Paccheri

sugo e basilico

Pensava a come aveva cucinato i paccheri ed era contento, sì, perché erano venuti proprio bene. Il sugo era venuto bene: era gustoso e sapeva di pancetta affumicata; aveva aggiunto qualche strisciolina di cipolla, minuzzoli di carote e sedani, un po’ di basilico, ma anche origano e quel tanto di zucchero che spegneva l’acido dei pomodori. L’aveva lasciato addensare al punto giusto, né troppo liquido né troppo pastoso, sufficiente per dominare sulla pasta, senza lasciarne una parte bianca, come spesso succedeva.
“Buono”, aveva detto suo figlio, ed era un avvenimento. Di solito trovava i piatti insipidi e aggiungeva di tutto, dalla salsa di soia al sale e al pepe, al curry, all’olio, al peperoncino.
Quella sera invece era andato tutto bene. Il sugo era ricco di sapore, la pasta al dente nella misura giusta.
Poi avevano guardato insieme la televisione.

Faceva il suo solito sogno. Era in una città con le mura e i camminamenti e lui doveva trovare il giusto itinerario. Chissà come, in quel sogno da un po’ entrava suo figlio e lui doveva insegnargli il percorso, fargli vedere tante cose, quelle che prima lui stesso aveva trovato, ma i percorsi non si trovavano facilmente: Si camminava tanto, in salita o in discesa, su strade piene di ciottoli, all’ombra delle muraglie, o sopra i bastioni, a un passo dal cielo brulicante di nuvole bianche, che ne spezzavano l’intenso azzurro, ma non si capiva se il sentiero imboccato fosse il più diretto e il più comodo o se, invece, costringesse a deviazioni inattese, a inutili ghirigori.
Non c’era però ansia: era come se facessero del turismo, in una città sconosciuta, che però aveva tratti riconoscibili, ricavati dal ricordo frammentario di città realmente attraversate o già altre volte sognate.
Si risvegliò nel letto matrimoniale dove da un pezzo dormiva solo. Si mise a pensare a un’imperfezione, alla piccola verruca rossa che sua moglie portava sul viso e che si era fatta togliere, quando ormai avevano smesso di fare l’amore. Aveva amato quella donna imperfetta e quando aveva finalmente realizzato il suo sogno di bellezza, senza quella minuscola ma fastidiosa anomalia, non l’aveva più toccata. Poi lei era andata per la sua strada. Peccato!
La mattina era ancora buio, ma suo figlio si era alzato e aveva acceso la luce.
Si alzò anche lui, perché quel muoversi così presto non era mica una cosa abituale in casa.
“Io sto andando, pa’.”
“E quando torni?”
“Non lo so.”
“Come, non lo sai?”

La risposta si fece attendere. Per la prima volta nella sua vita, il figlio non rispondeva immediatamente, con una battuta, con una delle sue battute, a volte spiazzanti, a volte sarcastiche.

Alla fine se ne uscì con un: “Pa’, vado per lavorare.”

Ma quello non era mica un lavoro!
Cose dette e ridette tante volte: “L’Italia è un paese che non serve, pa’; qui non ci sono possibilità.”
Certo, l’Italia è un paese molto tradizionalista e formale. Se fai finta di studiare, un diploma non si nega a nessuno; ma se uno vuole fare sul serio e imparare davvero qualcosa, perde tempo e poi nessuno lo assume più. A 24 anni, senza un pezzo di carta, cosa vuoi fare? Se poi non hai neanche la patente, perché per prendere la patente devi studiare e tu dopo la prima bocciatura manco ti ripresenti più, perché costa troppo e ti fa rabbia spendere tutti quei soldi? A 24 anni sei disoccupato e la tua prospettiva è di rimanere disoccupato a vita. Non ti assume più nessuno, perché c’è la crisi e gli stessi artigiani si accontentano di lavorare loro, o al massimo fanno lavorare i figli. E poi c’è sempre qualche cretino in televisione che afferma che ci sono lavori che gli italiani non vogliono più fare. Perché non provano loro a cercare lavoro come muratore o come idraulico o elettricista o meccanico? Così si accorgerebbero che il lavoro, quel poco che rimane, c’è solo per i disabili o gli ex carcerati, che certo hanno diritto ad essere protetti e aiutati, ma, alla fine, lavoreranno soltanto loro; al massimo viene assunto qualche ragazzino, come apprendista, perché lo pagano poco o quasi niente, o qualche extracomunitario, perché si accontenta di lavorare in nero e senza far questioni.

