Sulle ali di Liala

Brigata di ali

Nella biblioteca di mia nonna, tra i tanti romanzi femminili, tra le storie pubblicate da Salani e Sonzogno, e quelle più moderne delle scrittrici edite da Rizzoli, ho trovato anche Brigata di ali, un’opera di Liala che sembra essere tra le più caratteristiche di questa autrice di romanzi straletti dalle italiane di almeno tre generazioni.

La storia è semplice: una giovane donna, Sisinnia Nardi, ospita nella sua villa in un paesino della Val d’Intelvi, in Lombardia, un giovane aviatore, Tullio Refo, in convalescenza dopo un incidente d’auto.
Sisinnia non cura il suo aspetto, angosciata com’è da un suo difetto congenito, che la costringe a zoppicare (ma leggermente, s’intende). Conduce pertanto una vita isolata, badando a gestire i suoi beni, con l’aiuto della giovane domestica tuttofare Minica. Malgrado il suo difetto, ha un viso regolare e un corpo desiderabile, e soprattutto è molto ricca. La presenza dei giovani e affascinanti aviatori la spinge a mutare le sue abitudini.
Ovvio che il giovane e alquanto scapestrato Refo s’innamori di Sisinnia, che è desiderata anche dal suo più maturo e posato amico, Roberto Sarti. Ovvio anche che la donna, dopo un iniziale smarrimento, preferisca il più affidabile Sarti e lo sposi. A questo punto la virtuale lettrice viene preavvisata da indizi, e dallo stesso andamento del testo, di possibili future complicazioni della storia (non è pensabile un centinaio di pagine di “e vissero insieme felici e contenti”!). Infatti incombe il dovere patriottico, che impone ai militari di partire volontari per la Spagna (siamo nel 1936, quindi), da cui Sarti tornerà mortalmente ferito. L’obbligo dello happy end a questo punto non può che risolvere il triangolo nella maniera migliore. Il giovane e bellissimo Refo, ormai maturato dagli eventi e sempre innamorato della vedova dell’amico, riuscirà a impalmare la sua amata, anche perché accettato come papà dal figlio di Sarti e Sisinnia, che ovviamente si erano dati da fare, prima della sciagurata partenza dell’eroe per la guerra.

Che cosa fa di questo tipo di storielline romanzi di successo?
Innanzi tutto, l’amore, la rappresentazione dei sentimenti (naturalmente positivi e onorevoli), è il principale argomento della storia.
In secondo luogo, il testo si fonda su un sistema di valori stabile, mai messo in discussione e condiviso con le sue lettrici. Non disturba e non crea né evidenzia problemi. Non siamo molto lontani, in fondo, dal mondo borghese di Carolina Invernizio, anche se nella scrittrice di Voghera dominano i toni cupi e l’intreccio tradizionale del feuilleton. In Carolina il lettore viene attratto dalle vicende un po’ truculente, di gusto francese; in Liala appare più evidente il mito del principe azzurro, con la divisa dell’aeronautica al posto del mantello e con l’aereo al posto del cavallo.
Tematiche più moderne e trasgressive si affacciano nella produzione più recente della scrittrice lombarda, senza intaccare però lo schema di fondo del suo fortunato modello narrativo.
In terzo luogo, i protagonisti di Liala, come nella più classica letteratura rosa, appartengono per lo più a una classe sociale elevata. Ai popolani, ai servi, è affidato un ruolo comico, da comprimari, secondo un cliché ben collaudato da secoli di letteratura. Minica (la bionda domestica) è brutta e tarchiata, quasi in contrapposizione con l’eleganza della sua padrona. L’attendente sardo, il cui cognome originale dovrebbe essere Pilìu, trasformato in Piliù dall’autrice, forse per renderlo più buffo, svolge bene anche lui il suo compito di contorno. Liala non infierisce su questi piccoli personaggi secondari, consapevole che tra i suoi lettori potrebbero trovarsi anche dei poveri e onesti popolani.
Lo stile, infine, ricco di dialoghi spigliati, che paiono tratti più dalla sceneggiatura di un film dei “telefoni bianchi” che da un romanzo dannunziano, malgrado il presunto dannunzianesimo dell’autrice e i suoi reali rapporti con il Vate, che le scelse anche lo pseudonimo.

In conclusione, Liala svolazza sulle sue storie con tatto e signorilità, senza aver nemmeno bisogno (lei che ne avrebbe potuto fruire per nascita) di assumere fantasiosi doppi cognomi nobiliari, come avviene anche oggi per qualche sua sussiegosa epigona.
In fondo il suo mondo aristocratico o altoborghese e le sue romantiche infatuazioni avevano una patina di autenticità e si sente, e forse è stato proprio questo il segreto del suo lungo successo.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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23 risposte a Sulle ali di Liala

  1. aitanblog ha detto:

    Vedo un filo rosso (nemmeno tanto sottile) che lega questo post al precedente.

