Valori

monete

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Abbiamo un immenso potere, noi uomini, che sfruttiamo nella maniera sbagliata: è la capacità di attribuire un valore alle cose.
Ogni oggetto, ogni lavoro, ogni azione, ogni prodotto umano, lo stesso denaro hanno un valore convenzionale, che noi uomini attribuiamo e accettiamo. Se tutti si rifiutassero di pagare cifre esorbitanti per assicurarsi il possesso di un prodotto o i servizi/attività di una persona, il valore di mercato di quel prodotto o di quella persona scenderebbero in maniera sostanziale; si garantirebbe un maggior equilibrio nella scala di valori e si ridurrebbe la sperequazione oggi eccessiva tra le retribuzioni e le posizioni sociali. Un’economia che consenta l’ascesa infinita del valore è la premessa per l’accettazione dello squilibrio e degli eccessi, in positivo e in negativo, che caratterizzano l’attuale struttura del mondo capitalista.

L’altro atteggiamento umano che provoca il sostanziale squilibrio e la sostanziale ingiustizia della nostra società è quello della ricerca del capo, del responsabile da cui tutto dipende, del genio che risolve i problemi con un’equazione fondamentale, con un’idea innovativa, con una guerra liberatrice. Questo comportamento tipico del branco animale favorisce il sorgere di società a gestione monarchica e dittatoriale, anche se mascherate da regime “democratico”, in quanto non vi può essere democrazia quando quantità immense di valori economici o di potere sono concentrate, in tutte le microstrutture (uffici, aziende ecc.), in una figura (o in poche figure), da cui tutto dipende.

Nessuna riforma o rivoluzione può prescindere dalla constatazione della sostanziale immaturità dell’animale uomo e delle difficoltà che ogni filosofia egalitaria e democratica incontra nell’applicazione dei principi che enuncia e che ritiene fondamentali.
La natura dell’uomo è quindi ancora orientata in senso verticistico e solo un’educazione di nuovo tipo potrebbe rovesciare quest’impostazione e condurre a una vera modifica della società.

Il momento educativo è dunque fondamentale per costruire individui aperti a una nuova visione della società.

Attualmente l’educazione conduce all’accettazione di un mondo gerarchizzato, in cui si debba lottare per affermare il proprio valore e per farlo accettare dagli altri individui. La lotta, e non la realizzazione libera e non retribuita, è il principale valore insegnato. Attraverso la lotta, definita spesso eufemisticamente competizione, si raggiunge la propria realizzazione, che verrà sancita da un incarico retribuito in maniera direttamente proporzionale alle proprie abilità. Il piacere che l’uomo prova nell’azione viene indirizzato verso l’ottenimento di incarichi e retribuzioni sempre più alti, addirittura eccessivi.
Nella migliore delle ipotesi, si invitano gli individui alla collaborazione reciproca, per realizzare obiettivi per cui i vari gruppi dovranno però entrare in competizione. La lotta verrà spostata, quindi, dall’individuo al gruppo organizzato, ma lo spirito è lo stesso e la scuola propone, con funzione formativa, il modello che si realizza nella società, in cui i gruppi competono per ottenere vantaggi che in ultima analisi risultano sempre essere di natura economica, attivando una competizione il cui momento apicale e più coerente è la guerra.

Un’educazione di nuovo tipo dovrebbe invece sviluppare le abilità naturali e crearne delle altre (non tutto è innato e l’esercizio modifica le stesse potenzialità), non allo scopo di ottenere vantaggi economici o posizioni di potere, ma per accrescere la soddisfazione prodotta dall’autostima e dal ritorno emozionale positivo che proviene dall’ambiente umano che ci circonda. In pratica, la nostra attività produce benessere/piacere negli altri, che a loro volta restituiranno il benessere/piacere mediante attività e/o prodotti indirizzati verso di noi. Non si procede quindi attraverso una conquista, ma mediante uno scambio libero e spontaneo. Questo libero donare e libero ricevere si può esprimere con la formula fai agli altri ciò che vorresti che gli altri facessero a te, non produce ansia, perché è sottoposto solo a un imperativo morale e non discende da un obbligo giuridico, non obbliga a uno sforzo operativo eccessivo ed è compatibile con una vita serena e con il rispetto dell’ambiente, che una nostra iperattività produttiva rischia di depauperare in maniera irrimediabile.