E poi la rabbia di non vivere al sud, dove i diplomi te li lanciano dietro e le patenti pure.

Qui a Milano, invece, fanno tutti finta di fare le persone serie, e il diploma te lo fanno sudare.
L’Italia è un paese così, il paese delle ipocrisie, del finto impegno, dell’accettazione formale delle regole, che tanto chi se lo può permettere delle regole se ne frega proprio. Per cui devi dimostrare ossequio al potere e fare incetta di titoli, meritati o no, spesso ottenuti perché sei amico di questo, o di quello, perché fai propaganda e procuri voti, perché fai fare affari a qualcuno o, più semplicemente, sai imbrogliare.

I francesi invece sono più furbi e, se uno sa fare il suo lavoro, chi se ne frega dei titoli! E così il figlio aveva deciso di provare a entrare nella Legione Straniera; sì, quella delle marce nel deserto, dei galeotti in cerca di redenzione, delle guerre coloniali, delle torture, degli eccidi, di Stanlio e Ollio alla Legione Straniera.
Cosa ci andava a fare in mezzo a delinquenti, farabutti, avanzi di galera, fuorusciti politici, sadici e assassini? Forse cercava quella disciplina che lui, suo padre, non era riuscito a insegnargli, lui ultrapermissivo e tendenzialmente libertario, assolutamente incapace di educare cani e figli, come di farsi rispettare da una moglie o dai colleghi, figurarsi poi dai superiori.

Cercò disperatamente notizie, esperienze negative sulla legione, testimonianze di orrori. Ma trovava ricordi di orrori passati, ormai così perfettamente fusi con il globale orrore della storia da non risultare più sconvolgenti. Si trattava infatti di storie antiche, finalmente concluse, di un passato coloniale e violento, che aveva difeso l’arricchimento di uno dei grandi imperi del ricco occidente, di cui restavano ormai solo le rovine.
Ora la legione aveva l’apparenza di un corpo speciale, non più oscuro e misterioso, torbido e maledetto.
E poi che effetto avrebbero avuto quelle storie, quelle scene di torture, di stupri, di massacri, sullo spirito e sulla volontà di suo figlio? Non sarebbero stati proprio quegli orrori a esercitare l’oscuro e maligno fascino che la violenza esercita sulla mente degli uomini? Anche nel figlio gli pareva di intravedere un lato oscuro, una minuta e latente perversità che contrastava con la sua indole prudente e in apparenza pacifica. Non era sempre tanto preso dai film d’azione, dai manga intrisi di combattimenti, non aveva voluto sperimentare vari tipi di arti marziali? In lui emergeva il guerriero, e quella era forse la sua segreta natura.
Quindi non c’era niente da fare. Le cose sarebbero andate com’era giusto che andassero. Ognuno finiva per giocare nel suo ruolo, senza farsi condizionare dall’ambiente né dalle aspettative degli altri. Ogni cosa seguiva la sua strada, ogni treno girava sui suoi binari.

Guardò fuori della finestra. Nel cielo freddo i palazzi dai tetti rossi emettevano pennacchi di fumo, come animali che espirassero quella sporca e grigia materia gassosa.

Quant’era assurdo quel mondo, quant’era assurda quella vita nascosta in quei parallelepipedi privi di grazia, in cui la gente dormiva, dopo una giornata passata in ufficio o in fabbrica, a fare pratiche che spesso servivano solo a giustificare l’esistenza della struttura che le istruiva, o a produrre oggetti che poi, per lo più, nessuno avrebbe comprato!
Quant’era assurdo che in quel momento lui provasse dolore; sì, un cocente e irreprimibile dolore!
Gli occhi gli si inumidirono, senza che riuscissero a sfogare il pianto che dentro covava come una malattia.
Cominciò a girare per la casa, che sembrava stranamente vuota, anche se ingombra di libri e di mobili. Guardava le cose di suo figlio, le sue magliette, le sue calze, acquistate in gran numero e mai messe, che forse non sarebbero più servite a nessuno.

