L’esplorazione – da Le Terme, cap. V

rétro

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Uscito dal concerto, Adrián s’inoltrò nel giardino con un po’ di apprensione. Gli alberi, che avevano un fogliame cupo anche di giorno, di notte apparivano ancora più tetri e sembravano appartenere a un reame strano e misterioso, abitato da creature invisibili e angosciose. Quando sentì il rumore che pareva originato da una discussione e un chiaro grido femminile, ne fu quasi sollevato. La notte aveva quindi abitatori forse pericolosi, ma meno inquietanti di quelli prodotti dall’immaginazione. Si mosse a passo di corsa, ma quando arrivò sul luogo della presunta lotta, trovò solamente Lene, affannata e impaurita, ma per fortuna in buona salute.
« Che le succede; ha bisogno di qualcosa? » le disse e, poiché la ragazza, ancora sconvolta, non rispondeva, proseguì con maggiore determinazione:
« Qualcuno la stava importunando? »
Lene guardò il suo interlocutore e, alla luce della luna, lo riconobbe. Era l’uomo che l’aveva osservata con insistenza nella vasca, con uno sguardo d’ammirazione, che a lei fece quasi tenerezza,
Quello stesso uomo ora si scusava per non essersi presentato:
« Sono Adrián » diceva « Adrián Szabo. »
Lene si presentò a sua volta.
Con improvvisa e istantanea fiducia, descrisse la sua disavventura e parlò degli uomini che l’avevano sorpresa nella notte. Uno di quelli era un giovanotto, appartenente a un gruppo antisemita, che aveva già conosciuto a Stoccarda e che le ricordava un momento buio della sua vita.
Mentre parlavano, si erano avvicinati a uno degli ingressi laterali dell’Hotel delle terme e stavano per abbandonare il giardino notturno e i suoi pericoli.
Adrián volle accompagnare Lene fino alla sua stanza, dove la salutò non senza averle raccomandato di chiudersi bene a chiave. Le terme erano frequentate da gente molto strana o forse era il mondo che stava impazzendo. Strane forze iniziavano a manifestarsi dovunque, ma soprattutto in Europa, e convinzioni inquietanti cominciavano a diffondersi, mettendo a repentaglio le certezze morali e civili di intere generazioni. Dalle informazioni in suo possesso aveva l’impressione che si stesse svolgendo una lotta per il potere senza esclusione di colpi tra élites contrapposte e che varie sette di esoteristi fossero scese in campo per consentire l’utilizzo in questa guerra segreta anche delle armi delle scienze alternative.
Se Lene era nell’obiettivo di una di queste sette, non aveva molte possibilità di sfuggire. Almeno questo era suggerito ad Adrián dall’esperienza: era triste doverlo ammettere, ma per quanto si potesse tentare di proteggere le vittime dei poteri sotterranei, quasi sempre quei poteri raggiungevano il loro scopo, senza indietreggiare di fronte a nessun reato. Erano in grado di usare ogni mezzo, lecito e illecito, dalle lusinghe, alla droga, alla coercizione fisica. Spesso la vittima era coinvolta emotivamente e corrotta nell’animo, perché rimanesse legata all’organizzazione e non potesse più nemmeno desiderare di recuperare il libero arbitrio, sempre ammesso che l’uomo ne sia veramente dotato.

