Educare il guerriero

diavolo rosso

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Se ci soffermiamo un attimo a esaminare i prodotti di questa nostra cultura di massa, in particolare il materiale filmico (movies e serie tv), notiamo che la rappresentazione della violenza è sempre più attiva e insistente.
Purtroppo le scene di violenza estrema hanno sempre goduto di un forte impatto sullo spettatore e sono state motivo di attrazione, determinando il successo del prodotto.
Persino nelle tematiche che si ispirano alla religione prevale il macabro, l’orribile, il sadico insistere sui dettagli, sulle modalità. La violenza può essere raccontata, uccisioni e orrori possono essere evocati, ma la rappresentazione di questi orrori, con evidenza di particolari, con insistenza e compiacimento, è propria di epoche di estrema decadenza o di personalità deviate.

Quella che continua ad affermarsi è l’estetica della violenza, il fascino estetico dell’agire violento, addirittura delittuoso, l’oscuro fascino della perversione.
E’ come se dovessimo ancora dare vita a generazione di guerrieri, da educare alla lotta, alla competizione sanguinosa, anziché a una civile e serena convivenza.

La fondamentale ipocrisia buonista del nostro tempo si impegna e si affatica nella deprecazione del male, del delitto, della morte, della disgrazia, anche di quelle naturali, per cui si tenta sempre di trovare un responsabile umano. Nello stesso tempo la nostra industria culturale sembra contraddire queste lodevoli tendenze esaltando il sangue e il massacro, l’orrore e la morte.
Sarà una spinta catartica a generare queste predilezioni o piuttosto una segreta condiscendenza verso quel male che razionalmente si vorrebbe allontanare, esorcizzare, annullare?

Forse siamo ancora guerrieri e contadini, pastori e servi, che indossando maschere apotropaiche cercano di realizzare un’impossibile difesa dal mondo degli spiriti.

Forse quegli spiriti ancora s’insinuano nel nostro mondo, ottenebrando i cervelli, dominando la ragione con le spinte istintuali, spingendoci verso il delitto, verso la distruzione, verso il maelström della violenza.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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17 risposte a Educare il guerriero

  1. happysummers ha detto:

    Sai, personalmente io credo che gli esseri umani siano fondamentalmente rimasti gli stessi dal tempo delle caverne: è cambiata la società, ora ci sono le auto, le industrie, gli attici, usiamo il pc invece della clava ma gli istinti (primari e secondari) sono quelli.
    La violenza nei film è fastidiosa (a me fa venire gli incubi…) però anche le leggende epiche, le favole o persino la Bibbia sono piene di violenza…
    Anche se l’insistere morbosamente su scene di violenza è dovuto a ragioni di cassetta, propendo per il valore catartico…

    • guido mura ha detto:

      Lo stile, le parole con cui una storia è presentata sono fondamentali. La violenza lontana, l’orrore fiabesco, le storie raccontate ma non descritte minutamente possono essere in qualche modo apprezzabili. Quello che si vede in maniera chiara e cruda, o che è raccontato con stile iperrealista, può essere disturbante e io temo che finisca per essere accettato come normale dalla gente, e che anzi certi fatti e certi comportamenti possano essere fonte d’imitazione. Insomma, temo che la deviazione psichica, di fronte alla pubblicizzazione di modalità estreme, come quelle che oggi sono raccontate da libri e film, porti a un atteggiamento mimetico rispetto ai fatti presentati. Rischiamo che sia il film a creare il serial killer e non il contrario.

  2. Egle1967 ha detto:

    Mi piacerebbe pensare che sia dovuto ad una spinta catartica..ma non credo.
    Ormai il reale e’ diventato lo specchio del virtuale , o dello spettacolo di intrattenimento, tanto da non distinguere più’ il sentire che viene da una evocazione di una certa situazione , da quello che proviene da una comprensione e compartecipazione del reale…fino a quando forse non ci tocchera’ direttamente.
    Certo e’ che in una situazione di difficolta’ economica, e del lavoro, oggi , chi e’ riuscito ad elevarsi da bestia a uomo si nota piu’i facilmente anche se la forza individuale non puo’ bastare a contenere l’esercizio di potere al quale ormai siamo sottoposti. C’e un limite anche fisico alla sopportazione di una tale violenza e credo che il mio si stia testando in questi giorni.

