Sette sorelle – parte 2

La leggenda delle sette sorelle mi era stata inviata da uno psichiatra praghese, che aveva riscontrato segni di allucinazione in varie persone che si erano avventurate nei boschi che vanno dal confine tedesco alla Vistola e li aveva messi a confronto con le narrazioni della fantasia popolare, che volevano che quelle aree solitarie fossero popolate da strane e immortali creature.
La storia mi era totalmente sconosciuta. Conoscevo il fascino perverso del vodnik e avevo letto la Magia posthuma di Karl Ferdinand de Schertz. Ma mi risultava nuova la presenza di abitatori dall’apparenza umana e dalle strane ed esecrabili usanze nelle boscaglie dei Sudeti.
Il dottor Ferdinand Volnjak mi accolse nella sua casa praghese in Legerova, a Novo Mesto, la città nuova, dalle lunghe strade parallele, che si dirigevano verso la periferia orientale della capitale.
Era preoccupato per le condizioni di salute di alcuni suoi pazienti di entrambi i sessi, che sembrava avessero avuto la percezione di oscure presenze, in un’area in cui da qualche tempo si era registrata la scomparsa misteriosa di varie persone.
Se durante la guerra fredda queste scomparse venivano addebitate a una fuga volontaria verso la Germania Federale o l’Austria, dopo la caduta della cortina di ferro rimanevano un fatto inspiegabile e la polizia ceca non sapeva come giustificarle, anche perché non era stato mai trovato un corpo senza vita, che potesse far presumere una disgrazia o un omicidio.
L’ultima persona scomparsa in ordine di tempo era un francese, Pierre Frontin, che, atteso a Praga per una transazione immobiliare, non era mai pervenuto a destinazione.
Il dottor Volnjak mi fece entrare nello studio in cui riceveva abitualmente amici e clienti. Si scusò per il disordine, ma sinceramente non ebbi l’impressione di essere capitato in casa di una persona trascurata, ma anzi di un individuo molto organizzato e meticoloso, anche se qualche volume e qualche carta apparivano appoggiati a caso sulla scrivania e forse le poltroncine di cuoio scuro non erano posizionate in maniera perfetta nella stanza, in cui probabilmente, di solito, erano collocate secondo criteri di perfetta simmetria.
Si spostò nella stanza vicina per recuperare alcuni appunti che andava stendendo su qualcuno di quei casi misteriosi e rimasi solo ad esplorare il suo studiolo.
Dietro le sue spalle, in una bella scaffalatura di legno antico, campeggiavano i libri della biblioteca di Volnjak. Ai trattati di psichiatria in ceco o in tedesco si aggiungevano però alcuni libri che solleticarono la mia attenzione. Prima di tutto la Clavicula Salomonis, poi il Grimorium Verum, il De Heptarchia Mystica di John Dee e tanti altri che costituivano una biblioteca essenziale, ma provvista dei testi fondamentali di magia e occultismo. Ero lì ad osservare i titoli dei libri quando il dottore rientrò, con un mazzo di fogli tra le mani.
« Quei testi che lei vede e che conoscerà certamente sono importantissimi per la mia professione » disse come se volesse giustificarsi. « Non ha idea di quanti punti di contatto vi siano tra le conoscenze magico-esoteriche e i disturbi mentali. Infatti spesso le personalità disturbate ricorrono ai riti più squinternati, ma ancora più spesso sembra che il loro cervello si danneggi in maniera irreversibile attraverso il contatto con strani e fantasiosi rituali. Il nostro cervello è molto fragile, dottor de Bruyn, e si lascia facilmente condizionare. L’adesione a certe pratiche produce una carica di fiducia tale da spingere molti a realizzare grandi cose, a ottenere grandi risultati nel lavoro o nella vita sociale; ma in alcuni casi può generare un tale terrore, un tale scompenso, da far precipitare i seguaci degli studi tradizionali in varie forme di follia, sempre difficilissime da curare. »
« In che cosa pensa che io possa esserle utile » gli chiesi?
« Lei non è solo un teorico, dottor de Bruyn, anche se sono ben noti i suoi trattati sulla narrazione fantastica e le raccolte di testi di tradizioni popolari, ma anche un uomo d’azione. E io in questo momento mi trovo da solo ad investigare su avvenimenti per i quali non posso rivolgermi alla polizia. Se dessi credito alle testimonianze dei miei pazienti, verrei preso io per pazzo e non avrei il supporto di cui ho bisogno. Da quel che so di lei, penso che possa aiutarmi a risolvere i miei casi clinici meglio di chiunque altro. Quando nel mondo si manifesta la presenza di certe forze, non serve chiamare la polizia, ma qualcuno che quelle forze sappia come maneggiarle. »
« Come intende procedere? » gli chiesi.
« Visiterò assieme a lei qualcuno dei pazienti che affermano di aver visto qualcosa di strano nei boschi di confine. »
Poi volle che esaminassi con lui i suoi appunti.

