Poesia e comunicazione

Il secondo bene, di Flavio ermini

Sono nel mezzo della lettura di un recentissimo libro di Flavio Ermini, Il secondo bene: Saggio sul compito terreno dei mortali, edito da Moretti & Vitali, e mi rendo conto che è un po’ come trovarsi “nel mezzo del cammin di nostra vita”, perché ci troviamo di fronte a una sorta di Commedia dantesca in prosa. In realtà si tratta di un libro di una bellezza debordante. Ogni frase potrebbe essere utilizzata come citazione, una di quelle citazioni che i nostri blogger amano anteporre ai loro pezzi o allo stesso blog nella sua totalità. Un libro anche troppo complesso, che non può essere semplicemente letto, ma meditato, ricco com’è, tra immagini e descrizioni di onirica grandiosità e nel contesto di una prosa che si pone gli stessi obiettivi di espressione sublime e raffinata propri della poesia, di riferimenti dottissimi a poeti e filosofi di chiara fama, classici, moderni e contemporanei.
Detto questo, dopo il dovuto elogio del libro, della sua forma, del suo livello poetico-filosofico, sono mio malgrado costretto a prendere le distanze dai concetti di base da cui parte, dal pessimismo di fondo che lo pervade, dalle considerazioni sofoclee (Edipo a Colono) da cui trae origine
Questo perché le mie convinzioni filosofiche, che poi si riflettono in un certo modo di fare poesia e narrazione, sono piuttosto orientate verso un vitalismo irriducibile, verso una fiducia nella forza in nuce nell’individuo di superare continuamente i suoi limiti, per svolgere quello che è veramente il suo compito, quello di pensare, agire e comunicare per un migliore sviluppo della specie di cui fa parte e dello stesso universo in cui è racchiuso. Il cammino dei mondi e dell’insieme delle specie viventi e pensanti è una spirale che tende all’infinito. Certo, si avrà il collasso, prima o poi; ma da quel collasso si origineranno altre spinte che condurranno altri mondi e altre specie verso obiettivi sempre più avanzati.
In particolare, tra i tanti momenti che ho tentato di cogliere nel gemmato percorso scrittorio di Ermini, non riesco a condividere l’assunto: “scrivere significa inventare nella propria lingua una nuova lingua, straniera” (p. 80). Si parla più avanti, facendo riferimento a un pensiero di Giorgio Celli, di un’assenza che “rende problematica l’idea stessa di emergenza del senso”.
A questo punto, e me ne rammarico con i miei lettori, assuefatti a trovare in queste pagine di blog raccontini e poesiole, molto più divertenti e molto meno impegnati, mi trovo costretto a esprimere, certo in modo molto meno elevato e raffinato di quanto non faccia Ermini, le mie attuali convinzioni in merito alla sostanza e alla funzione della poesia.

