Sette sorelle – Parte 4

selva

Volnjak accese la radio. Ascoltò prima una stazione ceca, che trasmetteva canzoni che riprendevano motivi popolari; poi trovò un canale che proponeva folk e folk-rock americano
Per una qualche strana coincidenza trasmettevano un brano che mi aveva sempre affascinato e per vario tempo tormentato. Non ero mai riuscito a sapere chi lo eseguisse, né a procurarmi il video, che si era impresso nella mia memoria come un elemento struggente e disturbante.
Raccontava la storia di una ragazza tenuta prigioniera in una foresta e poi uccisa da un poliziotto malvagio.
La foresta del video ricordava molto quella verso cui ci stavamo dirigendo, che avevo attraversato anch’io, una volta, in autostrada, e accostai i due momenti del mio immaginario, accomunati dall’alone di violenza gratuita che aleggiava in entrambe le vicende. Solo che la storia della canzone era realistica, una delle tante tristi vicende di gusto noir che si raccontano e si visualizzano nei film americani, mentre quella che stavamo vivendo aveva i contorni dell’impossibile.
Il dottor Volnjak guidava la sua auto con attenzione. Appariva più un guidatore diligente che un fanatico del volante e la sua vista non doveva essere eccezionale. Io dovevo apparire, credo, sconvolto e in disordine. Non avevo quasi dormito e mi ero fatto la barba di notte, dopo cena. Avevo impiegato le prime ore del mattino a pensare al mio equipaggiamento, per evitare di scordare qualcosa d’importante, e a riempire uno zaino con le apparecchiature necessarie. Quindi arrivai nel villaggio con la faccia ispida e lo sguardo stralunato, ma con l’entusiasmo di un ragazzo alla sua prima avventura significativa.
Volnjak insistette per fare una visita nell’unica locanda decente del luogo, una di quelle in cui ardivano fermarsi anche i cechi e non solo gli sprovveduti turisti. Lì era possibile trovare pietanze cucinate alla maniera tradizionale e non finte trattorie italiane o francesi o i soliti rivenditori di würstel o di hamburger.
Si capiva che lo psichiatra intendeva distrarsi e respingere l’angoscia dell’ignoto che stava per dominarci; si mise a discutere sulle abitudini culinarie del paese e mi consigliò di assaggiare l’anatra, cucinata secondo le tradizioni contadine. Lo accontentai, anche perché era probabilmente l’unico piatto che non fosse irreparabilmente pervaso dall’aglio onnipresente.
Volnjak invece si concesse di mandar giù una zuppa, che pareva ricca e sostanziosa, e terminò con un pasticcio, in cui l’aglio doveva farla da padrone.
« L’alito sarà un’arma in più contro i nostri mostri del bosco, se è vero che sono una specie di vampiri » disse.
Si sforzava di scherzare, ma la preoccupazione traspariva dal suo sguardo.
Non avevamo molto tempo e al termine del pasto ci dirigemmo subito verso gli alberi. Lasciammo la macchina in uno spiazzo, là dove finivano le case del villaggio, e ci inoltrammo nel folto della vegetazione, seguendo un sentiero appena tracciato e costituito più da terra battuta che da ghiaia.
« Fermiamoci qua » feci. Avevo trovato una radura, simile a quelle che le streghe utilizzavano per riunirsi e cercare di entrare in relazione con gli spiriti maligni. Ci sedemmo per terra e iniziammo il percorso mentale che avrebbe dovuto consentirci di entrare nel mondo delle sette sorelle. Ma prima Volnjak estrasse dalla tasca un astuccio: conteneva delle minuscole pillole brune.
« Ne prenda una, de Bruyn, non sono pericolose. Le ho sintetizzate io stesso e le ho sperimentate: sono un prodotto nuovo, che potenzia la nostra visione, senza farci perdere la capacità di agire. »
« Non sono troppo forti? »
« E’ la dose minima. »
Mi lasciai convincere e ingoiai la pillola quasi senza accorgermene.
Subito Volnjak incominciò a parlare di quand’era piccolo e degli alberi che aveva imparato ad amare e a distinguere. Ogni albero era una vita e quella vita aveva movimenti e sensazioni. I suoi alberi erano gli stessi tipi di albero che vedevamo in quel momento, antichi e maestosi, che parevano guardarci con una sorta di sufficienza e forse di compassione, per la nostra fuggevole esistenza.
Gli alberi della mia infanzia erano quelli di Hoge Veluwe, dove ancora mi capita di fare ogni tanto un giro in bicicletta, avvolti da vaste distese di erica. I miei ricordi si proposero con evidenza e si unirono a quelli di Volnjak, costituendo una sorta di forza invisibile.
Cominciai ad avvertire la sensazione che non fossimo soli.
« Respiri col mio ritmo » fece lo psichiatra.
Cercai di armonizzare il mio respiro col suo, fino ad ottenere una perfetta regolarità.
Nel frattempo le immagini diventavano più dense e tangibili, per iniziare poi, gradatamente, a sgranare, così che di esse si notavano, più che l’insieme, i singoli punti che le componevano.
