Il professore – Parte 4

deathbird

Come immaginavo, nessuno mise in relazione l’improvvisa scomparsa di Bruno con la mia persona. Non si poteva immaginare che il giovanotto mi fosse per qualche ragione d’impedimento e anzi (e io non l’avevo mai nascosto) si sapeva che proprio grazie al mio appoggio aveva avuto inizio la sua carriera universitaria. La mia relazione con Nicoletta non era stata particolarmente sottolineata e rientrava nella congerie di avventure irrilevanti di cui la mia vita era costellata.
La ragazza soffrì molto per l’interruzione del suo rapporto col fidanzato e non voleva credere a una sua improvvisa fuga. Ma quando vennero alla luce i numerosi garbugli in cui Bruno si era infilato, cominciò a prendere le distanze da quella storia, che minacciava di coinvolgerla pesantemente. Non aveva più l’entusiasmo per provare a costruire un’altra relazione con un coetaneo e fece sempre più riferimento a me, come amico e come amante. Ora sentiva più di prima un desiderio di protezione e io rappresentavo un approdo tranquillo e sicuro. Finalmente avevo raggiunto il mio obiettivo. Nicoletta mi apparteneva e la tenevo saldamente avvinta, anche perché le mie condizioni economiche erano diventate decisamente floride, grazie ai miei ottimi investimenti, ed ero in grado di assicurare a una donna tutte le comodità e le attenzioni che desiderava, che tutte, si badi bene, hanno un costo (e infatti non tutti se le possono permettere, anche se le donne, per non mostrarsi venali, preferiscono affermare che si accontentano di un “segno”, salvo offendersi mortalmente se quel “segno” non è sufficientemente costoso). Lasciato trascorrere il tempo sufficiente per non far sorgere sospetti, che mi potessero collegare con la scomparsa di Bruno, decisi di far entrare Nicoletta nella mia vita in modo palese, chiedendole di trasferirsi da me. Lei accettò. Amava molto la mia casa, non troppo vecchia né troppo moderna, da cui si potevano raggiungere facilmente sia l’università che il centro cittadino, e che era già provvista di tutte le possibili comodità. Lei intendeva comunque personalizzarla, per renderla più vicina a sé, anche se, come tante coppie moderne di orientamento progressista, non intendevamo regolarizzare la nostra posizione con un matrimonio.
All’inizio, l’entusiasmo per la nuova esperienza della vita in comune produsse come effetto un desiderio di rinsaldare l’unione e di cementarla con un figlio. Poi, come c’era da attendersi, la consuetudine e la stabilizzazione del rapporto, anche se non ufficializzato, produssero col tempo un calo del desiderio reciproco. Proprio quando la coppia stava iniziando a sperimentare una prima fase di crisi, Nicoletta rimase incinta per la seconda volta. Decidemmo insieme di tenere anche questo nuovo frutto della nostra unione. Entrambi i bambini avevano deciso di nascere di sesso maschile.

