Sacchi gialli

sacchi gialli

« Non me li metta dentro i sacchi gialli, quelli per la plastica. Quelli grandi me li lasci fuori! »
« Come? Avevo capito che fuori non li volesse! »
« Ma se i sacchi sono grandi non ci stanno nel bidone e poi gli altri trovano il bidone pieno e si lamentano. »
Il ragionamento non faceva una grinza.
« Allora, se sono grandi, glieli lascio fuori. »
« Sì, così sono già pronti. »
Il viso era piccolo e scuro, la portinaia eritrea era la prima donna di colore a svolgere le funzioni di portineria e le pulizie per il condominio e da allora tutto splendeva. Non c’era paragone con le italiane, quelle assunte prima di lei.
“E’ proprio vero che gli italiani non hanno più voglia di fare un cazzo”, pensava Arturo.

« Sa, ora sto andando al Brico a comprare quelli piccoli; ma poi compro anche quelli condominiali al market. »
« Ah, va bene! »
« Che poi si riempiono in un attimo. Oggi fanno tutto in plastica e poi mia moglie beve un sacco di acqua, tutta in bottigline di plastica. »
La portinaia lo guardò un po’ perplessa, ma poi si voltò per salutare col suo miglior sorriso una giovane signora che arrivava. Anche lui salutò e attraversò l’apertura del portone d’ingresso del palazzo, entrando nel viale del giardino condominiale.
C’era il sole, ma l’aria era già fresca. Si sentiva che era novembre.
C’era una grande piazza da attraversare, e dall’altra parte c’era il Brico, là, dove molti anni prima si trovava l’UPIM. Le zebre, per terra, erano molto ben visibili: dovevano averle appena ridipinte.
Arrivato al negozio scese direttamente al piano inferiore; sapeva esattamente dove doveva andare. S’infilò in un corridoio laterale, dove erano radunati secchi e altri strumenti per la pulizia. In uno scaffale di metallo, di quelli fatti con una rete di barrette di alluminio, trovò le confezioni di sacchetti, ma quelle che servivano a lui stavano sullo scaffale più alto, che aveva un bordo di quasi dieci centimetri.
E’ troppo alto, pensò, sollevandosi in punta di piedi.
Cercò di spostarne uno, di quei cilindri gialli, ma non riuscì a sollevarlo per fargli superare il bordo e farlo cadere verso di sé. Avrebbe avuto bisogno di un bastone, di un ombrello, di un ramo, di qualcosa insomma che lo aiutasse a smuovere quell’oggetto. Alla fine, spostandosi di lato, la confezione cadde, ma sulla destra, precipitando in un anfratto racchiuso tra gli scaffali e il muro. Non sarebbe stato possibile arrivarci, anche perché sul pavimento c’era una scatola che inibiva totalmente il passaggio.
Così provò con un’altra confezione e questa volta riuscì a farla muovere dalla parte opposta e a farla cadere ai suoi piedi.

Al ritorno c’era tanta luce nell’atrio del palazzo e la portinaia gli sorrise.
« Li ha trovati? » Li guardò. « Sono quelli grandi? »
Dalla confezione non si capiva, era un cilindro sigillato, con tanti sacchetti gialli dentro.
« No, sono i piccoli, ma poi quelli grandi li compro stasera al market. »