“Cerco una poesia che non abbia paura di comunicare, magari anche in modo oscuro, perché è difficile comunicare la bellezza, ma che utilizzi un codice condiviso, come ogni atto di comunicazione, anche se di confine.
Forse è più affascinante una scrittura libera dalla tirannia della logica, dalle imposizioni dei significati, ma ciò non toglie che la prima funzione dello scrivere sia quella comunicativa, anche se la funzione (e la tensione) estetica conservano e devono conservare un posto privilegiato in ambito artistico.
Nel gioco poetico la parola non deve perdere significato, ma semmai acquistarne. La parola, col nocciolo duro della denotazione, dà stabilità al mondo, si comporta come la coscienza, che è fatta di parole; mentre con la connotazione segue la perpetua trasformazione, il perpetuo sovrapporsi del molteplice. La lotta tra significato condiviso, strutturale, e aloni individuali di significato può condurre alla macerazione del significato primario e alla sua sostituzione. Il percorso verso Babele è però da evitare, perché farebbe smarrire la strada e il compito proprio degli uomini. Se veramente il rapporto tra le cose e le loro denominazioni si sfalda, allora il caos è più vicino, la funzione dell’uomo come coscienza che vede e denomina le cose si esaurisce, la spinta accrescitiva del nostro universo perde vigore e l’universo implode.
La poesia è sforzo di comunicare una realtà meno semplice di quella apparente, un modo alternativo alla scienza di evidenziare la complessità del mondo e del processo significativo; si colloca sulla soglia della denotazione, mescolando oggetti e pensieri in modo a tratti casuale, seguendo quei processi di libera associazione che nel nostro cervello hanno libero sfogo nell’elaborazione onirica, ma poi, una volta elaborata e prodotta non può sottrarsi al processo comunicativo, non può restare espressione di un codice personale, impossibile da condividere. Piuttosto la si potrebbe definire come momento di prova, semanticamente sovraccarico. Mira a mettere in evidenza i limiti e i difetti del codice e della rete; ha una funzione simile alle prove di carico. La sua azione però non si limita alla segnalazione di un limite o di un’incapacità, ma accresce le stesse capacità della struttura. Come un fenomeno difforme costringe all’elaborazione di una nuova teoria che lo giustifichi, così la poesia costringe la comunità dei lettori a uno sforzo conoscitivo che costringerà ad allargare le capacità del codice e condurrà all’adozione di una lingua condivisa più ricca e potente.
Questo deve essere la poesia, non una raffinata celebrazione della morte, ma un potente strumento di realizzazione della vita, un ponte verso il futuro dell’umanità.”

Tra le recensioni del libro di Ermini segnalo questa:
http://golfedombre.blogspot.it/2012/05/marco-furia-su-il-secondo-bene-di.html

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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21 risposte a Poesia e comunicazione

  1. stileminimo ha detto:

    Ho letto il tuo post; ho letto la recensione sull’altro blog… mi pare ostico per me, sai com’è…, ma affascinante. 😛 Mo’ lo compro! Al limite vengo da te a chiedere chiarimenti, sì?

    • Guido Mura ha detto:

      Sempre che sia in grado di darteli. Come sai non sono un filosofo di professione, ma uno studioso di letteratura, e alcuni aspetti di questo tipo di produzione possono essere ostici anche per me. Mi sforzo di leggere e di capire, nei limiti del possibile, chi non si pone nemmeno l’obiettivo di comunicare. C’è una cultura, in particolare quella filosofica, che non ammette cedimenti nei confronti della divulgazione.

  2. gelsobianco ha detto:

    “C’è una cultura, in particolare quella filosofica, che non ammette cedimenti nei confronti della divulgazione.”
    Intendevo questa chiusa!
    Voglio leggere il tuo post con calma.
    🙂

  3. Stefano Re ha detto:

    Direi che mi hai convinto. Lo leggerò.
    Stefano

  4. lillopercaso ha detto:

    Scusami, Guido, ma non ho capito se la parte virgolettata sia tua o sua:
    No perché… io la condivido (anche se alcuni riferimenti mi sono sfuggiti, magari poi ti dirò quali).
    Mi pare possa applicarsi a tutte le espressioni artistiche.
    Per quanto mi riguarda, però, mentre la musica, per esempio, mi parla soto ogni forma, e me la godo anche nelle sue manifestazioni più.. -aiutami, non trovo il termine esatto- più.. “autistiche”, ebbene, la poesia mi tiene a distanza..
    Ma ogni tanto mi ci imbatto; per questo mi ha colpito la parte finale, che sembra rivolta proprio a me:
    ‘Come un fenomeno difforme costringe all’elaborazione di una nuova teoria che lo giustifichi, così la poesia costringe la comunità dei lettori a uno sforzo conoscitivo che costringerà ad allargare le capacità del codice e condurrà all’adozione di una lingua condivisa più ricca e potente.’

    Ciao!

    • Guido Mura ha detto:

      La parte tra virgolette è mia. Rappresenta le mie attuali convinzioni sul lavoro poetico e sull’attività artistica in generale. Che abbia o no ragione, non riesco a rinnegare l’aspetto comunicativo che è presente nella poesia, anche nella più oscura, o nella musica o nell’arte, comprese le avanguardie.

