L’agente – Parte 1

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Da: Gli assassini fanno anche altro

1.

A quanti metri? Forse trecento, in linea d’aria. Una forma quadrata si solleva dal terrazzo di un grande condominio, un terrazzo grigio di cemento. Un terrazzo opaco, a più livelli. La forma è un quadrato bianco, che un uomo porta veloce e deposita in un altro punto invisibile, nascosto dai tetti di case più vicine. Ed ecco che un altro uomo, anche questo veloce e sicuro, solleva un altro quadrato, forse un pannello, ma il suo colore è nero o grigio scuro: la distanza non consente un’esatta valutazione del colore. Per un po’ i due uomini s’incrociano, uno con il pannello, che sembra leggerissimo, l’altro con le braccia libere. Il primo deposita i pannelli, il secondo ritorna a prendere un nuovo pannello che diventa una vela triangolare, prima di girare e rivelare la sua forma probabilmente regolare e quadrata.
Li guardo, da questa finestrella che mi offre la visione di una distesa perduta di tetti, facciate, finestre, terrazzini. Potrei colpirli da qui, ma non ce ne sarebbe motivo: un altro dev’essere il mio bersaglio, in quella porzione di strada, in quello spicchio di strada che da qui si vede chiaramente.
Su quella strada si fermerà un’automobile, una limousine nera, che luccicherà al sole di marzo, e ne scenderà un uomo. Forse si fermerà per un momento, forse alzerà un braccio, quello sinistro com’è sua abitudine, per salutare. Ci saranno varie persone attorno a lui per proteggerlo, ma da qui riuscirò a inquadrarlo perfettamente, anche solo per un momento. Non esiterò, sono allenato a questo. E non sbaglierò il colpo. Mio padre era un tiratore scelto e anch’io ne ho ereditato le doti. Non so fare altro nella vita, non saprei fare un qualsiasi lavoro, non sono curioso e non riesco ad apprendere con facilità. Sono troppo occupato a tenere in efficienza la mia macchina, di nervi, muscoli e ossa, a tenere allenata la mia capacità di risposta agli stimoli.
Non devo lasciarmi ingannare dalle forme, non devo avere incertezze, devo interpretare esattamente tutto quello che vedo, reagire in un decimo di secondo, scegliere – SCEGLIERE – un bottone, un grilletto, un ordine e pam: il muro tra la vita e la morte è attraversato, lo spirito lascia la materia, invisibile forse perché troppo veloce, schizza tra un universo e l’altro, in un altro universo forse un altro me si apposta e decide di non premere il grilletto, oppure non è sufficientemente veloce e in quell’attimo il bersaglio si china a guardare qualcosa che è caduto, che forse gli è caduto di mano, e il proiettile fracassa un vetro e si perde dentro un’imbottitura, ridicolo fallimento o non corrispondenza di un oggetto al suo scopo, fallimento fallimento – tutti sono falliti in quel preciso istante: il proiettile che poveretto si accartoccia battendo contro il metallo della lamiera, l’arma di precisione che non ha svolto il suo compito, quello di uccidere, il cecchino che ha appena il tempo di pronunciare una parola o di fare un gesto, più interiore che espresso, di sincero disappunto. Il fallimento si riverserà come una colata di lava sulla sua credibilità, forse sarà ritenuto inadeguato, non più affidabile, lui che era praticamente infallibile, forse sarà sacrificato, perché questa era l’ultima occasione prima che avvenisse l’irreparabile, prima che la vittima designata pronunciasse il discorso che mai avrebbe dovuto pronunciare o firmasse il decreto che mai avrebbe dovuto firmare o incontrasse la persona che mai avrebbe dovuto incontrare. Tutta la realtà verrà modificata da quel fallimento. È una bella responsabilità quella di cambiare la storia!
Ma non sbaglierò, di certo non sbaglierò, come non sbaglia una macchina. La macchina non ammette fallimenti, né scelte. Non sceglierò di non agire, di non svolgere il mio compito, non mi lascerò distrarre dal vento che si sta alzando, non sufficiente però a modificare la traiettoria di un proiettile, dalle nubi disegnate come piume d’uccello nel cielo, dai rumori sconosciuti e non identificabili che provengono dai condomini, dalle risate scomposte dei bambini che salgono dai cortili, dalle cime degli alberi che si muovono, dai sacchi dell’immondizia, dall’erba che cresce nelle fessure delle mattonelle, dove sembra impossibile che la vita possa svilupparsi.
Andrà come deve andare, anche questa volta.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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3 risposte a L’agente – Parte 1

  1. graziagardenia ha detto:

    Sembra di entrare dentro un film di Dario Argento, trafitti da un’ansia che ci fa volare sulle parole, impedendoci quasi di gustarne la pregnanza, il giusto sapore, la ruvida poesia. Se volevi creare inquietudine, ci sei riuscito alla grande. “Fallimento fallimento – tutti sono falliti in quel preciso istante: il proiettile che poveretto si accartoccia battendo contro il metallo della lamiera, l’arma di precisione che non ha svolto il suo compito, quello di uccidere, il cecchino che ha appena il tempo di pronunciare una parola . . .” Lettura sconsigliata ai cardiopatici. Consigliatissima a chi ama la suspense, espressa in originale lessico.

  2. wolfghost ha detto:

    ahah fantastico questo punto di vista del killer! 😀 Concordo con Grazia: anche io ho trovato il punto da lei citato davvero illuminante! 😉

    http://www.wolfghost.com

  3. maria d'ambra ha detto:

    Mi hai fatto venire in mente il celebre aforisma di Pascal:
    “Se il naso di Cleopatra fosse stato più corto, sarebbe cambiata l’intera faccia della terra.”
    ma così non è stato… e, come per il tuo killer spietato, tutto è andato come doveva andare…
    è sempre un piacere leggere i tuoi racconti…
    un abbraccio

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