L’annullamento tendenziale della propria individualità (del proprio egoismo) in una fantomatica anima comune, in un inesistente uomo universale, in un altruismo innaturale e immotivato non ottiene come risultato un aumento della propria felicità e, a seguito di questa impostazione, l’individuo sarà spinto a impegnare meno le proprie facoltà fisiche e intellettuali nel lavoro collettivo.
Rinunciare a noi stessi produrrà un vuoto difficilmente colmabile e ci spingerà a lasciarci trascinare dagli eventi (inerzia), senza contribuirvi con la nostra azione. Un uomo consapevole dei propri mezzi e della propria abilità, cosciente nel proprio egoismo che l’azione in favore della collettività produrrà benessere per lui stesso, sarà spinto ad agire e creare per il benessere comune più di un uomo disindividualizzato.
L’educazione deve insegnare che il nostro benessere, la nostra felicità terrena, dipendono non da quello che conquistiamo con la forza e l’abilità, ma dal benessere, dalla felicità che riusciamo a offrire agli altri con la nostra azione e dall’armonia che si sviluppa tra noi e gli altri. L’educazione deve insegnare che più è forte e valido e giusto il nostro operare e maggiore sarà il benessere che produrremo negli altri e che si rifletterà verso di noi. La massima realizzazione dell’istinto egoistico, il beneficio massimo per l’individuo, si avrà, paradossalmente, con l’agire in favore della collettività.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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38 risposte a Valori

  1. happysummer ha detto:

    Già, è una legge economica che il valore di un qualsiasi oggetto dipende dal rapporto tra domanda e offerta e non dalla sua intrinseca necessità. E così anche la nostra felicità, il nostro star bene è il frutto dello star bene con gli altri, dell’armonia della coesistenza.

  2. deorgreine ha detto:

    Quello che dici Guido non fa una piega. Credo che l’omologazione degli individui sia l’obiettivo del tipo di educazione che tutt’oggi si propina, come se la gerarchizzazione e la spersonalizzazione fossero l’unica risposta ad un’organizzazione sociale che forse qualcuno riterrebbe altrimenti impossibile da “gestire”. Lo si fa come dici bene tu attraverso la competizione spesso eccessiva e malata, come se nessuno avesse il diritto di esistere se non nella misura in cui sa prevalere sugli altri. Ed è un idea e un modo di educare terribile e molto pericolosa questa, perchè giustifica in un certo senso il prevalere sull’altro ad ogni costo. E probabilmente il problema sta proprio nella volontà di controllo che è tipica di questo tipo di metodi. Negli ambienti militari accade esattamente la stessa cosa: la regola non è mettere a frutto le capacità del singolo per il bene del gruppo, ma rendere il singolo uguale a tutti gli altri attraverso un sistema gerarchico inopinabile ed una spersonalizzazione che crei un corpo coeso di marionette ubbidienti. Funziona esattamente così ed il modo migliore per controllare eventuali menti che si arrogano il diritto di pensare ed agire autonomamente è proprio l’educazione all’uniformità di pensiero, di comportamento, di idee. Lo si fa a partire dall’abbigliamento, dal modo di comportarsi in pubblico, dal modo di rispondere, salutare, gestire le situazioni anche minime ecc… Questo in ambito militare è comunemente riconosciuto come il metodo che porta alla “massima efficienza” (o deficienza penso io) che, manco a dirlo, non ha però nessuno sbocco in una crescita né del singolo e né tanto meno del gruppo. Semplicemente l’efficienza si riduce al fatto che il gruppo è facilmente gestibile. Questo può andare bene per affrontare situazioni di emergenza dove è richiesto un coordinamento ottimale delle risorse umane disponibili. Ma quando si applicano gli stessi principi in una società libera che dovrebbe tendere con tutte le sue forze a mantenere questa libertà dei singoli conquistata con sacrifici anche umani ed enorme fatica, penso che sia assolutamente indispensabile guardare a metodi che con i sistemi coercitivi e militari non abbiano proprio nulla a che fare. Invece sembra che, seppure spesso non facilmente individuabili, siano metodi che in fin dei conti si accettano passivamente. E ne è un esempio l’omologazione che passa attraverso l’educazione al consumo del nulla imposta dai media, dai contesti in cui viviamo, manipolati a loro volta dal marketing che propina mode come fossero regole imprescindibili di sopravvivenza. I metodi coercitivi strisciano subdoli nell’imporsi del mercato come fosse l’unico credo, come fosse una vera e propria religione corredata di senso di inadeguatezza e disagio qualora non si risponda attivamente ai suoi dogmi, alla sua dottrina pubblicitaria; una sorta di senso di colpa dovuto al potersi comprare l’inutile per sfoggiarlo con i propri simili. E’ quella solita religione potente che attraverso i messaggi che coltivano la pigrizia mentale, la noia, l’ apatia e l’insoddisfazione che si traducono ancora e nuovamente in un disagio collettivo che, pur di essere curato, si rivolge in un circolo vizioso devastante agli stessi stimoli fasulli e vuoti che lo hanno generato. L’educazione oggi si occupa ancora di coltivare menti pronte al consumo di ciarpame, più che di individui saldi e capaci di elaborare idee utili per sé stessi e per gli altri. Dico questo perchè l’educazione non è solo quello che si insegna nelle scuole, ma in larga parte è ciò che si assimila nella vita di tutti i giorni, dalle persone adulte che circondano i giovani e che spesso sono più rimbambite e pompate di aria fritta dei figli che si trovano a dover educare. Crescono con il mito del dover far soldi ad ogni costo per essere “i migliori” e crescono così perchè è questo che imparano dai loro educatori che li vanno a prelevare all’uscita da scuola con i SUV pagati a rate. Io penso che specie alle generazioni più giovani non sia stata rubata la possibilità di concretizzare innovazione e ottime idee; penso sia stata tolta loro la capacità di pensare e se non si pensa non si concretizza e non si migliora né per sé, né per gli altri. Esattamente come si fa in un campo militare.

  3. melogrande ha detto:

    Mi piacerebbe molto darti ragione, Guido.
    Purtroppo però ho la sensazione che l’ aggressività ( o la competitività ) umana non siano solo il prodotto di un’ educazione sbagliata, non siano una struttura culturale ma una pulsione molto più profonda e radicata nella natura stessa dell’ uomo.
    L’ aggressività, il “cosiddetto male”, sono visibili già nei bambini piccoli e la parola “pace” viene definita sul dizionario come “assenza di guerra” quasi che fosse lei, la pace, la condizione anomala.
    Allo stesso modo sono innate le tendenze alla gerarchia, alla dominanza, visibili come dici tu in tutte le società di primati.
    I rapporti di forza, le lotte di potere, le invidie e le gelosie appaiono persino fra artisti o religiosi, dove il movente economico dovrebbe essere secondario oppure del tutto assente.
    Se le cose stanno così, l’ educazione non può proporsi di sradicare le pulsioni, ma deve dargli spazio incanalandole in contesti sportivi, in emulazioni costruttive, in sfide alla creatività individuale. luoghi dove l’ aggressività possa trovare sfogo senza diventare distruttiva.
    Non è un problema da poco, è certo più facile a dirsi che a farsi.
    Ma ignorarlo è ancora più pericoloso, credo.

