Una vita senza rimorsi – Pt. 3

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Strane malattie cutanee lo colpivano per qualche periodo; poi i sintomi scomparivano come per miracolo.
Lui soffriva moltissimo per queste anomalie, che lo rendevano meno gradevole esteticamente: era come se inconsciamente desiderasse non piacere, rendersi meno attraente, per essere costretto alla solitudine e, di conseguenza, soffrirne. Per alcuni anni fu episodicamente afflitto dall’alopecia areata, un’affezione del derma che impedisce la crescita della barba in alcune zone del viso; di conseguenza, gli avevano prescritto delle applicazioni di un liquido che avrebbe dovuto riattivare il bulbo pilifero, ma che dava scarsi risultati. Faceva un po’ ridere e stimolava anche la mia tenerezza quando si affliggeva per quelle chiazze di pelle un po’ più chiara che si manifestavano nella parte inferiore del viso.

L’elaborazione dei pensieri di Bruno a volte rimaneva un mistero, in quanto qualcosa ogni tanto mi diceva, ma qualcosa la teneva per sé. Mi rendevo conto che mi parlava quando mi considerava la sua psicologa, taceva quando mi vedeva come moglie, come essere altro da lui, con una propria personalità e desideri e non come strumento atto e predisposto a risolvere i suoi problemi.
Mi disse un giorno di aver fatto una strana associazione. Aveva visto per la strada un uomo dal volto color ebano, uno di quelli che una volta noi europei innocentemente chiamavamo negri, oggi neri, perché essendo il termine nigger ritenuto dispregiativo in inglese gli scuri di pelle preferivano essere definiti blacks o afro. Lo vide, dunque e immediatamente gli venne da pensare al bruciato e poi tutte le volte che sentiva odore di bruciato gli si presentava alla mente l’immagine di un africano, dalla pelle color carbone.
Non trovavo niente di chiaramente morboso in tutto questo, ma semmai di semplicemente bizzarro, almeno fino a quando non vidi sul suo computer una serie d’immagini di uomini bruciati, di incendi e roghi di ogni genere e croci di fuoco, il tutto accompagnato da testi inneggianti alla purificazione e all’incendio globale che avrebbe finalmente ripulito il mondo.
Probabilmente si stava costituendo un quadro patologico di natura ossessiva, per cui tutto ciò che era nero era accostabile al bruciato e il bruciato richiamava inscindibilmente il fuoco. Insomma, decisamente la situazione stava diventando più preoccupante del previsto e io non ero in grado di intervenire direttamente, né tanto meno di provare a somministrare farmaci, se non qualche blanda tisana, che poteva risolvere momentaneamente l’agitazione interiore che Bruno asseriva di provare.
La cosa peggiore era il suo progressivo allontanamento dagli standard della vita di coppia. Sembrava ormai navigare per suo conto, come se il matrimonio fosse improvvisamente diventato per lui un obbligo e come se il suo vivere si fosse incanalato su un binario distinto, per un percorso senza ritorno.
Mi rendevo conto che i nostri rapporti sessuali non erano più in grado di soddisfare mio marito, che anziché concludere l’atto con un’eiaculazione liberatoria preferiva lasciare il rapporto incompleto e accomodarsi in bagno o in un’altra stanza, davanti al suo computer, dove presumibilmente riattivava la sua eccitazione con qualche gradevole immagine femminile, davanti alla quale, finalmente, riusciva ad estinguere la tensione con un atto di autoerotismo. Naturalmente mi guardavo bene dall’intervenire e disturbare quel suo agire solitario; ma il fatto in sé, oltre che essere per me poco lusinghiero e anzi decisamente mortificante, evidenziava l’insufficienza della mia presenza nell’immaginario di Bruno, per cui non rappresentavo ormai (ma forse non avevo mai rappresentato) l’unico o il prevalente stimolo erotico.
Non potevo fare niente per modificare quel comportamento e quello stile di vita, perché sapevo che solo pochi uomini erano realmente appagati dalle loro mogli; soltanto, sapevano fingere meglio, evitando di mettere in imbarazzo la loro sfortunata partner. Al massimo avrei potuto cercare di dedicare più spazio all’uomo che avevo sposato; ma proprio in quel periodo i miei pazienti e le mie consulenze occupavano la quasi totalità del mio tempo e dei miei pensieri e, d’altra parte, si sanno affrontare i problemi lontani meglio di quelli presenti nella tua famiglia e che ti coinvolgono. Nessuno sa meglio di me che la famiglia è, a volte, una vera e propria camicia di forza, qualcosa che ti avviluppa e ti stringe, almeno fino a che tu non abbia il coraggio di tagliare, tagliare un rapporto, una realtà, una presenza.

