Il soffritto – Parte 2

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Qualche volta lei lo vedeva e gli indirizzava il suo più aperto sorriso, che metteva in mostra i denti bianchissimi, e lui incominciò a parlarle
« Sento un buon profumo, cosa sta cucinando? »
« Guiso Bogotano. Lo vuole assaggiare, sinior Marco? »
E lui un giorno lo assaggiò.
Ma cosa ci aveva messo? Erbe messicane o peruviane o di qualche altra diabolica parte del continente andino? E lei, loro, di dov’erano?
« Colombia » disse Amparo, Certo, il temine bogotano era un’indicazione precisa. Lei cucinava proprio i piatti del suo paese.
Erano in cucina, i bambini non erano lì. Cioè il più grande stava all’asilo, il piccolo,dormiva, serenamente, nella stanza a fianco.
E Marco notò, incidentalmente, come fossero armoniose le gambe di lei, quando Amparo si chinò per raccogliere un foglio di carta da cucina che era planato sul pavimento, non per opera di un atto intenzionale, ma per opera di quel genio allegrone che presiedeva quel giorno all’incontro, nella cucina ugualmente allegra, piena di fiori e carte colorate.
Le gambe si videro proprio bene, soprattutto la piacevole curva ammorbidita che dal ginocchio seguiva le cosce, fin sopra, fin dove si poteva vedere, fin dove Marco poteva arrivare con lo sguardo, immaginando un’identica morbidezza più in alto, dove per la prima volta desiderò arrivare con gli occhi e con le mani.
« E’ stupendo » disse « ha un sapore… incredibile! »
Lei si limitò a lanciare uno sguardo di compiacimento. Le piaceva che qualcuno apprezzasse quello che faceva.
« Ma cosa ci ha messo? »
« Segreto sinior Marco, segreto! »
Dovevano essere componenti simili a quelli di un burrito messicano che aveva mangiato a Londra. Erbe, qualcosa di piccante, e una dolcezza di fondo, che si mescolava al sorriso di quella donna, anzi di quella ragazza, perché era ancora giovanissima, malgrado avesse già due figli, al sorriso disarmante e contagioso della sua gente, quel tipo di sorriso che ti coinvolge, che non ti consente una difesa, che non ti lascia tregua.
Lei gli si era avvicinata, per portare via il piatto. « Le faccio assaggiare qualcos’altro » disse.
Così si era avvicinata e lui non aveva allontanato la mano: l’aveva lasciata ferma, senza parere, come se non l’avesse fatto apposta.
E quella mano aveva sfiorato quelle gambe, la loro consistenza, la loro sana e naturale morbidezza, appena sopra il ginocchio, proprio lì dove aveva desiderato toccarle e il contatto si era prolungato, come se lei non ci badasse, anzi la gamba si era mossa, come per lasciarsi accarezzare, una carezza casuale, che lui non aveva scoraggiato, perché gli consentiva di avanzare di qualche centimetro nella conoscenza di quella pelle di bronzo, ma liscia e di una levigatezza mai sperimentata prima.

Poi la mano si era mossa e aveva afferrato quella di lei.
« Lei è una donna, una donna…. deliziosa » disse Marco.
Lei rise, serenamente, con la bocca aperta, come per mostrare i denti bianchissimi, poi si girò, come per sottrarre gli occhi allo sguardo dell’uomo, col piatto in una mano e l’altra mano ancora stretta in quella di lui. La sua schiena pareva armoniosa e morbida come le gambe. Doveva toccarla!
Allora anche lui si alzò.

Non ricordava come, ma era così che l’aveva baciata, la prima volta. Lei non si era stupita, non aveva lasciato cadere il piatto, ma l’aveva appoggiato, con cura, sopra il tavolo, come se controllasse perfettamente il proprio agire. Sembrava abituata ad essere desiderata e presa, così, senza tante smorfie e senza tante cerimonie. Il suo mondo era più semplice di quello che Marco era abituato a frequentare, quel mondo complicato e ipocrita in cui era cresciuto.
Lei non era nemmeno una ragazza di città. Le colombiane di Bogotà o di Medellin o Cali erano meno spontanee e in definitiva non troppo diverse nel comportamento dalle americane e persino dalle europee. Invece in lei guizzava ancora la sana e naturale sensualità della popolazione india, la capacità di vivere il sesso con allegria, senza lasciarsi troppo condizionare dai tabù sociali. Amparo sapeva amare e sorridere, insieme. Lasciava i tormenti e i sensi di colpa alle complicate intellettuali di città, alle avvocatesse e alle dottoresse, alle sussiegose discendenti degli antichi padroni iberici.
Marco capì che era proprio questo che cercava in una donna, che questa era la storia che desiderava vivere. In lui agiva l’imperioso e inesorabile fascino della natura, di quella natura che schiavizza gli esseri viventi e irride la compassata razionalità delle persone misurate ed equilibrate.

Fu così che iniziò quella storia, segreta e aperta al tempo stesso. Lui scendeva, ma anziché andare in giro a sgranchirsi le gambe esercitava un altro tipo di attività fisica, che certo era molto più appagante ed entusiasmante. Non era amore: era piuttosto un gioco e Amparo era un’ottima compagna di giochi. Purtroppo quel piacevole diversivo non era destinato a durare a lungo.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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2 risposte a Il soffritto – Parte 2

  1. LudiLud ha detto:

    temo che il bello sia tale proprio per la breve durata…come si dice? “un bel gioco, dura poco”.
    piacevole prosecuzione Guido.
    buon pomeriggio

  2. tramedipensieri ha detto:

    Peccato che molte siano “complicate intellettuali di città”… 😀

    buona serata
    .marta

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