    • guido mura ha detto:

      Io parto dalla convinzione (o dall’augurio?) che l’uomo sia ancora in una fase intermedia della sua evoluzione e che un’educazione corretta possa agevolare un suo allontanamento definitivo dalla fase istintuale; mentre oggi ci si accontenta, mi pare, di adattarlo a una società ancora (anch’essa) in evoluzione e ancora troppo violenta, smussandone le asperità e cercando di limitare gli eccessi di aggressività con le imposizioni della legge e le strutture giudiziarie. Senza questa sostanziale apertura di credito non vedo come l’uomo potrà superare le sfide che le nuove condizioni ambientali e le nuove disponibilità offerte dalla scienza stanno per presentargli (e non certamente su un piatto d’argento). La mutazione, l’evoluzione verso un oltreuomo di superiore intelligenza, capace di prendere le distanze dal suo passato animale, è necessaria per evitare che il sapiens sapiens arrivi alla sua fase terminale come uno dei tanti esperimenti falliti nella storia della vita sulla Terra e che la Natura o l’Architetto o il Programmatore, come io preferisco chiamarlo, lo sostituisca con un prodotto più avanzato e affidabile.

  4. deorgreine ha detto:

    E’ innegabile che l’aggressività è insita nell’animo umano, come è innegabile che molte altre caratteristiche che io ritengo a dir poco “spiacevoli” siano innate nell’uomo, ma questo non significa che vanno coltivate o assecondate, specie se interferiscono con il pacifico vivere della collettività, mettendolo in pericolo equilibri spesso labili di convivenza. Gli Spartani erano ottimi guerrieri e abilissimi lottatori, formidabili atleti e via dicendo, ma lo erano in funzione della supremazia che coltivavano in quanto combattenti: coltivavano il mito della violenza, oltre a quello della forza fisica, della competizione “sana”. L’attività fisica portata allo stremo era la base fondante della preparazione dei giovani ariani che si preparavano alla guerra. Il tutto era finalizzato a preparare persone sanissime ad uccidere altre persone; questo era lo scopo. E si usava la competizione perchè questi metodi fossero più efficaci. Sembra esagerato ed assurdo parlarne oggi, eppure i metodi di allenamento che si adottavano con i giovani ariani non servivano a rafforzare i giovani o a renderli persone più equilibrate o a incanalare le loro pulsioni; servivano ad addestrarli ad ammazzare altre persone. Il passo è più breve di quel che sembri. La competitività, il mito della forza fisica finalizzata a dimostrare agli altri chi è il più forte, il più veloce, il più bravo, il più ricco, il più bello prelude all’indottrinamento del senso di potenza e di onnipotenza, di prevaricazione sugli altri e personalmente mi fa molta paura e mi infastidisce anche perchè insegna che è lecito mancare di rispetto all’altro in virtù della propria della propria condizione di forza superiore. Forse questo lo sanno quelli che hanno subito e non possono capirlo gli altri. Forse è per questo che la competitività attecchisce meno fra le donne, perchè è facile capire che per una donna le probabilità di trovarsi in una situazione di inferiorità in termini fisici rispetto ad esponenti maschi è abbastanza elevata. E così è per i più deboli in generale. Ma come dice Giudo, l’umanità non può evolversi se gli schemi sui quali fonda il suo progredire si rifanno a questi elementi. Gli elementi da considerare sono ben altri, più elevati, più equilibranti. Sono gli elementi legati all’intelligenza, alla capacità di “sentire l’altro”, di avvertirne le necessità e di poter essere “utile”. Non vedo utilità per l’altro nella competizione; non vi vedo evoluzione. Ora, ha ragione Melo, secondo il mio modestissimo parere, quando dice che non si può rinnegare ciò che è insito nell’uomo, perchè non servirebbe a nulla, ma quando si parla di aspetti che sappiamo benissimo che possono portare a reazioni eccessive in termini di manifestazioni di violenza, io direi che sarebbe meglio gestirli con estrema cautela. Dico questo perchè ho davanti agli occhi ogni giorno persone poco pensanti che in virtù della loro preparazione atletica si arrogano il diritto di mancare di rispetto e trattare con sufficienza chiunque non dimostri loro di essere quantomeno alla loro altezza in termini di prestanza fisica e di riflesso applicano gli stessi metodi su tutto ciò che concerne i rapporti umani con chi li circonda. Non è qualcosa che accade raramente, proprio perchè questo tipo di stupidità è abbastanza comune in una società che insegna a puntare sulla competitività ad ogni costo. La competitività malata che si insegna in certe famiglie o in certi contesti lavorativi o sociali, non ha nulla a che vedere con ciò di cui parla Melo, non ha nulla a che vedere con l’incanalare pulsioni, con la sportività, con quella competizione sana che aiuta a crescere, a confrontarsi e che insegna a lavorare in gruppo e dà valore alla partecipazione. E lo dimostra il fatto che se ci si guarda attorno, il più delle volte ci si trova di fronte a individui che sono più interessati a rimarcare il fatto di essere tali, perchè loro sono e devono essere i migliori, più che dei liberi cittadini che operano per il bene comune. Ora, io non so come il cambiamento potrà avere luogo, ma sono certa di una cosa: l’idea di competitività ad ogni costo non fa bene al cambiamento, non fa bene all’evoluzione. E mi scuso Guido se sono sempre tanto invadente.