  2. tramedipensieri ha detto:

    Quelle storie così delicate, quasi scontate che tanto, immagino, facevano sognare….

  3. gelsobianco ha detto:

    Guido, lei si è tolta i suoi cognomi e…
    E…
    Tu sai interpretare e tenere per te questi miei puntini di sospensione!

    Bello il tuo parlare così di Liala.
    C’è tanta profondità in te e cultura vera.
    Ti sorrido, Guido.
    gelsettina

    Torno!

    • guido mura ha detto:

      Liala avrebbe potuto essere nella vita il personaggio di un suo romanzo. In fondo raccontava se stessa. Lo stesso hanno fatto altre scrittrici di quegli anni. Per questo c’era maggior realismo e autenticità in quella produzione femminile (ad esempio in Flavia Steno), che nella letteratura di consumo di oggi, spesso troppo costruita e troppo sfacciatamente commerciale.

      • gelsobianco ha detto:

        Bisogna appartenere a quel mondo, con la sue particolarità ben spiccate, per poterne parlare con veridicità.
        Oggi quel mondo è sparito con la sua eleganza.

        Oggi troviamo la letteratura di consumo, sfacciata, e priva di una sua verità.

        Ne parleremo ancora, caro Guido.
        🙂
        gelsettina

  4. wolfghost ha detto:

    La tua recensione è davvero buona e mi ha reso perfettamente chiaro il tipo di libro e argomento. Non è il mio genere, ma la lettura del tuo post è stata interessante 😉
    http://www.wolfghost.com

    • guido mura ha detto:

      Non è nemmeno il mio genere; ma le storie basate sul sentimento continuano ad avere un pubblico consistente, forse costituito da tutti quelli che preferiscono sognare vicende preconfezionate, anziché fare la fatica di costruirsele su misura.

  5. cristina bove ha detto:

    non amo il genere, non mi piace leggere di romanticherie e fasulle realtà romanzate.
    così come non riesco ad apprezzare i sentimentalismi e le smancerie.
    ma trovo molto interessante quanto ne scrivi e come lo scrivi.
    ciao

    • cristina bove ha detto:

      mi piacerebbe se dedicassi un post a Goliarda Sapienza.

      • guido mura ha detto:

        Goliarda è un personaggio particolare, di quelli che suonano al di fuori del pentagramma. Dovrei conoscerla meglio per poterne parlare. Interessante è l’intervista fattale da Enzo Biagi e che si trova in rete. In questo fulgido esempio di mediocrità televisiva appare chiaro lo scontro tra un giornalista integrato e benpensante, depositario della verità, come Biagi (che parla, chissà perché, solo dell’esperienza carceraria di Goliarda), e un’intellettuale aperta e fuori standard come la Sapienza. Sembra di assistere allo scontro storico tra il conservatorismo di impronta sabauda dei dominatori piemontesi e i fermenti intellettuali del Sud, difficili da arginare e irreggimentare entro un pensiero unico.

    • guido mura ha detto:

      Si potrebbe dire che la letteratura rosa italiana è molto più complessa di quanto non sembri. C’è il feuilleton della “gallina” Invernizio, che ha diffuso l’italiano anche tra i ceti più umili, in tutta Italia, e che, tradotta in Sudamerica, è una delle progenitrici della telenovelas. C’è una Flavia Steno, autrice di un romanzo di formazione, contraddittorio ma enunciatore dei problemi femminili. Ci sono le scrittrici più moderne, come la Peverelli, la Bontà, la Mancuso, la Prosperi, Milly Dandolo, fino a Brunella Gasperini, ognuna con le proprie caratteristiche e con il suo mondo. Spesso romanticherie e sentimentalismi facevano parte integrante di quel mondo, del loro pensiero. Penso che, con tutti i suoi limiti, il romanzo rosa italiano (che spesso di rosa ha ben poco), sia molto diverso dal romanzo di pura evasione di Delly, ad esempio, infarcito di avventure improbabili, e possa raccontarci molto della vita e del modo di pensare (miti compresi) della donna italiana del Novecento.

  6. sergio ha detto:

    Il primo e ultimo romanzo di Liala lo lessi che avevo 15 o 16 anni, un libro trovato per caso tra i molti altri nella biblioteca di casa; ci sognai sopra per non più di un terzo della sua lunghezza, poi passai a Fogazzaro e al suo piccolo mondo antico. Cristina Bove ha la mia stessa idea ma a quanto pare il mondo ama di più il sogno palesemente falso che quello che si può ricavare dalla realtà giornaliera. Funziona così anche sui blog temo ma c’è spazio per tutto.

