Il professore – Parte 3

Mi ero appostato e, per la prima volta nella mia vita, notavo cose sulle quali il mio sguardo non aveva mai avuto occasione di soffermarsi o, se l’aveva fatto, non ne era derivata una visione cosciente e consapevole. Vedevo la vita che s’infiltrava dappertutto, che sbocciava nei punti più impensabili, attraverso un foro nel catrame o una fessura nel cemento. Osservavo con curiosità quella stessa vita che invece io volevo recidere in un essere umano, che si frapponeva fra me e l’obiettivo da raggiungere.
Improvvisamente qualcosa di nero si mise a zampettare tra gli alberi. Era o pareva essere un merlo: lo riconobbi dal becco color arancio. Poi spiccò il volo, con un veloce frullio di ali. Non avevo mai notato quanto fosse veloce quel movimento, né quanta armonia vi fosse nell’agire di quell’animaletto nero e pennuto. Bella e piacevole la natura, ma anche crudele e spietata, nel perenne lottare degli individui e delle specie. E io non potevo non pensare in quel momento che la mia azione, quella che avevo compiutamente e minutamente organizzato, non era altro che seguire una legge di natura, quella che spinge i competitori, nell’ambito di una specie animale, a una lotta senza esclusione di colpi, per il predominio, per il possesso delle femmine e dello spazio vitale.
All’ora dell’appuntamento Bruno però ancora non si vedeva e mi venne paura che avesse avuto qualche contrattempo. Non mi avrebbe potuto avvisare in nessun modo. In quegli anni ancora non si disponeva di un cellulare e pertanto non era possibile comunicare una volta che ci si fosse mossi da casa. Avrebbe potuto parlare con qualcuno (e con la stessa Nicoletta) del suo appuntamento con me, ma anche se fosse risultato che eravamo andati a caccia insieme, avrei ammesso serenamente la cosa e dichiarato che poi il giovanotto era rientrato in buona salute con la sua macchina.
Quando ormai stavo perdendo le speranze, l’auto della mia vittima entrò nel piazzale e si fermò, proprio a destra, sul lato del bosco. Sembrava che Bruno volesse facilitarmi il compito, per essersi collocato a pochi metri da dove io lo stavo attendendo, con il fucile carico. Per rendere ancora più facile la mia azione, il giovane scese dalla macchina e venne a cercarmi, pensando giustamente che magari mi fossi addentrato nel bosco con il mio mezzo. Lo inquadravo perfettamente e non potevo mancarlo; mirai alla testa e feci fuoco. Il rumore dello sparo fu attutito dalla nebbia e sembrava quasi che non fosse successo nulla. Solo che la figura snella del giovane non si muoveva più tra i cespugli, ma era distesa per terra, tra le foglie cadute e il terriccio umido, con la testa trafitta da una pallottola.
Dovevo fare in fretta, prima che qualcuno potesse passare per caso. Prima controllai se l’auto del giovanotto avesse o meno le chiavi sul cruscotto. Non c’erano, ma le trovai immediatamente nel suo giaccone. Pensai di sfilarlo dal corpo, ma poi vidi che si era macchiato di sangue e perciò lo lasciai dov’era. Raccolsi tutto quello che poteva rivelare l’avvenuto omicidio e i documenti di Bruno, patente e carta d’identità, e infilai il materiale in una doppia busta di plastica, che avevo portato con me, già pronta per l’operazione; un’altra duplice busta la utilizzai per infilarci la testa dell’uomo e la legai sotto il collo, in modo che non perdesse materiale organico. Poi mi caricai il cadavere sulle spalle e mi avviai verso il punto in cui avevo deciso di farlo sparire.
Conoscevo bene quel territorio e ne avevo studiato le caratteristiche. Poco lontano dal luogo dell’incontro, un sentiero scosceso portava a una specie di frattura del terreno. Tra due lame di roccia si era formato un crepaccio di cui non s’intravedeva il fondo. Avevo fatto tante prove, lasciando cadere nel crepaccio sassi o pezzi di legno, ma non si capiva nemmeno quale ne fosse la profondità. Dall’ampiezza dell’apertura ero certo che il corpo di un uomo sarebbe entrato nella fessura comodamente e sarebbe precipitato per molte decine di metri, in una fossa in cui nessuno si sarebbe potuto facilmente introdurre per fare la ricerca di un cadavere. L’unico rischio reale che correvo era che qualche cacciatore stesse percorrendo il bosco o si fosse appostato lì vicino, ma fortunatamente in quel momento non c’era nessuno: non si vedevano né cani né uomini. Mi infilai veloce nel sentiero, cercando di stare al riparo fino a che non mi trovai sull’orlo della voragine. Qui deposi su uno spuntone di roccia il corpo che aveva appesantito il mio camminare fino a quel momento e poi lo lasciai scivolare nel vuoto.
Ormai ero libero, ma dovevo compiere ancora una serie di azioni indispensabili per rendere credibile la ricostruzione dell’allontanamento volontario della mia vittima e vivevo un momento di forte eccitazione. Prima di tutto dovevo riportare in città la macchina di Bruno e lasciarla lì, nella nebbia, in una strada periferica, non troppo distante dalla casa del suo proprietario. Ebbi fortuna anche in questa parte della rappresentazione, perché scesi velocemente la stradina che dalla Bisaccia conduceva in città e riuscii a trovare parcheggio, senza farmi notare, a pochi isolati dalla casa di Bruno. Ora iniziava la parte più faticosa dell’operazione. Dovevo risalire a piedi velocemente, prima che il giorno fosse troppo inoltrato, fino al punto del bosco in cui avevo lasciato la mia auto e portarla via dal luogo del delitto. Grazie al mio ottimo senso dell’orientamento arrivai al piazzale in meno di venti minuti, tagliando per il bosco e ritrovai subito la macchina. Non avevo perso la mia lucidità ed ero veramente fiero della mia abilità nel gestire una faccenda così complessa. Riportai la macchina a casa, sempre percorrendo quella strada deserta, e la infilai in garage, finalmente al sicuro.
Una volta arrivato, cambiai di nuovo le gomme, rimontando quelle nuove, e mettendo da parte quelle vecchie, di cui mi sarei liberato nel pomeriggio. Ero stato velocissimo e con la stessa premura mi preparai per essere presente all’università per le undici. Dovevo apparire sereno e perfettamente normale e così avvenne. Durante la lezione riuscii a mostrare la mia immagine consueta e a improvvisare uno dei miei più efficaci discorsi, condito con qualcuna delle mie migliori battute, quelle che tanto erano apprezzate dai miei studenti e invidiate dai colleghi.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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11 risposte a Il professore – Parte 3