  5. wolfghost ha detto:

    Perfetto direi! 😉 Il punto è che molti vorrebbero… ma non fanno nulla se non trainati. Anche i gruppi che agiscono in spirito collaborativo, in realtà riferiscono sempre ad un capo, interno o esterno al gruppo che sia. E spesso, anche se qualche vantaggio lo traggono anche loro, sono nulla rispetto a quanto guadagneranno tali capi dal successo del gruppo che sottendono.

  6. m0ra ha detto:

    Sono anche io convinta che l’elemento cruciale sia l’educazione attraverso la quale veicolare una diversa concezione di ben-essere e dei valori sui quali fondarlo. Il diritto alla felicità, anzi alla ricerca della felicità, sancito perfino in alcune Costituzioni come quella americana dopo il diritto alla vita e alla libertà, è di per sè una catena che blinda la società in una specie di paranoia sul quale si fonda il nostro modello. Mi viene in mente un libro di Paul Watzslavick, lo psichiatra di Palo Alto: in “Istruzioni per rendersi infelici afferma che cercare la felicità presuppone l’infelicità e apre il meccanismo perfetto per rinsaldarla. Occorrerebbe considerare l’infelicità come condizione, così come ben sapeva bene la sapienza delle società preindustriali che considerava la vita fatica e dolore. Quanto siamo stati condizionati dal modello attuale ce lo confermerà il disagio di fronte al pensiero che ho appena espresso.
    Certo che l’Illuminismo, tra i suoi meriti, ci ha tirato anche un brutto tiro, e poi la globalizzazione, con l’economia al centro del modello, con il diritto di uguaglianza impossibile da garantire, con l’istruzione uguale per tutti (quando ciascuno è diverso), con tutti che fanno tutto, con la proiezione verso il futuro e il conseguente vivere sempre in corsa verso di esso, dimenticando il presente. Errori psicologici ne ha fatti diversi il pensiero illuminista, alcuni davvero grossolani: uno dei paradossi più stridenti è che in un mondo di uguali dichiarati, la disuguaglianza genera sentimenti di frustrazione e di colpa insopportabili che alimentano la competizione, l’invidia, l’accaparramento. Si tratta di vizi oscuri per una società. La logica del consumo arriva a partorire altre bestialità del tipo “bisogna aumentare il consumo per stimolare la produzione”, insomma si consuma per produrre, ma questo fa di un uomo un WC con le gambe!
    Penso che non ci sia attualmente un pensiero che ri-pensi la società; filosofi, intellettuali, uomini di cultura che possono aprire una qualche strada non ne vedo. Possiamo prendere insegnamento da Popper, che ritiene questa la società più umana di tutta la storia? Ne dubito davvero. L’educazione ha bisogno di princìpi e non di un excursus sulle conseguenze c he ha portato al trionfo del bene sul male. Hai fatto benissimo a fare riferimento alla “competitività”, alla violenza. In una società dove il valore è l’uomo e non la ricchezza o la felicità, se c’è lavoro per otto e le persone sono dieci non si cacciano quei due in più, ma si divide il lavoro su dieci, spendendo il tempo rimanente per coltivare i propri legami affettivi, per fare una passeggiata, leggere un libro, trovarsi un amore.

