Ancora Canary Wharf

In questa calda estate le piattaforme impazziscono e così accade che la maggior parte dei miei commenti venga interpretata come spam. Naturalmente questo non m’incoraggia a scrivere sui blog. Ne ho approfittato per riscrivere e allungare il mio racconto Giorni di nebbia, nel tentativo di renderlo pubblicabile. L’ho mandato, insieme con Le terme, a un altro editore, che assicura di rispondere entro tre mesi. Ho iniziato a studiare anche le tecniche di autopubblicazione, che però al momento mi sembrano ancora abbastanza deludenti. Per fare il lavoro per bene bisognerebbe trasformarsi in editore; ma questo è un passo impegnativo, anche se corrisponde a un mio desiderio di ragazzino (c’è chi vuol fare il pompiere e chi l’editore) e bisogna valutare bene i rischi.
Qui sul blog, visto che ho cominciato (e che ho anche le foto pronte), riverso un altro episodio di Canary Wharf, romanzo che concluderò se e quando potrò tornare a Londra (quest’anno non se ne parla proprio: ci sono le olimpiadi!). Ho anche un’altra storia (Che ne dite di Nina?), che si conclude in Inghilterra e perciò prima o poi sarò costretto a tornare in questo paese che conosco ancora troppo poco.
Ma ecco che Canary Wharf sta arrivando…

Acque  a Canary Wharf

(Dal cap. IV di Canary Wharf)

L’acqua tremolava appena, con quel colore ferrigno che manteneva, indipendentemente dal colore del cielo che in essa doveva pure specchiarsi. Un colore che pareva essere in rapporto con binari e traversine ferroviarie, piuttosto che coi grattacieli bianco-grigiastri e translucidi che ora vi si riflettevano.
Ma forse quel colore era proprio dell’anima di quella porzione di spazio e rifletteva il marrone dei legni di antiche golette e di carghi ottocenteschi, dall’aspetto scuro e fuligginoso, i visi abbronzati dei marinai e degli operai che si muovevano tra le baracche dei vecchi docks, le ciurme di colore che dilagavano abbagliando l’aria col biancore degli occhi e delle risate.
Possibile che in una mattina così gelida e ferma qualcuno potesse pensare di annegare la propria disperazione proprio lì, in quell’acqua, sotto gli occhi di vetro dei grattacieli e dei loro distratti abitanti?
Eppure bastò un momento e il povero Norman fu solo un oggetto piombato in quell’acqua poco invitante e immediatamente trascinato sul fondo dai pesi che si era portato con sé.
Ai pochi presenti che si precipitarono a guardare dalle ringhiere di colore grigio, dalla sagoma arrotondata, non rimase altro che chiamare i soccorsi col cellulare, ma nessuno ebbe voglia di fare l’eroe. Non c’erano eroi quel giorno a Canary Wharf, né supereroi né banali eroi umani; l’aria era troppo fredda e poi, al di là delle onde concentriche prodotte dalla caduta di Norman, sullo specchio d’acqua sembrava aleggiare un silenzio di morte.

Norman Hailey era un uomo comune, direi normale, se la comunanza della radice della parola con il nome non suonasse in qualche modo grottesca e studiata: The normal Norman ha qualcosa di casualmente ironico che non si addice al personaggio, che nulla aveva, ma proprio nulla, mio Dio, di buffonesco.
Era un uomo molto serio, invece, con una preparazione solida, che lavorava con determinata convinzione e sperava, poveretto, di far carriera per il suo impegno e per le proprie capacità.
Ho sempre ritenuto un po’ limitate le persone che dedicano la loro vita al lavoro e soltanto a quello. Tutti i loro pensieri sono orientati alla loro attività principale, così da dimenticare amore e arte, viaggi e spettacoli.
Il lavoro, questo dominatore, riesce ad asservire le menti, ottenebrando la coscienza e impedendo a ogni altra sensazione di penetrarvi. Non esistono più i fiori con il loro profumo, né le donne con la loro venustà, il sole non filtra più gioiosamente tra le nubi e l’acqua non ne riflette l’immagine dorata, i bambini più non corrono sui prati con le loro grida gioiose e gli artisti non rallegrano più la vista. Ogni cosa piacevole diviene sfocata e ogni colore sfuma come in un giorno di nebbia. Il lavoro pervade le giornate e infesta il riposo notturno.