  1. deorgreine ha detto:

    Hmmmm…. quando gli eventi sono così puliti, c’è poi qualche cosa che non torna. Guido, non può mica essere che l’assassino l’abbia fatta davvero franca, che non si sia dimenticato proprio di nulla, nulla, dài! O si? 😦

  2. carmilla50 ha detto:

    mannaggia…lucidissimo, questo assassino…sembra veramente un delitto perfetto; ma riuscirà il professore a sopportare i fantasmi che inevitabilmente, prima o poi, lo assaliranno?:)

  3. cristina bove ha detto:

    un delitto ben organizzato, ci si dimentica che la vicenda coinvolge esseri umani, ha un che di automa senziente, questo professore che commette efferatezze attento solo a non farsi scoprire.
    leggo sempre più incuriosita.

  4. frantzisca ha detto:

    E la busta con i documenti?

    • guido mura ha detto:

      Sì, ma non è quello il punto debole.

      • frantzisca ha detto:

        be’ dove ha parcheggiato nella precedente battuta? aveva già cambiato le gomme?
        e gli stivali vecchi o nuovi? e le tracce di sangue? prima di mettergli la busta in testa il ragazzo ha sanguinato senza dubbio…ha indossato i guanti? Ha lasciato le chiavi del ragazzo in macchina, o le ha gettate via?
        però il prof non ha pensato che dopo un furetto magari ne arriverà un altro, e un’altro ancora…magari mi diventa un serial-killer
        :-))

  5. maria d'ambra ha detto:

    Quando si crede di essere liberi, salta sempre fuori la “variabile” che fa saltare gli esperimenti! si vedrà… Il pezzo comunque è magnifico.

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