Volevo fare l’editore

editore

Vi ho mai raccontato di quando, da ragazzino, sognavo di fare l’editore da grande? Bene! C’è chi vuole fare il pompiere, chi l’elettricista, chi l’attore o il calciatore. Io che in mezzo ai libri c’ero nato e vissuto non potevo desiderare di fare l’editore?

A dire il vero mi sarebbe interessato fare anche il porno star, ma guardando verso il basso mi son reso presto conto che difficilmente la mia squallida normalità avrebbe potuto ben figurare in un consesso di superdotati. L’editore era sicuramente un lavoro più tranquillo (allora credevo), in mezzo a un mondo di libri, di copertine, di scelte grafiche, di colori e di forme.

Allora prendevo quaderni e li riempivo di titoli, collane, copertine disegnate delle dimensioni di un francobollo, inventavo autori, opere, raccolte. Insomma mi ero creato la mia casa editrice dei sogni. Avevo anche vari pseudonimi, che mi consentivano di produrre libri d’ogni genere, italiani e stranieri.
Naturalmente, mi venne voglia anche di scrivere qualcosa, soprattutto poesie, ma anche racconti, che però non terminavo mai. Per concludere un racconto ho dovuto attendere la vecchiaia o quasi. Ora ne ho finiti anche troppi e non so cosa farne.
Di mettere su una casa editrice non se ne parla proprio in periodo di crisi. Amici e commercialisti me lo sconsigliano.

Poi in fondo l’editore l’ho fatto davvero, ma di libri digitali, che preparavo in formato testo o immagine e caricavo sul web. Un bel lavoro, ma completamente diverso da quello che avevo sognato. Non c’era più da inventare collane, da seguirle, correggere i testi, inventare le coperte, ma semplicemente da produrre delle belle pagine web, organizzate nella giusta maniera, poi dei bei pdf, quando si è affermato quest’ultimo formato.
I libri ci sono ancora, pubblicati nella sezione digitale della Biblioteca Nazionale Braidense e scaricarli non costa niente, visto che i diritti d’autore per quel materiale sono scaduti da un bel po’.

I miei libri, quelli scritti da me, invece, ancora non esistono. Devo presumere che agli editori non piacciano. Probabilmente sono troppo ricchi di riferimenti culturali, per un lettore abituato a una letteratura di consumo, oppure semplicemente non hanno trovato l’editore giusto. Purtroppo sembra però che non piacciano neppure agli editori troppo buoni, quelli con la puzza sotto il naso. Il mio peggior difetto per gli editori di culto? Non cito Derrida e non scrivo in maniera incomprensibile come Greimas, ho cercato di scordarmi le mie origini narratologiche e sospetto che Klossowski abbia scritto delle gran cavolate, lasciandosi trasportare da un non troppo nascosto gay pride. Insomma ho la colpa di credere che il libro sia ancora una forma di comunicazione, e non di autopromozione e autocelebrazione culturale.
Una volta ho portato a mano un paio di miei prodotti a una casa editrice (di quelle di alto livello, beninteso). E’ arrivata un’impiegata, mi ha guardato con aria schifata e mi ha indicato un mucchio di bustacce come la mia, invitandomi a buttare là il mio prodotto e dicendo qualcosa del genere: “Sa quante ne abbiamo?” Ho visto con la coda dell’occhio che il cestino era proprio al di sotto del mucchio, pronto ad accogliere quella robaccia. Neanche una settimana dopo mi è arrivata una cortese mail che mi comunicava: “Abbiamo letto il testo che Lei ci ha inviato. Siamo spiacenti di
comunicarLe che esso non rientra nei nostri criteri di scelta”.

Allora perché non ricorro subito all’autopubblicazione, che sarebbe scelta obbligata per una produzione troppo fuori standard, troppo landolfiana, bontempelliana ed hoffmaniana per piacere all’editoria italica? Perché continuo a mandare i miei lavoracci agli editori? Perché mi fanno pena! Perché senza quelle buste piene di fogli stampati al computer, tutte quelle simpatiche signore e brillanti signorine non avrebbero più nulla da fare e perderebbero l’impiego, andando a ingrossare la massa di inoccupati intellettuali, di senza lavoro, di contadini mancati che per loro disgrazia hanno amato i libri e lo studio, senza capire che i libri difficilmente danno da mangiare, se non sono scritti da persone già note per altri meriti e motivi.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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9 risposte a Volevo fare l’editore

  1. massimobotturi ha detto:

    inizi con deliziosa ironia, per addentrarti in uno di quegli argomenti da enciclopedia
    (a proposito, esistono ancora?)
    io ho una scarsa, ma significativa, esperienza in merito. I grandi, inteso come distribuzione e visibilità, praticamente non ti leggeranno mai. I piccoli, pagando, pubblicano qualsiasi cosa, quelli di mezzo ancora non ne conosco. L’autopubblicazione è una strada percorribile, anche se non gratificante, ma nel mio caso non la escluderei in futuro.