Salutò e si avviò verso il portoncino della scala sinistra. Era stato necessario mettere lì quel portoncino, perché prima i ladri entravano liberamente nel vano scala e sciamavano verso i piani superiori. Certo, era scomodo, perché bisognava tutte le volte tirar fuori le chiavi, individuare quella verde del secondo portone e aprire. Ma si sa che se non ci fossero i ladri la vita sarebbe molto più comoda.
Prima di entrare in ascensore, bisognava controllare se era arrivata posta. Di solito trovava nella casella foglietti pubblicitari di pizzerie, imbianchini, oppure i pressanti inviti dell’ASSL a sottoporsi all’esame per il tumore al colon. “Chissà perché ci tengono tanto al mio culo”, si diceva Arturo, e regolarmente stracciava le lettere in mille pezzettini, facendo attenzione a dividere ogni lettera costitutiva del suo nome, come gli aveva insegnato sua moglie. Era capitato tante volte che avessero comminato multe ai nominativi trovati nell’immondizia. Non bisognava mai gettare nei bidoni carta con un nominativo riconoscibile!
La casella era vuota. Andò verso l’ascensore. La lucetta era ferma all’ottavo piano. “Ci metterà un secolo a scendere”, pensò nel premere il pulsante.
Qualcuno iniziò a pestare qualcosa. Il rumore veniva dalle scale… No, dall’abitazione che stava al pianterreno. Il rumore non era cupo, non sembrava un martello: non si capiva cosa fosse.
Poi il rumore finì e l’ascensore arrivò sferragliando. Entrò e premette il sette.
Lentamente l’arnese si mise in moto, salì i vari piani. Qualche luce non si accendeva.
Riprese il mazzo di chiavi e cercò quella lunga, quella del passante. Usava solo quella per chiudere, se non doveva stare fuori a lungo.
Entrò nel corridoio scuro.
« Sono tornato » disse.
Si liberò del giubbotto impermeabile nero, lo appese.
« No, non ce n’era posta, Micia » disse. Chissà perché sua moglie aveva sempre il terrore che la posta non arrivasse in tempo, e che lei non pagasse il condominio, o le tasse, entro i termini. Era una fissazione, sì, proprio una fissazione. Fosse stato per lei avrebbe pagato in anticipo le spese condominiali e le tasse per 10 anni, tanto per stare tranquilla.

« Adesso vado a vedere l’acqua nel terrazzino. » Ed ecco un’altra fissazione della moglie, quella di controllare tutti i giorni l’acqua del condizionatore, la condensa che un tubo convogliava in un secchio di plastica. Perché tanto tempo prima la signora del piano di sotto si era lamentata dell’acqua che scendeva sul suo terrazzino. « L’ho appena lavato » diceva « e dal suo terrazzino scende terra, la terra dei vasi, e sporca tutto. »
Aprì la porta finestra che dava sul poggiolo. Era difficile da aprire, e non veniva proprio voglia di uscire in terrazzo. Bisognava cambiarla, quella maledetta porta, da tanti anni; ma costava un bel po’ e lui non aveva mai avuto il coraggio di spendere quei soldi.
Si sedette sul letto, davanti al comò, su cui era posato un ritratto della moglie, una di quelle foto ingrandite che si mettono in cornice, una cornice d’argento, o di metallo cromato, di quelle che ti regalano e non sai mai cosa farne.
Più in là il televisore, quello più piccolo, della camera da letto, con il suo schermo nero. Ma non aveva voglia di accenderlo. Guardava la foto.
« Sai che sei sempre carina? » Disse.
Il viso nella foto sembrò accennare un sorriso. Era un ritratto che le aveva fatto lui, mentre lei mangiava un gelato, seduta in un bar, a Firenze. Erano i tempi del viaggio di nozze, tanti, tanti anni prima.
« Non sei cambiata per niente, disse.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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28 risposte a Sacchi gialli

  1. graziagardenia ha detto:

    Mi hai fatto pensare a Carver e al suo minimalismo essenziale, fulmineo.
    L’esperimento frequenze inquieta, proiettandoci in mondi “altri.
    Sei sempre creativo e intellettualmente “scombussolante”.
    Non finirò mai di ammirarti.
    grazia

    • guido mura ha detto:

      Sarà che sono abbastanza scombussolato anch’io, per cui mi giunge facile scombussolare gli altri. Purtroppo non riesco ancora a scombussolare il mondo editoriale, anche se ogni tanto ci provo. I suoni poi sono un gioco, un nuovo modo di giocare con le frequenze.
      L’esperimento minimalista mi ha divertito, anche se il tema rientra tra i miei più costanti, da La cattiveria a Odore o Paccheri.

