La musica

musica

Una scatola di legno, dai bordi arrotondati. Al centro un’incavatura, in parte rivestita di stoffa color caffellatte, in basso un rettangolo scuro, di vetro, con due pomelli circolari e sotto tanti tasti bianchi.
Sotto il vetro scuro un’asticella bianca che si sposta muovendo i pomelli.
Dalla scatola esce un suono, una voce: « Addio, signora. Canta Achille Togliani. » Poi arriva la musica e una voce calda inizia a cantare.
Sembra già un miracolo e ci si chiede come sia possibile sentire una voce che canta da un’altra città, da un’altra parte d’Italia.

Addio mia bella signora,
lasciamoci così senza rancor;

La musica è nostalgica. Le canzoni sembra sempre che arrivino da un altro tempo, parlano sempre al passato. È un valzer lento?

al destino che vien
rassegnarsi convien,
sospirare, piangere, perché?

Ascoltavamo tutti, prima stupiti, poi sempre più consapevoli. Quel miracolo era possibile: era la tecnologia.
Il mondo era fatto così, poteva dare emozioni, piaceri immateriali; non era fatto solo di dolci, di ravioli di ricotta e spinaci fatti a mano, sul grande tavolo della cucina, e tagliati con quel taglierino a rotella che era tanto divertente far scorrere sul legno chiaro. C’era qualcosa di buono, oltre al profumo del basilico e ai rettangolini di cotognata avvolti nel cellophane. C’erano la campanella della chiesa del Rosario, e le barche che percorrevano il porto e le scampagnate con la nonna che voleva andare in calesse, perché l’odore di benzina le faceva venire il mal di stomaco.
C’era la musica.
E tutti si chiedevano perché non inventassero qualcos’altro, un modo per far vedere i cantanti, la loro immagine, mentre cantavano. Magari in piccolo, sotto quel vetro che serviva per indicare le stazioni. Pareva un desiderio impossibile da realizzarsi.
Ma la musica veniva fuori, fluiva leggera, anche se le voci spesso erano un po’ ridicole. Tutti quegli uomini che cantavano con una voce troppo alta e sottile, quasi femminile: Luciano Tajoli, Narciso Parigi. Quasi quasi erano meglio i baritoni, come Gino Latilla. E le donne? La voce drammatica e gonfia di Nilla Pizzi, che aveva la corposità e la morbidezza delle lasagne e dei tortellini, o quella soavemente peccaminosa di Jula De Palma, che era anche bella, a giudicare dalle foto seppiate sui rotocalchi, e sembrava venir fuori da un film con Humphrey Bogart.
Altrimenti c’era la lirica, con tutte le voci strillate, con le eroine tisiche che cantavano per mezz’ora prima di morire e non si riusciva a capire come potessero cantare e tossire contemporaneamente, oppure, finalmente, la musica sinfonica e strumentale, dove il suono era prodotto da strumenti e l’uomo si limitava a pizzicare corde, a pestare tasti, agitare archetti o soffiare dentro strani tubi.
Poi la musica è diventata dominante. Anch’io mi dedicai per qualche anno alla musica, A dire il vero avevo iniziato prestissimo, con un vecchio piano acquistato da mia nonna proprio per me. Era un piano verticale, ma di notevole sonorità, che io accrescevo, usando molto il pedale. Avevo incominciato come fanno tutti i principianti, con gli esercizi e gli spartiti semplificati delle sonate classiche. I soliti movimenti, quelli più accessibili, l’adagio dalla sonata al chiar di luna e quello dalla sonata patetica di Beethoven, la marcia alla turca di Mozart, le canzoni da film celebri, come
Moulin rouge. Poi però avevo cominciato a esprimermi con un mio stile personale, suonando a orecchio e improvvisando. Avevo trovato una modalità di accompagnamento ritmico semplice ed efficace, che ho perso col tempo, quando ho iniziato a servirmi di accompagnamenti di tipo più tradizionale. Tendevo ad accelerare, mentre eseguivo un brano, e pertanto dovevo trattenere la mia foga. Cominciai presto anche a inventare qualche tema per blues o di gusto jazz, a comporre vere e proprie canzoni, complete di testo. Piuttosto ingenue ancora le prime. Ma a quei tempi quasi tutti i testi italiani per musica leggera erano abbastanza primitivi e di scarsa qualità.
Il mio debutto in pubblico avvenne in una festa liceale, in un albergo. Ero molto nervoso, appena mi dissero che avrei dovuto suonare il piano nel locale. Mi preparai per giorni e riuscii anche a farmi male a un’unghia, con una graffetta metallica di quelle che si usavano per rilegare i fogli, una graffetta minuscola, ma era penetrata tra l’unghia e la carne e il dito mi faceva male. Malgrado tutto, la mia esibizione fu un successo. Brani famosi e meno famosi, improvvisazioni jazz, blues, pezzi francesi. Ero diventato un pianista.

