Sette sorelle – Parte 3

praga01solarizzato

« Che ne dice? » chiese Volnjak.
« Conosco troppo poco i fatti » feci « per trarne conclusioni sicure, però posso almeno formulare un’ipotesi, anche sulla base delle informazioni che lei mi ha trasmesso. »
« Vede, quando ero bambino, i miei mi dicevano: “Non andare da solo nel bosco, perché ti prendono le sette sorelle”. Ci si scherzava sopra, anche quando eravamo più grandi, e si fantasticava su quello che sarebbe successo se veramente avessimo incontrato questi esseri fantastici e pericolosi. Probabilmente ci avrebbero succhiato il sangue o ci avrebbero sbranati, perché avevano bisogno dell’energia degli uomini per mantenersi in vita, secolo dopo secolo.
Erano una rappresentazione metaforica della donna famelica e insaziabile, di un prototipo vampiresco che aveva precedenti notevoli nelle storie reali e in quelle letterarie e cinematografiche.
Il canto del nostro paziente sembra piuttosto l’adesione inconsapevole a una conoscenza psicologica transpersonale, un pensiero condiviso che è come quello di un unico essere, che si trova ad affrontare una realtà ostile ed oscura. »
Avevo letto le testimonianze e i racconti popolari che lo psichiatra mi aveva mandato. Secondo quei testi i boschi boemi ospitavano uno spirito femminile, confinato in uno spazio alternativo insieme alle sue sette figlie, le sette sorelle appunto. In momenti particolari, quando lo spirito aveva bisogno di nutrirsi, lo spazio alternativo diventava visibile anche nella nostra dimensione e le sorelle andavano in cerca di esseri umani da catturare, per soddisfare le necessità della loro antica madre e della sua misteriosa progenie.
« Da quel poco che conosco e dalla canzone che ho sentito posso ipotizzare che in questo momento il passaggio tra i nostri due mondi, quello degli uomini e quello delle sette sorelle, sia aperto e che quindi questi esseri siano in cerca di preda. »
Altra cosa che sottolineai fu che la manifestazione della presenza di quegli strani esseri si era avuta per lo più nei pressi del villaggio di Černyvesnice e quindi bisognava concluderne che in quel territorio si trovasse il punto di accesso al mondo sconosciuto che tanto terrorizzava gli abitanti.
« Lei crede dunque che esistano davvero le sette sorelle? » Disse Volnjak.
« Beh, sicuramente qualcuno vede queste creature e ne ha una paura folle. D’altra parte, non ha molta importanza se crediamo o non crediamo a questa storia. L’importante è capire se possiamo aiutare i suoi pazienti e le persone che scompaiono misteriosamente nei boschi. »
Lo psichiatra mi guardò come se volesse mettere bene a fuoco la mia immagine, con gli occhi che gli occhialetti tondi ingrandivano.
« Io però vorrei anche capire che cosa sta succedendo veramente » disse.

La seconda paziente si chiamava Alina Frantisek. Era una donna di poco più di quarant’anni dall’aspetto pallido ed evanescente, così da far presumere che col passar del tempo sarebbe diventata trasparente come un pesce abissale. Gli occhi erano azzurri e cupi e sui capelli sbiaditi portava un fazzoletto secondo l’uso delle donne di paese.
Alina, al contrario di Grunca, ricordava qualcosa; soprattutto non riusciva a liberare la mente dalla paura che aveva provato nell’incontrare le creature dei boschi.
Si trovava all’imbrunire nel mezzo della foresta, quando fu avvolta da una specie di nebbia, che le impediva di ritrovare il sentiero che portava dall’area boschiva al suo villaggio.
Mentre camminava con prudenza, per paura di perdersi e di allontanarsi dallo spazio conosciuto, improvvisamente la nebbia fu spezzata dalla luce di alcune fiaccole. Le persone che rischiaravano così la strada parevano portainsegne di una strana processione. Sette donne dai capelli lunghissimi trascinavano un uomo con le mani legate dietro la schiena, che tentava una debole resistenza.