  2. wolfghost ha detto:

    Oooh… carino il racconto! Immaginavo che ci sarebbe stata una sorpresa finale ma non la tenerezza che avrebbe scaturito, ancora di più perché il protagonista non appariva esattamente simpatico 😉
    Ipnotico il video. Mi sono piaciute soprattutto le immagini, le evoluzioni con cui cambiano 😉

    http://www.wolfghost.com

  3. gelsobianco ha detto:

    Versatile e creativo Guido che cerchi, cerchi, cerchi…;-)

    E… il finale!
    Io vedo più interpretazioni.
    E’ nata anche questa in me.
    Ho molta fantasia.
    Può essere che Arturo abbia ucciso lui la moglie, che doveva essere fissata, asfissiante, un enorme peso da sopportare.
    Quel “…poi mia moglie beve un sacco di acqua, tutta in bottigline di plastica.”
    Arturo ha comportamenti strani davvero.
    Tutto normale non è.

    Il video, una tua nuova sperimentazione!

    La tua testa, Guido, è sempre in fermento.
    E’ una grangrangran testa, senza alcun dubbio, molto inquieta e profonda.

    Ti abbraccio.
    gelsettina

    • gelsobianco ha detto:

      Quel “…poi mia moglie beve un sacco di acqua, tutta in bottigline di plastica.” detto alla portiera, mi fa pensare.

      Scusami, Guido.
      Mia dimenticanza per stanchezza nel commento precedente.

      • guido mura ha detto:

        Ho pensato anche a una soluzione di quel tipo, gelso, ma ho preferito la soluzione più comune, più in linea con i miei vecchi racconti dello stesso tipo (La cattiveria, ad esempio, oppure Odore)

      • gelsobianco ha detto:

        Tu non hai dato una soluzione, Guido!
        L’hai lasciata a chi legge!

        Ed io ne ho trovate più di una.
        Te ne scriverò qualcun’ altra.
        gb
        Se sei in fase di sperimentazione, lascia perdere la continuità con i tuoi vecchi racconti dello stesso tipo.
        La vita è scorrere totale, Guido, non immobilismo a tratti mobile.

      • guido mura ha detto:

        Sì, è vero: la conclusione è aperta, ma nella mia testa ho fatto la scelta di una soluzione meno cupa.

    • Lillopercaso ha detto:

      GELSO, però hai ragione, anche io la vedo maluccio, più sul noir; sarà per i racconti precedenti? la colonna sonora? Anche il video è aspro.
      Ciao cara

      • guido mura ha detto:

        Sai, Lillo. Una mia amica aveva perso il marito, per un tumore. Ma ricordo che, anche a vari anni da quel momento, diceva che per lei era ancora vivo. Ecco perché ho pensato a quel personaggio che non accetta la mancanza della moglie, e continua a comportarsi come se lei ci fosse ancora. Poi, la storia non lo deve dire esplicitamente, non deve spiegare i motivi. Lei potrebbe essere andata via, oppure potrebbe essere morta. Fatto sta che lui ha fermato il tempo e vive in un eterno presente.

  4. rossodipersia ha detto:

    Non si dirti la malinconia che mi ha trasmesso questo racconto, questa descrizione dettagliata sull’importanza, senza alcuna importanza, che hanno le piccole azioni quotidiane nella solitudine degli anziani. Quel mondo interiore che serve a difendersi, quel dialogo mai interrotto con l’amore. Mi ha colpito tanto.

    • guido mura ha detto:

      Mi è piaciuto descrivere quella quotidianità che si difende dal tempo, attraverso la percezione di un presente assoluto, dove le parole prima e dopo perdono il loro significato.

