L’agente – Parte 3

pistola

3.

Finalmente il momento è arrivato. L’automobile si ferma.
Proprio nel punto più favorevole. Cosa potrebbe andare storto?
Nulla, presumo; d’altra parte io sono fondamentalmente ottimista.
Penso che se si affronta un’azione con ottimismo ci sono
maggiori probabilità di far avvenire le cose come dev’essere. Infatti
sono pronto, con attenzione, non sono nemmeno teso. Per
me un bersaglio è un bersaglio: non mi lascio coinvolgere emotivamente,
non sono trattenuto dal fatto che quel bersaglio sia un
uomo anziché un coniglio. Uomini e conigli sono mammiferi,
pensano e soffrono, forse i conigli hanno meno consapevolezza,
ma sono vivi anche loro.
Le cose procedono. L’uomo scende, saluta, rimane fermo
quel tanto che consenta a un proiettile di colpirlo e io premo il
grilletto, nel momento giusto. L’arma fa il suo lavoro, il
proiettile pure, e la testa dell’uomo è attraversata da un corpo
estraneo. Bisogna vedere l’effetto di un calibro 7.62 su un corpo
umano. L’eliminazione fisica del bersaglio è garantita. Il
proiettile si porta via un bel po’ di cervello e la sopravvivenza
della persona colpita è impossibile.
Il corpo è caduto, la confusione è massima. Devo allontanarmi
al più presto e scomparire. Metto in un borsone verde il mio
M21 e mi precipito giù dalle scale. In pochi secondi sono già all’entrata
di servizio; poi però cambio idea e torno sulla strada
principale, mischiandomi alla folla, che ancora non sa nulla di
quello che è successo un paio d’isolati più avanti. Il mio cellulare
è spento e non sono più individuabile da nessuno. Entro in
metropolitana e trovo perfino un posto a sedere. Tolgo di tasca
un libro e mi metto a leggere. Nessuno può sospettare di un
uomo vestito sobriamente, che legge in tutta serenità un libro
della Yourcenar. Sono insospettabile come Clark Kent.
L’ultimo posto dove posso andare è la mia casa. Per fortuna
c’è un posto in periferia dove non abita nessuno; la padrona vive
a Londra e non rientra in Italia nemmeno per vedere i parenti. La
casa è vuota da anni e la uso come rifugio. C’è una tettoia in
giardino e sul terreno una botola ben nascosta, che conduce a
una specie di cantina. Non è difficile nasconderci del materiale,
dietro le bottiglie di vino che continuano ad invecchiare, con il
loro strato di polvere ben evidente. Mi libero dell’arma e poi mi
sento libero di andare dove voglio.
Non voglio correre rischi e preferisco noleggiare un aereo,
per raggiungere Bellinzona. So che se vogliono possono raggiungermi
anche lì, ma prima devono trovarmi. Ho un contatto
sicuro a Bellinzona e lo cerco. Mi ha già aiutato in vari momenti
difficili della mia vita. Cerchiamo insieme di capire che aria tira.
Come immaginavo, non dovevo fidarmi di Berio, uno arrivato
troppo velocemente alla direzione delle unità operative, amico di
troppa gente, di destra e di sinistra. Avevano cercato d’intercettarmi
e di eliminarmi. Avrebbero risolto il caso e fatto tacere l’unico
testimone. Nessuno avrebbe capito da chi era partito l’ordine
di terminare il mio bersaglio. Tutto avrebbe avuto la giusta
conclusione.
« Cosa intendi fare? » Mi chiede il mio contatto, che si
chiama Pellini.
« Prima di tutto incassare i soldi. »
« Questo è possibile. »
Pellini fa da intermediario con l’amministrazione e fa
scaricare la somma spettante per il lavoro su un conto svizzero.
Pochi minuti dopo il denaro viene trasferito molto più lontano,
quasi in un altro mondo, su un altro conto, intestato alla mia
attuale identità: Tommaso Reni, istruttore di tennis.
E adesso?
So cosa fare.
Per fortuna gli italiani hanno la buona abitudine di odiarsi
cordialmente tra loro. In ogni organismo ci sono almeno due
acerrimi nemici che cercano di farsi fuori a vicenda. Di solito
basta incriminare l’avversario per corruzione o per qualche
intemperanza sessuale; ma qualche volta è necessario
distruggerlo anche fisicamente come ai tempi del duca
Valentino. Allora si usava la spada o il veleno, ora basta
simulare un incidente o un suicidio. E poi dicono che in Italia
non c’è più la pena di morte!
Bergogni era un vecchio funzionario, quello con cui avevo
tenuto i primi contatti. Era qualcosa di simile a un vecchio
amico, forse l’unico che potessi contattare senza essere venduto
cinque minuti dopo per quattro soldi e un incarico di prestigio. A