Probabilmente non ci sarebbero stati sviluppi immediati della situazione e io avrei avuto tutto il tempo necessario per affrontare il problema che si stava evidenziando nelle sue giuste proporzioni, se il caso non fosse intervenuto in maniera pesante e imprevedibile, come soltanto lui sa fare.
Una mattina – doveva essere un giorno festivo, perché non ero andata come al solito al lavoro – sentimmo da casa le sirene di ambulanze e altri mezzi di pronto intervento che sfrecciavano proprio nella nostra via. Fortunatamente poi si allontanavano e il suono assordante si perdeva in chissà quale sfortunato luogo. Apprendemmo più tardi dalla televisione che era scoppiato un furioso incendio in un capannone di periferia e che vi erano morte alcune persone di colore. Si trattava sicuramente di un incendio doloso, motivato da odio razziale o da controversie tra malavitosi, ma questa lontana notizia rese mio marito nervosissimo, come se si sentisse personalmente coinvolto in quella sporca faccenda. Bruno andava avanti e indietro nella stanza, in preda a un’agitazione ingiustificabile e immotivata: – Mi incolperanno – diceva – … la sirena, la senti la sirena? Arrivano, stanno arrivando. Non sono stato io, glielo dirai che non sono stato io.
Lo rassicurai; lui era rimasto con me tutta la notte, non poteva essere andato in giro ad appiccare incendi. E poi nessuno poteva sospettare di lui: che motivi poteva avere per bruciare un palazzo? Sembrò calmarsi, ma poi l’agitazione riprese e appariva sempre meno controllabile.
Ormai il cielo stava facendosi cupo e con l’arrivo della sera temevo che la fase depressiva, come sempre all’appressarsi dell’ombra, si acuisse.
La mia sola colpa, se di colpa si può trattare, è di non aver compreso la gravità delle sue condizioni e di averlo lasciato solo, anche se per poco. Dovevo preparare qualcosa per cena e credevo che mantenere un atteggiamento normale e coinvolgerlo in una serie di atti quotidiani, abituali, potesse introdurre anche nella mente di Bruno immagini di serenità e contribuire a smontare le sue pulsioni ossessive. Invece, in quel momento, fu il mio errore più grave.
Quando mi affacciai nuovamente sulla porta della stanza in cui eravamo soliti consumare i nostri pasti, il mio piccolo uomo era ancora in piedi, con lo sguardo insicuro, e pronunciava parole come “nero”, “bruciato”, poi si girava e diceva “arrivano”, con un tono angosciato, che dimostrava un forte sentimento di paura. Stavo per imporre alle mie labbra la fatica di un sorriso, per mimare una tranquillità che io stessa non avevo, quando Bruno si rivolse alla finestra, aperta perché era estate e il caldo imponeva di arieggiare la stanza. Diceva qualcosa come “asfalto… nero, nero è l’asfalto”.
Troppo tardi immaginai cosa stava per succedere, troppo tardi mi lanciai per trattenerlo, riuscendo soltanto a sfiorare il lembo inferiore dei suoi pantaloni. Senza esitazione Bruno si era lanciato nel vuoto. Quasi con stupore mi affacciai e vidi il suo corpo fracassato sull’asfalto nero.
Per la seconda volta avevo avuto la vita di un ragazzo a poca distanza dalle mie mani e nemmeno questa volta ero riuscita ad afferrarla. Poco importa che la seconda volta desiderassi con tutta la mia forza cosciente evitare quella tragedia, mentre la prima volta era stato il mio astio a scatenarla. I fatti accadono per una loro logica intrinseca e in fondo la nostra volontà, e l’azione che ne consegue, sono tutto sommato distinte da noi. E poi, chi mi dice che, nel mio momentaneo abbandono di Bruno, nella mia sottovalutazione del suo tormento, dei suoi sintomi, peraltro così evidenti, non ci fosse, in fondo, un desiderio di liberazione, la voglia di liberarmi di quello strano personaggio che avevo inserito nella mia vita e che ora era diventato indubbiamente un peso, la fonte inesauribile di una preoccupazione costante, un impedimento al sereno svolgimento della mia attività?
Stranamente anche stavolta, di fronte a una mia insufficiente cura, a un mio intervento tardivo, non riuscivo a provare rimorso, ma al contrario una sorta di sensazione di liberazione.
Non so chi abbia inventato il rimorso, quel sentimento che non ti consente di conseguire la serenità, quando sei consapevole di aver compiuto un’azione considerata malvagia, o proibita. Se devo essere totalmente sincera, e a questo punto voglio esserlo, io non provo rimorso: non ne sono capace. Probabilmente il mio egoismo ha una forza tale da proteggermi da queste debolezze, che risparmiano solo pochissimi uomini. Ma allora, perché vi racconto tutto questo? Forse perché, ora che la mia vita sta finendo, si è fatto spazio nella mia mente un inarrestabile desiderio di raccontare, di far sapere, quello che all’inizio della mia confessione (perché in definitiva di una confessione si tratta) ho definito amore per la verità, sentimento che ora non ho paura di professare, anche se pericoloso quasi quanto rimorsi e rimpianti.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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18 risposte a Una vita senza rimorsi – Pt. 3

