Sette sorelle – parte 7

Praga - Jindřišská věž

Praga – Jindřišská věž

L’indomani, alle otto e un quarto, Volnjak si precipitò nella mia stanza e mi svegliò: era agitato a tal punto da far concorrenza ai suoi ricoverati.
« E’ fuggito » mi comunicò.
« Chi, Frontin? » Cominciai a realizzare cosa poteva essere successo.
« Sì, lui. Ha preso una delle auto che sostavano nel cortile della clinica ed è scomparso. »
« Pensa anche lei quello che penso io? » feci.
« Sì, certo, è andato a cercare la sua Dana, e si è persino dimenticato dei suoi affari. »
« Cosa facciamo? » domandai.
« Corriamo, tentiamo di raggiungerlo, prima che sia troppo tardi! »
Il cielo era diventato chiaro e le luci notturne si erano spente da poco, quando scendemmo nel cortile; faceva fresco e i giubbotti da cacciatore che indossavamo sembravano opportuni per quella battuta imprevista.
Volnjak spronò la sua Skoda, la fece andare al galoppo, ma il francese aveva troppo vantaggio nei nostri confronti.
Arrivammo a Černyvesnice in non più di due ore, ma lì nessuno aveva visto arrivare il francese. Ci avvicinammo al bosco e trovammo la macchina rubata, o meglio presa in prestito, da Frontin. Era aperta e abbandonata; le chiavi stavano appese al cruscotto, ma del guidatore nessuna traccia.
Decidemmo di avviarci verso il bosco, mentre il cielo era solcato da grandi uccelli neri che sfrecciavano stridendo.
Seguivamo un sentiero appena tracciato, che pensavamo fosse stato appena percorso dal fuggiasco, accolti dagli alberi che lasciavano filtrare sobriamente la luce, quando in lontananza, su un’area silvestre in cui le piante erano più rade, ci apparve una figura seduta su una pietra, che sembrava proprio la sagoma scura del paziente francese.
Ci dirigemmo lentamente e con prudenza verso di lui, ma mentre ci avvicinavamo all’uomo la sua immagine cominciò a oscillare, o meglio le sue parti si misero a tremolare e a sfaldarsi, così da scomparire alla nostra vista quando finalmente raggiungemmo la pietra su cui l’avevamo visto appollaiato. Nel frattempo una nebulosità diffusa si era sviluppata in quella parte del bosco e le sagome delle piante apparivano incerte e sfumate.
Volnjak non riuscì a reprimere un gesto di palese disappunto.
« Troppo tardi » disse: « è già dall’altra parte. »
Insomma, Frontin non aveva avuto bisogno di farmaci per attraversare la barriera, a meno che non avesse acido o altri allucinogeni a disposizione e non mi pareva proprio il tipo.
« Non capisco come abbia fatto » borbottò il medico.
« Magari aveva un po’ di vino di lillà » dissi.
« Vino di che? » Lo psichiatra pensò per un attimo che anch’io potessi aver bisogno di una sua prestazione professionale e mi lanciò uno sguardo allibito.
« E’ una specie di leggenda » specificai, ma non aggiunsi altro, perché sicuramente il dottore non aveva mai avuto notizia di una strana canzone, che raccontava di uno strano e disperato amore, e forse non aveva mai sentito parlare di Jeff Buckley e di quella sua incredibile cover. Mi ero perso nelle fantasticherie e cercai di recuperare un po’ di razionalità.
« Potremmo seguirlo, con le sue pastiglie » dissi.
Volnjak sembrò pensare per un attimo a quell’eventualità, ma poi la scartò.
« No » fece. « Una volta ci è andata bene, ma ora tornare non avrebbe più senso. In fondo lui ha fatto quello che voleva. »
Dovetti dargli ragione. Cosa saremmo andati a fare noi due nel mondo delle sette sorelle, ora che non dovevamo più uccidere un essere pericoloso, né strappare una vittima alla morte? Potevamo forse affrontare un nuovo e rischioso viaggio per dividere due strani amanti, che forse non chiedevano che di essere lasciati in pace, per sempre?
Dissi allo psichiatra che probabilmente Frontin era stato aiutato dalla sua Dana a superare la soglia del suo mondo invisibile e che pertanto lo spostamento nella realtà alternativa era avvenuto senza particolari ausili chimici o sforzi mentali. C’era solo da augurargli una felice permanenza nella sua nuova vita, anche perché difficilmente Dana e le sorelle gli avrebbero più consentito di evadere.
Non ci rimaneva che tornare indietro, prima che calasse il buio.

Riprendemmo la strada per la capitale, Volnjak con la sua macchina, io con quella usata da Frontin.
Cenammo insieme a Praga, nella città vecchia, poi tornammo a casa di Volnjak, da cui mi accomiatai l’indomani, sul presto. La luce era ancora scarsa, sulla strada, e tutto sembrava così irreale che non sapevo se quello che stavo facendo avvenisse nella mia solita comune realtà o se fosse la prosecuzione inavvertibile di un sogno. L’aria solamente era viva, e pungente: quella che ben conosce chi si mette in viaggio di primo mattino, trascinando le sue valigie, per raggiungere una stazione ferroviaria o un aeroporto.
Così me ne tornai ad Amsterdam, con una strana sensazione di groppo alla gola e col dubbio di non aver fatto tutto il possibile per far trionfare le ragioni dell’uomo su quelle degli altri esseri che ne dividono le sorti in quello spazio che chiamiamo terra.
Tornai ad Amsterdam perché era da troppo tempo che viaggiavo, a cavallo tra il nostro spazio e quelli alternativi, tra il nostro regno della banalità e i regni dell’ignoto. Ma c’era un altro motivo che mi spingeva a tornare. A differenza di Frontin, di come doveva essere lui, nella sua vita, lui che aveva preferito il sogno a una realtà forse squallida, io ora non ero solo. C’era una persona che mi aspettava nella mia città: una che non apprezzava troppo le fantasie, perché era abituata a interpretare il mondo attraverso numeri e simboli; una che non capiva quello che facevo, il mio girovagare, i miei tentativi di afferrare l’evanescenza, ma che forse a suo modo mi amava; una che sapeva sorridere, ma che, soprattutto, era veramente una donna.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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23 risposte a Sette sorelle – parte 7