A far precipitare il nostro impiegato modello nella più cupa delle disperazioni possibili era stata la notizia, da tempo paventata, ma finalmente divenuta reale e comunicata ufficialmente, della nomina a dirigente di miss Hamilton, una giovane collega, entrata in azienda solo un paio d’anni prima. La Hamilton era piuttosto carina e aveva un sorriso disarmante; inoltre aveva fatto incetta di titoli, compreso un master in tecnica di ammortamento di nonsochecosa, preso ovviamente a New York.

Non era un segreto per nessuno che Norman aveva programmato tutta la sua attività lavorativa con l’obiettivo di superare il livello di quadro ed era certo di aver acquisito meriti che nessun altro impiegato poteva oggettivamente vantare. Non poteva assolutamente credere che una ragazzina avrebbe potuto vanificare tutti i suoi sforzi e presentarsi come concorrente credibile di fronte ai capi
In quella gelida mattina Norman si era precipitato dal capo supremo per chiedere le motivazioni del suo incredibile scavalcamento e della nomina di una saccente ragazzina alla carica che lui riteneva di sua pertinenza per il lavoro svolto, per le sue idee originali, per la dedizione incondizionata all’azienda.
Il capo non si stupì dell’ardire del suo migliore impiegato e lo accolse con argomentazioni che non ammettevano replica (e che non lasciavano speranze).
« Lei tra qualche anno andrà in pensione, Mr Hailey; dovrebbe saperlo che nessuna azienda può permettersi di investire sul personale anziano. Ha studiato management anche lei e sa che i giovani devono essere preferiti nella scelta delle figure superiori. Noi siamo consapevoli dei servizi da lei svolti alla nostra società e la ringraziamo per questo, ma per il bene di tutti bisogna assumere decisioni anche dolorose… e lei dovrebbe essere il primo a fare un passo indietro, a non contestare quello che sa essere la scelta migliore per la nostra azienda. »
Una volta, pensava Norman, l’esperienza e i trascorsi di un impiegato venivano privilegiati; così era ai tempi di suo padre e di suo nonno. Lui stesso, quand’era giovane, non avrebbe mai pensato di poter insidiare il posto di un impiegato anziano ed esperto; ma ora il mondo si era rovesciato, a suo danno naturalmente. La rabbia che gli aveva arrossato il volto durante il suo colloquio col dirigente lasciava il passo al terreo pallore della depressione.
Alle fiamme era subentrato il freddo, a questo il vuoto. L’assoluta mancanza di prospettive aveva sostituito l’attesa di un futuro ancora vivo e vibrante. Un vuoto levigato e impermeabile si era fatto strada dentro di lui. Non c’erano affetti, non c’erano piaceri sulla sua strada. Le dimissioni gli parevano la soluzione più dignitosa; ma a che sarebbero servite? Il sistema in cui aveva creduto, di cui era stato un fedele sostenitore, ora lo aveva abbandonato. Cercò di immaginare le sue giornate, impietosamente libere, prive di avvenimenti e di punti fermi: una libertà inutile e indesiderata, senza obblighi né riferimenti. Avrebbe avuto la possibilità di spostarsi, di andare in qualunque zona della città, oppure di partire, in treno o in aereo, ma per dove? Ogni parte del mondo, e la stessa città in cui era vissuto da sempre, gli erano estranei. E poi gli veniva da meditare sull’inutilità di qualsiasi spostamento, di qualsiasi azione. Quella vita che lo attendeva era assurda, inutile, impossibile: doveva liberarsene.
Arrivata l’ora della pausa, mentre il personale dell’ufficio iniziava a preoccuparsi di trovare qualcosa di commestibile per il lunch, Norman raccattò senza farsi notare due pesanti fermacarte, che infilò nelle tasche del cappotto, poi disse che usciva per prendere una boccata d’aria e s’infilò
nell’ascensore, scendendo al piano terreno. Si sentiva stranamente calmo mentre lasciava il portone di uscita e percorreva la strada fino alla ringhiera scura, metallo scuro davanti allo scorrere metallico dell’acqua. Passo dopo passo, regolare e preciso, giunse alla barriera e senza esitare la scavalcò e scomparve.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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8 risposte a Ancora Canary Wharf

  1. primovolo ha detto:

    Direi che è un racconto che senza dubbio può funzionare anche soltanto per il fatto che parla di una realtà feroce e spietata, ovvero quella in cui viviamo. E lo fa impietosamente, com’è giusto che sia, perchè essa stessa è impietosa. E vorrei vedere il testo integro pubblicato, lo vorrei leggere su carta. Sarebbe molto bello!