  1. cristina bove ha detto:

    Logica stringente per questo epilogo (credo), la cosa che più mi ha colpito del racconto è che rendi rendi accettabile e convincente il punto di vista della protagonista.
    anche noi senza rimorso…

    • guido mura ha detto:

      Mi piace adottare il punto di vista dei personaggi. Faulkner ha costruito interi romanzi variando il narratore (mentre morivo). Anch’io ho provato a scrivere la storia di una persona con pezzi narrati dagli altri personaggi e spero, prima o poi, di concluderla. Il processo (che è anche pirandelliano) serve a mostrare quanto la realtà sia ambigua e complessa e quanto sia grande la nostra incapacità di stringerla veramente trra le mani.

  2. lillopercaso ha detto:

    Sbagliato pagina.. 🙂

  3. germogliare ha detto:

    Che dire? Questa parte mi ha incantata. Lei si è lasciata andare, ci ha condotti a seguirla con garbato distacco, coinvolgendoci ad accettarla per il coraggio nel rivelare la verità.
    un saluto

    • guido mura ha detto:

      E’ semplicemente l’obiettività e la consapevolezza di chi sa di avere concluso la sua esperienza terrena e che capisce che spesso le cose non sono sempre categorizzabili come buone o cattive: semplicemente accadono, e sulle cose fatte, come sulle parole dette, non si può tornare indietro per cambiarle.

  4. lillopercaso ha detto:

    ‘Parlavo’ con Egle delle scelte fatte per (passami l’espressione, senza che si debba sezionarla allo psicomicroscopio) puro egoismo; lo sguardo lucido su se stessi permette perlomeno di non costruire malintesi nelle relazioni con gli altri. Egoismo onesto e egoismo infido, si diceva.
    Forse è questa onestà che ci fa accettare il personaggio, che un po’ affascina; mentre passa in sedondo piano il ‘suo piccolo uomo’, che pure, coi suoi, di abissi, ne avrebbe di cose da dire.