Dopo la nascita del secondo figlio, la mia compagna cominciò a entrare dichiaratamente in crisi.
In fondo io costituivo per lei un rifugio, ma in qualche misura ero stato anche un ripiego dopo la strana scomparsa del suo fidanzato e non sono mai riuscito a capire veramente quali fossero i suoi reali sentimenti nei miei confronti.
Fatto sta che perse interesse per la sessualità e persino per il lavoro. Cosicché a un certo punto decise di lasciare l’università senza sostenere il concorso per associato e preferì dedicarsi all’educazione dei figli.
Fu in questo periodo che il passato, sul quale speravo si fossero accumulati strati di polvere, depositi di foglie e di piume, sovrastati dalla nebbia che domina i nostri boschi e le nostre campagne, riemerse con qualche strepito e frastuono, con la violenza di un grosso sasso precipitato in una placida pozza d’acqua.
Sfortunatamente, tra le mode che la nostra opulenta società non mancava di sviluppare e incoraggiare, si stava affermando anche nella nostra regione quella per la speleologia. Così avvenne che il neocostituito gruppo speleologico cittadino decidesse di studiare le buche e le spelonche dei boschi che sovrastavano il centro abitato, con la malcelata ambizione di reperire notizie sui paleoinsediamenti di creature pensanti nella zona. Io seguivo il procedere delle esplorazioni con giustificato interesse e, quando si sparse la notizia del ritrovamento di resti umani in una delle più profonde forre del bosco di Bisaccia, iniziai seriamente a preoccuparmi.
I resti consistevano in un corpo che sembrava essere precipitato da una delle tante voragini che si aprivano nel folto del bosco a un livello superiore.
Il cadavere era irriconoscibile e totalmente degradato, ma nonostante il pessimo stato di conservazione non fu difficile capire che non si trattava di un nostro antenato del paleolitico superiore, bensì di un essere umano dei nostri tempi, ancora rivestito da abiti pesanti di foggia moderna. Poi, esaminando i resti, fu chiaro anche il nome del morto, visto che non avevo avuto di frugare bene nei suoi abiti e così non avevo trovato, ben nascosto in una tasca interna, lo scontrino di una lavanderia in cui il cognome del proprietario era chiaramente segnato.
Un giovane e ambizioso funzionario siciliano, un certo Santo Scuderi, riaprì le indagini. Uno di quelli furbi come solo gli isolani sanno essere, a causa dei secoli in cui intere generazioni etnicamente ibride hanno avuto il tempo di affinare il proprio intelletto e di indirizzarlo alla ricerca dei modi migliori per sopravvivere e per eccellere sulle masse beote che vivono stolide e inconsapevoli nel continente.
Mi ero preoccupato di non lasciare tracce sul luogo del delitto, avevo fatto sparire nella più vicina discarica abusiva le gomme dell’auto e i vecchi stivali, avevo bruciato i documenti di Bruno e ne avevo fatto sparire la cenere nell’immondizia, insieme a quel po’ di foglie e ciottoli insanguinati che avevo portato via dal bosco, ben avvolti nella plastica, ma non ero riuscito a liberarmi del fucile.
Avevo pensato di gettare il mio fucile da caccia insieme con il corpo, ma sarebbe stato come firmare il delitto, se nella più sciagurata delle ipotesi il cadavere fosse stato ritrovato. D’altra parte, era a conoscenza delle autorità di PS il mio possesso di un’arma, perfettamente legittimo per l’uso che ne dovevo fare, e mi sarei trovato in difficoltà se ne avessi dovuto denunciare la scomparsa.
Il giovane e rampante magistrato cominciò a interrogare amici e conoscenti del morto e in particolare i suoi colleghi di università, tra i quali qualcuno doveva aver avuto un qualche interesse a sopprimere quello sfortunato giovanotto.
Andai a trovarlo, convocato da lui, al palazzo di giustizia. Era naturale che cercasse di trovare il bandolo della matassa tra tutte le persone che avevano conosciuto Bruno e che cercasse di farsi un’idea sul possibile movente di quello che pareva un omicidio, forse involontario, forse dovuto a un incidente di caccia, accompagnato da un occultamento di cadavere. Ma vedo ancora adesso il suo occhio fisso su di me, pronto a esaminare e analizzare tutti i miei movimenti del viso e del corpo, come per trovare tracce di un disagio che rivelasse la mia colpevolezza.
La presenza nella nostra città di quell’odioso inquisitore, dallo sguardo penetrante e pieno di sarcasmo, mi disturbava non poco.
Proprio quando avrebbe potuto dare la caccia ai tanti ladri di denaro pubblico che causavano danni molto maggiori di quelli che io avevo potuto generare uccidendo un singolo e moralmente discutibile ragazzaccio, quella specie di segugio pensava di costruire la sua carriera sulle trappole nelle quali sperava di farmi cadere. Capivo che sarebbe bastato un ordine di perquisizione per trovare in casa mia il fucile con cui Bruno era stato ucciso.
Naturalmente corsi ai ripari e trovai un appoggio in un vecchio amico che era stato eletto al Consiglio Superiore della Magistratura.
Il magistrato mi accolse fraternamente e dimostrò di comprendere il mio sconcerto per l’atteggiamento sospettoso e inquisitorio tenuto dallo Scuderi.
« Ma come è possibile dubitare di una persona del tuo valore scientifico e della tua dirittura morale? Lo scuso solo perché non ti conosce come noi ti conosciamo ».
