Il soffritto – Parte 3

soffrittoApophysis-150609-110

Accadde qualcosa d’imprevisto che fece precipitare la situazione.
Era già quasi sera. Marco era impegnato a capire come diavolo funzionasse un programma. Le istruzioni, come capitava quasi sempre, o si riferivano a uno standard simile, ma non identico a quello del prodotto che aveva scaricato, o erano del tutto incomprensibili a un cliente italiano, per effetto di una traduzione fantasiosa. Guardò fuori della finestra, dove cominciava ad apparire una luna appena spruzzata sul cielo di un azzurro livido, quando sentì urlare. Non capiva bene cosa stesse succedendo, ma nuove grida lasciarono una scia più esplicita. Provenivano dall’appartamento di sotto.
Rimase come paralizzato. Qualcosa di tremendo pareva stesse avvenendo nell’appartamento di Amparo. Un uomo, forse il marito, urlava qualcosa in spagnolo. Ancora si udirono grida femminili. Poi una quiete improvvisa, assurda.
Tutto si era fermato. Forse non era successo niente. Almeno questo è ciò che Marco sperava: un’accesa discussione, forse qualche ceffone, ma tutto lì, senza conseguenze.
Invece, di lì a poco, la sirena di un’ambulanza si fece sentire, sempre più vicina, e il veicolo si fermò proprio sotto il palazzo. Poi arrivò pure una volante della polizia.
Il fatto era troppo strano perché il palazzo non se ne interessasse, anche se lì ognuno si faceva i fatti suoi, come avviene di solito a Milano nei condomini, dove a mala pena si conosce il cognome di chi ci abita, giusto perché i cognomi sono segnati sul citofono e sulle cassette delle lettere.
Per questo, nel cortile si era formato un capannello di persone del palazzo, ingrossato da un certo numero di curiosi delle abitazioni vicine.
Nell’eccezionalità il quartiere sembrava riscoprire una qualche vocazione a una vita collettiva, a un modo di vivere più antico, che da tempo si era disperso, travolto dai ritmi dell’attività cittadina.
Quando l’ambulanza ripartì con le sirene a tutto volume, Marco si arrischiò a scendere anche lui, per ricavare qualche notizia.
« Vado a vedere » disse alla moglie.
« Che te ne importa? »
« Ma lo capisci che forse una persona è morta qui da noi e noi facciamo finta di niente! »
Nemmeno a lui importava molto di Amparo e questo gli faceva provare una dolorosa irritazione verso se stesso, verso la sua assenza di partecipazione. Recitava la parte dell’indignato, esternava un’indignazione inesistente, come per chiedere l’assoluzione per la sua colpevole disumanità.
« E poi devo fare la mia passeggiata. »
« Già, è vero. Ma se ti chiedono qualcosa, tu non hai sentito niente. »
Infilò un paio di pantaloni grigi, abbastanza anonimi, e un blusotto. Niente d’impegnativo; doveva fare la sua passeggiata infine. Non si diresse verso le scale, ma aprì la porta dell’ascensore. Giunto in cortile, trovò subito qualcuno disposto a parlare.
« La donna era ancora viva » disse il Fossati.
« Ah, era viva, ma allora l’hanno portata all’ospedale » fece la Peretola, quella del terzo piano, che era appena scesa anche lei, ma vestita di tutto punto, come se dovesse andare a una festa. “Ecco perché ci ha messo tanto”, pensò Marco.
« Sì, l’hanno portata al San Carlo » disse il Fossati.
Era stato facile: ora sapeva tutto, tutto il necessario.
« Povera donna. »
« Ah questi sudamericani, stanno sempre lì col coltello, anche i ragazzini. Vi ricordate? »
Sì, se lo ricordavano: un paio di mesi prima un latino aveva accoltellato un tunisino, ma lontano dal quartiere, dalle parti di corso Buenos Aires.
« Che se ne tornassero a casa loro » sbottò un anziano signore, che Marco non conosceva.