Sul lato sud delle terme, un muro divideva il complesso terapeutico e il suo parco da un’altra area verde, in cui le case si erano introdotte come di soppiatto, seguendo due grandi strade, che portavano verso il centro. Queste strade, dritte come fili a piombo, si dividevano, dopo qualche centinaio di metri, facendo, prima l’una, poi l’altra, ampie curve e trasformandosi in percorsi campestri, dove i nobili lanciavano al galoppo i loro cavalli di razza e dove le poche automobili ansimavano sul pietrisco che le lastricava e che, dopo la pioggia, ospitava larghe pozzanghere. Dalle case insediate nel verde e dai piccoli quartieri circostanti dilagavano nel parco bambini chiassosi, con le giovani madri eleganti nei loro tubini o con le bambinaie starnazzanti e premurose.
Un portale ad arco divideva questa serena oasi cittadina dalla cittadella termale, e all’interno dell’arco un cancello in ferro battuto rimaneva spesso aperto, come per invitare i cittadini all’esplorazione di quel complesso, che appariva quasi una presenza oscura e impenetrabile.
Il boschetto ricco di essenze esotiche e locali che si stendeva oltre il cancello attirava giovani e meno giovani innamorati ed era meta di scorribande da parte di ragazzini in vena d’avventure.
I piccoli avventurieri in calzoni corti esploravano quel mondo proibito fino al tramonto, quando le ombre degli alberi si allungavano e strani bagliori si scorgevano in lontananza, ad avvalorare la diceria popolare che voleva che in quel terreno avessero trovato sepoltura nel medioevo i membri di un’antica confraternita di eretici cavalieri. La stessa voce faceva cenno di strane processioni di uomini incappucciati, che percorrevano il bosco di notte, alla luce delle torce.
Talvolta, grosse automobili nere con i vetri oscurati attraversavano il cancello, portando ospiti misteriosi all’interno del complesso termale; quel cancello era una sorta di porta secondaria, da cui entrava chi non desiderava essere notato. Si raccontava che politici e religiosi, scienziati e filosofi entrassero in gran segreto in quel labirinto di costruzioni e di conoscenza e che fossero ascoltati come consulenti o come membri in pectore di quella strana società sotterranea che forse si andava creando in quel luogo così ricco di storia e di cultura, ma così libero dalle costrizioni della logica e della morale comunemente accettate.
Adrián si era trovato, come compagno di occasionali passeggiate, il vecchio amico di Madame Cobran, Andrei Pozhansky, Girovagare da solo poteva dar adito a qualche sospetto, mentre la presenza dell’esule russo riproponeva l’immagine di un sodalizio di amici di provenienza borghese o aristocratica, non certamente sospettabile di simpatie bolsceviche. L’aspetto rispettabile di due persone vestite con abiti di ottima stoffa e di taglio signorile, che mostravano di appartenere alla buona società, tranquillizzava gli agenti governativi, come i servizi di sicurezza delle terme, e consentiva ai nostri personaggi di girare indisturbati per la città e di esaminare i punti più nascosti del labirinto termale.
Sicuramente, pensava Adrián, all’interno del bosco si trovava il passaggio per i sotterranei delle terme, un mondo oscuro che i signori del luogo adoperavano per esercitare i loro riti e per incontrarsi con esponenti del potere ufficiale nel massimo riserbo. Avevano percorso ogni sentiero ed esaminato alberi e aiuole, controllato le pietre e l’erba; ma sembrava che non vi fosse alcuna traccia di un’apertura, finché per caso non si pervenne alla soluzione dell’enigma.
Pozhansky si era appoggiato, per riposare, sulla balaustra di un ponticello che riuniva due piccoli rilievi artificiali; al di sotto scorreva un minuscolo rivo d’acqua. Il russo aveva le scarpe impolverate ed estrasse un fazzoletto per ripulirle; ma mentre tentava di eliminare almeno il grosso della polvere il fazzoletto gli sfuggì di mano e, dopo aver volteggiato nell’aria come una farfalla bianca, andò a depositarsi sotto il ponte, in un punto dove non vi era più di un centimetro d’acqua. Pozhansky scese nell’avvallamento per recuperarlo, mettendo a rischio l’immacolatezza delle sue scarpe, ma proprio lì, vicino a dove era andato a rifugiarsi il pezzo di stoffa, vide qualcosa che lo spinse a chiamare subito il suo amico.
« Venga qui, Szabo » gridò « venga a vedere. »
Adrián scese anche lui nel fossato e capì che finalmente aveva trovato quello che stava cercando.
Proprio al di sotto del ponticello si apriva una botola, seminascosta dalla vegetazione. Si avvicinò, rischiando di scivolare per la terra viscida e l’erba bagnata, o d’inciampare nei viluppi dei convolvoli, e si rese conto che quello doveva essere il passaggio verso il livello sotterraneo delle terme. La botola si aprì con qualche difficoltà, consentendo ai due uomini di accedere a una scaletta ripida, in pietra, che terminava parecchi metri più in basso, in una galleria ottenuta in parte scavando la pietra, in parte con pareti artificiali, in pietra e, a volte, mattoni rossi. Adrián aveva portato con sé una torcia elettrica con switch Eveready, con cui sperava di orientarsi in quell’ambiente quasi completamente oscuro.