Bergogni interessava una cosa sola: liberarsi di Berio, di quel
porco che aveva scalato in così poco tempo tutte le vette, a colpi
di favori ai capi partito, usando tutte le arti possibili, riciclando
denaro sporco e procurando fondi. Berio era l’eminenza grigia
del potere. Ormai tutti avevano bisogno di lui e lui sapeva che
sarebbe caduto in piedi con qualsiasi vento, al riparo da
qualunque risultato elettorale.
Avevo un numero segreto di Bergogni; lo chiamai più volte.
Mi rispose due giorni dopo.
« Hai bisogno di fare un servizio? » mi chiese.
« Sì » risposi « dove e quando? »
« Giovedì alle 16, via dei Missaglia. »
« Solita gente? »
« Sì, ma con la testa. »
« Bene! » E chiusi.
Conoscevo il posto. Quindi Berio sarebbe stato lì, al centro
di ascolto, con un paio di tecnici fedelissimi che armeggiavano
sui computer e che stavano sempre in quella casa. Doveva trattarsi
di una missione importante, per cui il capo voleva rendersi
conto direttamente dell’andamento della procedura.
Rientrai in Italia in auto, con il fratello di Pellini, e all’ora indicata
ero a Milano, in via dei Missaglia.
Non era difficile entrare dal retro nella villetta anonima acquisita
dai servizi. Una volta veniva adoperata per affittare stanze
e nessuno badava a chi entrava e usciva. Semplice e graziosa,
con le finestre color legno e le tendine arricciate: un posto tranquillo
per dormire: impiegati che non avevano trovato ancora
una sistemazione fissa, commerciali , insegnanti di stage che duravano
pochi giorni, gente sola, senza amici e senza donne, persone
che non davano nell’occhio.
Sono dentro, rimango nell’ombra. Sento dei passi. Uno degli
agenti cammina nel corridoio, forse torna dal bagno, va verso la
luce di una stanzetta di cui intravvedo i mobili chiari, di faggio,
mi pare.
Ho la pistola puntata, lo colpisco alla nuca, cade. Non dev’essersi
nemmeno accorto di nulla, non ha avuto il tempo di riflettere.
E’ per terra, cuscini rossi più avanti nella stanza. Berio
dev’essere in un’altra stanza, più in là. Si vede la luce filtrare.
Devo aprire senza far rumore o attendere? E’ più prudente attendere.
Infatti un altro tizio con i capelli corti e dritti a spazzola
apre la porta, non capisce perché il compagno non sia ancora
tornato dal bagno. Appena lancia lo sguardo nel buio lo freddo.
Berio è seduto al computer, ha percepito qualcosa, si volta di
scatto, ha in mano una pistola, ma non fa in tempo a usarla. Non
penso, agisco, ed ecco che anche il capo va a raggiungere i suoi
uomini, lungo disteso per terra. Non era un genio. Come poteva
sentirsi al sicuro? Forse perché chi fa il cacciatore non riesce a
sentirsi preda, non capisce che essere carnefici o vittime è solo
questione di prospettiva. Certo lui era più un esperto d’intraffugli
che un uomo d’azione, un grande manipolatore, uno che dà ordini
e che attende che altri li eseguano. Ed ecco che ora non ne
darà più e questo mi consentirà di tornare ad essere un uomo libero
e soprattutto vivo.
Non sto lì ad ammirare il lavoro svolto. Meno tempo rimango
in quella casa e meno probabilità ho di essere scoperto.
Vado via come sono venuto, invisibile.
Appena fuori prendo il metrò, lì vicino. Sono pulito, senza
schizzi di sangue. Nessuno mi nota: sono uno dei tanti.
Tornato all’aperto, chiamo Bergogni: « La casa è da pulire »
gli dico. So che lui capisce.
Manderà qualcuno a far sparire i corpi, poi si troverà un responsabile:
gli arabi, magari, o il Mossad. Quando non si capisce
niente di qualcosa, la colpa è sempre del Mossad. Si sa che
hanno pochi scrupoli e che fanno bene il loro lavoro. Non si può
nemmeno incolparli con accuse alla luce del sole: in fondo sono
alleati. Oppure si tratta dei servizi francesi, alleati anche loro;
autonomi, è vero, ma sempre molto vicini a noi. Se hanno ammazzato
qualcuno, significa che avevano i loro buoni motivi.
In ogni caso, io non c’entro, e Bergogni nemmeno. Abbiamo
solo eliminato un pericolo (per me) e un ostacolo (per lui). So
che non ci parleremo più: Bergogni farà scomparire i miei dati
dal database dei servizi italiani. Non ho mai lavorato per loro:
nessuno mi cercherà più. Comunque è meglio cambiare aria, per
un po’ o per tutto il resto della vita. Berio aveva troppi amici.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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14 risposte a L’agente – Parte 3