    Non so se ti piace il Cinema, una volta lo seguivo molto; questi tuoi racconti mi richiamano il regista Chabrol, tra i miei preferiti nel genere. Magari non c’entra una pippalippa… ma si sa che ogni lettore riscrive ciò che legge 😉 e ogni spettatore rigira quel che vede ;;))

    • guido mura ha detto:

      Chabrol affascinava molto anche me, e in genere la cultura francese ha giocato un ruolo importante nella mia formazione culturale. E’ probabile che qualche influenza delle tenebrose e complesse vicende del romanzo (e del cinema) di gusto francese sia presente nelle mie storie, ma c’è anche l’influsso di Henri James e Virginia Woolf, di Cehov, Dostoevski, ma anche di autori italiani come Tarchetti, Bontempelli, Svevo, Landolfi. In fondo ogni scrittore che si legge lascia un segno e qualcosa riappare nella nostra scrittura, che in qualche misura è sempre una riscrittura. Io di mio ci aggiungo pezzi di realtà, sensazioni e ricordi personali, descrizione di persone e caratteri che ho conosciuto

  5. lillopercaso ha detto:

    o-oh… Cippalippa!

  6. wolfghost ha detto:

    Chi lo sa? 🙂 Forse la nostra intuiva la gravità della situazione ma non sapeva come affrontarla per cui allontanava il problema da sé sperando che si risolvesse da solo. Molti di noi hanno fatto e fanno ancora la stessa cosa…
    Accidenti, ancora una volta mi devo congratulare per la tua fantasia, hai saputo dipingere la progressiva discesa nella follia di Bruno in una maniera davvero convincente 😉

  7. quellidel54 ha detto:

    Il filo conduttore di questo racconto parrebbe essere la difficoltà dell’uomo di abbandonare l’estenuante riflessione sul “se” per lasciarsi coinvolgere da e nell’altro. Bruno coltiva pazientemente le sue nevrosi e fomenta senza risparmio l’ulteriore immagine che ha degli altri tanto da accettare la causa scatenente che lo porta al suicidio. Dall’altra lei che non vuole vedere o preferisce sottovalutare ancora una volta ‘instabilità del suo uomo e quanto quella si rifletta su di un rapporto che traballa ogni giorno di più Il suo egoismo le fa accettare i comportamenti che deenerano la vita di coppia,tano da presupporre (Cosa che un medico non dovrebbe mai fare) che il quadro d’insieme con il tempo si assesterà e si risolverà positivamente. Questo la porta a sentirsi libera e senza colpe al momento del tragco epilogo.
    Sottile ed acuta analisi condotta come sempre ad alto livello.

  8. m0ra ha detto:

    L’ho letto tutto d’un fiato, pt 1,2,3. Mi è piaciuta molto la lucidità mentale con cui la protagonista racconta le proprie oscurità, nella totale assenza di giudizio quindi di rimorso, quasi un bisogno di sciogliere i nodi della sua vita che fin dall’infanzia l’hanno avviluppata. La donna ci obbliga a un viaggio ingrato con cui ci consegna i suoi nodi, quasi un ulteriore distanziamento da parte sua. Tutto è piano per lei, apparentemente, mentre il fatto che ci elegga a platea muta a cui rivolgere il suo monologo significa che in qualche parte remota vi sono domande che cercano risposte. Non è un racconto passionale, nonostante il rancore, l’odio, l’astio che s’incontrano; o almeno io non riesco a percepire passionalità, ma piuttosto cinismo, estrema vetta delle fatiche della sopravvivenza, ghiacci perenni. L’amore per la verità, lei dice: ma la sua è la verità della ragione priva di quella del cuore. Questo “amor di verità” manca, di questo lei ha bisogno, e il lettore che si astiene dal giudicare non può non sentire la disperazione che serpeggia perfino dietro la comicità che certe verità spietate hanno in sè.
    Complimenti.

    • guido mura ha detto:

      Devo confessare, Mora, che questo è uno dei miei racconti brevi più complessi e mi ha fatto anche penare molto, perché i canoni del racconto realistico offrono minori protezioni di quanto, ad esempio, possa offrire il fantasy. I miei testi di natura fantastica li considero quasi un riposante intermezzo: le soluzioni si presentano con facilità, anche se naturalmente mi sforzo di creare situazioni nuove e non sfruttate. Il romanzo, e il racconto di casi che si collocano in una dimensione “reale”, esigono tempi lunghi; devono stagionare e decantare. Perciò i romanzi che ho iniziato a scrivere hanno bisogno di frequenti pause di riflessione. Importante è realizzare qualcosa a cui finora non avevo dato troppa importanza: il personaggio. Quanto vorrei creare un Heathcliff o una Grušenka!