Entrai in un gruppo, con altri amici liceali. Io mi occupavo soltanto di musica, lasciavo al più grande di noi i compiti manageriali e amministrativi che non sarei stato in grado di svolgere. Era lui a contrattare, stabilire gli impegni di lavoro, compilare i moduli SIAE, in cui si registravano i brani eseguiti, dove lui inseriva spesso brani a caso. L’importante era che ci venisse scritto qualcosa.
Allora i gruppi musicali si chiamavano complessi, come quello di Edipo, e suonavano le canzoni dei Rokes, dei Beatles, dei Rolling Stones.
Passammo un’estate suonando in un albergo non molto distante dalla spiaggia, per un pubblico di turisti, in massima parte stranieri. Erano allegri, si vedeva che avevano voglia di svagarsi e dimenticare per un pizzico di giorni le loro faccende quotidiane, le loro banali esistenze personali. Provenivano da paesi più ricchi del nostro, ma non erano ricchi. L’albergo infatti non aveva un numero impressionante di stelle. Era solo un tranquillo hotel di una città di mare, ma senza troppe pretese.
Io cantavo. La mia voce dall’albergo arrivava fino a casa mescolata al suono delle chitarre elettriche o forse mia mamma la immaginava, chi lo sa.
Io canto – la tua voce è un raglio d’asino – così avrebbe detto più tardi molto più tardi Veronica e forse scherzava, perché aveva ascoltato le mie canzoni e non credo che le dispiacessero.
Ma allora i turisti mi prendevano sul serio

Toi,
que je cherchais depuis longtemps déjà
Toi
dans cette foule de perdus, je t`ai reconnu

Toi di Bécaud e poi Aznavour, Trenet, Jacques Brel.
Qualche volta chiedevano il bis e io mi spaventavo un po’, perché avevo la gola delicata e avevo paura di sforzarla troppo, cantando con eccessivo impegno.
La musica si sentiva a distanza nella notte d’estate, disperdendosi tra le stelle nel cielo scuro; ogni tanto un cane faceva concorrenza.
La figlia del padrone dell’albergo, adolescente bionda col viso tondo regolare “occhi grandi color di foglia” Sai la piccola ti guarda dovresti provarci ma come ma quando troppo stupendamente bella
ritornavo la notte tardi dopo lo spettacolo tra i cani che ululavano come lupi o forse erano veramente lupi mannari la mia ombra mi faceva paura così diversa da me così estranea come siamo diversi noi e la nostra immagine e poi quella proiezione dell’immagine che è l’ombra così mutevole così dipendente dallo spazio dalle luci dal sole dalla luna dal tempo
Come fidarsi di un’ombra?
Il mio pianoforte inondava le nottate avvolgeva l’erba i cespugli le stoppie estive si disperdeva nella polvere ammansiva i lupi mannari superava i prati e le coltivazioni gli orti e i vigneti moriva nella terra dove penetrava deliziando i lombrichi.
« La sentivano le ragazze della casa là dietro, la musica. »
« Dove? »
« Nell’altra strada. »
« Ho capito, la parallela. Dove abitavano quelle ragazze. »
« Ti avrebbero voluto. »
« Quando, perché? »
« Allora, allora. C’era una che ti voleva.»
« Perché non me l’ha mai detto nessuno? »
Magari sarei rimasto avrei continuato a suonare e avrei fatto l’amore là nella mia città con una di quelle ragazze una era carina forse un po’ troppo magra ma che importa invece di fuggire alla ricerca di qualcosa dell’impossibile in mezzo a treni e fiumi nebbie e torrenti verso altre terre verso altri palazzi verso una casa dove gli angeli cantano – ma dove io – io – ho smesso di cantare.