  3. guido mura ha detto:

    Come dicevo a happysummer, la forza dei mass media nella pubblicizzazione dell’orrore, sia di quello inventato, sia di quello proveniente della cronaca, rischia di trasformarlo in un modello da accettare e da imitare. Quello che mi spaventa è che la violenza, deplorata a parole, viene invece spettacolarizzata, diventando motivo di interesse per un pubblico ampio e indifeso. In questo modo si stimolano gli istinti, come se non si volesse che lo spirito guerriero, ammorbidito dal pacifismo, dalla razionalità e da alcune religioni, non venisse meno. Forse si sta pensando a nuove lotte tra uomini o alla resistenza contro invasioni aliene. A cosa serve ancora un uomo bloccato nella sua dimensione istintuale?

  4. rossodipersia ha detto:

    Ho letto più volte questo post e ogni volta scoprivo una verità: dal volgare bisogno di alcuni di accostarsi morbosi alle disgrazie altrui, alla ricerca di conferma sugli istinti più violenti che ci governano. Chiaramente io non sopporto la violenza ma forse lo dicono tutti e io non sono diversa dagli altri alla bisogna. Certo è che non mi ha lasciata indifferente.

    • guido mura ha detto:

      Avevo scritto un articolo una volta, su un volumone edito da Mazzotta per l’Archivio di Stato di Milano. Il titolo dell’articolo era L’educazione del guerriero. Trattava dell’educazione dei ragazzi durante il fascismo. Allora era evidente l’istanza di preparare una nuova generazione di guerrieri per “la guerra del domani”. Nessuno si dichiarava pacifista, in un mondo ancora dominato da nazioni in lotta tra loro. Ma oggi ha ancora senso educare alla violenza? Si pensa forse a nuove guerre, a guerre di stile diverso, ma comunque rivolte a realizzare nuovi massacri, forse per conseguire il controllo demografico? Bisognerà ancora trovare un nemico, oppure inventarselo; ma la guerra è stata sempre la soluzione di tanti problemi e qualcuno magari la sta già preparando. Intanto il popolo è già assuefatto agli squartamenti virtuali.

  5. wolfghost ha detto:

    In realtà una mente equilibrata sa distinguere un film dalla realtà e non “copia” né si porta dietro la paura di ciò a cui assiste. Tuttavia esiste una minoranza non trascurabile che invece si lascia penetrare dall’esempio rischiando di cadere nel baratro della paura o seguirne la scia.
    Comunque oggi sono cambiati certamente i modi, ma anche i nostri nonni non si facevano mancare il… gusto di spaventare i loro figlioli. Basti pensare alle storie di streghe, all’uomo nero… che guarda caso sono poi diventati, oggi, oggetti di film di orrore.
    Sto terminando di rileggere il libro “Ricordi, sogni e riflessioni” di C.J. Jung. Lui direbbe che nell’uomo il male e il bene convivono e esistono naturalmente, e faremmo meglio a prenderne atto anziché cercare di convincerci che il male è indotto ed eliminabile. Al massimo possiamo controllarlo, e sapere che c’è può aiutarci a farlo. D’altronde basta vedere cosa accade in natura: non pensiamo che al di fuori dell’uomo sia tutta solidarietà ed amore, tutt’altro, è tutta una lotta, lacrime e sangue. E apparente cattiveria allo stato puro. Siamo solo noi, guarda caso, che pensiamo che “cattivo” sia cattivo. Per il resto della natura… è, e basta.
    Siamo forse esseri che si stanno evolvendo e un giorno potranno liberarsi dal male? Se sì, e sottolineo il “se”, non dobbiamo cadere nel “si stava meglio quando si stava peggio”, perchè cadremmo in errore.
    Forse oggi abbiamo solo più tecnologia che ci permette di trasmettere più realisticamente racconti che un tempo si potevano solo raccontare. Ma l’uomo non è “peggiorato”, anzi, sono certo che nel complesso si stia “muovendo” verso il bene, solo che il processo è – ovviamente – molto lento, mentre la tecnologia è veloce. Se – e risottolineo “se” – non ci autodistruggeremo, forse un giorno lontano saremo migliori e davvero il male sarà solo un ricordo. Ma credere che sarà sul breve periodo è illudersi completamente.
    http://www.wolfghost.com

  6. guido mura ha detto:

    Sono anch’io convinto che siamo avviati, attraverso una lenta evoluzione, su una strada che porta a un sostanziale miglioramento della nostra realtà. La nostra sensibilità oggi non consentirebbe più un autodafè e la tortura viene quasi da tutti esecrata. Però non credo che l’accentuazione dei particolari orrorifici e l’insistenza dei media su certe realtà estreme sia dovuta solo alla maggior efficacia delle nuove tecnologie, né che abbia solo la funzione educativa delle fiabe, che mettevano in guardia dai pericoli del mondo. Mi chiedo perché libri e spettacoli sembrino andare in senso opposto rispetto alla maggiore civilizzazione dei costumi. Da cosa dipende? Dalla depravazione del nostro immaginario, dal desiderio di non rifiutare il fascino oscuro del lato perverso dell’animo umano o non c’è piuttosto un disegno superiore che ci spinge ad essere pronti a tutto, a non dimenticare che in qualsiasi momento la lotta per la sopravvivenza potrebbe ricominciare e che la naturale ferinità è quindi un valore da conservare, piuttosto che un residuo inutile da reprimere?