Il suo tono era lievemente untuoso e capivo che se non fossimo stati tutti anelli di una stessa catena il suo comportamento sarebbe stato molto diverso, ma non ero in grado di prestare attenzione alle sfumature del discorso. Dovevo accontentarmi di quella chiara manifestazione di favore, senza preoccuparmi del fatto che fosse sincera o meno, e assicurare da parte mia la più totale collaborazione al mondo con cui ero da tempo in contatto e che dominava me come il magistrato che aveva il potere di decidere della qualità della mia vita futura, quel mondo sommerso che plasmava e articolava la storia secondo una logica superiore e in conformità con le leggi universali cui tutti obbedivano.
Il giorno dopo il caso fu sottratto allo Scuderi, che venne addirittura trasferito con effetto immediato a casa sua, in Sicilia, come aveva chiesto da tempo, e quindi non aveva nemmeno motivo di ricorrere, né di protestare in qualunque altro modo. Il vecchio magistrato incaricato dell’inchiesta sulla morte di Bruno finì per archiviare il caso come incidente di caccia ad opera di ignoti.
Ma se ero riuscito a superare i pericoli dell’inquisizione di Stato, non potevo avere la stessa fortuna nell’ambito familiare.
Nicoletta non poteva vivere col sospetto che io fossi implicato nella scomparsa o per meglio dire nell’omicidio del suo fidanzato. Non credo che avesse mai pensato a una mia reale e diretta implicazione in quella sparizione misteriosa, ma il ritrovamento del cadavere in quella buca segreta, in un bosco che io conoscevo così bene e che avevo anche frequentato insieme a lei, doveva aver sollevato quel velo d’incoscienza che noi spesso stendiamo sui pensieri scomodi e l’aveva spinta a riflettere. Ora cominciava forse a vedermi entro una nuova luce, o piuttosto avvolto da un’ombra inquietante.
Da un lato diventavo oggetto di una cupa attrazione, ma dall’altro ero anche fonte di paura e insicurezza. Di cosa non sarei stato capace, dopo aver percorso già le strade del delitto? E lei aveva avuto con me due figli, che la legavano in maniera indissolubile al mio destino, almeno così sembrava.
Ricordo la sera in cui Nicoletta sembrò riscoprire la passione. Fuori c’era vento forte e pareva che tutte le forze della natura si fossero unite per scatenare un tempo da tregenda. Anche lei appariva come dominata da una forza diversa: era misteriosa e affascinante come solo le donne sanno diventare quando il desiderio le spinge a esercitare tutte le arti della seduzione. Aveva indovinato tutto, dalla pettinatura allo spacco della gonna, al cerchietto in pelle che le ornava la caviglia, allo smalto scuro che esaltava la perfezione dei piedi. In quel momento avevo ritrovato intatto tutta la mia esaltazione e non mi pentivo, no, mio Dio, non riuscivo a pentirmi di quello che avevo fatto per lei, spinto da un sentimento che ora sentivo di poter definire, senza finzioni, come gelosia.
Il mattino dopo, al mio risveglio, Nicoletta era scomparsa. Se n’era andata senza fare rumore, mentre io dormivo sereno e soddisfatto, perché anche i professori, come tutti gli altri animali, giacciono inebetiti dopo una notte di sesso e si svegliano tardi, e cercano di recuperare uno stato di coscienza sufficiente a comprendere i fatti della vita.
Mi chiamò al telefono, da Londra. Aveva organizzato la sua fuga senza far trapelare nulla. Doveva essersi impegnata molto per trovare una soluzione. Così aveva messo insieme i suoi titoli ed era riuscita a trovare un posto all’UCL Philosophy Department. Si mise in comunicazione con me solo dopo aver iniziato a lavorare. Forse temeva una mia reazione, che invece non ci fu. Ormai ero tornato ad essere una persona totalmente razionale; cosicché, quando si presentò da risolvere il problema dei bambini, che pensavano che la mamma fosse partita solo per qualche giorno, non mi opposi alla richiesta di Nicoletta di tenerli con sé a Londra. Sapevo che sarebbe stata la cosa migliore per loro: avrebbero frequentato scuole inglesi e avrebbero fruito di una formazione migliore di quella che l’Italia era in grado di offrire, apprendendo l’inglese come lingua madre; inoltre la mamma era disposta a occuparsene molto più di me, che avrei finito per considerarli come una sorta d’impedimento per la mia vita sociale e, perché no, sentimentale. Così, incredibilmente, dopo un periodo di azione tempestosa, tornavo a riposare in un lago calmo, preparandomi ad affrontare quella che si preannunciava come una serena vecchiaia. Da quel momento ho imboccato la strada di una vita da single, confortata dalla ricerca filosofica e dagli scritti che ne esponevano i risultati, tra convegni e articoli, tra libri e riviste e senza emozioni diverse da quelle della vita quotidiana. Vivo in una discreta agiatezza e, fino a poco tempo fa, senza grosse preoccupazioni. Poi, all’improvviso, come succede a molti, la consapevolezza di non essere immortale è diventata una notizia certa. Bastano poche righe di un referto, su carta intestata di un centro diagnostico, e il gioco è fatto: ora ho anch’io, come tutti i prodotti, una data di scadenza, e questa data è molto vicina.
Mi rendo conto che devo concludere questa, che non è una vera confessione, né un vero giornale privato, anche perché la mia cultura, la maledizione dell’intellettuale, sta prendendo il sopravvento sull’innocenza della scrittura, senza la quale non c’è diario, non c’è autenticità, ma solo trasposizione letteraria; però è l’unico modo che conosco per raccontare una storia che in qualche momento è stata forse solo un po’ più drammatica di tante altre storie, ma come chissà quante altre è rimasta nascosta per decenni: storie di sopraffazione, d’inganno, di violenza e di vittoria; sì, di vittoria, parziale e temporanea, nella perenne lotta in cui siamo coinvolti, che è poi in definitiva la lotta per la vita.

