Sette sorelle – Parte 6

praga-oltreLaMoldava

Ci vollero vari giorni perché il signor Frontin si riprendesse, così da poter sostenere una conversazione. Naturalmente io decisi di prolungare la mia permanenza a Praga, aiutato da Volnjak, che mi ospitò a casa sua per non farmi spendere troppo, anche se l’albergo era abbastanza a buon mercato. Eravamo entrambi molto curiosi di avere notizie dirette dal prigioniero delle sette sorelle, pur se le circostanze della sua liberazione avevano confermato le mie intuizioni.
Frontin era un uomo ancora abbastanza giovane e in piena salute, prima della sua disavventura; ma ora stava tornando con difficoltà a una vita normale, nel nostro mondo, così che a volte pezzi della sua esperienza in un’altra realtà prendevano il sopravvento. Soffriva di allucinazioni e si rivolgeva a persone invisibili, apostrofandole in francese. Malgrado la sua profonda debolezza, dopo i primi giorni, si voleva evitare che rimanesse confinato in un letto e lo psichiatra dette disposizioni perché iniziasse un percorso riabilitativo assistito. Il paziente si era preoccupato anche per i suoi affari e aveva ottenuto di spostare ogni impegno a giorni migliori. Quando lo vedemmo, sembrava molto rasserenato perché le sue disavventure non avevano mandato a monte le sue transazioni in Boemia. Malgrado tutto, continuava ad essere irrazionalmente affascinato da Praga e non voleva tornare nel suo Paese a mani vuote.
Gli dicemmo che con ogni probabilità la morte della vecchia madre aveva spezzato quel filo che consentiva alle sette sorelle di entrare nel nostro mondo per trovare altre vittime e che, d’altra parte, ora forse non ne avevano più bisogno. Ci guardò lanciandoci una strana occhiata, che avrebbe dovuto essere di sollievo, ma che invece esprimeva una sorta di imprevedibile nostalgia.
Compresi che qualcosa di particolare era avvenuto durante il periodo della sua segregazione, qualcosa che ora condizionava il suo spirito e rendeva difficile un suo pieno inserimento nella vita di tutti i giorni.
Era necessario ascoltare dalla sua bocca gli avvenimenti successivi alla sua cattura e lui stesso pareva aver desiderio di raccontare i fatti intercorsi tra la sua scomparsa e la liberazione, di cui io e lo psichiatra eravamo stati protagonisti.
Infatti, appena gli domandammo di raccontare la sua strana esperienza, gli avvenimenti incominciarono a dipanarsi come una rocca di filo in una macchina tessile e la narrazione si sciolse in un flusso liberatorio.

« Procedevo sull’autostrada che porta da Regensburg a Praga e avevo attraversato da poco il confine, dopo aver acquistato il bollino che mi consentiva di evitare le attenzioni della polizia, quando scorsi una ragazza dai lunghi capelli bruni che mi faceva cenni da un luogo di sosta alla mia destra.
Non so per quale motivo mi fermai e seguii la ragazza nel bosco. Forse perché mi sentivo solo su quella strada deserta e la ragazza era molto bella. Poi lei parlava confusamente di sua madre e capii che aveva bisogno di aiuto: per questo la seguii.
Dopo una lunga camminata vedemmo una casa grigia e cupa, dove la giovane mi fece entrare.
Era una casa fredda e male illuminata e non seppi rifiutare quando la ragazza mi offrì qualcosa da bere. Poi mi fece salire, dopo di lei, in una stanza al primo piano, in cui giaceva una vecchia, su un enorme letto a baldacchino.
La vecchia sembrava un cadavere. Quando aprì gli occhi e si mosse, compresi che era ancora viva. Allora mi spaventai e cercai di allontanarmi dalle sue braccia scheletriche che cercavano di toccarmi.
Cercai di uscire dalla stanza, ma mi sentii mancare e credo di essere caduto per terra. Ma prima di perdere i sensi vidi la ragazza che mi aveva portato in quella casa e altre sei donne, molto simili a lei, che si avvicinavano lentamente. »

