Il nemico invisibile – Parte 7

fili metallici frattali

(Dal diario di Jorg van Hujppel)

Quando i poliziotti che avevano partecipato alla spedizione guidata dai due agenti del G2 riferirono l’esito disastroso della battuta, Gaskell ed io avevamo iniziato a preparare l’accoglienza a quella specie di demone incarnato che era arrivato nel nostro mondo per succhiare il sangue agli umani, cosa che altri del nostro stesso genere già facevano molto bene, ma solo per via metaforica.
Connolly Square si era trasformata in una specie di accampamento, che doveva presentarsi come un grande deposito di cibo per il nostro predatore.
Non ritenevo che Kennedy e il suo socio sarebbero stati in grado di catturare, ma nemmeno di impensierire, un essere tanto più forte e abile di qualunque combattente umano, e purtroppo la tragica morte dell’agente speciale lo dimostrava ampiamente.
La prima notte trascorse tranquilla. Evidentemente il predatore aveva ancora energia a sufficienza e non sentiva il bisogno di attaccare per nutrirsi: lo dimostrava il fatto che gli agenti erano stati attaccati fisicamente, ma il loro sangue non era stato risucchiato. Immaginavo però che prima o poi la cosa sarebbe uscita dalla brughiera in cerca di nutrimento e, non trovando esseri umani nelle abitazioni vicine, avrebbe necessariamente percorso la strada che conduceva verso piazza Connolly e da lì si diramava in varie direzioni.
Era una strana sensazione quella di fare da esca e devo dire non troppo piacevole. Sia io che Gaskell avevamo deciso di rimanere stabilmente nella piazza, dormendo nelle camionette della polizia, mentre gli altri poliziotti e i volontari si davano il cambio. Si era aggregato anche Tom Parnell, che intendeva stendere un accurato resoconto dell’operazione. Tra i volontari, che avevano accettato di correre il rischio di un incontro ravvicinato con quello che immaginavano come una sorta di pericoloso animale selvatico, c’erano pompieri e impiegati comunali, ma anche sportivi, pugili e cultori di arti marziali: in genere però persone allenate, che ritenevano di essere in grado di fronteggiare adeguatamente un pericolo. Poiché sia io che l’ispettore eravamo ben consapevoli dell’inferiorità di qualunque combattente nei confronti dell’essere che avrebbe potuto incontrare, avevamo raccomandato a tutti i partecipanti a quella strana caccia di rimanere a grande distanza dal predatore, nel caso in cui avesse tentato di avvicinarsi.
Anche la mattina successiva trascorse senza avvenimenti di rilievo. I volontari cercavano di passare il tempo: scherzavano e ridevano, come se quella fosse un’attività ricreativa comunitaria, una specie di festa cittadina. Non so se si rendessero veramente conto della gravità della situazione e della necessità di trovare una soluzione al problema di quella presenza impossibile insinuatasi nel nostro mondo, che metteva in discussione la nostra stessa concezione di realtà e le garanzie che ci separavano dai mondi dell’incubo. In quelle ore di attesa e di inevitabile tensione solo una forse immotivata fiducia nelle nostre capacità razionali e l’ottimismo dell’esperienza umana, che produceva una sorta di fede incrollabile nel destino glorioso della nostra specie, facevano presumere che quella nuova guerra si sarebbe conclusa, per qualche straordinario miracolo, con un nostro successo.
Quello era, doveva essere, un semplice scarto dal reale, una difficoltà momentanea che avremmo superato, come tutte le altre, come i diluvi e le pestilenze, le eruzioni e i terremoti.