(Concluso l’8 giugno 2012)

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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20 risposte a Il professore – Parte 4

  1. primovolo ha detto:

    Molto, ma molto bello! E inquietante perchè assolutamente verosimile. Come se fosse una confessione vera!

  2. carmilla50 ha detto:

    ho letto tutta la storia con molto interesse; beh, è scritta così bene che sembra davvero la confessione di un condannato a morte; anche perchè sono convinta che spesso accada proprio così, e cioè nella vita, prima o poi, tutti i nodi tornano al pettine. ovvero, non possiamo sfuggire da noi stessi e dalle nostre azioni, giuste o sbagliate che siano.

    buona domenica:)

  3. carmilla50 ha detto:

    ripensando a questo tuo racconto, altre cose mi vengono in mente:)
    insomma: questo prof…non è mica tanto una bella persona, eh, freddo come il ghiaccio…neanche per un attimo ha avuto un briciolo di rimorso per ciò che ha fatto, ha solo pensato bene di pararsi le terga quando è stato il momento…porca miseria, ha ammazzato un ragazzo… possibile che non si sia mai pentito del suo gesto? e poi, cavoli..che amore era il suo? era solo desiderio di possesso; passata la “novità” si è scocciato velocemente, e si è addirittura sbarazzato dei suoi figli…beh, mi viene spontaneo pensare che giustamente la vita stessa lo ha punito…

    meno male che è solo un racconto:)

    • guido mura ha detto:

      In questo, che è il nono profilo di assassino della mia piccola serie, credo di aver trovato il mio assassino perfetto. Non può trovare, come gli altri, giustificazioni consistenti. I filosofi possono essere molto pericolosi, perché in essi il pensiero può inibire l’umanità, o meglio favorire lo sviluppo di istanze che sono presenti nell’uomo ma che sono tenute sotto controllo da timori e debolezze. A dire il vero, tutti i veri assassini agiscono e pensano così. Per loro togliere la vita è un’azione naturale che rientra nel quadro delle possibilità. La società umana può fare poco: può solo sperare che commettano qualche errore o che le loro difese razionali s’indeboliscano, sviluppando il rimorso, che però è cosa poco probabile.

