Il servo della morte

creature antropomorfe su sfondo viola

Non è importante che le cose accadano; è importante, anzi essenziale, che vengano comunicate. Si può parlare di realtà per qualcosa che nessuno conosce? L’esplosione lontana, nello spazio, di una stella ha rilevanza fino a quando la luce che rivela l’evento non arriva a noi? Per questo, quando commetto un’azione, anche la più orribile, devo immediatamente comunicarla. L’azione, di per sé, ha scarsa efficacia, fino a quando qualcuno non la osserva, fino a quando non la trova descritta e raccontata. Il filmato è sicuramente il mezzo più valido per rendere credibile, e reale, ogni fatto; ma non sempre è possibile realizzarlo. Per cui, quando distruggo, uccido, quando mi diverto a lasciare una scia di sangue nel mondo, scrivo un racconto o una poesia e mando la mia creazione a giornali e tv, diffondo sul web l’orrore, sicuro che così, solo così, sarà ritenuto reale. Lo so, e ormai tutti lo sappiamo, in questo universo di pensieri annoiati, in questo disperato desiderare illusioni e trasformazioni, la descrizione della morte è più reale della morte stessa. Sarà la morte, così, a osservarvi dalle sue orbite vuote, da quell’icona semiumana che noi stessi abbiamo inventato, quasi senza variarne le fattezze nel tempo. Voi la vedrete allungare le sue mani scheletriche, a un palmo dal vostro volto, e vi rallegrerete, quando le ritirerà vuote, ma fino a quando?

Io continuo a lavorare per questo spaventoso padrone, che mi protegge e mi ripaga con il gusto metallico del sangue, con l’esaltazione inebriante che pervade la divinità la cui missione è distruggere. Continuo a devastare, straziare, travolgere ciò che è animato, per affermare la gloria della decomposizione e la condizione primitiva della materia priva di vita.

L’ultima mia storia è in versi. Teatro della rappresentazione è l’ultima città che ho visitato, una città lugubre e notturna, dagli anfratti angosciosi, un’oscura prigione da cui si desidera fuggire verso il nulla, senza parole, senza pensieri, senza nemmeno una marcia funebre. L’ho stesa, la cronaca di questa vicenda, e voglio condividerla, per celebrare ancora una volta il trionfo inesorabile della morte.

Non sopportai l’acciaio dei suoi occhi
lume nel buio
il suo gemito puro
nessuno vide
oh softly windy night
bucata dai fanali
io che fuggo le luci
invasato di morte
dolce viso animale
penetrai la sua bocca
per assorbire il cielo
e rubarle il respiro
the last night
là nell’androne scuro
penetrai la sua carne
grate nere incrostate
vernice e polvere
segrete ragnatele
così docile e lieve
incapace di vivere
oh softly tasty tears
nobody came

libera finalmente
da questa triste vita
la deposi piegata
nell’angolo perfetto
presso il rifiuto organico
in fondo era di carne
il suo pallido involucro
e alzavo gli occhi al nero
delle finestre chiuse
di quei cubi di rabbia
per placare l’inferno
le braccia urlate al tetro
coperchio della notte
tra gli alberi un uccello
impazzito cantava
ubriaco d’asfalto

Questa la storia, questo il mio passo ulteriore in questo percorso disperato e ineluttabile, questa la mia lettera d’invito alla festa finale, alla danza macabra che finalmente libererà la Terra e lo spazio intero dalle complicazioni e dalle elucubrazioni di questo minuscolo scherzo della natura, di questo bizzarro animale che si è autodefinito “uomo”.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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18 risposte a Il servo della morte

  1. massimobettini ha detto:

    quindi attraverso la finzione possiamo fare accadere le cose, anche quelle che non sono reali, in fondo tanti fingono con se stessi per pensarsi essere quello che non sono, forse un po’ tutti, e non occorre essere poeti, e quindi la morte non esiste giacchè non la vedremo mai, almeno la nostra, esiste solo la morte degli altri

    • guido mura ha detto:

      A forza di fingere, il personaggio diventa reale e l’interprete si annulla. La morte, poi, non è nulla di tangibile: è solo un mutamento di stato, a cui diamo importanza perché la nostra coscienza deriva dalla condizione di essere vivi.

  2. melogrande ha detto:

    “Perché questo mondo che ci pare una cosa fatta di pietra, vegetazione e sangue non è affatto una cosa ma è semplicemente una storia. E tutto ciò che esso contiene è una storia”.
    Cormac McCarthy – Oltre il confine

    Appunto…
    🙂

    • guido mura ha detto:

      Parole sante! Infatti tutto quello che ci appare fermo e stabile è in realtà un divenire perpetuo, quindi in definitiva una storia. E il bello è che la storia dei singoli oggetti, vegetali o animali ha sempre una conclusione tragica. L’happy end non esiste in natura, se non come condizione provvisoria.