« Al mio risveglio mi trovai incatenato in una prigione che pareva scavata nella roccia. La luce era assicurata da due lumini accesi, come quelli che si portano nelle tombe o nelle cappelle delle chiese. La mia testa girava e strani suoni e sospiri vagavano nell’aria. Quando cominciai a percepire meglio i contorni delle cose, notai una specie di volto bianco che mi fissava. Mettendo meglio a fuoco l’immagine, capii che non si trattava di un volto, ma di un teschio, e che quelli che mi erano sembrati occhi erano in realtà occhiaie vuote. Cominciai a sudar freddo. Era quello dunque il mio destino?
Poi iniziarono ad apparire e a sfilare come in processione sette giovani donne, molto simili tra loro, ma di età diverse, che mi si avvicinarono come se volessero prendere confidenza col mio corpo. Qualcuna si mise a fiutarmi, come fanno gli animali, e a sussurrare alle compagne qualche frase che non riuscii a comprendere.
Cercai di ragionare, con quel barlume di lucidità che mi restava, dopo essere stato chiaramente drogato dalla bella ingannatrice che mi aveva fermato sulla strada. Ero stato catturato con l’inganno e ora dovevo trasformarmi in cibo per quegli esseri che parevano umani, ma forse umani totalmente non erano.
Cercai di entrare in contatto con loro:
“Liberatemi”, dissi. “Perché mi avete portato qui?”
Una delle donne, che pareva la più grande, alla fine rispose:
“Non possiamo: la mamma ha bisogno di te.”
Non capivo in che modo potessi essere utile alla madre, che doveva essere la vecchia che avevo visto distesa sul letto, ma lo compresi ben presto.
Infatti due ragazze si accostarono a me con dei piccoli aghi e cominciarono a pungere le mie vene, facendo scorrere il sangue, che raccoglievano in un contenitore che sembrava di metallo. Andarono via e mi lasciarono lì, dopo avere tamponato le ferite per evitare di perdere il liquido che sembrava prezioso, a giudicare dalla cura con cui lo estraevano dal mio corpo e dalla religiosa cautela con cui lo conservavano e lo trasportavano.
Mi portarono anche da mangiare, carne e funghi, pareva, e birra scura da bere.
La ragazza che avevo incontrato sulla strada rimase più tempo con me e iniziò ad accarezzarmi dovunque le sue mani riuscivano ad arrivare. Mi sembrava che i suoi occhi mi guardassero con un’espressione preoccupata e addolorata e che lei provasse per me una qualche attrazione. Dovevo cercare di stabilire un rapporto con quella giovane donna, per capire quale sarebbe stato il mio destino. Così cominciai a parlarle.
“Come ti chiami?”
“Mi chiamo Dana.”
“Perché sono qui?” le chiesi. “Mi ucciderete?”
Lei non volle rispondermi, all’inizio. Poi improvvisamente disse in un soffio:
“No, io non voglio farti morire” e scappò via. »

« Ma non era solo il mio sangue, quello di cui le sorelle avevano bisogno. Me ne resi conto ben presto, quando, una alla volta, le donne vennero a trovarmi per effettuare una ben più strana raccolta. Insomma, ero in catene e non potevo oppormi e in fondo non volevo nemmeno oppormi, perché quella raccolta poteva essere scambiata per un atto d’amore. Le prime volte mi produsse un piacere intenso e soprattutto, quando la prima ragazza mi si accostò con un atteggiamento che avrei detto di partecipazione emotiva, vidi che la violenza alla quale mi sottoponevano assomigliava a una manifestazione di acceso erotismo. Il volto di Dana si arrossava e il suo respiro diveniva affannoso, mentre lei non cessava di estendere la sua carezza sulle parti nude del mio corpo, come se volesse comunicarmi il segnale di una passione che non tentava nemmeno di celarsi e che esplodeva senza vergogna. Dalle altre ragazze l’operazione veniva condotta con efficienza unita a un’assoluta freddezza, come se fosse un compito da svolgere, ma l’effetto sul mio corpo era mio malgrado di profonda eccitazione.
Ricordai con terrore che quelle pratiche, se effettuate senza consentire al fisico di riprendersi, erano considerate un supplizio e potevano condurre alla morte. Mi ricordai di un libro orribile che avevo letto, di uno scrittore del mio paese, in cui si raccontava appunto di una tortura di questo genere.
Ma capii che Dana avrebbe fatto di tutto per tenermi in vita, anche perché pensava, allontanando la mia morte, di aiutare nello stesso tempo la madre, senza dover procedere alla ricerca di nuove vittime.
C’era in lei qualcosa che potrei definire dolcezza; sì, c’era della dolcezza in lei, forse amore. »

