Che ne dite di Nina – Parte 11

Cappella della Torre di Londra

Melvin Westwood:

Le strane voci che correvano su Jameson e sui suoi seguaci mi hanno portato in Scozia, nei dintorni di Edimburgo, in un paesino chiamato Stewengrange.
Le accuse piovute su di lui avevano convinto Jameson a ritirarsi in un luogo isolato, nella speranza di scoraggiare i suoi avversari e di fruire della minore visibilità che la campagna, spesso, garantisce. Invece le ipotesi di reato erano divenute via via più concrete e nei suoi confronti era stato spiccato un mandato di cattura. Sembra che Jameson si sia arricchito in maniera notevole, attraverso i beni incamerati dal suo Centro di ricerca a seguito di donazioni o atti testamentari. Un ingente patrimonio in titoli e immobili si era costituito in pochi anni e le somme disponibili, provenienti da interessi, dividendi, locazioni, erano capitalizzate o impiegate per ammortizzare i costi delle ricerche. Jameson sosteneva la regolarità di tutte le operazioni della struttura, ma una serie di denunce per truffa si era abbattuta su di lui, da parte di tanti che, pur avendo speso somme considerevoli, non avevano ottenuto i risultati sperati.

Quando la polizia si mise alla ricerca del ricercatore-santone e del suo gruppo di fanatici, da giorni nessuno l’aveva più visto in paese. Anch’io ero partito per la Scozia, nella speranza di seguire da vicino la storia, che mostrava di avere un’evoluzione interessante. Ero in contatto costante col mio giornale, che da sempre raccoglie fatti di cronaca più o meno bizzarri e racconta i più truculenti fattacci per il pubblico londinese meno raffinato, sempre desideroso di storie a effetto e di nuovi Jack the Ripper.
Temevo che la fuga di Jameson si trasformasse in un suicidio collettivo, come quello tristemente noto della Guyana, e volevo arrivare prima che la storia in un modo o nell’altro precipitasse verso una tragica conclusione.
Sapevo che Jameson si era rifugiato in una vecchia palestra, un po’ distante dal paese, e riuscii ad arrivare sul luogo prima che la polizia mandasse i suoi uomini. Li precedetti di almeno sei ore. Io ero lì di buon mattino, mentre i tutori della legge arrivarono davanti all’impianto sportivo nel primo pomeriggio.

La costruzione era una sorta di ala ristrutturata di un complesso una volta più ampio, che sembrava imitare le forme architettoniche rococò. Una strana facciata terminava con un frontone ricurvo, sulla cui cima appariva quella che sembrava essere una tromba, forse residuo della statua di un angelo.
Il cielo stava schiarendo a est e tra le nuvole a fiocchi filtravano macchie di un celeste luminoso, che preannunciavano una giornata piacevole.
Mi avviai sulla salita che portava alla palestra con una certa apprensione. Non immaginavo che i compagni di Jameson mi avrebbero accolto con entusiasmo o almeno con cortesia. Speravo però di assicurarmi qualche testimonianza, che aiutasse il mio pubblico a comprendere gli avvenimenti e a conoscere le ragioni degli altri, prima che le versioni dei media si amalgamassero e perdessero originalità e schiettezza.