Pensava, pensava, ma non alla sua vita, non a quel ragazzo che giustamente o fatalmente andava per la sua strada. Pensava a cosa avrebbe cucinato ora, da solo, e si chiedeva se avrebbe mai più cucinato i paccheri.

Annunci

Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
Questa voce è stata pubblicata in racconti e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

23 risposte a Paccheri

  1. massimobotturi ha detto:

    molto ben scritto, come sempre. e come sempre un mix incredibile di narrazione aderente alla reatà, a una brutta realtà, a una artificiale e sempre più granitica realtà.

  2. guido mura ha detto:

    Una realtà, Massimo, che purtroppo politici, professori e giornalisti, quelli cioè che dovrebbero gestirla e descriverla, non conoscono, e pertanto non sono in grado di risolverne i problemi. Viene voglia di metter su una rete televisiva e di far parlare la gente comune, per raccontare finalmente come va veramente il mondo. Forse siamo proprio noi ad avere il compito di rappresentare la nostra epoca, con i nostri racconti, le poesie, i lavori teatrali, a sviluppare quella conoscenza che non può essere propria di chi vive nel privilegio.

  3. melogrande ha detto:

    Non è una novità, Guido, in fondo è sempre stata la letteratura a dirci come stanno veramente le cose, la Londra dell’Ottocento è quella di Dickens come la Parigi è quella di Balzac.
    Politici e professori vivono su un altro pianeta, evidentemente.
    La politica, in particolare, credo non sia mai stata così lontana dalla realtà come adesso.
    C’è più che mai bisogno di gente che sappia raccontarla bene, la realtà vera di questi anni, con tutto il malessere che hai messo nel tuo racconto.

    • guido mura ha detto:

      Un malessere che scatena risentimenti e genera lotte. Ho assistito a un dibattito in tv, in cui Sallusti attaccava a testa bassa un malcapitato giornalista tedesco (da parte sua simpatico come una iena). Se cominciamo così, altro che Unione europea, almeno finché non troviamo un colpevole! Negli anni Trenta qualcuno li ha individuati, i colpevoli. Quel qualcuno si chiamava Hitler, e naturalmente i colpevoli erano gli ebrei.

  4. La realtà la percepiamo tutti ma facciamo finta di non vederla. Preferiamo mettere la testa nella sabbia per non renderci conto che stiamo andando sempre peggio. Sono dell’opinione che solo lottando o facendo qualcosa di diverso, si potrebbe anche uscire da questa strada a senso unico. Purtroppo, chi ancora può, cerca di mantenere quel poco di status quo che aveva in passato (come, ad esempio, andare in vacanza), mentre chi ha perso il lavoro o non riesce più a far fronte alle spese, si dibatte sul fondo del baratro, nell’indifferenza generale. Quindi ben vengano questi racconti. Utile strumento per guardare l’abisso verso cui stiamo sprofondando!

    • guido mura ha detto:

      Fare qualcosa di diverso: benissimo, ma nessuno sa cosa; e quelli che non possono portare i risparmi in qualche paradiso fiscale magari andranno a bruciare moschee e sinagoghe o impiccheranno i massoni sul ponte dei frati neri, o magari cacceranno i terroni e i negri dalle loro terre. Il fatto è che la crisi sta attaccando la tranquilla Europa dell’euro, che non reagisce nemmeno se la ammazzano. Se arrivasse anche nei pressi della City di Londra, il giorno dopo avremmo la flotta inglese in marcia verso i paradisi fiscali, per convincerli, armi alla mano, a restituire il maltolto.

      • Già, ce li vedo gli Inglesi farlo. Purtroppo hai ragione, l’Europa è al collasso e i suoi membri annaspano alla ricerca di quello che non c’è più. Arriveremo a scontrarci uno con l’altro. La storia è ciclica e noi non impareremo mai a non ricadere negli stessi errori. Tu hai un suggerimento per alleviare il mio pessimismo?