Il primo paziente dal quale il dottore mi condusse era un uomo di una cinquantina d’anni, piuttosto robusto ed evidentemente sovrappeso per via dei farmaci che la sua patologia lo costringeva ad assumere. Si chiamava Josef Grunca ed era stato trovato qualche mese prima mentre vagava per i boschi in stato confusionale.
Risultava scomparso da un paio di giorni, dopo aver detto ai figli che si sarebbe recato nel bosco vicino alla sua città per fare funghi. Era una bella giornata e pertanto la sua scomparsa non poteva essere addebitata al maltempo, a un fulmine o a un nubifragio che l’avesse spinto a cercare riparo in qualche grotta o in qualche sconosciuto rifugio, da cui non fosse possibile comunicare in alcun modo con il mondo civile. Le ricerche partirono molto presto, anche perché altre persone inspiegabilmente scomparse in quella selva non erano mai tornate per raccontare la loro disavventura e le battute organizzate tardivamente per trovare traccia dei dispersi non avevano avuto esito. Questa volta la spedizione, composta da uomini esperti, conoscitori dei luoghi e delle tecniche di ricerca, ebbe fortuna e trovò infatti il signor Grunca, che però non riusciva quasi a parlare e pareva non ricordare nulla di quanto avvenuto.
Ricoverato a Praga ed esaminato da Volnjak, aveva compiuto sostanziali progressi, recuperando la capacità di comunicare e le abilità manuali che gli consentivano di svolgere il suo lavoro di artigiano. Eseguiva infatti bizzarre figurine in legno, che riproducevano immagini del folclore ceco, e le vendeva poi nei mercati e nelle fiere. Il figlio più giovane lo aiutava nel suo lavoro, dopo aver tentato, senza successo, di entrare nell’esercito.
Rifiutava invece di riportare alla memoria quel breve periodo di assenza, in cui pareva essersi perso nel bosco, e se qualcuno, come lo stesso Volnjak, vi accennava, i suoi occhi cerulei acquistavano un’espressione angosciata e il suo cervello iniziava a produrre segnali incoerenti e parole sconclusionate, in cui parlava di una casa scura e di sette sorelle.
Dopo il ricovero, Grunca era tornato nel suo villaggio, ma ora si trovava nuovamente a Praga, per la visita di controllo che lo psichiatra aveva programmato, e Volnjak me lo presentò, perché assistessi a una delle sedute. Sapevo che questo andava contro ogni protocollo, ma al dottore premeva che anch’io esaminassi il paziente, per valutare la relazione tra i suoi frammentati ricordi e i presunti contatti che pareva avesse intrattenuto con il mondo segreto dei tenebrosi boschi di frontiera.
Il dottor Volnjak lavorava presso la Clinica psichiatrica praghese, in cui aveva effettuato le sue prime ricerche Stanislav Grof, il famoso sperimentatore e teorico dell’inconscio. Seguendo in parte le procedure di Grof, Volnjak cercava di indurre nel paziente uno stato non ordinario di coscienza, allo scopo di riattivare quei ricordi che per qualche motivo rimanessero celati e come ricoperti da uno strato di avvenimenti successivi.
Non attuò una vera e propria ipnosi, perché non credeva nell’ipnoterapia e riteneva che i fatti che parevano emergere dal ricordo nel corso delle sedute potessero essere fatti immaginari, ricordi di sogni o incubi, presenti per caso nel cervello del paziente. Si limitava invece a procurare uno stato di assoluta distensione, in cui il cervello fosse incoraggiato a ricostruire fatti e avvenimenti, che però appartenessero alla vita reale, non a quella sognata.
Altro metodo di reintegrare il ricordo era utilizzare quello che Grof aveva definito un sistema COEX, cioè un raggruppamento di esperienze positive o negative che si erano stratificate nell’esperienza personale. Rievocando un’esperienza emotiva simile si poteva riattivare l’esperienza perduta. Con queste metodologie lo psichiatra sperava di riuscire a rimuovere il blocco del cervello di Grunca.
Dopo qualche minuto di respirazione regolata, secondo il metodo messo a punto da Grof, lo psichiatra iniziò a parlare pacatamente all’uomo, conducendo il discorso sulla quotidianità, sulla sua famiglia e sul suo lavoro, per arrivare gradatamente a superare le difese che il trauma certamente subito aveva attivato nella mente ferita.
La rievocazione iniziò e il paziente fu invitato a raccontare quello che avveniva quando si recava nel bosco per raccogliere funghi o bacche o per trovare pezzi di legno da utilizzare nei suoi lavori.
La sua voce era dapprima serena, diceva: « Cammino nel bosco. Il terreno è impervio, ma trovo un sentiero che non conosco. C’è qualcosa al di là degli alberi, una leggera foschia; il sentiero porta a una casa, che non dovrebbe esserci. Non c’è mai stata lì una casa. » Qui una sfumatura di angoscia cominciò a trasparire dalla sua voce. Si fermò. Volnjak lo incoraggiò a proseguire.
« E lei è entrato in quella casa? »
« Sì, sono nella casa; è scuro… è buio… No, basta… basta adesso. »
Di colpo l’uomo lanciò un grido e si mise a guardare nel vuoto. Rimase così per qualche minuto, poi cominciò a canticchiare, con voce sottile, che contrastava in modo grottesco con il suo fisico, quella che sembrava una vecchia nenia.