Si era messo a piovere, col vento che spazzava rabbiosamente la piazza, arrivando a raffiche e disperdendosi tra gli alberi e le case; poi nel pomeriggio il sole era riapparso e la natura sembrava nuovamente sorridere. Ma io temevo l’imbrunire, che pareva sollecitare il predatore e spingerlo a tornare verso le abitazioni, in cerca di quello che appariva essere il suo cibo preferito.
Ed ecco che, non appena il sole iniziò a scendere verso il rosso dei tetti e il verde scuro della vegetazione, qualcosa cominciò ad apparire sulla strada che da Nord conduceva alla nostra piazza.
Ben presto ci accorgemmo tutti che una forma apparentemente umana avanzava inesorabile verso di noi. Quando raggiunse la piazza, si vide che era una figura femminile, simile a quella che doveva essere stata la povera Eibhlin, una donna dal viso una volta giovanile e roseo, ora cadaverico. Non era però solamente umana, ma doveva aver conservato alcuni aspetti dell’essere originario, perché al livello del tronco apparivano estremità simili a tentacoli, due delle quali si concludevano con una specie di becco. Doveva essere con quegli strumenti che il predatore aveva staccato con un solo colpo la testa del povero Kennedy, mentre gli altri tentacoli dovevano servire per sottrarre il sangue alle vittime.
La cosa si muoveva lentamente, come se veleggiasse sul terreno pietroso, guardava in avanti, con gli occhi sbarrati, ma senza dar segno di vedere e riconoscere nessuno. La lentezza con cui avanzava, se messa a confronto con la velocità dimostrata durante l’attacco nella brughiera, mi fece supporre che la sua energia fosse ridotta, in quanto aveva già utilizzato tutta la scorta di sangue di cui disponeva, e che ora avesse urgente bisogno di rifornirsi di nuovo fluido vitale.

Quando l’essere giunse nei pressi della casa di Joe Carrey, compresi che bisognava porre in atto immediatamente il nostro tentativo.
« Adesso! » dissi, più con i gesti che con le parole, a Gaskell, che teneva le mani sul cancello, ma il poliziotto appariva istupidito. Da parte mia, mi ero precipitato nella cabina telefonica e avevo staccato il ricevitore, lasciando aperta la comunicazione con la centrale. Vidi da lontano che la strana presenza aveva reso il mio amico incapace di decidere e agire. Sapevo che non era un inetto e che non aveva problemi ad affrontare avversari terreni; ma ora quel cadavere ambulante, che sembrava guardare con gli occhi sbarrati proprio verso di lui, lo teneva in scacco; mi sbracciai ancora, poi corsi verso l’ispettore, che finalmente si decise a intervenire, prima che la cosa fosse ormai troppo vicina. Mosse il cancello, come gli avevo insegnato, e i cardini incominciarono a cigolare, producendo un suono stridulo e solo apparentemente irregolare. Il predatore, che pareva camminare su un invisibile tapis-roulant, si fermò come per incanto, nell’ascoltarlo.
Il suo movimento si disarticolò, come se le parti del corpo volessero andare ognuna per suo conto, e diede chiari segni di un improvviso e inatteso disagio. Qualcosa agiva come un richiamo e forniva un input contraddittorio rispetto alle motivazioni precedenti, che probabilmente ora non avevano più significato, in quanto l’azione intrapresa non risultava più richiesta dalla necessità di sopravvivere in un mondo da usare e soggiogare.
La crisi aperta dal rumore però doveva trovare una conclusione logica e pensavo che la risposta potesse derivare dall’inversione del sintagma sonoro, quella che si poteva ottenere con molta semplicità ed efficacia richiudendo il cancello, dopo averlo aperto, sempre sperando che il cigolio si ripetesse esattamente con una sequenza di suoni invertiti. Per questo motivo avevo registrato, di seguito, due sequenze, la prima diretta, la seconda inversa, dell’insieme dei suoni prodotti dal cigolare dei cardini.
Il cancello era stato aperto al massimo, mantenendo alla creatura una situazione di stasi, alla quale sembrava essersi almeno temporaneamente abbandonata; ma occorreva agire al più presto, per impedire che Lui si liberasse e tornasse all’attacco del nostro sistema biologico. Non c’era tempo da perdere e per questo feci cenno a Gaskell di richiudere il cancello, con regolarità e attenzione, ma senza sostenerlo troppo.
Gaskell fu pronto, questa volta, e il cigolio riprese, col suono invertito, ma qualcosa non mi sembrò che funzionasse a dovere. Il suono, in particolare, sembrò interrompersi, senza svilupparsi con la regolarità necessaria. Il risultato fu che il cadavere, che già sembrava veramente inanimato, si scosse e recuperò la capacità di muoversi e agitarsi minacciosamente, come se fosse stato fortemente irritato per il nostro maldestro tentativo di controllarlo.
« Gaskell, la registrazione » gridai « faccia partire la seconda sequenza! »
Gaskell ubbidì, senza esitazioni, e immediatamente si udì il suono prodotto dall’apertura, ma espresso in modo speculare, all’indietro, ripetendo esattamente, ma al contrario, ogni nota, se note potevano definirsi quegli sgradevoli stridori.
Il mostro apparve subito impedito nell’azione; i suoi movimenti si ridussero e infine si esaurirono, come se il corpo fosse stato colpito da una radiazione raggelante. Ma qualcosa d’inatteso avvenne: a mano a mano che il suono del processo di chiusura proseguiva, fu come se la stessa massa corporea diventasse qualcosa di opaco e sfocato, che sembrava perdere progressivamente consistenza. Lo vidi distintamente, e come me lo videro tutti gli agenti e i volontari che partecipavano alla caccia; mentre la luce tentava di illuminare quella massa che perdeva improvvisamente e velocemente il suo aspetto umano. La visione fu inconcepibile e sconvolgente, ma ormai era evidente che quel qualcosa non aveva più un corpo visibile, se non come impronta, nel nostro universo, perché non era più in grado di generare un’ombra, e la forma stessa non era più quella di una giovane donna, ma quella di una sorta di parallelepipedo, o meglio di un poliedro, a causa della lieve irregolarità delle sue facce. Questa forma rimase percepibile per qualche secondo, poi di colpo si dissolse, mentre il cigolio si concludeva. La sua impronta era uscita dalla nostra realtà, portando via con sé quei resti di materia organica che un tempo erano stati quelli di una sana e fiorente ragazza.