      • Guido Mura ha detto:

        Suggerimenti? Fare davvero l’Europa; ridurre le strutture politiche (100 deputati competenti su diverse materie sono sufficienti) e i punti di spesa (personalmente eliminerei le regioni, che sono state un elemento di penetrazione capillare dell’affarismo politico sul territorio e hanno moltiplicato la spesa pubblica in maniera indecente); destinare i risparmi realizzati all’abbattimento del debito e agli investimenti in educazione, adottando i criteri e le metodologie d’insegnamento già sperimentate nei paesi avanzati ed emergenti, e in ricerca reale e produttiva: tecnologia dei materiali, cultura, medicina; migliorare l’offerta turistica; tagliare le procedure burocratiche e aggiornare l’apparato giudiziario ecc. ecc. Le cose da fare sono note e tanti dall’Europa e dal mondo ce le indicano da tempo: manca la volontà di farle. E qui mi fermo, altrimenti dovrei elaborare un progetto politico.

  5. stileminimo ha detto:

    La realtà va così come va perchè troppo pochi cercano ancora la verità. E se non la si cerca, perchè nessuno sa più che è vitale cercarla, allora in molti vivono soffrendo e senza chiedersi davvero il perchè, senza saperselo chiedere davvero. NOn ci si può più aggrappare al pensiero preconfezionato, perchè si è visto che non regge più, che l’ottimismo inculcato non dura e allora si soffre della mancanza di idee, di pensiero proprio. La legione straniera è già qualcosa, perchè somiglia a una scelta, ad un qualcosa maturato non solo a seguito delle contingenze, ma di un pensiero personale. In questo racconto è l’atto che più si avvicina a qualcosa di reale, di umano. Paradossalmente rassicura. E questo è un racconto molto bello!

    • guido mura ha detto:

      Nessuno sa più cosa fare, stileminimo. Il mercato e la speculazione vengono interpretati come una sorte di punizione divina, motivata da un qualche peccato originale, così come una pestilenza dell’antichità poteva essere causata da una colpa del re. Prima o poi qualcuno troverà un colpevole, l’untore di turno, e si scatenerà una nuova caccia alle streghe.

      • stileminimo ha detto:

        Non so se sarà facile trovare l’untore di turno questa volta; se ci si pensa è difficile capire con chi ce la si dovrebbe prendere. Se si ipotizza una rivoluzione, ad esempio, mi viene da chiedermi contro chi, visto che più o meno siamo tutti sulla stessa barca e per barca intendo il Pianeta. Credo si dovrà innescare un processo di pensiero diverso questa volta, qualcosa che forse permetterà, io spero, all’umanità di crescere in termini di “evoluzione spirituale” oltre che intellettuale liberandosi dalla tradizione cattiva e fuorviante, dalla tendenza malsana di credere in tutto ciò che fa comodo; io credo che se accade questo, se riusciamo a farlo accadere allora c’è una via, perchè ho come l’impressione, ho come la sensazione che se non sarà così, allora non sarà più nulla.

  6. Torrente ha detto:

    Mi è scomparso il commento scritto a caldo, Guido. Cercherò di scriverne un altro. T.

  7. Torrente ha detto:

    Sei bravo davvero, Guido! Ho gustato moltissimo la prima parte del racconto. Fai vivere la preparazione della cena che un padre fa per suo figlio. Le piccole, grandi soddisfazioni della vita quotidiana. Si sentono gli odori degli ingredienti e l’affetto grande che lega il padre al figlio. Si arriva, poi, ad un sogno che è facilmente decifrabile e che rende sempre più vivo al lettore l’uomo che lo ha fatto nel suo letto in cui dorme solo. La moglie se ne è andata inseguendo un suo sogno di bellezza e non rendendosi conto di quanto aveva vicino a sè probabilmente. Questo uomo, questo padre, si svela, poi, in un modo talmente “innocente” da destare commozione. Io ho sentito il suo amore, la sua tristezza, la sua delusione, i suoi rimpianti, la sua sconfitta, la sua solitudine. Ho visto le sue lacrime vere, subito nascoste, quando il figlio gli ha comunicato che sarebbe andato nella legione straniera poichè non era riuscito a trovare alcun lavoro in Italia. Il racconto prosegue allora con la descrizione cruda e perfetta della realtà del nostro paese oggi di cui tutti noi siamo o dovremmo essere consapevoli, ma o ci copriamo gli occhi per paura o ne approfittiamo in modo non corretto. Hai saputo dosare perfettamente questo mix di sentimenti ed emozioni tanto intime con la giusta rabbia per quello che sta succedendo in Italia, Guido. “e quel tanto di zucchero che spegneva l’acido dei pomodori.” La chiusa è proprio “tua”! Una rarità di grande valore! Sai decisamente comunicare tanto ed in un modo tutto particolare. In tema la bella fotografia. Un sorriso. T.