Da: La casa dove gli angeli cantano – cap. VI

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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26 risposte a La musica

  1. stileminimo ha detto:

    Tu suoni con le parole qui, Guido e questa è stata davvero una bellissima musica da leggere. E se è così io penso che non è proprio vero che hai smesso di cantare, solo lo fai in modo diverso da come lo facevi allora. E personalmente lo trovo molto bello, che pare di esser sti lì, di averlo vissuto con te quel tempo.

  2. rossodipersia ha detto:

    Penso che il dono più bello dell’adolescenza sia quello di sfidare le proprie incapacità e tentare e cadere e provare di nuovo e ridere alla fine osservando di sottecchi la propria ombra che reclama una sua identità. Grazie per questo concerto suonato in maniera impeccabile.

    • Guido Mura ha detto:

      E’ stato strano ripensare a quel mondo dopo tanto tempo. D’altro canto qualche pezzo di realtà ogni tanto deve pur cadere in un romanzo, anche in questo che ha una struttura sui generis e una genesi inconsueta.

  3. torrente ha detto:

    Oh, Guido.
    Non una parola in più…

  4. torrente ha detto:

    Toi…
    “…e poi quella proiezione dell’immagine che è l’ombra così mutevole così dipendente dallo spazio dalle luci dal sole dalla luna dal tempo”
    Toi…
    Che immagine evocativa!

    • skriabin ha detto:

      Non sono una frequentatrice di blog, ma non sono capitata qui per caso: questo post mi è stato segnalato, a ragione!
      Primo impatto emozionante già con l’immagine, ove il tulle sembra danzare al suono della chitarra.
      E lo stupendo brano, permeato di nostalgia del passato, di meraviglia per le invenzioni tecnologiche, e l’amore per la musica, le ansie del debuttante, l’ironia per le “occasioni” mancate, la pennellata (stupenda) sull’ombra;in una parola: GRANDE!
      Egregio artista (si sente che lo è), non soffochi il canto, liberi di nuvo la voce e le emozioni!
      Grazie.

      • Guido Mura ha detto:

        Sono io che ringrazio per il commento, che è quello di una lettrice sensibile, che è riuscita a cogliere i tanti aspetti che ho cercato d’inserire in questo capitolo molto particolare e molto legato alle mie personali esperienze.

    • Guido Mura ha detto:

      La musica ha rappresentato una parte importante della mia vita, Torrente. Ho pensato di inserire quindi le mie sensazioni di un tempo nella storia che stavo scrivendo: tutto qui.

      • torrente ha detto:

        Tutto qui?
        Non sei conscio di che cosa tu sai far sentire?
        Sai far sentire molto e sai scrivere in un modo raro, Guido.

        Non ne posso più di post lasciati solo per “impressionare” e che non vogliono dire nulla.

        La musica è ancora in te!
        Credimi.

  5. melogrande ha detto:

    Bellissimo brano, Guido.
    Fa parte del romanzo che stavi scrivendo, di cui avevi parlato tempo fa, o sbaglio ?

    • Guido Mura ha detto:

      Sì, melogrande, fa parte di uno strano romanzo, in cui un personaggio altrettanto strano, in un momento particolare della sua vita, rievoca vari momenti vissuti. Naturalmente è un’occasione anche per me di fare i conti con il passato, come in questo capitolo. Ma naturalmente nella storia una parte prevalente è dedicata a vicende romanzesche, decisamente non autobiografiche.

  6. wolfghost ha detto:

    Lo scritto che non ti aspetti 🙂 Molto diverso dai tuoi soliti romanzi, direi un… abile e molto ben riuscito esercizio di scrittura nel quale non so quanto sia importante la trama ma piuttosto il misto di ricordi che da essa fai riaffiorare come immagini improvvise e con un qualcosa di onirico…
    http://www.wolfghost.com

    • Guido Mura ha detto:

      Certo, Wolf: non è e non poteva essere una delle solite storielle da blog, di quelle che si raccontavano ad Halloween o per Natale, in Inghilterra. Qui i modelli sono i miei autori preferiti, da Beckett a Faulkner a Virginia Woolf, ma con una condiscendenza particolare dell’autore, che ha prestato al personaggio anche una parte della sua esperienza di vita. Ci sono dentro frustrazione e senso del grottesco, sogno e filosofia, sentimenti e violenza. Volevo che fosse complesso e contraddittorio come la vita e che il personaggio fosse libero dalla linearità temporale che ossessiona i narratori tradizionali, quasi come il Benjy Compson dell’Urlo e il furore. Spero che non sconvolga troppo i miei lettori, ammesso che abbia il coraggio di pubblicarlo.

