Alberi – 2

bosco

 

« Venite in casa, presto: si fa buio! » diceva l’uomo, che poi soggiunse:
« Ti aspettavo, Brizio, sapevo che saresti passato di qua. »
« Non ti chiami Fabrizio Ponti? » fece Rowena, e i suoi grandi occhi verdi spalancati esprimevano stupore.
« Si, ma… » Era troppo difficile spiegare l’origine di quell’appellativo.
Tutti lo chiamavano Brizio, in famiglia, ma come mai quell’ometto lo interpellava con quel diminutivo?
« È un tuo parente? » chiese Rowena.
« Non lo so. »
Nessuno l’aveva più chiamato Brizio da quand’era bambino. Così lo chiamava la mamma, e gli zii gli attribuivano quel nome più corto, più comodo da pronunciare.
Quell’uomo piccolo e inacidito, dall’aspetto aspro e grigiognolo come una nespola acerba, non era certamente uno degli zii; ma non poteva nemmeno essere suo padre: il padre, lui non l’aveva mai conosciuto. Era morto quando era ancora un neonato, in maniera non chiara, dicevano, forse colpito da un fulmine.
Eppure quell’uomo gli si rivolgeva con un tono familiare, come se lo conoscesse molto bene.
In fondo, ma proprio molto in fondo, assomigliava un po’ alle foto di suo padre da giovane, che giacevano in un cassetto del comò della sua vecchia casa. Ricordava quel mobile, stile novecento, in noce americano, con una copertura di marmo rosa e i cassetti che si aprivano con difficoltà, ed erano protetti da due ante chiuse da chiavi dall’impugnatura tonda e forata, ad anello. Era divertente cercare di aprirlo, malgrado sembrasse opporsi ad ogni tentativo di violazione della privacy, e scoprire al suo interno le cose più impensate, dai vestitini per neonato alle vecchie macchine fotografiche, dai bottoni conservati per sostituire altri bottoni di vestiti che non esistevano più alle fotografie di parenti mai conosciuti, alle medaglie di guerra del nonno.
Fabrizio era stupito e spaventato, ma la sua curiosità, quella che era la sua principale caratteristica e il motore primo dei suoi successi professionali, lo spinse ad aderire all’invito del piccolo uomo.
« Ma non vorrai lasciarmi qui! » Protestò Rowena. Nella sua confusione, Fabrizio si stava allontanando dalla macchina senza nemmeno ricordarsi della sua partner.
« Mio Dio, scusami » fece « certo che puoi venire anche tu. » In fondo si trattava di accettare un invito: si sarebbero seduti e quell’uomo così stranamente familiare avrebbe dato forse qualche spiegazione. In fondo si trattava di attendere al coperto, in un luogo confortevole, che la nebbia si diradasse almeno quel tanto da permettere di riprendere la strada per rientrare a Milano.
L’ometto camminava davanti, i contorni sfumati per la nebbia, e non pareva nemmeno essersi accorto della presenza di Rowena.
Davanti a loro era apparsa come per miracolo una casa, per quelle misteriose materializzazioni che sembrano nascere dalla nebbia, dove chiunque avrebbe giurato, fino a poco prima, che non ci fosse niente.

« Mi scusi » fece l’uomo alla ragazza « signorina… » « Rowena » disse lei. Fabrizio, confuso com’era, si era dimenticato di presentarla a quel tipo che per un’inspiegabile gentilezza li aveva accolti a casa sua.
« Mi scusi, signorina Rowena » disse l’uomo, ma vorrei parlare da solo con mio figlio. Lei rimanga pure qui; può leggere qualcosa. Ci sono libri, riviste. Certo, un po’… datati. »
Rowena si guardò intorno. Una parete della stanza era riempita da una libreria piena di volumi, im buone condizioni. Lesse i nomi degli autori: Bontempelli, Papini, Gentile, Palazzeschi, Guido da Verona, Luigi Motta.
« Chi sono? » domandò Rowena. « Scrittori che si usavano una volta » rispose Fabrizio.
« E quello? » scherzò la ragazza; « ma non l’avevate ammazzato? » Sulla copertina di una rivista illustrata che aveva preso in mano campeggiava la foto di Mussolini.
« È solo una vecchia rivista » fece il padrone di casa; « adesso anche lui sta da queste parti » disse, indicando con il dito l’immagine truce e insieme pavonesca del dittatore.
Rowena lo guardò con stupore. Quell’uomo doveva essere pazzo!
« E ora ci voglia scusare » disse il vecchio, facendo cenno a Fabrizio di seguirlo in un’altra stanza.
Era una stanza dall’aspetto cupo. Il legno dominava, sulle pareti, nel pavimento a parquet, nella scrivania di foggia antica. Il padrone di casa fece accomodare l’ospite su un’ampia poltrona di cuoio purpureo e si sedette a sua volta.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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3 risposte a Alberi – 2

  1. wolfghost ha detto:

    Strano che, alla dichiarazione di paternità, il Nostro e la sua amica siano rimasti pressoché impassibili… io sarei trasecolato 🙂
    Vedremo le spiegazioni che gli darà, adesso siamo tutti curiosissimi… bé, io lo sono almeno! 😀

    http://www.wolfghost.com

    • guido mura ha detto:

      Quando entri in auto in un banco di nebbia e sopravvivi, poi sei disposto ad accettare tutto. Entri in una dimensione irreale, in cui potresti incontrare gli antenati, e perfino il conte Dracula 😀

      • wolfghost ha detto:

        Pensa che il nebbione più spaventoso che abbia mai incontrato… me lo sono trovato di fronte (a dire il vero verso ogni direzione :-D) nell’entroterra ligure di levante. Ti assicuro che non si vedeva al di là del finestrino. Se fossero passati gli antenati e Dracula… non me ne sarei accorto! 😀
        http://www.wolfghost.com

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