Canary Wharf

Canary Wharf - Summer 2010

Doveva essere una giornata come questa, col cielo grigio in maniera difforme, ma luminoso, che si rifletteva sugli specchi d’acqua freddi e appena increspati che avvolgevano Canary Wharf.
Era probabilmente in una giornata d’estate come questa, instabile e ventosa, che lui vide Maggie per la prima volta.
Maggie aveva vent’anni, un faccino piacevole e regolare e due occhi grandi e chiari, tra l’azzurro e il grigio, gli occhi che tutti hanno, nella nostra famiglia, occhi allegri, perché sorridiamo spesso, ma qualche volta un po’ trasognati, come se volessero andare al di là della banalità quotidiana e approdare nella dimensione del sogno.
Forse sarebbe stato meglio che lui non l’avesse notata, con i suoi capelli biondi, lisci ma dal taglio accurato, e con lo sguardo perso sull’acqua traslucida che continuava, da secoli, a lambire le banchine dei vecchi docks.
Sarebbe stato meglio, per tutto quello che ne sarebbe derivato, ma era proprio inevitabile.
Lei scendeva due volte al giorno, come tanti altri impiegati, per fumare all’aperto e rimaneva per tanto tempo, da sola, a due passi dall’ingresso del grattacielo, che ospitava il suo ufficio, uno dei tanti che avevano trasferito la loro sede nel nuovo centro direzionale di Canary Wharf. Era impossibile per lui non notarla, come per chiunque fosse passato lì davanti.
Lui si chiamava Carlo Baldi e lavorava proprio dall’altro lato della strada, nel ristorante italiano che lì si era stabilito. Non uno dei tanti ristoranti etnici che sorgono come funghi a Londra, uno accanto all’altro, e che emanano spesso un insostenibile olezzo di aglio fritto, che si spande sull’intera strada rendendo l’aria irrespirabile. Questo sembrava un buon ristorante, pulito ed elegante, in tono con le architetture incantevolmente contemporanee della zona.
Carlo non era cameriere di professione: lavorava durante l’estate per mantenersi agli studi e per imparare meglio l’inglese. Sì, perché lui era un ragazzino italiano, dai capelli ricci, piuttosto carino, con due profondi occhi scuri che parevano ricavati da una pittura ellenica o dalle imitazioni romane di età ellenistica. Non era un colosso, ma era proprio bellino. Certo, non era uno per cui perdere la testa, ma proprio per questo poteva rivelarsi un uomo con cui trascorrere del tempo serenamente, con cui chiacchierare, un uomo da sposare, forse.
Io uno così l’ho cercato per tutta la vita, e l’avevo anche trovato, forse.
Avrei fatto l’amore con lui, serenamente, e avrei avuto dei figli, dai capelli bruni e dagli occhi grigio azzurri, gli occhi dei Burton, che avrebbero attraversato le generazioni anche sotto un diverso cognome.
Ma certo, io sono ancora una persona di un’altra epoca, una vecchia signorina che leggeva, da ragazzina, i libri di sua madre, storie delle nostre scrittrici, come Berta Ruck ed Eleonora Glyn, storie per donne scritte da donne, ma che aveva fatto anche migliori letture, da Jane Austin a Emily e Charlotte Bronte, fino a quei divini e sconvolgenti romanzi della nostra più grande scrittrice moderna, Virginia, l’indimenticabile Virginia Woolf.
Poi le cose prendono una piega diversa da quella che speravi o che anche potevi solo immaginare, e la tua vita cambia, per un inezia, un ritardo, un capriccio.

Lui, Carlo, era proprio uno che amava creare. Una volta, diceva, aveva sognato un intero musical, e immaginava di scriverlo davvero, in inglese, e di rappresentarlo proprio a Londra, al Victoria Palace o al Palace Theatre del Cambridge Circus. Aveva in mente diverse musiche e la trama era già delineata, anche se in modo sommario. L’aveva raccontata a Maggie, che poi l’aveva esposta a me; ma purtroppo non la ricordo. Forse era proprio la sua storia, quella di un ragazzo straniero che cercava di affermarsi a Londra, scontrandosi con tradizioni e pregiudizi di ogni genere: era la storia di uno come tanti, disperatamente immersi nei loro sogni, di fronte a un mondo estraneo e ostile.

(Da Canary Wharf, Incipit – 2010)

Sono rimasto a lungo indeciso sul testo da inserire come nuovo post. Ho scelto alla fine il frammento iniziale di questa storia dei nostri giorni, che spero un giorno di concludere, una storia con tanti personaggi e una sola narratrice, in un mondo imperfetto, a volte crudele, a volte divertente. Questa è almeno l’idea, che non so se diventerà concretamente un romanzo. D’altra parte solo descrivendo il nostro tempo forse abbiamo la possibilità di comprenderlo. Certo, è molto più semplice improvvisarsi politici ed economisti e predicare alle folle proponendo soluzioni della nostra crisi, quella che sta divorando la nostra realtà. Ma, purtroppo, a quanto mi pare di capire, nessuno sa veramente che fare, oltre che cercare di sopravvivere dignitosamente allontanando nel tempo l’inevitabile futura miseria, e allora forse è meglio evitare di esprimersi su una materia sulla quale si è assolutamente impreparati, anche se la voglia di mugugnare e di rivoltarsi è lì che ribolle.