La luce colpiva la superficie rocciosa del sotterraneo, che sembrava una via di mezzo tra le gallerie degli antichi acquedotti e i camminamenti militari, e rivelava irregolarità e allargamenti, che sfociavano in ipogei, probabilmente utilizzati una volta per celebrare il culto dei morti, come rivelavano le are e i sarcofagi di età altomedievale che si palesavano d’improvviso, non appena illuminati.
Mentre Szabo esaminava gli spazi con il gusto della scoperta proprio degli archeologi, si accorse che una nuova luce era apparsa in lontananza, in qualche parte di quel confuso insieme di cunicoli.
«Arrivano » bisbigliò Pozhansky, mentre il suo amico istintivamente spegneva la torcia.
La luce avanzava inesorabilmente e con quella un plotone di uomini che si spostava, forse in direzione della scala che risaliva al livello del giardino; ma non era escluso che si fossero accorsi di un’intrusione e che il loro obiettivo fossero proprio i due imprudenti esploratori. Non rimaneva che cercare una via di fuga e questa si offrì quasi per caso, in una galleria laterale, strettissima e completamente oscura, dove gli esploratori di quel mondo segreto si acquattarono, evitando di fare il più piccolo rumore.
La luce si avvicinò in modo preoccupante, minacciando di rivelare la presenza degli intrusi, ma poi si allontanò, lentamente ma definitivamente.
Quando la luce e il rumore degli uomini di passaggio non furono più avvertibili, Adrián si arrischiò a riaccendere la torcia e si accorse di essere capitato in un ipogeo quadrangolare, le cui pareti erano in gran parte dipinte. Sull’intonaco chiaro spiccavano immagini misteriose di esseri umani e animali in pose apparentemente oscene, che rappresentavano però, forse, il dominio della materia da parte dello spirito, che doveva essere ottenuto con l’opera alchemica. Altre immagini erano raffigurazioni simboliche del sapere e della rinascita e quel coacervo di simboli mostrava come quegli spazi nascosti fossero luoghi di riunione per consorterie di adepti di tempi lontani, che praticavano l’alchimia e lasciavano segni della loro conoscenza sui muri, per chi fosse giunto dopo di loro.
Il locale terminava con una porta a inferriata, che comunicava con altri corridoi e probabilmente altre stanze. Adrián provò ad aprirla, senza riuscirvi; sarebbe stato necessario forzare la serratura, ma non era facile, perché l’unico strumento a disposizione era il coltellino svizzero che lui portava sempre con sé da anni e che poteva essere utile solo a patto che ci fosse molto tempo a disposizione.
Fu allora che si udì uno strano suono provenire dalle più remote profondità del sotterraneo. Più che un suono era una vibrazione intensa e incredibilmente violenta, che non assomigliava ad alcun segno o effetto acustico conosciuto sulla terra, ma aveva qualcosa delle vibrazioni sonore degli strumenti di alcuni popoli primitivi, un suono esotico e primordiale che provocò in Adrián una sensazione di fastidio irrazionale e inspiegabile, un malessere oscuro e simile all’agitazione interiore che sperimentano gli animali prima di una qualche calamità naturale, e gli uomini prima degli attacchi di panico.
«Andiamocene » disse « abbiamo visto abbastanza. »
In realtà non avevano fatto scoperte sensazionali. L’esplorazione aveva confermato quello che già Adrián s’immaginava, cioè che una fitta ragnatela di passaggi sotterranei esisteva nel sottosuolo delle Terme e che questi passaggi erano ancora in uso. Era come se il mondo di superficie avesse da sempre un fratello oscuro nelle profondità della terra e questo fratello approfittasse della segretezza che lo proteggeva per manovrare la vita palese della gente che viveva allo scoperto, sotto il chiarore del cielo. Certamente non bastava conoscere l’esistenza di quel labirinto per risolvere ogni dubbio e per acquisire straordinari poteri; ma poteva trattarsi del primo passo verso una vera consapevolezza della realtà, che Adrián, come molti ospiti delle Terme, voleva raggiungere.
Una volta tornati sui loro passi, i due esploratori si assicurarono che nessuno si muovesse nel corridoio più esterno e si arrischiarono a riemergere dalla botola. Il cielo si era ormai oscurato e nell’aria si percepiva un vago sentore di pioggia, ma la principale preoccupazione di Pozhansky, una volta rimessi i piedi sul ponte, fu quella di spolverare nuovamente le scarpe col fazzoletto che aveva recuperato e che ora necessitava dell’opera di una lavandaia. Pazienza: l’avrebbe fatto ripulire l’indomani dal servizio lavanderia delle Terme.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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8 risposte a L’esplorazione – da Le Terme, cap. V