  5. melodiestonate ha detto:

    un bel racconto…..mi è piaciuto molto

  6. penna bianca ha detto:

    Si legge tutto d’un fiato da com’è scritto bene. E si pensa con calma.Almeno io. ciao 🙂

  7. guido mura ha detto:

    Ciao, penna. E’ proprio quello che cerco di costruire: storie che si leggano con faclità, ma che facciano anche pensare.

  8. Lillopercaso ha detto:

    Bello! Pare un racconto di viaggio, viaggio in un quotidiano che cerca di scappare da tutte le parti, che si fatica a tenere insieme.
    Tornerò per il video!

    • Lillopercaso ha detto:

      Con la scusa di voler guardare il video, non mi son messa la tua musica come colonna sonora. E ho fatto male!!

      • guido mura ha detto:

        Sto continuando a postare video di animazioni su youtube, con musica e immagini anche molto diverse. Le ultime, Notte italiana e Forme mutevoli sono veramente agli antipodi. Sto migliorando tecnicamente; in fondo è solo da poco che sto provando a inventare video. Ho capito solo ora il funzionamento di alcuni software e ho ancora molto da imparare.

  9. suzieq11 ha detto:

    Inquietudine e malinconia. Ecco quello che ho provato. E perplessità. Le prime due per la descrizione dell’ anziano signore che si muove in uno spazio al quale cerca di dare dei contorni che possano tranquillizzarlo, lenire la sua solitudine che tende a soffocarlo….così come forse ha soffocato la moglie che non c’è più, è evidente! E qui entra in gioco la perplessità perchè ci si chiede dov’è finita la moglie. Mentre lui continua a comprare bottigliette d’acqua per illudersi e illudere che la moglie sia ancora viva? Forse….
    Il quadro sottolinea l’atmosfera e contribuisce a sottolineare l’ angoscia sottile.

    • guido mura ha detto:

      Bisognerebbe chiedere alla portinaia: di solito sanno tutto! Certo è che la moglie non c’è. Di lei è rimasto un ritratto e una casa dove credo non sia cambiato niente. Lì il mondo si è fermato, non si vuole accettare lo scorrere del tempo, i fatti che sono accaduti (la morte, o la fuga della moglie, chi lo sa?)

  10. melogrande ha detto:

    Carver (visto che è stato citato) diceva che in un racconto ci deve essere bellezza e mistero, e persino un senso di minaccia, come se qualcosa dovesse ancora accadere; in modo che “finiremo l’ultimo paio di righe di un racconto e ce ne resteremo seduti un momento o due in silenzio”.
    Questo racconto è un esempio perfetto.
    Sarà morta, la moglie ? Sarà andata via ? E perché lui ne è così ossessionato ? Non l’ avrà magari uccisa lui ?
    Funziona, eccome.

  11. guido mura ha detto:

    Funziona. Le tecniche bisogna impararle e di solito funzionano. Però qualche volta Carver mi fa venire i nervi: tensione, tensione, e poi non succede niente, oppure potrebbe ancora succedere di tutto e si rimane lì con l’angoscia. Eppure proprio lì sta il bello.

  12. margaret collina ha detto:

    beato te che quando scrivi racconti qualcuno li legge e li commenta!
    Io ci ho provato ma…..zero.
    Complimenti comunque

    • guido mura ha detto:

      Non lo so, Margaret. A volte bisogna soltanto riprovarci. Io seguo soltanto blog di persone che stimo e li segnalo sul mio blog. Se ti ho inserito, ci sarà pure un motivo. Poi scrivere è un lavoro terribilmente impegnativo. A volte ci sono ottimi blogger che hanno al massino due commenti e altri che raggiungono numeri a tre cifre: il perché rimane un mistero. Magari quei blogger con due commenti saranno gli unici ai quali verrà riconosciuto un effettivo valore, alla distanza di qualche anno o moda. So soltanto che bisogna guardarsi dentro, rivedere il proprio prodotto e insistere, se si ha veramente qualcosa di originale da comunicare.

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