    • guido mura ha detto:

      Un grazie particolare, Torrente, per il tuo commento ampio, in cui hai evidenziato molte delle cose che avevo voluto raccontare. Sto cercando di descrivere la sofferenza della gente comune di fronte a una realtà che non è più in grado di dominare e che a fatica comprende, magari con qualche deformazione. Non siamo ancora alla tragedia, come in Elsa Morante (La storia), ma lo spirito in fondo non è molto diverso.

  8. cristina bove ha detto:

    Tutto quello che hai descritto, con il tuo stile fluido e gradevole, sta accadendo a cominciare dalla mia famiglia.
    Non cucino paccheri da quando ho lasciato Napoli molti anni fa, sto sul declivio ad osservare cucine aromi spezie, e nulla ha più il sapore della speranza.
    Ho un’età in cui ci si tira da parte per fare spazio ai giovani, ma oggi quello spazio non c’è, e giovani e vecchi si è tutti nello stesso barcone, se non si è tra i furbi e gli imbroglioni.
    A volte mi dispiace non aver insegnato ai miei figli a fingere e ingannare e a farsi raccomandare dai ladroni della politica.
    Spero che tu abbia ragione e che, se non siamo ancora alla tragedia, ci sia ancora qualche possibilità di cambiare le cose.
    ciao
    cb

    • guido mura ha detto:

      La mia speranza è che le difficoltà attuali e il contatto con gli altri popoli europei spingano gli italiani a maturare. Spero che la maggioranza comprenda finalmente che non si può vivere in eterno di favori e sotterfugi, vendendo la fontana di Trevi all’americano di turno. L’arte dell’arrangiarsi poteva essere giustificata in un mondo povero e provinciale, non in una regione che dovrebbe rappresentare uno degli elementi costitutivi del mondo occidentale. Finalmente qualcuno ci sta dicendo, senza tanti giri di parole, che non siamo credibili e che la corruzione rischia di farci diventare più poveri. Il fatto è che dobbiamo cambiare subito, che non abbiamo tempo e non so se gli italiani si abitueranno a concepire veramente lavoro e amministrazione come cose molto serie. Se non lo faranno, verranno tagliati fuori, di fatto, dall’economia di mercato e torneranno a qualche forma di dittatura, per manifesta immaturità civile.

  9. wolfghost ha detto:

    Molto bravo! Con la scusa del racconto affronti molte problematiche senza timore, probemi che ormai hanno invaso la vita di una moltitudine tra noi.
    Il sogno… interessante! Ma lo sai che spesso ne faccio di simili? Cambia l’ambientazione, ma il senso di cercare un’uscita da un… labirinto resta. A volte sono da solo, ma molto più spesso con cari, qualcuno che c’è ancora, altri che non ci sono più.
    http://www.wolfghost.com

  10. Guido Mura ha detto:

    Quella città è spesso nei miei sogni, Wolf. L’ho cercata in giro per l’Europa; ma forse così come la vedo non esiste, oppure semplicemente non l’ho ancora trovata. Il tuo post, invece, l’ho trovato nello spam, a significare che akismet ancora sta creando qualche problema. Ho dovuto scrivere al loro sito per farmi togliere il bando: hanno controllato e, visto che non sono un noto spammer, ora mi consentono nuovamente di commentare.

  11. Torrente ha detto:

    Io spero che quell’uomo vorrà ancora cucinare i paccheri per se stesso anche se molto nella sua vita si è sgretolato.
    L’amore per noi stessi è ancora più importante, vitale proprio quando tutto sembra crollare intorno.
    Spero anche che la situazione attuale in cui noi tutti ci troviamo possa migliorare. So che forse la mia speranza è vana, ma bisogna combattere.
    Credo che dovremo sempre cercare quella città che sogniamo dormendo. Forse la troveremo.
    T.

  12. germogliare ha detto:

    E’ bella la tua scrittura, triste il Nostro quadro, ma ho fiducia nei ragazzi, in quelli come il figlio del tuo personaggio. E forse proprio da loro dovremmo imparare a giocarci il riscatto di un male tanto grande da non avere un solo colpevole.

  13. ioviracconto ha detto:

    E’ un racconto molto commovente e bellissimo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...