Che ne dite di Nina? – Parte 6

Tamigi -Thames

Flavia:

Nemmeno a me disse nulla, o quasi. La scoperta di avere nel corpo i principi della propria morte non è una sorpresa. Tutti gli uomini sanno che la loro struttura fisica è mortale, ma nessuno glielo comunica mai ufficialmente. La consapevolezza di avere una malattia che ti condurrà inesorabilmente alla morte, distruggendo le tue cellule, che inizieranno a perdere vitalità in un periodo inferiore rispetto a quelle di una persona sana, trasforma la cognizione della mortalità in ossessione della morte. Ogni sintomo diventa angoscia, ogni segno del tempo subisce una sopravvalutazione nella coscienza.
Nina continuò a comportarsi come se nulla di nuovo si fosse accanito sulla sua persona, come se i suoi sogni, i suoi desideri fossero ancora intatti, la sua strada percorribile. Sapevo di accertamenti che doveva fare, ma non pareva che comportassero nulla di drammatico. La sua e la nostra vita continuavano a scorrere senza interruzioni né scosse, come spesso avviene nelle città dal clima caldo, semitropicale, dove talvolta l’aria sembra fermarsi, e il tempo con lei.
Quando il vento veniva dal sud, un pulviscolo rosso si muoveva nel cielo e lasciava uno strato di sabbia bruciata sulle pietre bianche, sui marciapiedi, sull’asfalto. Fu in una di quelle giornate che mi resi conto che qualcosa non andava.
Componevo il suo numero di telefono, ma lei non rispondeva. Aveva avuto sicuramente i referti, in quelle bustone gialle che allora si usavano, ma non voleva darne notizia nemmeno alle persone che le volevano bene. La cosa durò qualche giorno; poi fu lei a chiamarmi.
“Non devi dirlo a nessuno, però!”
Io non andai certo a raccontarlo in giro, ma non ci volle molto perché lo sapessero tutti. La colpa fu probabilmente di Giovanni, che aveva bisogno di giustificare le sue scelte, che chiedeva alla società di essere assolto per il suo delitto, l’abbandono di una povera fidanzata infelice.
La povera abbandonata continuò a frequentare i suoi pochi amici vecchi e nuovi, come Livio e Pietro, e anche se qualcuno cominciò a malignare su quello che si poteva indovinare della sua particolare intimità con quei due ragazzi, così giovani e così educati, anche se qualcosa di morboso incominciava a trapelare, io mi resi conto che ormai nessun giudizio poteva più essere espresso, che ogni comportamento avrebbe dovuto ottenere la sua giustificazione, per Nina, perché ormai la sua malattia l’aveva collocata al di là del bene e del male.
Chissà perché la società chiede ai malati di arrendersi al volere superiore, di preoccuparsi di pregare divinità invisibili, per ottenere un futuro migliore in un altro mondo, la cui esistenza è indimostrabile. Se il malato non accetta il suo destino, la sua condizione di escluso, se non comincia a sua volta ad autoescludersi dal mondo dei sentimenti delle persone vive e cariche ancora di speranza e di progetti, il suo comportamento è ritenuto vituperabile, non consono alla circostanza. Se devi crepare devi farlo in silenzio e senza dare scandalo.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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10 risposte a Che ne dite di Nina? – Parte 6

  1. wolfghost ha detto:

    Ben tornato, caro Guido! 🙂
    Ottimo lo spunto sulla società che proponi in questo capitolo, da la visione… come chiamarla… provinciale dalla quale ancora molti non riescono a schiodarsi, più che altro, immagino, per una questione di paura: se allontano dalla vista i morenti, forse posso illudermi che la morte non mi toccherà. Il non avere la data scritta da a molti la possibilità di non pensare alla morte immergendosi nelle faccende, spesso futili, della quotidianità. C’è chi capisce il senso della vita solo quando ha saputo di dover morire presto, o relativamente presto. Cerca allora di cogliere dalla vita tutto il succo che può e spesso vive più lui di quanto fa una persona che campa molto più a lungo. Non è solo un luogo comune. Deve solo superare l’angoscia di sapere la propria data. Ma tutti muoiono, e di conseguenza tutti dovrebbero spendere la propria vita nel migliore dei modi e non facendosi trascinare in programmi o dispute ridicole.
    Un caro saluto 🙂

    http://www.wolfghost.com

    • guido mura ha detto:

      Strana la nostra vita, Wolf: si passa dall’illusione dell’immortalità alla consapevolezza della morte. Dall’ansia di vivere all’angoscia di morire; ma non possiamo venirne fuori, in nessun modo.

      • wolfghost ha detto:

        La vita è un’avventura dalla quale non usciremo vivi, ho sentito dire una volta. Ed è proprio così. Dato che tanto non ne usciremo vivi, tanto vale viverla come ci piace, questo vorrebbe essere il senso della frase. Ma molto raramente ci riusciamo.
        http://www.wolfghost.com

  2. stileminimo ha detto:

    … “in silenzio e senza dare scandalo”. Possibilmente senza dirlo a nessuno, che così li sollevi anche dal problema. La morte, per certi versi è una liberazione se ci si guarda attorno, se si comincia a leggere davvero negli occhi e negli animi di qualcuno che ci sta attorno. Meglio non guardarci. E pensare che, come dici bene nel tuo racconto, Guido, la Morte salva e insegna a vivere davvero la Vita e allora oltre che una liberazione è anche la più grande maestra. E in tal senso non so capire perché tutti oggi la temono tanto e la rinneghino come se non fosse cosa umana. Salvo poi renderla esplicita fino a mutarla in vuote scene splatter da intrattenimento, tanto esplicite da toglierLe il dovuto rispetto e dignità. Personalmente temo molto di più gli ipocriti, gli stupidi ed il dolore fisico protratto inutilmente.

    • guido mura ha detto:

      Quante cose si cerca di nascondere: malattia, povertà, insicurezza! Lo strano è che a volte si trascorre un’intera vita senza rendersi conto che queste cose fanno parte della realtà.

      • stileminimo ha detto:

        …queste cose sono vita, dici bene Guido. Nasconderle è un modo per difendersi. Vivere sulla difensiva diventa un’abitudine quando il mondo insegna prima a mordere e poi a parlare. NOn tutti sono portati a mordere, prima.

  3. gelsobianco ha detto:

    Resto in silenzio, Guido. Grazie per quello che hai scritto.
    Io non frequenterò per un po’ il mondo dei blog. (Credo!)
    Io ti leggo comunque. Lo sai!
    Ti abbraccio
    gelsettina

    • guido mura ha detto:

      Grazie a te per la tua presenza, gelsettina. Come sai, anch’io ho poco tempo per frequentare i blog, ma cercherò comunque di non scomparire, come troppi altri hanno fatto.

  4. cristina bove ha detto:

    “Se il malato non accetta il suo destino, la sua condizione di escluso, se non comincia a sua volta ad autoescludersi dal mondo dei sentimenti delle persone vive e cariche ancora di speranza e di progetti, il suo comportamento è ritenuto vituperabile, non consono alla circostanza. Se devi crepare devi farlo in silenzio e senza dare scandalo.”

    è quello che ho constatato di persona.
    la tua scrittura è scorrevole e coinvolgente

    cri

    • guido mura ha detto:

      Come sempre, quando affronto questo genere di problemi, preferisco essere duro. Ma la scrittura deve essere anche questo. Ogni tanto il mondo ha bisogno di un bel cazzotto sul naso, tanto per svegliarsi dal torpore in cui spesso preferisce avvolgersi.

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