  7. lillopercaso ha detto:

    Urca… Mi devo prendere un giorno di vacanza solo per leggere tutto.

    • guido mura ha detto:

      Lillo, c’è tanto tempo. Sarà colpa di wordpress, ma è da un po’ che stiamo facendo tutti dei discorsi troppo seri e complessi. Mi sa che dovrò mettermi ad ascoltare musica per qualche giorno per distrarmi, ma non il festival; non ho mai sopportato la musica italiana, ad eccezione della mia, s’intende 🙂

  8. m0ra ha detto:

    Uh mamma quanti errori ho fatto sopra! Chiedo scusa. Ovviamente il trionfo che volevo dire è quello del male sul bene e non viceversa (ma credo si capisca).

    • guido mura ha detto:

      Si capiva benissimo, mora, non preoccuparti. La ricerca obbligatoria della felicità è uno dei peggiori supplizi che gli uomini si autoinfliggono e che impediscono a molti di godere di quello che la vita presenta di piacevole. La mancanza di misura e di equilibrio diventa così regola e la serena passeggiata diventa corsa sfibrante. L’uomo è spinto a diventare un maratoneta e chi non è dotato per correre per quaranta chilometri si tormenterà per non essere in grado di raggiungere quell’obiettivo che è fissato per tutti, dato che tutti dovrebbero essere uguali.

  9. m0ra ha detto:

    C’è un articolo interessante sul “Portale di Kainos” riguardante il tema dell’educazione in Italia:

    http://www.kainos-portale.com/index.php?option=com_content&view=article&id=203:adversus-paedagogistas&catid=58:ricerche&Itemid=104

    Si parla di pedagogia, e di pedagogia “delle competenze” verso menti educate al problem solving a scapito della vita soggettiva e del senso dell’esistenza . La situazione attuale del nostro Paese è interessante in quanto, a detta dell’autore (riporto testualmente) “in Italia la società di massa e i processi di produzione soggettiva che essa realizza non incontrano quell’anticorpo che negli altri paesi europei è ancora in opera e che consiste in una modernizzazione politica e civile, la quale ha accompagnato, quando non preceduto, la modernizzazione in senso economico-produttivo. L’impressione è però che l’efficacia di questo anticorpo sia fragile un po’ ovunque e che l’Italia sia solo l’avanguardia di un processo di degrado della democrazia, della società e della cultura che riguarda tutti i paesi a capitalismo avanzato”.

  10. samothes ha detto:

    In poche parole, parlando di degrado democratico, siamo primi!

    • guido mura ha detto:

      Anche su questo si potrebbe discutere a lungo. In realtà l’Italia ha una tradizione parlamentare non molto antica e un’antica (invece) e motivata sfiducia nelle istituzioni. Gli altri popoli risultano più indottrinati e disciplinati (e forse ottenebrati) da un più forte sentimento nazionale, per cui fanno quadrato dietro alle loro istituzioni, mentre in Italia l’autodenigrazione è d’obbligo. Insomma, da noi c’è maggiore sfiducia, o maggiore consapevolezza della finzione democratica. Inoltre la nostra tradizione gattopardesca ci rende diffidenti, se non ostili, nei confronti di qualsiasi cambiamento.

  11. odinokmouse ha detto:

    Accipicchia! Proprio interessante…a presto Guido.

  12. lillopercaso ha detto:

    Mi manca solo l’articolo su Kainos.
    Mi cimenterò… poi farò anche io un post serio 😀

  13. lillopercaso ha detto:

    Bene, Giulio.
    Naturalmente, il gradiente di serietà sarà relativo al vettorblogger, sommato all’incidenza oraria e alla interferenza ambiento-familiae.
    (Scusa Guido, comincio a esercitarmi coi commenti, qui)

  14. maat ha detto:

    bell’articolo, Guido.
    tra piuma e cuore sulla bilancia di Nut.

    m.