    • wolfghost ha detto:

      Continuo sulla medesima linea del commento precedente. Forse ciò accade perché cerchiamo di reprimere qualcosa che in noi c’è, e poiché nel quotidiano è divenuto inesprimibile, lo facciamo rivivere attraverso la visione di qualcosa che, proiettato su uno schermo, crediamo non ci appartenga. Per questo invece ci affascina. I media sfruttano solo qualcosa che già esiste.

  7. melogrande ha detto:

    La violenza, il male, sono da sempre una parte essenziale della natura umana. Perché una società funzioni, bisogna che l’ uso della violenza venga tolto agli individui e riservato allo Stato. Ora, sappiamo bene che tutto ciò che è rimosso sempre ritorna, ed in forma patologica…
    Per certi versi è normale, dunque, ma quando la contemplazione della violenza diventa un’ ossessione (oltre alla letteratura e al cinema, basta vedere quanto spazio dedicano i talk show ai delitti di cronaca più efferati), questo mi sembra sintomo certo di una società in decadenza, che non ha più progetti comuni, obiettivi verso cui canalizzare le energie collettive. Non ha di meglio da pensare. Brutto segno, insomma.

    • guido mura ha detto:

      Che stiamo attraversando un periodo di decadenza mi sembra evidente. L’irrompere del Grand-Guignol nella cultura globale è d’altra parte abbastanza frequente, quando in una società si affievoliscono i valori positivi. I miti della nostra specie parlano sempre di una decadenza morale che subirebbe terribili punizioni. Per nostra consolazione, possiamo però considerare che periodi di vigore e di decadenza intellettuale e culturale si sono sempre avvicendati nella nostra storia e che i processi evolutivi sono spesso contraddittorii. In parole povere, è sempre bene vedere qualcosa di positivo anche nei porcili e nei letamai, perché in fondo dai porcili fiorisce il prosciutto di Parma, mentre dal letame, come è noto, “nascono i fior”.

  8. graziagardenia ha detto:

    Avevo voglia di INTELLIGENZA, per questo ho fatto un “tuffo” nel tuo post, condividendo quasi tutto quello che dici. Speriamo sia vera la tua affermazione per cui saremmo ” avviati, attraverso una lenta evoluzione, su una strada che porta a un sostanziale miglioramento della nostra realtà”. Vorrei tanto che tu avessi ragione, Guido.
    ‘Notte.
    grazia

    • guido mura ha detto:

      Mi consola il fatto di non aver ancora assistito a un autodafè, che posso camminare per la strada senza vedere gente crocifissa ai pali della luce, che sia considerato un reato picchiare mogli e figli e persino maltrattare gli animali. E’ per questo che la nostalgia della violenza che appare nei nostri momenti di svago mi sembra un segnale preoccupante. Speriamo che non sia il preludio di nuovi orrori. Il processo di progressiva civilizzazione dell’uomo è infatti molto lento e presenta momenti di arretramento. Mi auguro che un nuovo arretramento (che di solito si esprime con la follia della guerra) ci sia risparmiato.

  9. lillopercaso ha detto:

    Anziché ‘Educare il guerriero’ avresti dovuto intitolarlo ‘Educare lo schiavo’, o il suddito, o la vittima, dato che mi pare che tutto ciò porti all’assuefazione.
    Forse voluta (ma come mi vengono in mente certe idee così assurde 😉 )?

    • guido mura ha detto:

      Perché sei una persona ricca d’idee e più intelligente della media. Poi, in fondo, i guerrieri erano sudditi e combattevano per il re. Rischiavano la vita, ma ne ricavavano dei vantaggi, come il diritto di far bottino (oro, donne e cibarie) o di far carriera militare

      • lillopercasol ha detto:

        A) Certo: la scema più intelligente de web!
        B) Secondo me quelli erano più ‘soldati’; il guerriero lo immagino tipo supereroe solitario.
        Comunque ci siamo ben capiti!

  10. eklektike ha detto:

    Ecco, questo è un bel problema. Dov’è il confine tra rappresentazione della violenza come catarsi e assuefazione alla violenza?
    Forse l’unica soluzione, peraltro poco praticata, è sempre quella dell’analisi di se stessi e delle pulsioni che agiscono in noi.

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