Suonai il vecchio campanello di ottone, ma nessuno venne ad aprire. Suonai nuovamente, senza risultati; poi mi feci coraggio e provai a girare la maniglia. La porta era aperta.
Entrai e mi trovai immerso in un ambiente ampio e completamente vuoto, illuminato da finestroni alti suddivisi a scomparti da piccole assi di color verde marcio.
Il pavimento chiaro, color crema con venature scure, era contornato ai lati, a circa 50 cm dalle pareti, da strisce rosso mattone, che si armonizzavano con i lunghi termosifoni dipinti dello stesso colore, che non erano comunque sufficienti per riscaldare compiutamente quel vasto spazio.
Sulla sala principale incombeva un pallido silenzio che il rumore dei miei passi spezzava, ripetuto dal rimbombo delle risonanze. Esaminai anche le altre stanzette, le docce e gli spogliatoi, senza trovare segni di vita. Una delle stanze, piena di scaffali ingombri di cartelle, sembrava l’archivio della società che gestiva la struttura. Vi erano cartelle relative ai bilanci e, in un mobiletto metallico, uno schedario che pareva una sorta di anagrafica degli iscritti. Gli diedi un’occhiata, ma mi resi conto che era fermo al 1995. Dopo quella data probabilmente la gestione dell’attività era stata totalmente informatizzata. Infatti, in un lato del locale, vicino alla finestra, si notava lo schermo di un pc.
Mi accorsi, dalla lucetta che appariva sotto lo schermo nero, che la macchina era accesa. Mi avvicinai e diedi un colpo sul mouse. Dopo qualche secondo apparve una pagina web piena di caratteri sconosciuti. Una sola frase in lingua inglese campeggiava come titolo sulla pagina successiva: Il richiamo del vento abissale. Il rimanente della pagina era invece desolatamente vuoto, o piuttosto la pagina era composta da una serie di box o riquadri in cui era rimasto solo il colore di fondo, ma non apparivano né parole né immagini. In basso era segnato però il nome del webmaster, che era lo stesso Jameson. Controllai le informazioni sulla pagina e scoprii che era stata aggiornata quello stesso giorno. Pareva che il suo compilatore avesse voluto cancellare tutte le informazioni, per non lasciare notizie ai successivi visualizzatori del suo sito.
Uscendo dalla stanza, un lungo corridoio conduceva a una porta che si apriva verso l’esterno. Al di là di un cortile delimitato da muri diroccati si ergeva una costruzione in mattoni scuri, certamente più antica della palestra, che a giudicare dall’aspetto sembrava una chiesa di campagna o la cappella di un edificio signorile.
Non occorreva essere un cacciatore di piste per rendersi conto del passaggio di numerose persone che avevano lasciato tracce fresche sul terreno fangoso. Esaminandole, conclusi che verosimilmente Jameson e i suoi seguaci avevano attraversato quello spazio per recarsi nell’edificio religioso, dove forse ancora si trovavano.
Invece, superato il pesante portone d’ingresso, si manifestò ai miei occhi un’altra aula nuda. Il pavimento scuro rifletteva la pallida luce che penetrava dalle finestre laterali. Se la costruzione era stata una chiesa, sicuramente quella funzione doveva essere stata abbandonata da un pezzo e qualche modifica sostanziale doveva essere stata apportata.
Quando i miei occhi si abituarono alla penombra, mi accorsi di un mucchio di oggetti che era stato depositato al centro dello spazio.
Accesi la torcia elettrica che mi ero portato dietro e compresi che si trattava di una serie di vestiti e di scarpe accatastati. Quando mi avvicinai, vidi che sul pavimento era stato tracciato un cerchio rosso piuttosto ampio e che il vestiario era stato ammonticchiato al centro del cerchio.
Nel frattempo, la luce era divenuta più chiara e il locale più luminoso, così da consentire di individuare i segni fangosi lasciati da un gruppo di persone che, come me, erano entrate nel cerchio. Sul terriccio ancora umido si notava persino l’impronta di persone che camminavano senza scarpe. Prestai grande attenzione a non sovrapporre le mie impronte a quelle dei seguaci di Jameson, che sembravano entrati da un solo lato, ma non parevano essere mai usciti dal cerchio. Esaminai bene tutto lo spazio all’interno e immediatamente all’esterno dell’area circolare, ma la conclusione fu sconcertante. Il gruppo degli adepti era entrato in quello spazio, ma non ne era mai uscito. Era come se tutte quelle persone si fossero dissolte nel nulla.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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12 risposte a Che ne dite di Nina – Parte 11

  1. tramedipensieri ha detto:

    Ohh….caspita sono andate….

  2. gelsobianco ha detto:

    Lettura, anche se veloce, questa mia che non mi ha impedito di essere lì, insieme a Malvin Westwood, con paura, in quel “cerchio rosso piuttosto ampio”.
    E prendo terrorizzata la mano di Melvin e gli chiedo, con voce strozzata, dove possano essere gli altri.
    Dove sono finiti tutti, Guido, amico mio? Dove? Dove? Dove?
    La tua fantasia spazia a trecentosessanta gradi.
    La tua scrittura è coinvolgente e non solo.
    Basta complimenti!
    “Sulla sala principale incombeva un pallido silenzio che il rumore dei miei passi spezzava, ripetuto dal rimbombo delle risonanze”
    Come non applaudirti dopo aver letto anche questo tuo passaggio che fa cogliere l’atmosfera così pienamente? 🙂

    Aspetto impaziente.

    gelsettina

  3. Misterkappa ha detto:

    Bel post, mi piace! 🙂
    Il mio blog parla di telefilm, musica e libri! 🙂 Se ti va dai un’occhiata!
    loscrittoreimpenitente.wordpress.com
    Ancora complimenti per il blog 🙂

  4. wolfghost ha detto:

    Wow, davvero interessante e ben scritto! Non vedo l’ora di andare a leggere il prossimo capitolo! 😉
    La descrizione del luogo è così perfetta da farmi pensare che forse ci sei stato davvero in quei luoghi, ovviamente non alla ricerca della setta, almeno spero! 😀 Comunque, come ben insegnava Salgari, non è davvero necessario recarsi in un posto per descriverlo così lucidamente. Forse sei solo bravo come lui a fare questa operazione di… lucida e coerente fantasia 😉

    http://www.wolfghost.com

    • guido mura ha detto:

      Magari, proprio lì no, ma posso immaginare i luoghi, avendoli visti al cinema o in tv e conoscendo qualche pezzo d’Inghilterra, che però è un po’ diversa dalla Scozia.
      Ciao

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