  1. germogliare ha detto:

    I miei più sinceri complimenti. Che dire di più, hai confezionato un merletto con frangia dove ogni punto si concatena all’altro perfettamente.

    • guido mura ha detto:

      Grazie, germogliare. Sto cercando di costruire, tassello per tassello, una tradizione fantastica italiana che, anziché divertissement proprio di intellettuali di provenienza razionalista, che mantengano un atteggiamento di superiore distacco (magari condito di nostalgia o ironia) nei confronti del materiale narrativo che utilizzano, diventi narrazione partecipe della diversità e dell’infinito possibile. Il fantastico è parte di noi: in fondo è solo un modo altro di raccontare la realtà. Per questo è utile ripartire dalla tradizione fantastica del romanticismo, dai modelli letterari che hanno raccontato l’inquietudine dell’uomo, l’ambiguità del suo pensiero, l’insufficienza della ragione, rivalutando l’intuizione, l’immaginazione, che è ancor oggi (e sembra quasi un paradosso) il motore fondamentale della scienza.

  2. lillopercaso ha detto:

    E’ l’ultima? Posso cominciare?
    🙂

    • guido mura ha detto:

      E’ l’ultima, Lillo, fidati. Non scrivo un altro capitolo nemmeno se mi pagano. Ora ho un bel po’ di testi da leggere per aggiornarmi (poi ti faccio sapere), e un articolo da scrivere, che non è neanche a metà.
      A presto.

  3. stileminimo ha detto:

    Guido, se l’intento era quello, qui l’immaginazione e l’intuizione son state rivalutate come meritano! Mi è piaciuto un sacco. 🙂

  4. melogrande ha detto:

    Bellissima storia, Guido, complimenti.
    Il vino di lillà è un tocco di classe…

    (Buon Anno Nuovo)

    • guido mura ha detto:

      Buon anno a te, melogrande: questo è un racconto che mi è cresciuto tra le mani, non so neppure come, e ha trovato vari spunti per la strada. Ora devo mettere insieme i racconti su Jorg, caratterizzare meglio il personaggio, poi si vedrà.

  5. wolfghost ha detto:

    ahah bellissimo finale: la realtà sarà anche meno affascinante del sogno, ma… è la realtà, il sogno ha sempre un che di pericoloso se… vissuto troppo intensamente 😉
    Mi è piaciuto molto il racconto, non sbagli mai un colpo! 🙂
    … e vediamo quelli che proporrai nel nuovo anno adesso! 😀

    http://www.wolfghost.com

  6. poetella ha detto:

    che il nuovo anno porti tanti bei racconti…vissuti!
    AUGURI!

  7. nuvola ha detto:

    Che meraviglia!
    Bravo Guido.
    Io, nuvola sospinta dal vento, mi fermo qui.
    Tu sei anche poeta.

    • Guido Mura ha detto:

      Poter vivere? Ma cosa significa vivere? E poi è veramente necessario muoversi da una prigione che ti offre tutto quello di cui hai bisogno, dal giardino zoologico dove siamo stati depositati?

      • stileminimo ha detto:

        NOn è necessario… è solo possibile.

      • nuvola ha detto:

        Vivere significa ricevere una telefonata improvvisa un mattino e riconoscere la voce di una persona a te tanto cara… che, pur rispettando determinati suoi impedimenti, ha pensato a te e ti ha chiamata…
        Vivere, Guido, talvolta, è questo!
        Con grande affetto
        una nuvola

  8. maria d'ambra ha detto:

    Caro Guido, è piaciuto molto anche a me questo racconto dove si incrociano realtà alternative… del resto è impossibile pensare che possano esistere solo le dimensioni che i nostri limiti fisici ci permettono di cogliere… e in effetti abbiamo un contatto quotidiano con il “fantastico” che fa parte di noi, attraverso i sogni che ci permettono di trasferirci in tanti “altrove”, spesso indefinibili e che ci danno anche la misura di quante possibilità potremmo avere, se soltanto fossimo più evoluti…
    un abbraccio e buon anno

  9. eklektike ha detto:

    Bellissimo e conturbante.

  10. capehorn ha detto:

    Mancavo da molto da questa casa, ma é come se si fosse aggiunto un nuovo mobile all’arredamento.
    Ho letto i capitoli d’un fiato e sono ancora pervaso dall’emozione. Il mito dell’eternità, che si perpetua nell’immaginario umano é sempre spunto per narrazioni di forte tensione e anche questa volta sono stato premiato da uno scritto che mi ha turbato al punto giusto.
    Ho fatto bene a ritornare. Complimenti

  11. guido mura ha detto:

    Sto completando il mobilio, Cape, e sto sperimentando anche diversi stili, dal vittoriano al postmoderno. Chissà che alla fine non venga fuori qualcosa di buono!

  12. capehorn ha detto:

    Il buon gusto premia. Sempre.

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