Frontin s’interruppe, come se riflettesse, e ci guardò con un’espressione trasognata.
« Che strano tipo di amore! » osservai, mentre pensavo alle parole della cantilena intonata da Josef Grunca.
« Sì, forse mi amava » disse il francese « Mi ama » continuò.
Forse pensava che in quell’altro mondo Dana esisteva ancora e che probabilmente lo aspettava, ora che la mamma non aveva più bisogno dei suoi fluidi per sopravvivere.
« Avete più visto la vecchia? » Chiese Volnjak.
« Certo, veniva a trovarmi, ogni giorno, ma tutte le volte il suo aspetto mutava. La pelle che era incartapecorita si era spianata e il suo corpo diventava sempre più giovane e armonioso.
Pensai che forse ero io l’artefice di quel miracolo, che veramente i succhi vitali dell’uomo avevano avuto un effetto incredibilmente positivo su quel fisico decrepito. »
“Hai visto? E’ di nuovo bella”, mi aveva detto Dana. Non sempre il sangue e lo sperma delle altre prede avevano avuto effetto, mi raccontò. Un uomo che avevano catturato prima di me era troppo vecchio e avevano dovuto cacciarlo via, perché il suo succo non era più buono. »

Volnjak non nascose a Frontin le sue preoccupazioni per quell’ambiguo sentimento che era sbocciato tra il prigioniero e la sua bella carceriera-torturatrice.
« L’amore ha spesso momenti che lo fanno assomigliare alla morte, signor Frontin. Cerchi di non pensare ai giorni passati, al mondo segreto che ha visitato. E poi rifletta sulla natura di quell’essere che forse ha provato attrazione per lei. Pensi che probabilmente quella creatura non è neanche umana. »
« Eppure sembrava proprio una donna. »
« Sì, ma sappiamo che con ogni probabilità non lo è. »
« Il popolo dei boschi è più antico del genere umano, intervenni « e i suoi rapporti con noi sono sempre stati a dir poco ambigui, se dobbiamo credere alle tante leggende che ancora vengono raccontate. L’attrazione che proviamo qualche volta per gli abitatori delle selve è l’attrazione dell’ignoto, del pericolo, e spesso una relazione tra uomini e femmine del bosco si risolve tragicamente per noi. Lo tenga presente. »
« Lo terrò presente » disse Frontin.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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14 risposte a Sette sorelle – Parte 6

  1. stileminimo ha detto:

    Secondo me Frontin non lo terrà presente… 😦

  2. torrente ha detto:

    L’amore…

    Sei bravissimo, Guido!
    Con affetto vero

    mi viene da ridere e tu saprai sicuramente il perchè… 😉

  3. gelsobianco ha detto:

    Sei sempre una scoperta estremamente piacevole.
    Bel racconto scritto in modo egregio.
    Aspetto la fine.

    Buon Natale, caro Guido.
    Con stima ed affetto vero
    gb

  4. gelsobianco ha detto:

    C’è qualche particolare inquietante! 😉
    gb

  5. guido mura ha detto:

    Inquietante? Io sono tranquillissimo 🙂

  6. nuvola ha detto:

    Immagine splendida, in tema con il racconto.
    E’ un piacere grande leggerti.
    Verrò più spesso da te!

  7. wolfghost ha detto:

    Direi che le sorelle sono riuscite ad instaurare una sorta di dipendenza in Frontin, dubito che riuscirà ad uscirne facilmente… 😐 Ma vado a leggere subito il finale!! 😀
    http://www.wolfghost.com

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