Sette sorelle – Parte 5

praga

Quando il lamento che ci aveva richiamato in quel sotterraneo riprese, più vicino e sostenuto, cercammo di individuare la zona da cui proveniva, ma nel raggiungere quell’area la torcia di Volnjak segnalò un oggetto che biancheggiava, ai piedi di quello che pareva essere un muro. Ci avvicinammo: era un teschio, di fattezze normali, ma non era solo. Infatti la luce, nel sollevarsi, rivelò che il muro era costituito totalmente di ossa, che parevano umane. Era un ossario in piena regola, sul tipo di quelli che avevo avuto occasione di vedere in Italia, a Roma e a Palermo, solo che qui la disposizione dei resti non aveva subito alcuna elaborazione di natura estetica o funzionale. Se ne arguiva la scarsa considerazione attribuita a quelle ossa da parte dei costruttori di quella strana necropoli.
Di fronte alla muraglia di ossa, in una stanza buia piuttosto vasta, un uomo apparve, legato al muro da ceppi di ferro. Era magro e sofferente. Il suo corpo era quasi completamente nudo e sembrava leso, in più punti, da minuscole ferite che andavano cicatrizzandosi. Il tronco era rivestito dai resti insanguinati di una maglia intima, mentre le gambe e i genitali rimanevano scoperti e indifesi.
Mormorava qualcosa che mi parve un “aidez-moi” e, certo, noi eravamo lì proprio con l’intenzione di aiutarlo, ma io disperavo di riuscirci. Per fortuna, Volnjak aveva portato con sé alcuni strumenti di metallo, con i quali riuscimmo con fatica ad avere ragione delle catene che trattenevano il prigioniero. Lo stendemmo al suolo. Lo psichiatra gli provò il polso e il battito cardiaco, aprì una bottiglietta e gli fece ingoiare dell’acqua, con un paio di compresse. Ammirai in quel momento le capacità organizzative di quell’uomo, che nell’affrontare l’ignoto non aveva perso la sua razionalità e si era rifornito di una serie di strumenti e medicinali indispensabili per la sopravvivenza, come se avesse dovuto compiere un viaggio nel deserto.
L’uomo, che blaterava qualcosa in francese, ringraziandoci, era però in condizioni precarie e appariva necessario portarlo velocemente fuori da quel mondo che manifestamente non era il suo.
Me lo caricai sulle spalle e risalii i ripidi scalini che ci avevano condotti al sotterraneo, Volnjak mi veniva dietro ed era appena ritornato al livello dell’ingresso quando un’immagine inattesa apparve sulla scala che portava al piano superiore. Era una donna, avvolta in una sorta di mantello multicolore, che scendeva con decisione la scalinata, venendoci incontro.
Avevo immaginato di incontrare la madre delle sette sorelle, l’essere funesto e pressoché immortale di cui parlava la leggenda, ma quell’incontro fu stupefacente, perché l’aspetto di quell’essere era totalmente difforme da quello che mi attendevo di vedere, trattandosi di una donna che vantava un considerevole numero di secoli. Infatti non fu una rugosa vecchia strega quella che vedemmo in quegli attimi.
I capelli, è vero, erano quasi bianchi, ma il viso era giovane e bellissimo, il corpo florido e desiderabile, il biancore della pelle non era quello malato di un vampiro o di un fantasma, ma di una persona in piena salute che per qualche motivo non amasse esporsi ai raggi solari. Anzi la luminosità di quel viso era tale da rischiarare quasi l’atmosfera cupa della stanza, in cui la luce della torcia del mio compagno e quella che proveniva dalle scarse aperture erano del tutto insufficienti.
Quando fu a pochi passi da noi, quel viso ammirevole assunse un’espressione di dominio e parlò:
« Lasciatelo » intimò « mi appartiene. »
« No, appartiene a noi, al genere umano! » gridò Volnjak, mentre lei avanzava lentamente verso di noi.
Mi fu di fronte e allungò un braccio, come se volesse toccarmi. Io rimasi immobile, come affascinato dalla luce del suo sguardo, ma Volnjak mi si accostò. « Per l’amor di Dio » gridò « resista; resista, de Bruyn. » Il suo grido mi scosse e indietreggiai di un passo. In quel mentre lo psichiatra mi pose in mano una spada. Allora ricordai il nostro piano e compresi che non avevo altra scelta. Se avessi esitato, la madre si sarebbe impadronita prima delle nostre anime e poi dei nostri corpi: saremmo diventati il suo cibo, fino a che le saremmo stati utili, poi saremmo andati ad accrescere il numero dei morti dell’ossario, in quel maleodorante e infernale labirinto.
Allora, con disgusto, ma con decisione, levai la spada e colpii quell’essere, con la forza necessaria per staccarle la testa dal busto.
Il capo rotolò a pochi metri dal corpo, ma sentii con orrore che ancora parlava, mentre i lineamenti improvvisamente mutavano e le rughe si formavano istantaneamente sulla pelle diventata grigia come la cenere.
La sua voce era ora gracchiante e gridava in slavo: « figlie, figlie mie, aiutatemi. » Gli occhi poi, gli occhi, divennero due luci offuscate che roteavano nel grigio plumbeo delle occhiaie spaventosamente grandi.
Ma un’altra trasmutazione avveniva nel frattempo nel corpo che si rattrappì, mentre la carne rapidamente si decomponeva e si scioglieva in un liquido melmoso, che si diffuse come un olio sul pavimento.
Ebbi timore che qualcosa di terribile sarebbe accaduto se quel liquido ci avesse raggiunto e urlai:
« Volnjak, stia attento, non lo tocchi, venga via da lì. » Lo psichiatra seguì il mio consiglio e si mosse, spostando anche il corpo dell’ultima vittima della madre. In gran fretta raggiungemmo il portone e uscimmo da quella casa, tornando a calpestare la terra del bosco.
Allora, improvvisamente tutto cominciò a girare e le cose che si vedevano alla luce incerta della sera incipiente si appannarono e la stessa casa iniziò a dissolversi alla nostra vista. Un suono lontano, che richiamò alla mia mente i lamenti funebri delle donne dei popoli mediterranei, si trasmetteva nell’aria, trasformandosi in un lungo dolente ululato.
« Che cos’è? » domandai, tanto per dire qualcosa e spezzare l’angoscia che quel rumore fosco e lugubre produceva nel mio animo.
« Non è nulla: è il vento » disse Volnjak, pallidissimo « è solo il vento. »
Tornava la nostra normale e rassicurante realtà, l’effetto della droga sintetica si era già attenuato e solo il corpo del francese, accanto a noi, ci impediva di pensare che tutto quello che avevamo vissuto fosse stato solo un sogno.
Ritrovammo lo spiazzo in cui avevamo lasciato la macchina e portammo l’uomo che avevamo salvato da una sicura morte nell’ambulatorio del paese, che non aveva un proprio ospedale. L’infermo, che era il Pierre Frontin dato per disperso da vari giorni, aveva urgenza di una trasfusione e di alimentazione via flebo e fortunatamente l’ambulatorio disponeva della strumentazione medica necessaria per le emergenze.
Giaceva privo di forze e ogni tanto ripeteva: « Devo andare a Praga. » Al che lo psichiatra rispondeva: « La porteremo noi a Praga, ora cerchi di riposare. »
Lo vegliammo per tutta la notte e fummo sollevati nel vedere che si riprendeva velocemente, almeno nel fisico, così da renderne possibile il trasporto alla clinica di Volnjak per l’indomani mattina.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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11 risposte a Sette sorelle – Parte 5