Montgomery Square

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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10 risposte a Canary Wharf

  1. deorgreine ha detto:

    Questi palazzi di vetro sono tutti uguali!

  2. melogrande ha detto:

    “D’altra parte solo descrivendo il nostro tempo forse abbiamo la possibilità di comprenderlo.”
    Sono totalmente d’ accordo, Guido, ed è un’ idea secondo me fondamentale.
    Da sempre, la letteratura è lo strumento più efficace per interpretare e comprendere il mondo. Sì lo so, ci sono gli storici, i critici, i sociologi, e tutto il resto, politici inclusi.
    Ma se uno davvero vuol capire, deve leggere la letteratura del tempo.
    Descrivere efficacemente è sempre il primo passo.
    E forse, dopo aver capito, qualcuno troverà pure una via d’ uscita…

    • guido mura ha detto:

      Allora… al lavoro. La nuova sfida è quella di scrivere un romanzo dei nostri tempi, senza serial killer, a squartamento ridotto (cioè senza squartamenti: si accettano solo il suicidio o le morti naturali). Sono un po’ incerto sull’uso delle parolacce, che non amo in letteratura, ma sembra impossibile pubblicare un libro che non ne adoperi una buona dose, ed è anche vero che nel linguaggio comune sono molto frequenti. Nel frattempo continuo a cercare di collocare la vecchia produzione di carattere fantastico, anche se forse ha già perso interesse, sia per me che per gli editori. Facendo la revisione di Giorni di nebbia mi son reso conto della necessità, oltre che di allungarlo sviluppando meglio alcuni punti, di apportare un’infinità di correzioni. Certamente, in quello stato, i primi editori che lo hanno (se lo hanno) esaminato hanno giustamente ritenuto che non fosse pubblicabile. Ora ci riprovo, anche se i nuovi progetti in cantiere sono ormai molto diversi e più ambiziosi. Insomma, è un lavoro che non finisce mai e comincio a capire il Manzoni

  3. deorgreine ha detto:

    Descrivere efficacemente non basta. E’ necessario che qualcuno che ha i mezzi, poi divulghi ciò che descrive chi i mezzi non li ha. Magari riprendendone le idee, basta questo. Perchè ci sono milioni di mani che scrivono il loro tempo sulle tastiere di adesso, ma solo pochi riescono a farsi leggere da molti. E solitamente sono quelli che condensano le idee dei più.

    • guido mura ha detto:

      Sinceramente non mi piace molto l’idea di uno scrittore che agisce come deputato-sindacalista. Credo che gli artisti abbiano un’individualità irrinunciabile e che, ognuno a suo modo, elaborino le tessere del mosaico che i lettori un giorno si troveranno da interpretare. D’altra parte, gli scrittori fanno il loro mestiere: scrivono. Saranno poi gli studiosi a scoprire, anche a distanza di anni o di secoli, la loro visione della realtà. Per questo è importante che in qualche modo si assicuri la conservazione di tutto quello che è stato scritto, anche degli autori meno fortunati o meno artisticamente dotati.

      • primovolo ha detto:

        Intendi dire che bisogna “mettere da parte” tutto, tutto? Beh, in tal caso, i blog sono una garanzia in un certo senso, no? Una specie di archivio. E’ così? Ma ora che ci penso, ho cancellato un blog, una volta. Tutto. Ma non mi ha fatto nessun effetto, non ho pensato al fatto di “dover conservare”. E’ un po’ come quando bruci i tuoi vecchi quadri, per ricominciare a farne altri partendo da zero. A volte è necessario. Per chi scrive intendo, a volte lo è. Per crescere un po’.

  4. lillopercaso ha detto:

    Quando visito un Paese, oltre alle dovute informazioni storiche artistiche ecc, che però devo acquisire in loco altrimenti non fanno presa nel mio cervellino, mi butto sulla letteratura di genere ivi prodotta, che mi pare m’introduca in quel mondo più che qualsiasi saggio. Un po’ come accendere la tv e guardarsi le pubblicità locali: scopri quali sono i sogni, scopri molto.

    Per me fai benissimo a continuare su questa strada. Ma…
    con la Maggie e il Carlo, come la mettiamo? Mica mi mollerai così, in attesa di farti editore…!

    • guido mura ha detto:

      Devo lasciare il tempo a Miss Burton di raccontare tutta la storia, e di descrivere con il suo punto di vista esterno le vicende di un mondo che gravita attorno al denaro. La trama, a grandi linee, è delineata, ma sinceramente non ho ancora chiara l’azione di tutti i personaggi, che sono un bel po’. Insomma, ne avrò per un pezzo. Poi alla fine rileggerò il tutto e se mi piacerà vorrà dire che in fondo un romanzo sono veramente riuscito a farlo

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