  9. odinokmouse ha detto:

    La verità è che lei ha compiuto un omicidio e non sente la colpa; sembra che nella sua cinica mente non ci sia spazio per pensare che la sua vittima sarebbe potuto essere, avrebbe vissuto la sua vita, magari intorno alla difesa e valorizzazione delle donne. Il suo raccontare le sue verità in vista della morte la squalifica ulteriormente dimostrando l’incapacità di tenere in sè il segreto delle sue responsabilità irrimediabili, che si direbbe barattare la colpa che non sente ma oggettiva, con una confessione. Non mi piace lei, condannata 🙂 Bello come la fai parlare entrando nella sua logica.

  10. guido mura ha detto:

    Nella serie di racconti-monologo di qualche anno fa, dedicati agli assassini, ho iniziato utilizzando testi brevi e forme espressioniste. Poi, come nella cultura tedesca di Weimar, ho puntato all’oggettività (Neue Sachlichkeit). Per me la Sachlichkeit era caratterizzata dall’assenza di giudizi morali dell’autore, dall’adozione del punto di vista di uno o più personaggi e dall’accettazione della logica assurda e casuale dell’esistenza. Poi la ricostituzione di una narrazione realistica è andata anche oltre le intenzioni, trasformandosi in un’esigenza di descrizione del quotidiano, dopo il debordare del fantasy o del truculento nella letteratura e nel cinema. Il mio fantastico, neogotico e postromantico, si trovava a disagio di fronte al tracimare della scrittura tardosurrealista che ancora mi sembra dominare, in poesia e in prosa, anche con esiti di discreto spessore. E’ stato allora naturale ricercare un mio modo di affrontare anche la sfida e le insidie del realismo. Penso di continuare su questa strada, anche se le mie serie di racconti fantastici non verranno interrotte, tempo e voglia permettendo.

  11. melogrande ha detto:

    Hai descritto benissimo una persona praticamente anaffettiva, che prende decisioni “razionali” , agisce o non agisce in base alla fredda convenienza, alla propria economia da microcosmo.
    Non era facile animare un personaggio del genere, ed è un racconto che rimane dentro e fa pensare.
    Bello davvero.

    • guido mura ha detto:

      Ne conosco diverse di persone di quel genere, Melogrande, forse non così estreme, e forse non tutte hanno cadaveri nell’armadio (almeno in senso proprio); però si sono ritagliate il loro piccolo spazio di successo e di benessere. Dirigono ospedali, università, amministrano aziende, hanno studi professionali ben avviati, fanno buoni affari. In questo mondo la mancanza di coscienza e l’assenza di rimorsi di solito pagano molto bene (con le debite eccezioni, naturalmente: il caso è sempre arbitro).

  12. m0ra ha detto:

    Lo credo bene che ti sia costato. Il personaggio è ben costruito dal punto di vista psicologico, tutto è coerente.
    Non ti ci vedo bene a fare un romanzo ambientato nello Yorkshire 🙂

  13. guido mura ha detto:

    Per fortuna un buon personaggio può anche vivere a Milano, a Trieste, a Mantova o nel Varesotto. Naturalmente l’ambiente e lo spirito del luogo sono importanti e non esportabili. I personaggi dei fratelli Karamazov non sarebbero credibili in Italia, quelli dei romanzi di Sciascia non avrebbero senso al di là della Sicilia. Ogni cielo ha la sua gente, ogni gente ha le proprie abitudini e i propri comportamenti, che non consistono semplicemente nel mangiare penne all’arrabbiata o grenouilles vertes, ma nella maniera di affrontare la vita. Poi ci sono i personaggi cosmopoliti, che vivono in tutti i paesi del mondo. Ma la loro è una vita di agi, che si svolge in un ambiente standardizzato, in un mondo globale. Comunque descrivere un ambiente in cui non si è mai vissuti è una bella sfida e non mi dispiacerebbe provarci.

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