  1. melogrande ha detto:

    Sei grande, Guido.
    Questa storia è bellissima.

    • Guido Mura ha detto:

      Ti ringrazio tantissimo, Melo. Era una storia nata un po’ in sordina, ma che sta diventando una delle più impegnative della serie di Jorg. Spero di concludere con un’altra puntata, per cui mi è venuta questa mattina una nuova idea che dovrebbe rendere meno scontato il finale.

  2. maria d'ambra ha detto:

    Caro Guido, anche se non è il mio genere preferito devo ammettere che ogni volta che ti cimenti in queste storie, alla fine dei capitoli a me rimane sempre il desiderio di continuare a leggere… complimenti per la scrittura eccellente.
    un abbraccio

    • Guido Mura ha detto:

      Cara Maria, a dire il vero non è nemmeno il mio genere preferito. Considero comunque queste storie un intermezzo divertente nel mezzo di una produzione più impegnata, tra narrativa, saggistica e poesia, che però è di meno agevole fruizione. Come sai, mi piace leggere di tutto e scrivere, anche, su vari argomenti. Ho da poco concluso un quasi-romanzo, che non è di genere, ma credo che oggi soprattutto le storie noir o al limite di genere fantastico abbiano un loro pubblico e, sinceramente, se decidessi di pubblicare qualcosa, non saprei cosa scegliere. Ho deciso per ora di far proseguire i vari filoni in parallelo, cercando di concludere le tante narrazioni iniziate. Poi saranno gli amici, che spesso mi leggono in anteprima, a consigliarmi su cosa sia più opportuno autopubblicare, su e-book e su carta, visto che mi sono stufato di propormi a editori che non solo non mi elargiscono i loro consigli, ma nemmeno mi rispondono per assicurarmi che il mio lavoro fa schifo.

      • torrente ha detto:

        Tu sei già un ottimo saggista!
        Sai come, oggi, è il mondo dell’editoria e chi viene pubblicato.
        Continua a scrivere.
        Fosse anche solo per te stesso.
        So che non è questo ciò che desideri, ma…

  3. germogliare ha detto:

    Per quanto devo ancora trattenere il fiato?

    • Guido Mura ha detto:

      Conviene fare un bel respiro lungo e lasciare che i nostri personaggi decidano cosa fare. I mondi virtuali hanno i loro tempi, che gli stessi autori devono rispettare. Qualche volta ho l’impressione che siano veramente loro, i personaggi, a scegliere il proprio destino.

  4. stileminimo ha detto:

    INvece questo è uno dei miei generi preferiti! E come intermezzo spero che duri ancora almeno un paio di puntate… almeno.

  5. torrente ha detto:

    sei unico!
    la tua fantasia è immensa.

  6. gelsobianco ha detto:

    Grande Guido!
    Mi piace tanto questa tua storia!
    Sai narrare con classe.
    gb

  7. wolfghost ha detto:

    Anche questo capitolo mi ha riportato in mente la scena finale di Suspiria (uno dei miei film preferiti, eh! :-D), con l’incontro con la strega e la sua morte. Letto d’un fiato, anche questo e’ segno che, nonostante il soggetto non sia proprio semplice, la scrittura e’ estremamente scorrevole 😉
    http://www.wolfghost.com

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