    Un caro saluto Guido

    • guido mura ha detto:

      Per adesso, caro Massimo, vorrei dare all’editoria italiana un’ultima possibilità, rivolgendomi a editori medi o medio-piccoli. Tanto sono certo che Adelphi mi pubblicherà solo quando sarò morto. Insomma, ci vuole pazienza nella vita, e anche dopo! L’autopubblicazione (anche in e-book) è però dietro l’angolo, visto che per diventare uno scrittore scrivere non basta: ci vuole un ISBN.

  2. lillopercaso ha detto:

    Forse fuori dall’Italia?

  3. lillopercaso ha detto:

    Ah, prim di leggere mi sono persa nell’illustrazione; mi domandavo appunto da dove venisse…

  4. rossodipersia ha detto:

    Ho avuto modo di incrociare due ragazzi che di punto in bianco hanno deciso di abbandonare le rispettive carriere per sconfiggere i Mostri dell’editoria. Sono i ragazzi della Neo Edizioni, abbastanza sconquassati ma pronti a recepire prodotti “diversi” dalla solita funzione clientelare.
    I libri che porpongono sono decisamente interessanti, Verbavolant (lonza65) che ti segue ha avuto un’esperienza con loro.
    Potresti valutarla come alternativa all’autopubblicazione.
    Sono d’accordo con te: non potrei sopportare la mia anima deposta sulla pila del “Sa quante ne abbiamo”!
    Un abbraccio

    • guido mura ha detto:

      Ti ringrazio, rossodipersia. Hanno una bella produzione, decisamente fuori dai soliti schemi, e avrebbero proprio bisogno di uno come me. Il problema è che vogliono il materiale su carta, come i vecchi editori sussiegosi, e valutano il materiale tra sei mesi, quando ormai è già passato di moda. Possibile che io riesca a valutare un testo in quindici minuti, leggendolo su pc, e loro no? Si comportano peggio dei vecchi editori e questo non depone bene. Mi piacerebbe incontrarli di persona, ma stanno un po’ fuori Milano. Comunque ho mandato un messaggio su facebook: scommetto che non risponderanno e che non verranno nemmeno a dare un occhiata al mio blog. Se proprio sono interessati, allora varrà la pena di mandargli qualcosa su carta, anche se sinceramente non capisco a cosa serva, visto che non si tratta di carta igienica. Forse la vendono a tonnellate come carta da riciclo.

  5. annamaria49 ha detto:

    Beh, è un argomento che mi sta a cuore! Io ho pubblicato un libro che, con il senno di poi, non avrei pubblicato, ma ero inesperta e chi era nel settore editoria mi aveva detto che non c’erano altri sistemi, ossia l’autofinanziamento; mi dissero che l’aveva fatto anche Moravia quando era considerato un esordiente. Ora ho altri due romanzi nel cassetto e cerco un editore no profit, difficile molto difficile. Le soddisfazioni morali le ricevo sul web e per ora mi accontento. Comunque non desisto e chissà… non che sia giovanissima, ma considerando che Camilleri aveva 68 anni alla sua prima pubblicazione che riscosse favore di pubblico, posso attendere.
    Buona giornata.
    cordialmente
    annamaria

    • guido mura ha detto:

      Ciao, Annamaria. Un romanzo “normale”, pulito e ben scritto, ha ben poche probabilità di essere selezionato da un editore. Di solito chi commercia in libri cerca un oggetto scandalo: quasi tutti i più grandi autori hanno avuto successo in questo modo. Dopo aver scalato le classifiche con storie scabrose o alla moda, si sono potuti permettere di scrivere opere più sobrie e più letterarie. Gli autori richiesti sono per lo più professionisti, già noti per la loro attività, attori, giornalisti, musicologi, esperti che già gravitano attorno alla casta del mondo editoriale, oppure ragazzine conturbanti e disinibite e ragazzotti di bell’aspetto (anche l’occhio vuole la sua parte). Poi ci sono i testi di altissimo livello, per cui è indispensabile una laurea in filosofia, che vengono immancabilmente pubblicati e letti solo dai quattro critici che li recensiscono. Le persone comuni possono ricorrere all’autopubblicazione (con Lulu, youcanprint, ilmiolibro ecc.) e sperare di vendere 10 copie agli amici e parenti, che non possono dire di no. Se la situazione non cambia, tra un po’ avremo milioni d’italiani con i loro splendidi libri autopubblicati nella loro libreria. Cè da augurarsi che la prossima generazione si dedichi al giardinaggio: almeno le piante producono ossigeno. Purtroppo il mercato è saturo. Gli editori importanti vedono con orrore le tonnellate di carta che si riversano sulle loro scrivanie e sanno di poter leggere solo una minima parte di quello che arriva; tanto vivono di politica, di scandali e di televisione (e vanno ugualmente in rosso). I piccoli sperano di vendere il libro agli stessi autori, se hanno denaro da buttare, e in questo modo sopravvivere. Se decidessi di fare l’editore, dovrei trovare altre e più oneste strategie, ma non è una cosa facile.

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