Il soffritto – Parte 1

soffritto - frattale

« Ma cos’è quest’odore? Fai sempre un odore! »
« Eh no! Sei stata tu che hai aperto la finestra. »
« Dovevo cambiare l’aria »
« E infatti hai fatto entrare l’aria del soffritto di cipolle. »
« C’era odore. »
« Preferisco sentire l’odore della mia cacca che il soffritto dei latini del piano di sotto. »
« Ma che schifo! »
« E allora non dare sempre le colpe a me. »
« Ma sei sempre tu che mangi quelle schifezze. »
« Sempre meglio che non mangiare come te. Tu vivi di prana. »
« Ma stai zitto! »

L’odore di soffritto si era insediato stabilmente nel bagno e pareva che qualcuno ci avesse cucinato da poco.
Era anche vero che quelli del piano di sotto facevano continuamente piatti a base di cipolla, o di aglio addirittura, e l’odore si spandeva abbondantemente nell’aria, ammorbando il condominio. Le nuvole di vapore cipollino si insinuavano nella tromba delle scale, penetravano nell’ascensore, dilagavano negli anditi degli appartamenti, se si teneva incautamente la porta aperta un po’ più dello stretto necessario.
Però nessuno diceva niente.
E d’altra parte anche gli altri volevano essere liberi di cucinare, magari altre cose, senza che qualcuno potesse lamentarsi, che so, per l’odore di cavolo o per quello del curry. C’era gente di tutte le etnie ormai nel condominio. Dai cinesi agli egiziani, dai veneti agli indiani, ai sudamericani ai valtellinesi, ognuno proponeva la sua cucina, ognuno diffondeva i propri aromi caratteristici.
A Marco quegli aromi non erano del tutto sgraditi, In fondo facevano allegria, facevano immaginare tavole imbandite, piatti ricolmi, bambini con gli occhi ridenti, giovani madri. In fondo, che male c’è se qualcuno fa il riso al curry, o il couscous, o il baccalà alla vicentina o la cassoeula o la pasta con le sarde?

« Dove stai andando? »
« Vado a fare un giro qua attorno. »
« E che ci fai? »
« Sai che devo muovermi, camminare. Dovrei camminare per almeno un’ora al giorno e invece sono sempre tappato in casa, attaccato a quel cazzo di computer, come tu stai sempre davanti al televisore. »
« E quando torni? »
« Non ci sto mica molto. Solo quattro passi. »
« E dove vai? »
« Vado qui vicino, ai giardini, poi vado a vedere la costruzioni nuove. »
« Torna per cena. »

Certo, doveva tornare per l’ora di cena. Così le avrebbe potuto portare la cena in camera, almeno quello che lei intendeva per cena: un pezzo di formaggio, o un tramezzino, o una confezione di salmone affumicato o prosciutto; ogni tanto un po di filetto di vitello o un avocado, ma solo se era molto consistente. Preferiva gli alimenti già pronti, che non dovessero essere cotti, con poche eccezioni. Poi concludeva il pasto con uno o due gelati confezionati o con qualche altro dolce. Amava il cioccolato o il panettone nei mesi invernali, ma anche la frutta secca. Viveva col terrore d’ingrassare, ma le piacevano proprio i cibi meno qualificati per una cura dimagrante, e poi, perché passava tanto tempo a letto? D’accordo, la casa era piccola e non si riusciva nemmeno a mettere due sedie attorno a un tavolo, per mangiare nel salottino, perché il tavolo era regolarmente ingombro di oggetti, di buste per la raccolta della carta, di padelle che non stavano nel cucinotto, di libri che non trovavano posto negli scaffali insufficienti; ma forse, con un po più d’impegno, si sarebbe riusciti a fare una vita più normale, almeno come quella che si faceva una volta.
Allora però non si faceva la raccolta differenziata.
Da quando quell’odiosa incombenza era stata attivata la maggior occupazione della gente era costituita dal differenziare tutto il differenziabile. Bisognava tenere quattro o cinque buste per casa, che se l’appartamento era piccolo occupavano uno spazio enorme. Praticamente non si riusciva a occuparsi d’altro e le case dei poveri, di quelli che non avevano grandi stanze e una colf, rimanevano perennemente in disordine. Ci si era arresi e si sognava un paradiso senza immondizie.
Per non avere sempre davanti agli occhi quel perpetuo incasinamento, lui incominciò a uscire con maggior frequenza, senza prendere l’ascensore per scendere. Così metteva in moto le gambe senza affaticarsi troppo e cominciava a percepire la vita del palazzo. Incontrava spesso qualcuno, anche gente che non aveva mai visto prima, e aveva l’occasione per scambiare qualche parola.
Quando scendeva, trovava spesso aperta la porta dei sudamericani, o perché la donna era appena rientrata coi suoi bambini o perché aveva qualche amica o parente in visita.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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7 risposte a Il soffritto – Parte 1

  1. Giovanni Comparone ha detto:

    Davvero un inizio interessante, grazie soprattutto alla vivacità dei dialoghi e ai colori che emergono dalla pagina. Complimenti!

    • guido mura ha detto:

      Beh, qualche anno fa usavo pochissimo i dialoghi. Ora invece dedico molto più spazio al parlato. Addirittura ho ripreso in mano molti dei vecchi testi e ho inserito un dialogo, dove mi sembrava opportuno. Avendo superato la fase della narrazione onirica, per approdare a una scrittura più immediata e rappresentativa del mondo reale, mi accorgo che il dialogo è indispensabile: evidenzia, vivacizza, sdrammatizza. Persino nel racconto fantastico crea uno sfondo di realtà che rende credibili le vicende più assurde.

  2. tramedipensieri ha detto:

    Il cibo fa casa….ma l’odore dell’aglio è davvero insopportabile 😦

    • guido mura ha detto:

      A dire il vero, qui da noi non se ne sente molto. Mi ricordo invece di certi posti, all’estero, in cui non si poteva proprio respirare, per colpa dell’aglio. Ricordo una stradina, verso Soho, a Londra, che bisognava attraversare in apnea, e che dire della gente a Praga, quando usciva da certi ristoranti!

  3. gelsobianco ha detto:

    Oh, Guido, quanto mi sto perdendo di tuo. Rimedierò.
    Un abbraccio.
    gb
    🙂

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