« Una delle donne si accorse, non so come, della mia presenza » disse Alina « e si voltò verso di me. Era a pochi metri da quello che credevo fosse il mio valido nascondiglio, dietro un arbusto. La vidi bene in volto e mi accorsi che la sua espressione mutò in un baleno. Se prima mi era sembrata piuttosto bella, ora i suoi lineamenti apparivano deformati in una smorfia animale, simile a quella di una belva pronta ad aggredire. Anche il suo portamento, da umano diventò bestiale e le braccia si levarono in un azione istintiva di offesa, mostrando unghie simili ad artigli acuminati.
Nello stesso tempo le altre donne si misero a urlare, facendo un verso simile a quello della lince. »
Io e Volnjak ci guardammo perplessi. Se fossimo stati in Irlanda, avrei pensato alla leggenda della banshee; ma qui dovevamo trovarci di fronte a qualcosa di ben più sinistro.
« La prima donna, o quella specie di belva che mi aveva notata per prima, si mosse e venne velocemente verso di me. Allora anch’io gridai e incominciai a correre con tutte le mie forze, gettandomi nella nebbia, a costo di perdere completamente l’orientamento. Sentivo quella specie di animale correre e saltare dietro di me, ma non mi voltai più a guardarlo. Stranamente, ritrovai il sentiero che portava al villaggio e la nebbia che era scesa pesante, in folti banchi, si dileguò completamente, consentendomi di trovare la mia casa.
Ero sconvolta e mi fecero visitare da un medico. Ma nessuno mi poteva aiutare, perché troppo grande era stata la paura. »
Ora la donna era in grado di ragionare e di raccontare la sua storia; ma per vari giorni le sue condizioni fisiche e psichiche erano state precarie, così da consigliare un ricovero presso la clinica praghese, dove Volnjak cercò di aiutare la nuova vittima delle creature silvestri.
Al momento non era possibile parlare direttamente con le altre persone che avevano sofferto di qualcosa di simile a un’allucinazione, ma la loro storia mi era già stata riassunta dall’eminente clinico nella sua lettera relazione. Stupiva soprattutto la differenza tra le reazioni dei pazienti maschili e di quelli femminili all’esposizione a quella specie di morbo che pareva aver contagiato la gente di paese.
Le donne esprimevano solamente orrore e terrore per quello che avevano visto e provato. Gli uomini mescolavano questi sentimenti con fantasie che parevano tratte da un manuale sul masochismo. Volnjak giustificava queste fantasticherie come intervento di una componente sessuale, che si accompagna spesso ai disturbi nervosi e mentali.
Io, invece, cominciai a capire.

« Ho l’impressione che i suoi pazienti siano dei sopravvissuti » dissi, e pensai che probabilmente c’era qualcosa nel loro corpo che non aveva soddisfatto le esigenze di quelle funeste abitatrici della selva: forse una malattia o qualche particolarità del sangue, per cui si erano limitate per così dire ad assaggiare le loro vittime, restituendole subito dopo al nostro mondo, come noi potremmo buttare un frutto troppo aspro.
Ma d’improvviso mi venne anche un dubbio che mi spinse all’azione, a un’azione immediata. Pensai all’uomo in ceppi che era stato visto da Alina Frantisek e mi venne in mente che forse in quel bosco qualcuno poteva essere ancora vivo e che quelle specie di predatrici potevano aver interesse non a ucciderlo subito, ma a tenerlo prigioniero, sfruttandolo fino alla fine.
« Pensa di potersi liberare per una giornata? » chiesi a Volnjak. « Ho paura che possa esserci qualcuno ancora in vita, in quel bosco. »
« Ma come; se tutte le ricerche non sono servite a niente? »
« Forse nessuno ha cercato nello spazio giusto. »
« Ma lei ha un piano? »
« Sì, ma ho bisogno delle sue conoscenze. »
« Quali? »
« Il suo metodo per potenziare la coscienza, per passare al di là della ragione. »
« Ma è pericoloso e non è garantito » fece lo psichiatra « e poi c’è un impedimento ancora più forte: dobbiamo attraversare insieme la barriera. Non potremo riuscirci solamente mettendo insieme i nostri pensieri, rievocando avvenimenti e disponendoli secondo costellazioni d’immagini, per similarità, perché le nostre esperienze di vita, i nostri ricordi, non sono necessariamente simili. Forse avremo bisogno di un aiuto dalla chimica. »
« L’idea non mi piace molto. »
« Ma ho paura che solo con delle semplici tecniche di elaborazione del pensiero e di respirazione falliremo o che solo uno di noi riesca a vedere quello che normalmente non appare e che l’altro rimanga tagliato fuori.
Sa che ho pensato molto a Grof in questa storia e alla sua sperimentazione sulla Lysergesäurediethylamid o LSD?
Per un po’ ho immaginato che, nel cercare funghi, i paesani di Černyvesnice, avessero trovato qualche sostanza che producesse effetti allucinogeni, un veleno simile a quello della claviceps purpurea, il fungo della segale cornuta, o che facessero uso per qualche strano caso di droghe psichedeliche. Ora comincio a credere, come lei, che qualcosa di inspiegabile si nasconda in quel luogo e che dovremo accettare la sfida che ci ha lanciato. »
« Quindi andremo in quel bosco? »
« Certamente, anche se sarà rischioso. Dovremo andare armati ed essere preparati a combattere. »
Capivo che quella era forse l’unica possibilità. I testi più antichi e affidabili sostenevano che il potere delle sette sorelle fosse incentrato sulla madre, che poteva vivere per un periodo illimitato, se nutrita nel modo giusto. Raccontavano però che sarebbe stato possibile ucciderla, ma solo tagliandole la testa. Bisognava portare perciò con noi armi, non solo da fuoco, ma da taglio, e disporci a qualunque tipo di azione.
Il dottore capì anche lui che non c’era tempo da perdere e spostò tutti i suoi impegni per ottenere una giornata libera per l’indomani. Černyvesnice non era troppo distante da Praga e contavamo di raggiungerlo in mattinata, per poter avere tutto il pomeriggio disponibile per la nostra perlustrazione della foresta.
Ci mettemmo in viaggio con la vecchia Skoda del dottore, partendo dalla sua abitazione.
Ero in ansia, ma nello stesso tempo eccitato, al pensiero di quell’ignoto che avremmo dovuto affrontare. Sapevo che il primo passo per creare la realtà è pensarla. Pensare il possibile consente di strappare gli avvenimenti al regno dell’indistinto e collocarli nella realtà trasformandoli in parole: questo era ciò che stavamo per fare. Entrare in un universo che da altri, e poi da noi stessi, era stato immaginato, per sottrarlo alla sua fumosa indeterminazione e per agire al suo interno con il cervello ed il corpo, spezzando quel pericoloso legame che univa l’incubo alla nostra realtà tangibile.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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11 risposte a Sette sorelle – Parte 3