Son sette sorelle
stan nel bosco fino a sera
hanno gambe lunghe e snelle
e una morbida criniera
hanno bocche ed hanno zanne
hanno zanne per sbranare
hanno bocche per succhiare
tutto il succo e tutto il latte
per la mamma da salvare

Non sembrava possibile ricavare altre informazioni, perciò lo psichiatra cercò di richiamare il suo paziente a uno stato di vigilanza totale. Ma ci vollero vari minuti e notevole impegno, prima che Grunca tornasse alla normalità.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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10 risposte a Sette sorelle – parte 2

  1. gelsobianco ha detto:

    Non ti ho dimenticato, Guido!
    Come potrei?
    Sei una persona rara!
    In tutto!
    Non ho tempo ultimamente per i blog.
    Non ho ancora letto questa tua seconda puntata.
    Appena ho un attimo di calma.
    Sono molto curiosa…
    Immagino qualcosa, ma…
    La tua fantasia è straordinaria.
    Sempre con affetto e stima
    gb
    Bella immagine!

  2. melogrande ha detto:

    Che meraviglia, Guido, in queste storie dai sempre il meglio di te.
    Senza contare che nulla è detto a caso, mi sono appena fatto una cultura sul COEX e sulle teorie di Stanislaw Grof.
    Affascinante.

    Andiamo avanti !

  3. gelsobianco ha detto:

    In te vi è tanto, Guido.
    Tu sai mischiare tutte le tue vaste conoscenze e, soprattutto, sai narrare in un modo davvero affascinante.
    Questa storia mi intriga molto.
    La tua fantasia galoppa sfrenata.

    I miei più veri complimenti.
    gb
    Alla prosima puntata!

  4. guido mura ha detto:

    Sempre troppo gentile, gelso. Ormai queste storie stanno diventando tante, eppure costruirle è sempre una sfida e anche una lotta contro il mio desiderio di andare in letargo.

  5. stileminimo ha detto:

    Eccole li, le zanne per sbranare, eh?!
    Sto sperimentando il metodo COEX… magari mi viene in mente di aver visto qualche casa nella nebbia in mezzo ai boschi… mi concentro e ti faccio sapere.

  6. germogliare ha detto:

    Pure la vecchia nenia!
    Ecco, e dopo? Mi viene l’ansia…
    Ci tieni con il fiato sospeso.

  7. gelsobianco ha detto:

    Tu riesci a comunicare così tanto!
    Grazie, Guido.

    Io ho letto anche altro di te.
    Sei sempre estremamente interessante e sai scrivere.

  8. wolfghost ha detto:

    Affascinante accostamento tra psiche e magia! 😉 Sono certo che anche in questo racconto hai messo molti elementi reali – in questo caso tratti dalla psichiatria e dalla psicologia del profondo (sapevo, da alcune letture di Jung, che molti psicologi hanno tratto importanti spunti dall’antica alchimia) – mischiandoli con sapienza e senso alla fantasia della storia.
    Mi raccomando, avvisami per il seguito: non voglio perdermelo! 😉
    http://www.wolfghost.com

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