Ed ecco apparire nell’aria quella che la signorina Frantisek aveva definito nebbia. In realtà non di vera nebbia si trattava, ma di una sorta di obnubilamento della percezione, per cui la visualizzazione del nostro mondo veniva come a dissolversi, per giungere ad un’altra visione alternativa. E infatti, lentamente, da quella nebulosità emergeva qualcosa di nuovo, una foresta più cupa e spettrale, in cui gli alberi, gli arbusti, avevano foglie più lucide e scure; ma avvolte da una specie di luminosità che da esse s’irraggiava, come un’aura vitale. Il terreno su cui poggiavamo i piedi, l’erba, la ghiaia del sentiero, sembravano più evidenti di come apparivano solitamente
Ma, soprattutto, guardando più lontano, riuscimmo a vedere, sempre più distintamente, una robusta costruzione in pietra, dall’aspetto tetro e squallido. La prima impressione che mi fece fu quella di una casa abbandonata, non più ingentilita dalla presenza umana.
« Eccola finalmente » sussurrò Volnjak « la casa che non appare in nessuna mappa, la casa delle sette sorelle. »
Stavo pensando a come fare per entrare in quella costruzione, dato che il portone pareva robusto e decisamente chiuso, quando improvvisamente un battente si aprì e una ragazza, probabilmente una delle sorelle, uscì e si mise a guardare il bosco, come se cercasse qualcuno.
Non potevamo perdere quell’occasione. La giovane donna era piuttosto esile e non appariva un pericolo. Dovevamo catturarla o comunque evitare che rientrasse e si chiudesse in casa a doppia mandata. Decidemmo perciò di far avanzare Volnjak frontalmente, mentre io mi sarei spostato su un lato e avrei attaccato il nostro obiettivo inserendomi nello spazio tra la donna e la porta.
Nel frattempo la ragazza si era portata avanti di qualche metro, ma aveva tentato di arretrare non appena aveva scorto il mio compagno, che si era manifestato apertamente, uscendo dalla boscaglia.
Secondo il mio piano, avevo raggiunto quasi la porta e stavo per gettarmi sulla giovane, quando questa, contro ogni previsione, ci rivolse la parola in tono supplichevole. « Non entrate, per carità, non potete entrare! » disse nel suo dialetto ceco; poi si rivolse verso la foresta e con dei veloci balzi scomparve tra gli alberi.
Naturalmente non prestammo ascolto all’implorazione ed entrammo immediatamente nella casa, dove ci accolse un freddo umidore e un tanfo che faceva pensare al disfacimento, al lento marcire della materia organica. Pesanti cortine coprivano le finestre, lasciando filtrare poca luce, e celavano l’interno dell’abitazione allo sguardo di chi per caso si fosse trovato a passare da quelle parti.
Ci guardammo intorno, per studiare l’ambiente, ma avevamo l’impressione che qualcuno ci spiasse.
Infatti, da un’alcova o da uno stanzino buio emerse la figura di una ragazza magra e giovanissima.
Cercammo di parlarle, per rassicurarla e per entrare in contatto con lei; non capivamo se fosse una delle sette sorelle o un’altra abitatrice del luogo: volevamo sapere dove fosse la madre delle sette sorelle e se ci fosse qualche altra persona nella casa. Ma la ragazzina sembrava non capire; si atteggiava come un animale selvatico, ponendosi in posizione difensiva. Ad un certo punto s’infilò in una specie di corridoio e la vedemmo bene. Assomigliava molto alla donna che era fuggita verso il bosco, portava un vestito corto e colorato e camminava scalza. La capigliatura era scura, lunga e incolta e la pelle abbronzata, come quella di chi trascorre molto tempo all’aria aperta.
Cercammo di accostarci a lei, ma quella si nascose in fondo, al buio e, quando Volnjak accennò ad avanzare, si mise a soffiare come un gatto. « Mi sa che avremmo dovuto portare un cane » fece Volnjak. « Io direi un lupo mannaro, piuttosto » risposi, mentre cercavo di avvicinarmi alla creatura. Ma la ragazza, vistasi in pericolo, spiccò un salto incredibile e raggiunse un abbaino, vicino alla volta, aprì uno sportello, facendo precipitare nella stanza una luce improvvisa, e s’infilò nel pertugio che si era rivelato, scomparendo dall’altra parte.
Rimanemmo quindi liberi, a quanto pareva, di esplorare il resto della casa e stavamo per salire al piano superiore, quando sentimmo dei flebili lamenti. Cercammo di individuare l’origine del suono e ci accorgemmo che proveniva dal pavimento. Accendemmo una torcia e alla debole luce di quello strumento scoprimmo alla fine una botola, collocata in fondo allo stanzone principale e nascosta da quello che doveva essere stato, una volta, un tappeto e che ora era poco più di uno straccio.
Non ci volle molta fatica per aprirla. Più arduo fu scendere le scale che conducevano a un ipogeo piuttosto ampio, da cui partivano altri percorsi. L’aria era quasi irrespirabile e un forte odore di morte aleggiava in tutta quell’area ctonia. Rimanemmo sbalorditi nel vedere come il sotterraneo si sviluppava, con ripidi camminamenti che conducevano molto più in basso, come se fossero diretti verso il centro della terra
« Siamo alle porte dell’inferno » bisbigliò il mio compagno d’avventura.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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11 risposte a Sette sorelle – Parte 4