      • carmilla50 ha detto:

        si, in effetti è probabile che un vero assassino pensi proprio a questo modo…ovvio che non possa avere cedimenti. perchè insomma, diciamolo; poca gente sarebbe capace di mantenere il controllo ed il sangue freddo in una situazione di questo genere; e soprattutto chiunque prima o poi proverebbe sensi di colpa…
        o meglio, così ragiono io; ma credo che molti ragionino così:)

      • guido mura ha detto:

        Il vero assassino invece forse si diverte pure!

  4. cristina bove ha detto:

    Verosimilissimo! se si pensa a quanti omicidi rimangono insoluti, a quante sparizioni avvengono ogni anno…
    La lucidità premeditativa di questo prof è frutto della sua mente allenata alla logica e al calcolo.
    Forse hai ragione, Guido, un essere umano per diventare un assassino deve pensare che “togliere la vita è un’azione naturale che rientra nel quadro delle possibilità”.
    Appunto.
    Narrazione magistrale, sempre al massimo della piacevolezza.
    cb

  5. guido mura ha detto:

    Tanti i casi insoluti, tanti i delitti scoperti per caso, tanti i casi per cui è emersa una “verità processuale”, che lascia tanti dubbi e l’amaro in bocca. Insomma, se non ammazziamo qualcuno è proprio perché non abbiamo una natura violenta, in quanto uccidere può essere conveniente e liberatorio, però bisogna saperlo fare. 🙂

  6. lillopercaso ha detto:

    Penso che potrei essere un’assassina, senza rimorsi; però non dovrei pensare che l’assassinato/a ha famiglia, amici e persone che, magari immeritatamente, lo amano.

    Tu no? E voi?

  7. wolfghost ha detto:

    Questo è stato davvero uno splendido racconto, caro Guido 🙂 Il termine che più mi viene da associargli è… completo 😉 C’è tutto: trama avvincente, colpi di scena, scorrevolezza e capacità di scrittura. Davvero bravo! 🙂

    http://www.wolfghost.com

  8. lillopercaso ha detto:

    Davvero! Mi spiace che sia terminato.

  9. melogrande ha detto:

    Il protagonista è un perfetto amorale: uccide per tenersi Nicoletta, ma poi la lascia andare quasi con sollievo. Il racconto è splendido e, forse, in effetti, lo si poteva far durare di più.
    Sarebbe stato interessante vedere il professore alle prese con Nicoletta nel progressivo deteriorarsi del rapporto quotidiano, oppure alle prese con nuove generazioni di studenti ( e studentesse) più giovani…

    Insomma, Guido, faccelo tornare !

    • guido mura ha detto:

      E chi lo sa. La tentazione c’è sempre, come mi è già capitato. Ma bisogna trovare anche il tempo e la voglia. Magari mi dò alla politica, mi faccio la villa con studio-biblioteca e collaboratori familiari e scrivo tutto il giorno. Così sono nati vari capolavori dell’Ottocento. Però c’erano anche i poveracci che scrivevano come matti per campare o pagare i debiti di gioco. Oggi siamo troppo distratti dal far da mangiare, dalle faccende domestiche e, purtroppo, anche dalla televisione.

  10. odinokmouse ha detto:

    Mi piace il cinismo inflessibile dei tuoi assassini, i conti che si fanno alla loro vita, l’incapacità assoluta di sentire la colpa, neanche l’ombra. Veramente bello.

  11. guido mura ha detto:

    Gente così o ammazza qualcuno o fa carriera, nella finanza, nella politica, amministra una multinazionale o diventa capo dei servizi segreti. La Spectre sarà pure un’invenzione, ma nel mondo ci sono tante persone che potrebbero dirigerla.

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