Mi avvicinai a Gaskell, che sembrava tornato finalmente sulla terra.
« È finita » fece.
« Non ancora » dissi.
« Come; cosa può succedere ancora? » incalzò Parnell.
« Questo non lo so; volevo dire che c’è ancora un’ultima cosa da fare. »
Presi da parte Gaskell e gli feci un’ultima raccomandazione.
« Sicuro » approvò Gaskell.
« Beh, credo che ci siamo meritati una birra » interloquì Parnell.
La vita poteva ricominciare e il Garvey’s pub cessava di essere il teatro di un delitto per tornare al suo ruolo di spazio di vita, di bevute e di chiacchiere. La piccola città poteva riprendere le sue abitudini e risvegliarsi ogni mattina libera da incubi.
Due ore dopo qualcuno sostituì il cancello.
L’indomani partii da Ballydubh per Dublino e la sera mi trovavo già ad Amsterdam, a cenare nel mio ristorante indonesiano preferito.
Come speravo, non ho più avuto segnalazioni di strane presenze, né di morti incomprensibili, da quella cittadina che prosperava sotto il mutevole cielo d’Irlanda.
Ho saputo invece dal mio amico Gaskell che qualche tempo dopo, a ricordo dello strano avvenimento, fu eretta in Connolly Square una statua. Poiché non era possibile definirne i lineamenti, e non si voleva utilizzare l’immagine della povera Eibhlin, si scelse una forma simile a quella di un grosso animale alato, senza volto ma con un’apertura che fungeva da bocca, da cui sporgevano zanne simili a quelle dei leggendari vampiri. Non mancavano neppure i tentacoli, che venivano tenuti avvolti nella parte bassa del corpo, creando un effetto simile a quello delle spire dei serpenti marini del gruppo del Laocoonte. Pareva che lo scultore, lavorando di fantasia, avesse voluto mescolare più tradizioni, cercando di rappresentare qualcosa che era così assurdo da risultare in realtà irrappresentabile.
Nei pressi della casa di Joe Carrey, secondo quel che raccontava l’ispettore, si verificavano ancora strani fenomeni. In un’area di alcuni metri quadrati, che comprendevano il luogo in cui si trovava il cancello, poi spostato per maggior sicurezza nella strada laterale, la realtà del nostro universo non sembrava ancora ristabilita nella sua assoluta razionalità. Le bussole, se introdotte in quel virtuale recinto, segnalavano poli magnetici immaginari e mutevoli. Gli animali domestici si rifiutavano di passare su quel pezzo di terra e, se al guinzaglio, cercavano di allontanarsi tirando la corda disperatamente.
Ora anche la cabina telefonica è stata smantellata e un cartello avvisa i passanti di spegnere il cellulare, a causa di strane interferenze che si potrebbero verificare in quel luogo.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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24 risposte a Il nemico invisibile – Parte 7