C’era il problema dell’auto, che bisognava lasciare da qualche parte, lontano dall’area di parcheggio. Ma all’ospedale si arrivava facilmente. Marco se lo ricordava bene. Ci aveva persino dormito in quell’ospedale, o meglio aveva dormicchiato su un divano, la notte in cui avevano operato sua moglie. Gli avevano consentito di rimanere, perché veramente non si sapeva come sarebbe andata a finire l’operazione. Operata d’urgenza nella notte. Asportazione dello stomaco. Resezione si chiamava. Ulcera duodenale perforata. Riposare su un divano al buio, con un grande vuoto nel cervello. La tua situazione che potrebbe mutare da un momento all’altro. Tra un po’ potrai riprendere la tua solita vita o ti ritroverai vedovo. Che brutta parola: evoca solitudine, tristezza, incapacità di godere della riacquistata libertà. Destino. Quando è destino. Tutto è scritto.
Alle prime luci dell’alba appare il chirurgo di turno. Ha l’aria disfatta, l’immagine appesantita, il volto sudato. Sembra un gladiatore che abbia appena lottato con una belva.
L’operazione è riuscita. Disse qualcosa del genere, ma sottintendeva Non so nemmeno io come ho fatto. Era da decenni che non si faceva più un’operazione del genere. Di solito i pazienti arrivavano in migliori condizioni, si potevano bloccare le emorragie con mezzi meno drastici. Con lei avevano tentato, ma non c’era stato nulla da fare. Era già troppo compromessa. O si chiudeva il buco, tagliando tutto quel che si poteva, o se ne sarebbe andata.
Chissà cosa aveva prodotto quei buchi. Forse le pastiglie per il mal di testa, forse i germogli di soia, che sua moglie mangiava in quantità industriali. Fatto sta che il suo stomaco era stato danneggiato in maniera irreparabile. Viva per miracolo.
Ma ora sua moglie era tornata a una vita normale (o quasi). Era Amparo a essere ricoverata, anche se non in pericolo di vita, per fortuna.
La sua amante (così doveva essere definita, senza ipocrisie) non era più in rianimazione, così aveva saputo dalla portinaia. Ora si trovava in chirurgia. Si poteva andare a visitarla? Sì, molti del palazzo c’erano stati.
Marco capì che doveva farsi coraggio e trovare un momento per vedere Amparo, ma senza compromettersi.
Era strano rivedere quel luogo. Il vialetto in salita, con i portici a sinistra, con sotto i negozi, la farmacia, un lungo porticato, che conduceva all’ingresso principale del nosocomio.
Dentro si aprivano i soliti grandi spazi degli ospedali, i corridoi infiniti, gli ascensori, i piani, i reparti, le vetrate, di solito chiuse a chiave, ma aperte nelle ore di visita. I colori, poi, delle strutture moderne, gli accostamenti sobri, di beige, grigio, turchese, carta da zucchero, per far dimenticare lo squallore degli stanzoni e delle corsie di una volta, rivestiti di bianco calce e di giallo sporco. Certo, il mondo di oggi si sforzava di rendere più gradevoli i momenti spiacevoli, attenuando l’impatto violento del dolore e mascherandolo con qualche pennellata di modernità.
Marco sapeva di dover approfittare della sua ora d’aria. Avrebbe raccontato balle, magari, evitando interrogatori da parte della sua sospettosa consorte, oppure avrebbe detto apertamente di essere andato a trovare la povera signora del piano di sotto. In fondo, che male c’era?
Sperava di non trovare nessuno nella stanza di Amparo e fu fortunato.
« Come stai? »
« Guarisco, mi dicono. »
« E poi cos’hai intenzione di fare? »
« Torno in Colombia » disse lei, con voce debole, ma decisa. « Ho la mia famiglia lì. »
Lui capiva bene. Lì c’era qualcuno a proteggerla. I fratelli, magari. In Italia il marito prima o poi sarebbe tornato libero e avrebbe terminato il suo lavoro. Si sapeva che da noi la giustizia era una burletta e non proteggeva le vittime. In Colombia almeno potevi proteggerti o farti proteggere da qualcuno. L’Italia era il paradiso degli assassini e lei doveva salvare anche i suoi figli. Non sarebbe stata la prima volta che un marito impazzito ammazzava l’intera famiglia.
« Allora non ci vedremo più? » disse lui, con tono di rincrescimento, e in quel momento gli dispiaceva veramente di dover spezzare quel rapporto, per cui l’allegria aveva fatto irruzione nella sua vita, rivestendola con un manto di gioia sottile e iridescente, con un velo trapunto di strass, che dissimulava la durezza del nucleo oscuro del vivere quotidiano. Pensava che quel nucleo sarebbe riemerso con tutta la sua evidenza, appesantendo i suoi ultimi anni, fino alla fine.
« E’ meglio così » disse lei « anche per te. » Finalmente gli dava del tu. I ruoli si erano chiariti. Non si giocava più al signore e alla sua ancella: erano un uomo e una donna, finalmente uguali, anzi era lei a reggere le fila del gioco.
« Non ho detto niente » furono le ultime parole che Amparo gli disse, e lui non seppe far altro che ringraziarla. Sapeva che quel silenzio, che a lei era costato caro, a lui probabilmente aveva salvato la vita.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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