  15. rosdrudidurella ha detto:

    Una volta il baratto era l’unica unità di scambio costruttiva intesa nel condividere e non nel quantificare in base alle rispettive esigenze e necessità, poi per problemi di varia natura nel gestire il baratto, si creò la moneta e tutto cambiò. La storia della moneta è più che nota, ma se oggi si è arrivati a considerare e ad idolatrare la sola “superficie” citando il libro di Vittorino Andreoli, si ottiene la risposta al perché o al per come siamo arrivati a tanto. Non è per fargli pubblicità, non ne ha bisogno, però Andreoli, esplicita quello che pensiamo da anni, in modo chiaro e semplice, forse che le cose ovvie oggi non siano più tali ?
    Grazie del passaggio, ti ho risposto da me.
    Ciao
    Rossella.
    NB: ma non c’è un modo per evitare d’iscrivermi ogni volta per commentare da te? …

    • guido mura ha detto:

      Una moneta come corrispettivo di beni reali poteva ancora essere accettata in quanto segnale di un’economia sana; ma oggi l’economia è fondata sul nulla, o meglio su titoli che fanno riferimento a ricchezze immaginarie, sulla cui realtà e consistenza si scommette. Ci sarebbe da chiedersi se l’economia del terzo millennio non sia stata affidata a un gruppo di scienziati/operatori pazzi. Il dubbio è che invece tutto l’attuale disastro non sia funzionale al mantenimento di un oligarchia finanziaria che diventa sempre più potente, quanto più gli stati s’indeboliscono.

    • guido mura ha detto:

      Anch’io ho problemi a commentare su blog che sono fuori piattaforma. In quello di wolfghost devo scrivere ogni volta i miei dati, il problema esiste anche per entrare su altervista. Il tuo sistema invece riconosce i miei dati e li trascrive in automatico. Non so come risolvere il problema. Qualcuno entra in wordpress con un gravatar e i dati presumo vengano riconosciuti.

      • rosdrudidurella ha detto:

        Allora ci proverò con il gravatar che ho fatto. Ti ho iscritto nel mio blog per questo entri senza problemi. per il resto mi riferivo al sistema finanziario che non funziona, non ha mai funzionato e adesso sta implodendo su se stesso.

  16. germogliare ha detto:

    Sinteticamente e timidamente (non sono brava con i paroloni, ahimé!), mi inserisco.
    “fai agli altri ciò che vorresti che gli altri facessero a te”, forse avrò sbagliato i tempi, da decenni operò seguendo questo pensiero, il risultato è, per sopravvivere meglio il baratto che la moneta ma, soddisfazioni tante.
    un saluto

  17. m0ra ha detto:

    L’articolo di Kainos mi sembra interessante, sì certo un po’ pesante, ma non si parla mica di patatine qui! 🙂

    • guido mura ha detto:

      “Il soggetto ha sempre di fronte a sé il reale e mai il possibile”. E’ proprio questo il limite che anch’io intuivo nell’educazione dei nostri tempi, ed è quello che più mi spaventa. L’uomo che non sa affrontare il possibile non potrà compiere alcun balzo in avanti, perderà le sue capacità intuitive, “abduttive”, per rimanere ancorato a una realtà che si presenta come certa, apoditticamente, e immutabile. Una posizione che mi pare in contraddizione con la stessa scienza contemporanea, ormai abituata a confrontarsi con probabilità più che con certezze.

  18. guido mura ha detto:

    L’articolo su kainos è molto stimolante, anche se un po’ troppo specialistico, e evidenzia i limiti di un’impostazione teorico-pratica data all’educazione anche nel nostro Paese. La discussione potrebbe continuare e potrei fare un esempio pratico di come qualcuno interpreta l’insegnamento in Italia. Ma, se kainos con i suoi dotti riferimenti ha terrorizzato i nostri pur dotti lettori, il prossimo post magari lo farei sulle patatine…