  1. germogliare ha detto:

    Ti seguo…e pensiamola questa realtà!

  2. stileminimo ha detto:

    Armi da taglio per tagliare i pensieri da incubo… 😦

  3. wolfghost ha detto:

    Molto interessante la riflessione che chiude il capitolo…
    Sai, da ragazzino il mio incubo ricorrente era essere indeguito da una creatura maligna, una specie di strega come quella che hai così ben dipinto; scappavo, correvo, di solito in salita, sentendo sempre la “presenza maligna” alle mie spalle, non ricordo di averla mai vista ma sapevo essere una strega. A volte poi, arrivato in cima, mi rendevo conto di essere in un sogno e mi salvavo… buttandomi nel vuoto e svegliandomi bruscamente un attimo prima di toccare terra! 😉
    Questo sogno si inquadra in un filone molto più ampio, nel quale lo scenario è sempre la fuga da una presenza maligna, ma cambia il luogo (può essere ad esempio un palazzo) e la sensazione che ho dell’inseguitore (pur sempre senza mai vederlo).
    Chissà… forse è anche per questo che trovo così interessante questo racconto 🙂

    http://www.wolfghost.com

  4. guido mura ha detto:

    Ognuno ha i suoi incubi, wolf; i miei si sviluppano più di giorno che di notte e, quando incontro spazi magici, a volte prendono forma, partendo sempre però da luoghi ed esperienze reali. L’attraversamento di quel primo bosco deserto, su una strada che sembrava finta, prima di arrivare a Praga, è stata una di quelle esperienze. Ci sono andato qualche anno fa e pareva di vivere in un mondo disabitato.

    • wolfghost ha detto:

      Oh, se parli di incubi in senso lato, anche io ho i miei “diurni” 🙂 Si’, noto che spesso “voi scrittori” amate partire da eventi e soprattutto localita’ che avete effettivamente vissuto… e che evidentemente vi ha lasciato qualcosa…

      http://www.wolfghost.com

  5. torrente ha detto:

    Come un torrente la tua immaginazione scorre.
    Davvero bravo!
    La chiusa…
    Ti seguo.
    torrente

  6. guido mura ha detto:

    Grazie; sto continuando ed effettuando qualche necessaria modifica e correzione

  7. gelsobianco ha detto:

    Tu sei il perfezionista:-)
    Mi congratulo con te.
    Racconti tutto con una grande forza suggestiva ed una scrittura molto valida.
    L’Europa dell’est ha tratti che escono dalla realtà a noi consueta.
    Entri in un mondo diverso.
    Questo soprattutto in alcuni luoghi.
    “Pensare il possibile consente di strappare gli avvenimenti al regno dell’indistinto e collocarli nella realtà trasformandoli in parole: questo era ciò che stavamo per fare.” e quello che segue…
    Interessante, molto interessante.
    gb

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