  7. gelsobianco ha detto:

    Io sono sempre stata certa delle tue grandi doti di narratore, Guido.
    In te vi è tanto e tu ne sai raccontare ogni minima sfaccettatura con una prosa elegante, nuova e che a me piace moltissimo.
    Questo tuo capitolo mi convince sempre di più sul tuo valore di scrittore e di uomo colto che ha letto moltissimo.
    Allora?
    Io aspetto il tuo romanzo con dedica ed autografo!
    Ti sorrido
    gb

    • guido mura ha detto:

      I miei libri per qualche strano motivo sono fuori standard, gb. Per questo ci penso due volte prima di pubblicarli. Si tratterebbe di un’operazione culturalmente interessante, ma commercialmente azzardata. Insomma, potrei pubblicarli solo se avessi voglia di buttare dei soldi, ma non vivo da solo e pertanto mi sto limitando a lavori che non comportino esborso di denaro. E poi il pubblico non è pronto per un prodotto come quello che propongo. Non posso espormi troppo, con dei testi troppo impegnati, almeno fin quando non avrò il conforto di qualche operatore che li ritenga culturalmente e commercialmente interessanti.

      • gelsobianco ha detto:

        Un piccolo rischio, ogni tanto, è necessario, Guido!
        Se non si rischia…
        Il pubblico, oggi, ama le “schifezze”.
        E’ vero.
        Però…
        Con affetto
        gb

  8. lillopercaso ha detto:

    E’ il terzo che leggo dei capitoli di questo libro, uno più bello dell’altro!

    • guido mura ha detto:

      Il tuo giudizio è confortante, Lillo, ma non so se il libro, nel suo complesso, reggerebbe a una critica professionale. Poi c’è anche il mio nome a complicare le cose. Se mi chiamassi, che so, Gunnar Rasmussen o simili avrei la strada in discesa e pubblicherei con Iperborea: mi sa che cambio nome e imparo lo svedese 🙂

  9. maria d'ambra ha detto:

    Tutti i ricordi hanno una colonna sonora, forse perché la musica è il mezzo principale che oltre alle immagini e alle azioni riesce a fare riaffiorare anche le emozioni provate…
    davvero un bel “brano”, Guido, un abbraccio

    • guido mura ha detto:

      Un brano che fa parte di uno strano testo, Maria, che non so se possa essere definito un romanzo: un testo che si ispira, per alcuni tratti strutturali, al Molloy o al Malone muore di Beckett, ma che poi integra momenti realistici, grotteschi e persino autobiografici. Insomma, un prodotto difficile da catalogare, che non so decidermi né a proporre né a pubblicare in maniera autonoma, anche perché non segue lo stile e la moda dello scrivere attuale. Ma perché mai non mi metto a scrivere un bel thriller, come fanno tutti?

      • gelsobianco ha detto:

        Un tuo thriller sarebbe un thriller di classe!
        Tu non sei come tutti.
        Tu sei tu!
        Per fortuna!
        gb

  10. germogliare ha detto:

    è sempre un piacere leggerti

  11. lillopercaso ha detto:

    Ma veramente ‘tutti si chiedevano perché non inventasssero il modo di far anche vedere i cantanti oltre che ascoltarli’ ?
    A me non sarebbe mai venuta in mente una cosa così, e a esser sincera non è che mi piaccia poi tanto, pur piacendomi tanto la tv (la guardo poco ma con gran gusto).
    Ciao!

    • guido mura ha detto:

      Sì, Lillo: era proprio così. A dire il vero, ogni innovazione tecnologica viene da un sogno, da un desiderio che si desidera realizzare. C’era un desiderio d’immagine, allora, quando l’immagine era solo il cinema. Nessuno sapeva che in realtà la tv era già stata inventata, quando da noi ancora non c’era, e certamente non si immaginava che sarebbe diventata debordante e invasiva. Domani forse domineranno immagini olografiche di realtà virtuali e la tv sembrerà un mezzo antiquato di comunicazione.

  12. lillopercaso ha detto:

    Certo, certo!! ma ‘vedere’ i cantanti fa parte di uno spettacolo che con la musica (e le canzoni) non ha nulla a che vedere, o dovrebbe. Parola di radiofonica tradita dall’immagine 🙂

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