  1. deorgreine ha detto:

    Brindiamo!! Il NObrut è tuo!! Un prosecco va bene? 😀
    Scherzi a parte, mi è piaciuto, davvero. Mi è piaciuto il finale che lascia un alone di mistero, di inquietudine… perchè vedi, io di posti un po’ strani, ne conosco davvero! 😀

    • guido mura ha detto:

      Da quello che scrivi, mi sa che devi conoscerne tanti 😉 Andiamo a cercarne qualcuno insieme?
      Comunque, una porta è una porta e quando si apre non è detto che si riesca mai a chiuderla del tutto. Una volta se ne stava aprendo una in tinello: l’ho richiusa in fretta, ma… chi lo sa? Una cosa simile succede in uno dei miei primi racconti, Il papa.

  2. melogrande ha detto:

    Per la miseria !
    Bellissima conclusione di un racconto notevolissimo, da antologia dell’ orrore.
    Complimenti davvero, Guido.

    • guido mura ha detto:

      Grazie Melo. Sai che tengo molto al tuo giudizio. In verità uno dei miei sogni è rientrare in un’antologia di classici, in compagnia di Lovecraft, M. R. James o Arthur Machen. Per adesso mi accontento di brindare col NOBRUT alla conclusione di questo racconto che avevo iniziato da tanto tempo, ma non riuscivo mai a finire.

  3. deorgreine ha detto:

    Guido, quando vuoi! io di posti che danno sensazioni, come dire… anomale? davvero ne conosco. Sono molti in posti particolari, dove scorre l’acqua di solito, ma anche no. Se non sono di buon umore li evito anche, che mi rendono inquieta. La porta nel tinello però, mi manca. Anche se ci sono dei fienili e dei sottotetti nelle vecchie case del mio paese, che davvero ti fanno stare per ore in silenzio ad ascoltare. Ma non si sente niente, con le orecchie, voglio dire.

    • guido mura ha detto:

      Da troppo tempo non frequento paesi e zone agricole. Da troppi decenni non passo le vacanze in campagna, per cui le porte me le devo aprire a Milano; ma sai che il mondo metropolitano è ricco di stranezze quasi quanto quello di paese. E forse siamo noi che ci mettiamo ad ascoltare cose che altri non sentono e a vedere cose che altri non vedono.

      • deorgreine ha detto:

        Può darsi che siamo noi, è molto probabile che sia così, ma non per questo è meno divertente. ;P E a volte, non so com’è, è tanto reale da sembrare vero.

  4. carmilla50 ha detto:

    allora: ho letto il finale, mi è pure garbato, e provo ad immaginare il mostruoso essere da te creato:)..mi ricorda un tantino H.P.Lovecraft:)
    ho anche deciso che, quando vado a correre, non devo passare mai davanti ad un cancello..ehehehehehe…non si sa mai che il cancello si apra, proprio quando passo di lì…:)

    io poi, essendo anche un tantino ignorantella, vorrei sapere cos’è il sintagma sonoro…uffa, quella parola lì non l’ho mai sentita, eh…:)

    cmq..leggevo il commento precedente di deorgreine, ed ha ragione, quandi dice che in certi luoghi si avvertono sensazioni strane…mi è già successo, soprattutto passando davanti a certe case..o anche addirittura entrandoci.

    ah…tantissimi auguri di buona Pasqua…anche a tutti quelli che leggono questo tuo blog:)

    • guido mura ha detto:

      Gruppo di elementi che costituiscono un’unità funzionale (in linguistica), in questo caso, per estensione, gruppo di suoni che svolgono una loro precisa funzione: questo per il sintagma.
      Ricambio gli Auguri di buona Pasqua e, per quanto riguarda il povero Lovecraft, direi che era un tantino più cupo e tormentato di quanto io non riesca ad essere. In verità mi sono ispirato inizialmente più al mio vecchio amico Maupassant; poi i mostri si assomigliano un po’ tutti e Lovecraft è uno specialista, ma nel mio predatore c’è anche qualcosa del Mothman o uomo-falena.