  1. graziagardenia ha detto:

    Un ritmo così incalzante è da batticuore, anzi da mal di cuore. Non dai tregua al lettore, spalmando nel plot narrativo anche considerazioni sociali, venate d’ironia, che sembrano gettate là per caso, ma che rafforzano la valenza della tua scrittura (“Per fortuna gli italiani hanno la buona abitudine di odiarsi cordialmente tra loro. In ogni organismo ci sono almeno dueacerrimi nemici che cercano di farsi fuori a vicenda”). Se dovessi incontrarti un giorno in lettura della Youcenar, cambio scompartimento. Non si sa mai che le tue creature letterarie ti prendano la mano . . . Bravo sempre.

  2. stileminimo ha detto:

    Avvincente!!! Bello leggerti! Sinceramente. Grazie!

  3. wolfghost ha detto:

    Accidenti, qui la trama si è rapidamente sviluppata in tutta la sua – assolutamente seguibile – complessità. Degno di un bel thriller… anche se ti preferisco sul genere fantastico-horror! 😀

    http://www.wolfghost.com

  4. maria d'ambra ha detto:

    Una spy story coinvolgente ed appassionante! La tua scrittura trascina nel vortice degli avvenimenti senza stancare mai…
    complimenti e un abbraccio

    • guido mura ha detto:

      La spy story mancava alla mia galleria di assassini: era da un po’ che volevo provarci. D’altra parte Fleming e Graham Greene sono morti, le Carré vivacchia e quindi un po’ di spazio è rimasto. Poi sono convinto che i casi Dominici non siano infrequenti e che molte cose rimangano ancora da spiegare in tanti fatti di sangue. Sono molte le occasioni in cui mi accade di sentire puzza di bruciato. Naturalmente, se indagassi a fondo, correrei anch’io seri rischi.

  5. rossodipersia ha detto:

    Un valium pleaseeee!! Beh, adesso buttati sull’amore, sennò mi farai morire di ansia 🙂

  6. suzieq11 ha detto:

    Bello, avvincente, incalzante, da bersi tutto in un fiato. A quando il prossimo?

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