  1. stileminimo ha detto:

    Ho visto l’immagine e mi è piaciuta un sacco! Specie lo sfondo. Poi ho letto le prime righe e non ho potuto che arrivare fino in fondo. Spero tu voglia pubblicare tutto il romanzo “le terme” un po’ alla volta, perché mi ci sto appassionando. E poi aprendo il video ho sentito che, se quello che canta sei tu, hai una bellissima voce! Complimenti, Guido! 🙂

    • guido mura ha detto:

      Sono un ex in tante cose, anche un ex cantante. Prima o poi Le Terme lo distribuirò, in qualche modo, ma devo aspettare ancora, visto che è sotto valutazione. Poi sarò libero di farne quel che mi pare. Grazie per i complimenti.

  2. suzieq11 ha detto:

    Anch’io vorrei che pubblicassi il romanzo. E’ coinvolgente! Ho l’abitudine di suddividere quello che leggo qua e là in tre categorie:
    1) i romanzi che vivi, anzi CI vivi dentro, come se entrassi nella vicenda.
    2) i romanzi che è come se li vedessi in tv, ma senza appassionarti troppo.
    3) i romanzi che si leggono dalla parrucchiera. E qui non occorre che spieghi.
    Tu appartieni alla prima categoria, perché io mi sono sentita trascinare dentro e sono scesa nei sotterranei.
    Ho intenzione di rileggere anche gli altri episodi che ho scorso superficialmente e ti chiedo scusa per questo. Per favore, lascia perdere Moccia. Non hai niente da invidiargli.
    Ti abbraccio.

  3. gelsobianco ha detto:

    Guido,
    sembri un bambino quando canti.
    E sapessi quanto sei bambino in realtà! 😉
    Sei un bambino che crede di essere “anziano”.
    No. Non hai una voce incredibile, stupenda! Non posso mentire. Tu mi conosci.
    Hai la tua voce! E questo, per me, conta di più!:-)
    Il tuo romanzo!
    Chi ti ha sempre sorretto, litigando talvolta, con “insulti” reciproci anche?

    Con affetto vero.
    gelsettina… da cui piove.. 🙂

    • guido mura ha detto:

      Una musica altra, che rappresenta un mondo fasullo, come quello delle Terme (e che oggi è identico, con le stesse effimere e fasulle avventure). La voce è artefatta, a imitazione di una voce di un altro tempo. Naturalmente non potevo cantare come la Wandissima, poca voce e tanto charme, ma ho cercato di riprodurre lo spirito di un mondo di piume e di scale da scendere. Non è un canto: è teatro, finzione, una follia da cui lo stesso narratore prende le distanze.

      • gelsobianco ha detto:

        Sì, Guido.
        Avevo compreso. Avevo compreso.
        Sai, io colgo quando leggo ed ascolto.
        Il canto è teatro spesso.
        E tu fai teatro.

        Io conosco bene la tua voce quando canti però!
        Ed è sempre una voce “bambina”.
        Questo volevo dire a Guido, non al romanziere.
        Era notte! Quindi la mia emotività era più “innocente”.

        Ti sorrido
        gelso

      • gelsobianco ha detto:

        Buona giornata!

      • guido mura ha detto:

        Buona giornata a te, gelso!

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