  19. Alfonso ha detto:

    Ciao Guido, ti ringrazio ancora per essere passato sul mio blog 😉 Accetto l’invito e vengo a leggerti con piacere. Vi leggevo spesso su splinder (te e gli altri splinderiani) poi per un periodo sono stato lontano dalla rete (come si può intuire dal mio blog 😀 ) e ho perso molti contatti che cercherò di recuperare.
    La sintesi che fai è molto interessante: il vero problema è dare il valore errato alle cose. Si parla spesso di leggi, ma i primi a dover prendere atto di aver sbagliato a fare la scala di valori dovremmo essere proprio noi. Oltre ai valori materiali, che tu citi, ci sono dei valori morali che hanno subito una svalutazione senza precedenti. Il rispetto, la cultura hanno perso di valore: in compenso si fa la corsa per i nuovi cellulari o le nuove macchine. C’è un sistema operativo Linux che prende spunto da una parola africana: “Ubuntu” che può essere tradotta in vari sensi, tutti altruisti. Quello che a me piace di più è: “Io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti”. La nostra vita senza gli altri non avrebbe senso.. peccato che spesso lo dimentichiamo 😉
    Grazie mille ancora e complimenti per il nuovo blog wordpress.
    Un caro abbraccio
    Alfonso

    • guido mura ha detto:

      Bentornato, Alfonso. Quello che vorrei fosse chiaro è che spero ancora nella possibilità che l’uomo sia aiutato dall’educazione a superare la sua natura animale e a comprendere il paradosso su cui è impostata la logica della sopravvivenza nell’universo. Tutto sta insieme perché legato a qualcos’altro in una struttura, in cui anche le contraddizioni finiscono necessariamente per risolversi, malgrado ogni spinta dialettica, che ha comunque la funzione di sviluppare il movimento e creare la storia. Chi vede solamente il vantaggio individuale immediato e per questo si affanna a schiacciare i competitori-avversari-nemici si comporta da attore sul piano storico, ma non comprende la superiore logica delle cose e il paradosso per cui è in definitiva il benessere della struttura a produrre un vero e duraturo benessere individuale e per cui la propria affermazione deve avvenire mediante azioni costruttive e non con atti distruttivi della realtà umana e strutturale nella quale si agisce.

  20. azalearossa1958 ha detto:

    Per il momento mi sono fermata alla prima parte, e la sottoscrivo in toto.
    Poco alla volta, in orari più umani, leggerò anche il resto.
    ‘sera!

  21. guido mura ha detto:

    Bisogna vedere cosa c’è nel caffé: farina, insalata, formaggino? 🙂

  22. m0ra ha detto:

    Sì, hai ragione, è specialistico (faccio la maestra). Magari se parli di patatine ti commenta dottamente la cameriera del Mc Donald’s e tutti scappano a sentire del punto di fumo dell’olio 😉

    • guido mura ha detto:

      Sai, Mora, a volte parlare di patatine è il vero segreto del successo, perché i maestri sono pochi, le cameriere di Mc Donald’s molte di più. Comunque, a parte la “filosofia naturalizzata della mente” e altri tecnicismi, il testo risulta alla fine abbastanza comprensibile e devo dire che, se questa è l’impostazione teorica della scuola attuale, c’è di che essere preoccupati. Mi sono reso conto intuitivamente, vedendo dall’esterno come veniva attuato l’insegnamento, che si stava eliminando ogni capacità di creare pensiero, si disabituava l’allievo a sviluppare contenuti originali, ma non sapevo che dietro vi fosse un disegno di adeguamento a una realtà data per scontata, a una realtà semplificata e costituita da una serie di operazioni prefissate. L’uso delle sottolineature nei testi, eliminando gli approfondimenti perché inessenziali, la costruzione di testi ritagliando frasi da testi precedenti, anziché rielaborandone il pensiero in senso personale, l’uso sempre più frequente dei test, mi sembra che siano i modi di procedere di quest’insegnamento che distrugge le basi stesse del fare cultura. Mi auguro veramente che i limiti di una cultura al servizio della produzione anziché dell’evoluzione degli uomini appaiano chiaramente a tutti. L’impostazione economicistica della società dei nostri tempi è veramente un pericolo per l’umanità.

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