anzi, dell’irrealtà in cui le azioni finiscono per essere indeterminanti, mentre il pensiero è progetto.

  9. wolfghost ha detto:

    Anche questa seconda parte è decisamente interessante, meno drammatica ma più orientata ad alcuni aspetti e disturbi della personalità che sono più diffusi di quanto generalmente si pensi. Noto una buona conoscenza dell’argomento… sicuramente la psicologia e la conoscenza dell’animo umano sono tra i tuoi interessi 😉

  10. lillopercaso ha detto:

    Diak,
    non lo so; è carnivora-palindroma: mi tengo a distanza!

    http://persemprepermai.altervista.org/category/ingurgigrugni-erosore-acidodica/
    mi tengo a distanza!

  11. lillopercaso ha detto:

    GULP !!!!
    Che fine ha fatto il mio avatar, il Fantasmino Sghembo?
    Guido ho combinato un pasticcio, tentando (inutilmente) di esportare il mio blogghino da Splinder a WordPress.
    E lui mi ha lasciata…

  12. germogliare ha detto:

    Questa parte mi crea più attesa rispetto all’altra. Nadia, è terribile la freddezza che ne percepisco, riesce a programmarsi e gestirsi ogni dettaglio della sua vita, senza mai guardasi le spalle. Non un’emozione, neanche nell’attimo intimo dell’incontro. Dettagliatamente sappiamo dei regali per il laureato, ma non dei suoi sentimenti.
    In quanto al tuo parlare al femminile, ti ho già detto.
    Un saluto

    • guido mura ha detto:

      Più che freddezza io ci vedo distacco, consapevolezza di una realtà che ci vede soccombere e che ci conduce in errore (e quale errore il suo!), se ci si lascia dominare dalle emozioni, e ancora consuetudine con la scienza e la filosofia, che spinge a razionalizzare. Oltre a questo, spinte contrastanti che da un lato la spingono all’azione, ma che dall’altro inducono a sviluppare una specie di passività.

  13. quellidel54 ha detto:

    Che abbia una personalità complessa é indubbio. Peronalmente non ne leggo l’amoralità, piuttosto una freddezza interiore, che edulcora con il calcolo preciso riguardo sentimenti e ambizioni. Non vuole esternere quella freddezza e la maschera con abilità. Le cose pare l’attraversino e le persone sono esempi o cavie di quella sua ricerca cui non ha potuto attendere. infatti più che un marito quel suo Bruno pare un modello di studio permanente.
    Se c’é un’altra parte del racconto, occorre non perderla.

  14. guido mura ha detto:

    Ultima parte in arrivo, naturalmente!

  15. lillopercaso ha detto:

    Letta…
    Bellissima, Guido.
    Rimando il resto a domani, buonanotte!

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