    • guido mura ha detto:

      Come ho già detto a Cristina, non tutto è sogno e falsificazione nella letteratura rosa e persino in quella di Liala, che storie simili le ha vissute in parte nella sua realtà. Semmai mistificatori erano i miti a cui Liala e altre scrittrici si rifacevano. Bisogna dire che molti di quei miti erano allora ampiamente condivisi, non solo in Italia. L’aviatore era allora un modello vincente (fondeva in sé eroismo, patriottismo, futurismo). Poi è stato sostituito, di volta in volta, dal medico (Cittadella, Dr Kildare), dal cantante rock ecc. ecc.

    • cristina bove ha detto:

      Forse, Sergio, il mondo ha bisogno di sognare perché non regge alla crudezza della realtà.
      E, come sempre, è questione di scelta, anche nel sognare.

  7. sergio ha detto:

    Dimenticavo ( questo è un OT) : riferendomi al tuo profilo qui a destra. qual’è il tuo concetto di inutilità? Per esempio un blog nella tua scala quale posto occupa in graduatoria? Non è una domanda oziosa.

    • guido mura ha detto:

      Facevo riferimento, con un pizzico d’ironia, al concetto di utilità dominante = è utile solo quello che ha rilevanza economica. Troppa gente è convinta che tutto quello che non produca un immediato intrito di denaro sia inutile. Sappiamo che i blog vengono valutati anche sotto il profilo economico. Il mio sicuramente, se dovesse inserire pubblicità a pagamento, andrebbe in rosso, valutando il costo del lavoro e delle connessioni. Poi si potrebbe discutere a lungo sull’utilità o meno di tutte quelle attività dell’uomo che non siano rivolte al soddisfacimento di bisogni essenziali. Spesso si rivelano utili e produttive, anche in termini economici, solo in prospettiva. Che rilevanza hanno la ricerca pura, la poesia, la filosofia, le avanguardie artistiche?

  8. guido mura ha detto:

    A dire il vero, era da un po’ che non mi occupavo di letteratura di consumo. Solo che è ed è stato un fenomeno importante. Anche oggi la maggior parte dei libri sono di mero intrattenimento e il fenomeno, almeno dal punto di vista sociologico, ha una sua rilevanza e proprie motivazioni. Quanto ai personaggi complessi o difficilmente liquidabili con qualche slogan di comodo, la nostra cultura ne è piena. Potrei citarne uno che ho tra le mani in questi giorni, Giuseppe Compagnoni, quasi dimenticato da storici della letteratura e del diritto e noto solo per la proposta del tricolore italiano, oltre che per le false Veglie del Tasso.

  9. cristina bove ha detto:

    Grazie, Guido, dell’esaustività delle tue risposte.
    Ci tengo a precisare, però, che non ho mai inteso sminuire le tua capacità critiche, tantomeno le tue competenze letterarie, né la tua scrittura,che mi risulta di aver più volte espressamente apprezzata.
    Come pure, spero sia chiaro, non è sul post, come sempre ricco di riferimenti e ragguagli da studioso, né sulla sua stesura, che ho espresso il mio parere. Ho semplicemente manifestato il mio pensiero in merito al genere, che proprio non è nelle mie corde e per cui non avrei saputo come commentare.

    Ho suggerito Goliarda perché è una scrittrice che ammiro molto ma di cui poco si parla, e sono contenta di averlo fatto, perché ho già riscontrato con immenso piacere quanto hai rilevato nell’intervista: l’atteggiamento antipatico di Biagi e soci, il conformismo maschilista e la mediocrità di pensiero. Cosa tra l’altro che giova alla Sapienza più di un’ovazione.
    Per me sarebbe illuminante e gradevolissimo leggerne in maniera dotta e approfondita qui da te.

    Un caro saluto
    Cristina

  10. graziagardenia ha detto:

    Leggere questo tuo pezzo, Guido, è un tuffo dentro atmosfere leggere che rigenerano il cuore. E, stasera, ne avevo proprio bisogno, mio coltissimo e sensibile amico. Un abbraccio da Grazia

  11. Sai, Guido, mia mamma, anni 88, per tutta la vita ha letto i romanzi di Liala, e si segnava i nomi dei personaggi, su un quaderno. Ha sognato di incontri, di velette, di aviatori, di tenenti, senza perdere il legame con la terra, ma aprendo una finestra, piccola e innocente, su una vita lontana, in cui entrare e da cui uscire a piacere.
    Grazie per questo pezzo che apprezzo molto.
    La letteratura di consumo mi affascina moltissimo: ho lavorato a lungo su Pitigrilli e su Neera, tutt’altro che semplice – quest’ultima – ma altrettanto incompresa o fraintesa.
    Un caro saluto.
    zena

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