    • guido mura ha detto:

      Se mai riuscirò a finirlo, in qualche modo lo metterò su carta. Tanto, prima o poi, dovrò decidermi a trasformarmi in editore, per pubblicare i testi che mi piacciono, non solo quelli miei. Solo che devo pensarci bene e capire dove sta andando l’editoria, e se esisterà ancora.

  2. lillopercaso ha detto:

    Bello. Sì, forse fai bene ad accantonare un po’ il fantastico, almeno per l’editoria. Ma anche la serie ‘Assassini’ è bella, e può far parte dei racconti ‘contemporanei’, vero? Vero?

    Accetti critiche dai tuoi lettori?

    • guido mura ha detto:

      Mi pare che il fantastico oggi funzioni un po’ meno, a meno che non si tratti di storie per adolescenti. La serie assassini deve ancora crescere, se voglio renderla pubblicabile. Non ha ancora un numero di pagine sufficiente. A pensarci bene, si tratta di monologhi, che potrebbero essere predisposti per il teatro. Ma difficilmente troverebbero un editore, dato che ormai si pubblicano soltanto romanzi e i lettori vogliono leggere tanto, se acquistano un libro di carta o un file per e-reader. Le critiche che arrivano dai lettori devono essere accettate per forza, dato che sono loro, alla fine, a reggere il gioco e, tra i lettori, quelli che selezionano i testi per le case editrici sono i più impietosi. Se un libro viene scartato e l’editore non risponde significa che il romanzo non funziona, perché la struttura non regge o perché è troppo breve. Per questo scrivere un vero romanzo per me è una vera scommessa. Finora ho scritto due racconti che si sono ampliati fino a diventare romanzi, ma un vero romanzo mai e solo quello sarebbe pubblicabile, ammesso che riuscissi mai a finirlo. Per cui ho ancora tanto da lavorare e, anche se decidessi di trasformarmi in editore, con tanto di ISBN e partita IVA, finirei per non pubblicare proprio le mie storie, per evidenti ragioni commerciali. Purtroppo la logica dell’arte e quella del commercio raramente s’incontrano. Naturalmente la pubblicazione in formato digitale è un’altra cosa ed è consentita anche per testi più brevi. La cosa però va studiata bene.

  3. germogliare ha detto:

    Bello! E’ difficile fare supposizioni sul fatto che potrebbe funzionare o meno, essere pubblicabile oppure no. Ci sono in giro libri a dir poco brutti, privi di contenuti, e non parlo di quel pacchetto di fogli che racchiude “pensieri” di tipo umoristico, sportivo o culinario. L’editore, anche se lungimirante e coraggioso, spesso, o, sempre, è costretto a realizzare pubblicazioni che il mercato richiede, e questo non sempre chiede qualità.
    In bocca al lupo!

    • guido mura ha detto:

      L’editore non realizza quel che il mercato richiede, ma quello che si pensa il mercato richieda. La valutazione non la fa lui, ma i suoi lettori, impiegati o collaboratori che siano. Spesso la valutazione è fatta con lo stesso metodo a monte, presso l’agenzia letteraria. Questi personaggi, i valutatori, adottano spesso criteri standard, che poco hanno a che vedere con la qualità letteraria. La maggior parte dei libri di vera letteratura non sa cosa siano i loro criteri di validità del romanzo. Libri come Le caves du Vatican o Molloy verrebbero scartati a priori (e infatti quasi nessuno dei massimi autori del Novecento è stato accettato dall’editoria comune). Gli autori che credevano nella loro opera hanno quasi sempre pubblicato a proprie spese. Oggi si può solo sperare nel digitale, i cui costi sono limitati; ma questo significa che la maggior parte dei lettori attuali non vedrà mai la nuova produzione, che verrà messa a disposizione di un pubblico abituato a leggere su apparati diversi dal libro.

      • germogliare ha detto:

        Esatta la tua osservazione, e la condivido. L’editoria non paga, specie quella di qualità, per finitura e contenuto, così anche l’editore, spesso piccolo, attento e capace, è spesso costretto a scendere a compromessi. Qualcuno chiude, altri cambiano organizzazione, cercano di reinventarsi, almeno coloro che non vogliono arrendersi. Conosco bene il problema e per questo non mi va di scagliare frecce contro nessuno. Il digitale dà delle buone possibilità, permette a chiunque di realizzare il sogno di rendere il lavoro fruibile, se pure circoscritto a un gruppo specifico. Del resto, l’autopubblicazione non può garantire una maggiore visibilità, permette solo di avere il manufatto tra le mani, sentirne l’odore della carta.

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