  1. gelsobianco ha detto:

    Da leggere con passione questa tua nuova puntata.
    Non l’ho ancora fatto.
    A presto, Guido
    gb

  2. melogrande ha detto:

    Mi sa che ci siamo…
    Forse era meglio non aprirla, la botola, ma adesso non farci aspettare troppo…

    • guido mura ha detto:

      Tranquillo… La parte successiva è già pronta, devo scrivere solo l’epilogo, tanto per spiegare cos’è successo; ma non ci vorrà molto. Spero di finire prima della fine del mondo, anche se ormai manca poco.

  3. stileminimo ha detto:

    Invece a me piacerebbe che continuasse ancora a lungo, che mi piace troppo! Mi piace un sacco! Però prima della fine del mondo, mi farebbe piacere capire come va la storia… che accadrà poi. Perchè io non so com’è, ma mi pare di averla già vissuta questa cosa della casa invisibile nel bosco, delle sette sorelle… magari ci ho sognato su dopo la prima parte e non me lo ricordo. 😦

  4. gelsobianco ha detto:

    Guido, sai sviluppare la tensione della storia in un modo veramente egregio.
    La tua scrittura è ottima.
    La descrizione dell’atmosfera dei luoghi è così reale da farla captare al lettore.
    Perchè gli editori non si accorgono di chi sa scrivere e sa inquadrare bene una storia?
    Chapeau.
    gb
    Aspetto la fine.
    Hai un’immaginazione prolifica!

    • Guido Mura ha detto:

      Perché ogni editore ha almeno 250 testi da far leggere, prima dei miei, e di quelli almeno una ventina sono scritti bene e le storie inquadrate decentemente, solo che loro devono sceglierne solo uno (o due) e spesso scelgono di investire su un autore o autrice che abbia meno di trent’anni; se poi sono anche carini, è meglio!

  5. torrente ha detto:

    così tutti i libri pubblicati oggi scorrono via… senza lasciare traccia…
    è così purtroppo!

  6. wolfghost ha detto:

    Decisamente una visione da incubo che sei bravissimo a suscitare con le tue parole, mi immaginavo la scena senza la minima difficolta’ 😉
    La tua capacita’ di evocare scenari “fantastici”, che sempre partono dalla realta’ per finire in mondi-altri (non solo in questo racconto), meriterebbe grande fortuna.
    http://www.wolfghost.com

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