      • carmilla50 ha detto:

        Grazie per la spiegazione; ora mi è chiaro il significato:)
        è vero; non mi sembri così cupo, e diciamolo anche, “fuori di testa” come il buon H.P.:)

        a proposito di Maupassant: ho letto che hai fatto una traduzione del racconto Le Horla, vero? lessi anni fa il racconto; me ne parlò mia sorella, che insegna lingua e letteratura francese…è un gran bel racconto, ecco:)

  5. samuela ha detto:

    delizioso! sei un Grande.

  6. lillopercaso ha detto:

    Intanto, per amor della compagnia dei classici, dovresti prima morire…

    Poi, sarà che la Brughiera è così distante nello spazio e nel tempo, m’inquietano di più le storie metropolitane. Pochi ambienti evocano Cose, nella mia mente, come il TINELLO, (ma esiste anche fuori Milano?), a pari merito con sala col cellophane o simili su divano e poltrone, come vedevo nelle case un poco aliene di alcune compagne di scuola.

    Comunque, spiegami bene dov’è quel posto, giusto per cancellarlo dai miei itinerari. Che poi, non è detto: per caso la Porta si è aperta lì, potrebbe risuccedere ovunque.
    A proposito: dov’è l’olio? Faccio un salto giù al cancelletto.

  7. guido mura ha detto:

    Vediamo se riesco a far capire cosa si vede quando si aprono le porte in un tinello (il mio è piuttosto una camera factotum). La sala con cellophane è già spaventosa di suo.

  8. lillopercaso ha detto:

    Perbacco! Anzi , 😀 Ahah, Pervulcano!
    Questo sì è un uso interessante del tinello!
    Il tinello mi richiama anche Cose buone, lo stesso nome è buffo.
    Ma il salotto col cellophane… Brrr!

  9. lillopercaso ha detto:

    come al solito ‘taglia’ l’immagine:

    • guido mura ha detto:

      Che bello! Hai ripescato l’immagine di quel terribile film grandguignolesco di Pupi Avati, quando non raccontava ancora storie crepuscolari di professori sfigati. In quel film c’era proprio di tutto: dalle immagini masaccesche alle scene di squartamento, con un pizzico di sesso e violenza, e travestimento rivelato nel finale.

  10. lillopercaso ha detto:

    Eggià! Ecco il perchè dei rivestimenti impermeabili!

  11. lillopercaso ha detto:

    E a proposito di budelle e budelli, nonché Diavoli Agresti, non ci sta male nemmeno qui:
    ADDIO LUGANEGA BELLA.

  12. wolfghost ha detto:

    Bé, io lì non ci andrei certamente a vivere, diciamo! 😀
    Molto bello, di fantasia certo, eppure con qualcosa di… scientifico! 😉
    Il nostro protagonista è stato indubbiamente geniale! Una sequenza del genere per far tornare il mostro da dov’era venuto non era certamente facile da capire 😉
    http://www.wolfghost.com

    • guido mura ha detto:

      Beh, il mio Jorg è senza dubbio intelligente, ma anche un tantino fortunato. Ha molte conoscenze scientifiche ed esoteriche, dove la scienza non basta; crede nell’intuizione e vive la vita come un’avventura. E’ un personaggio che m’interessa, devo solo caratterizzarlo un po’ di più.

  13. cristina bove ha detto:

    ottimo racconto fantamuriano!

  14. capehorn ha detto:

    Non posso NON congratularmi con te. In un impeto d’adore giovanile ti definirei il Dylan Dog di WP. Anch perché hai dato un’interpretazione non certo fumettistica e troppo fantasiosa di certi fenomeni che sono in mezzo a noi e che noi, con i nostri mezzi empirici, nn siamo ancor ariusciti a spegare doviziosamente.
    L’ipotesi frattale ha veramente un fascino che personalmente mi ha magnetizzato.
    Di sicuro il racconto é avvincente e carico di suspance e l’eroe di turno ha dimostrato di saper sfruttare al meglio certi meccanismi fisici che abbiamo ogni momento sotto gli occhi e che utilizziamo per cose completamente diverse. Eroe ingegnoso e se vogliamo anche spregiudicato nella ricerca, quindi dotato di fervida e curiosa intelligenza.
    Spero per lui altre avventure, giusto per soddisfare il lettore goloso.
    Complimenti ancora.

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