      • lillopercaso ha detto:

        E’ tua? Son proprio contenta di saperlo! Ma mi metti quasi soggezione, da quanto sei bravo.
        Non leggerò il libro, nonostante la bella copertina, ma grazie del pensiero 😀

      • Guido Mura ha detto:

        Ti ringrazio, Lillo. Ho visto che il tuo computer continua ad avere problemi e a rifiutare le doppie. Purtroppo non capisco quale sia la causa. Mi sono permesso però di aggiungerle, per non far venire un accidente ai professori d’italiano che passassero di qui per caso.

  5. maria d'ambra ha detto:

    Ho sempre pensato che scrivere buona poesia sia molto più difficile del creare della buona prosa, soprattutto perché si deve riuscire a sintetizzare in poche battute tutto un mondo di immagini, suoni, odori e sensazioni e riuscire a comunicarle e a suscitarle in chi legge. Non conosco il saggio di Ermini, ma sono d’accordo con te sull’impegno comunicativo del linguaggio poetico che non deve mai essere oscura materia del singolo ma respiro dell’universalità…
    un abbraccio

    • Guido Mura ha detto:

      In realtà noi cerchiamo continuamente di definire una teoria poetica, incontrando le stesse difficoltà in cui si muovono i fisici nel definire le loro teorie. Ogni nuovo fenomeno costringe a rielaborare le teorie esistenti, in modo tale da comprendere e giustificare l’innovazione. Per questo forse l’oggetto poetico non potrà mai essere sicuramente e stabilmente definito, anche perché la poesia nel tempo si è evoluta e ha sviluppato vari generi, dalle differenti caratteristiche. Come unificare in una descrizione epica e lirica, poesia drammatica e satirica e tutti i vari generi e sottogeneri che utilizzano il verso ? Non certamente rifiutando la funzione comunicativa del linguaggio poetico.

  6. stileminimo ha detto:

    Guido, io mi sa che non lo so mica che cos’è la poesia. Però mi piace. 🙂

  7. giorgio giorgi ha detto:

    Sono molto d’accordo con te.
    Le tue considerazioni sulla poesia valgono anche per il mio campo, la psicoterapia, che per me è molto molto affine alla poesia.

  8. guido mura ha detto:

    Benvenuto, Giorgio. La mia opinione è che la cultura umana, anche se suddivisa in varie discipline, sia qualcosa di unico. La ricerca, in ogni settore, ha evidenti richiami in altri settori, anche in quelli che appaiono più distanti. Sono abbastanza convinto che lavorare sul linguaggio, come sul pensiero, possa comportare sviluppi notevoli alla conoscenza nel suo complesso e mi attendo che, da un momento all’altro, si possa sperare in qualche rivelazione anche sconvolgente. Confesso che una delle cose che mi tiene in vita è proprio quest’attesa, questa speranza.

  9. wolfghost ha detto:

    Purtroppo il tempo e’ tiranno: ho letto solo fino a meta’ – saltando proprio il tuo pensiero, quindi – e dunque dovro’ tornare. Nel frattempo ti dico che io credo in una via di mezzo tra pessimismo e “vitalismo”, come lo chiami tu, piu’ esattamente credo in una loro complementarieta’. Noi possiamo fare molto e esprimere tutta la nostra creativita’ e vitalita’ nelle regole di questo universo… per cui pero’ siamo piccole pedine sacrificabili proprio nell’ottica di quella evoluzione di cui parli.
    Se non c’e’ morte, non c’e’ d’altronde evoluzione.
    http://www.wolfghost.com

  10. Ti ringrazio, sia per questa segnalazione (è un libro da leggere e lo farò, appena mi sarà possibile), sia per lo spazio dedicato al concetto di poesia ‘comunicante’.
    E’ quello che sento anch’io, quando penso alla poesia come a una sonda capace di scendere a profondità impensabili per restituire, in parola da accogliere e decifrare, quanto ha snidato e raccolto.
    Un caro saluto.

  11. silvia longo ha detto:

    “Un potente strumento di realizzazione della vita”. Io non posso che ringraziare. Analisi perfetta, in tutto il testo, ma arrivata a leggere questa frase mi sono commossa.
    silvia l.

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