      • Lillopercaso ha detto:

        Ma dunque, in questo gioco di scatole cinesi, perché non suggerisci al tuo amico pazzo di darsi al teatro? Forse si realizzerebbe! Potrebbe persino uccidersi in scena, però una volta sola….

        La poesia è terrorizzante e bellissima.

        Ciao, anche io torno nell’ombra!

  3. guido mura ha detto:

    Come presentazione di questo post, ho scritto su Facebook: “Non un ritorno all’estetica decadente e orrorifica, ma la conclusione di un percorso nichilistico, ancora rivolto ai secoli del sangue e dell’avello. Così, tra prosa, poesia e monologo, termina la serie dedicata agli assassini, e si apre (spero) un mondo nuovo, il mondo del possibile e della ri-creazione del reale.”

  4. rossodipersia ha detto:

    Io non oso commentare ma del mondo del possibile mi aggrado nel vagare.

  5. gelsobianco ha detto:

    “là nell’androne scuro
    penetrai la sua carne”
    e la luna la luna
    oh luccicava calda

    Il trionfo inesorabile della morte scalda la luna.
    Ho subito sentito questo leggendo i tuoi versi.
    E perché la luna ha questo atteggiamento, che io ho captato immediato, di fronte alla morte?

    gb

    • guido mura ha detto:

      Credo che l’atteggiamento della luna (la Natura) di fronte al vivere e morire degli esseri interpreti questi cambiamenti, per noi tragici, come sacrifici utili perché tutto si muova e si evolva. Forse è questo il senso dei sacrifici agli dei e dello stesso sacrificio supremo degli stessi esseri divini, da Osiride a Cristo a Odino. Ogni morte, come ogni vita è un fatto positivo per la Natura. Il personaggio del racconto-poesia, al contrario, intende il delitto come mezzo per spezzare la logica dell’esistenza, come rifiuto del nascere, riprodursi, morire del singolo, che è poi evolversi delle specie. Il suo è rifiuto dell’inganno della Natura, liberare l’uomo dalla prigione della vita.

      • gelsobianco ha detto:

        Io ho letto i tuoi versi attraverso la mente del tuo protagonista!
        Lui vede la luna scaldarsi perché agisce in una forma di “eccitazione”.
        E mi sono posta “domande” a cui tu hai “risposto”.
        Riflessioni importanti.

        Ciao, Guido
        🙂
        gb

    • guido mura ha detto:

      Grazie per il tuo contributo, gb

  6. cristina bove ha detto:

    è da questo fitto, insondabile mistero, che tentiamo disperatamente di fuggire: le droghe, l’alcool, il sesso estremo, ma anche l’arte (artificio) che, in tutte le sue forme, è il veicolo che ci permette di portarci oltre il limite della nostra condizione.
    per quanto illusorio, il mondo ri-creato dalla nostra mente, ci allontana dalla realtà immanente, ci dà il coraggio necessario a non soccombere alla paura che ci accompagna per tutta la vita, il senso della nostra finitezza, la certezza che non possiamo scampare alla morte.

    • guido mura ha detto:

      Grazie per questo commento, Cristina. E’ vero, anch’io vedo l’arte come fuga dalla paura della fine, come illusione d’immortalità, come l’erba di Gilgamesh, che cresce in fondo al mare. C’era un mio vecchio progetto: un lavoro teatrale che utilizzasse fonti poetiche e narrative sulla ricerca dell’immortalità, da Gilgamesh alla fantascienza. Non so se lo realizzerò mai, anche perché non ho molta familiarità con il teatro e con le sue regole.

      • cristina bove ha detto:

        sarebbe molto interessante, Guido.
        un viaggio dall’antichissima epopea di Uruk passando dai miti che ha suggerito nei secoli, fino ai giorni nostri.
        ricordo che anche il nostro Battiato ne ha tratto una bella opera musicale..

  7. guido mura ha detto:

    Pensavo a una rappresentazione che utilizzasse storie sul tema della ricerca dell’immortalità, dal passato ai nostri giorni, utilizzando stili diversi, dal teatro classico alla tragedia moderna, al Grand-Guignol per il Valdemar di Poe, alla commedia per She di Rider Haggard, con intermezzi recitati per la poesia (ad es. John Donne). Non ho portato avanti il progetto perché queste operazioni di solito si fanno con un gruppo di lavoro e io per il momento lavoro da solo. Naturalmente poi dovrei trovare anche qualcuno disposto a rappresentare il tutto, il che è un ulteriore problema e di non facile soluzione.

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