Alberi – 5

alberi5

« Ora però ce ne andiamo » disse Fabrizio.
Uscirono dalla casa e riguadagnarono la macchina. Il vecchio li seguì, con la sua torcia. Si salutarono.
« Addio signorina Rowena » disse il vecchio.
« Arrivederci » pronunciò Rowena.
« Sì, ma tra tanto, tanto tempo » precisò la voce proveniente dal volto nell’alone del faretto elettrico.
La nebbia cominciava ad aprirsi, come aveva detto suo padre, e il giovane si mosse, seguendo le sue indicazioni.
« Che strano posto! » Osservò Rowena, quando furono per la strada e ricominciarono a vedere i bordi e i segni bianchi di mezzeria.
Mentre transitava per la strada già percorsa serenamente altre volte, in direzione di Milano, Fabrizio pensava a come fosse facile e improvviso l’irrompere della dimensione tragica nelle nostre vite. A lui era capitato di precipitare in un sogno, altri avevano sperimentato questo attacco imprevisto e immediato in una forma più razionale In ogni caso, comunque, questo manifestarsi del male è sempre gratuito e apparentemente casuale. Lui sapeva che, invece, ogni avvenimento è prevedibile e spesso evitabile. Se solo si provasse a giocare a scacchi col destino, si apprenderebbe a supporre le mosse dell’avversario, a valutare possibilità e probabilità.
Se suo padre, ad esempio, avesse lasciato meno spazio alla noia nella vita di sua moglie, molte cose forse sarebbero cambiate.
Ricordava sua madre come una persona debole e disincantata, delusa da un matrimonio che, se aveva garantito una buona situazione economica, aveva spento troppo in fretta il piacere di stare insieme. Affogata nel grigiore di una vita senza passione, costretta a vagare tra le trame dei romanzi rosa e le poche occasioni mondane, la mamma si era lasciata travolgere da un torrente ingrossato dalle piogge di un autunno tedioso. Il Rizzi, sempre vicino e disponibile, troppo presente, comunque molto più presente di un marito immerso in un sogno di interpretazione e trasformazione della realtà, era diventato il suo rifugio segreto, la corda tesa per venir fuori da una vita di sabbie mobili.
Non doveva succedere; no, non doveva succedere, e purtroppo la storia, che pareva tragicamente conclusa, aveva ancora una coda avvelenata, un’assurda prosecuzione in un mondo che non era più il nostro.
Paradossalmente, dopo la disgrazia, cioè quella che era stata raccontata e interpretata come una disgrazia, sua madre aveva riscoperto le gioie della vita familiare e aveva cercato di avvicinarsi al figlio, che aveva faticato non poco per accettare il nuovo corso degli avvenimenti. Anche la nuova figura paterna che gli si era presentata cercava di acquistare il favore del ragazzino, ancora sconvolto per la morte improvvisa del padre. Quella parte della sua vita si era dissolta all’improvviso e lui, Brizio, si era trovato di colpo libero e probabilmente più sereno, una volta al di fuori delle tensioni che appesantivano l’atmosfera familiare. Perché allora non avrebbe dovuto dimenticare completamente la figura e il ricordo di suo padre? Perché non avrebbe dovuto considerare l’esperienza condivisa con Rowena a Ultimate poco più di un sogno? Eppure nella sua mente si era introdotto un tarlo. La serenità apportata dal trascorrere del tempo si era interrotta e ora nuove e meno gradevoli idee l’avevano sostituita. Ormai vedeva l’immagine di suo padre, come lo immaginava, bruciato dal fulmine, aveva talvolta l’impressione di sentire l’odore di carne bruciata che certamente doveva emanare da quel cadavere. Poi che cosa aveva causato la morte? Asfissia, arresto cardiaco? Come si muore per una scarica violenta, insostenibile da un corpo umano?
Cercò informazioni sul web, cercò quelle notizie che non aveva mai voluto reperire, come per tenere lontana dalla sua vita quella disgrazia antica, quel tormento sepolto sotto il grigiore e le foglie di tanti autunni. Lasciò affiorare l’orrore dalle profondità della storia, permise al rosso di sprizzare dal lento grigio deposito dei ricordi.
Rivisse le esperienze di un tempo, degli anni inconsapevoli, in cui sguardi e rossori, ansimi e sussurri, per quanto nascosti e repressi, avrebbero potuto rivelare una vicenda di passione e di morte. Lui ora ricordava in modo vago come avesse incominciato a provare disagio nello scoprire languori e appena accennate intimità. Talvolta, la vista del pallore dermico che rivestiva un corpo, quello materno, che l’età aveva reso rubensiano e quasi indecente, accostato alla robusta nudità del patrigno, gli provocava una sensazione simile al disgusto. Per fortuna, progressivamente, quelle manifestazioni si erano diradate e il giovane Fabrizio era riuscito a superare l’imbarazzo iniziale e a considerare la famiglia, in questa sua forma rinnovata, come sostegno per gli studi e la vita, dimenticando il livello di torbida sensualità in cui per un certo tempo pareva essersi avvolta.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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5 risposte a Alberi – 5

  1. ventisqueras ha detto:

    una disanima psicologica molto interessante e ben espressa

  2. wolfghost ha detto:

    Non sono del tutto d’accordo con Fabrizio. Vero che molte cose, molti avvenimenti, sono prevedibili e controllabili, ma non tutte. La moglie se ne va perché il marito, in compartecipazione, lascia scivolare il matrimonio nella noia. Ma potrebbe anche farlo perché psicologicamente non così sviluppata da resistere alle tentazioni, ad esempio 🙂 Poteva anche ammalarsi e morire, non sarebbe stato – nella maggioranza dei casi – prevedibile e evitabile.
    Anche io un tempo pensavo che la nostra vita è nelle nostre mani, ogni caso. Ma è un’illusione creata dal desiderio di controllo.
    Dal nostro passato possiamo emendarci, ma esso resta comunque dentro di noi, che ne siamo conapevoli o meno.
    Un’altra bella “puntata” 🙂
    http://www.wolfghost.com

  3. Guido Mura ha detto:

    Caro Wolf, io lascio che i personaggi ragionino con la loro testa. Qualche volta magari sbagliano, ma a me interessa che la loro azione si sviluppi in modo coerente, anche se la cosa non è garantita. A volte anche i narratori sbagliano (e gli autori che gestiscono la narrazione). il fatto è che spesso i personaggi nascono con caratteristiche che finiscono per renderli indipendenti dagli stessi autori. Ci sono personaggi più forti degli autori, che addirittura possono essere elaborati da autori diversi. Penso a personaggi letterari forti: l’incoerente e irrazionale Bandini di Fante, il criminale per sfizio come Lafcadio di Gide, ma anche al conte di Montecristo, che va oltre Dumas, a Sherlock Holmes, rielaborato da autori e sceneggiatori di vario genere, a tutti gli eroi inventati un giorno da uno scrittore, ma che finiscono per essere manovrati da generazioni di sceneggiatori e registi. Insomma, l’autore accende una fiammella, sperando che diventi un incendio, visibile a distanza. I miei personaggi sono ancora poco “forti”, si fanno notare poco e probabilmente questo puntare su personaggi così insicuri e così troppo vicini agli antieroi della vita quotidiana è un mio limite. Per avere fortuna un personaggio deve essere come quelli di Dumas o di Hugo, definiti e robusti, nell’azione come nell’aspetto fisico. Ci penserò, in futuro, se ci sarà un futuro.

    • wolfghost ha detto:

      Davvero interessante la tua risposta, come descrivi che i tuoi personaggi, in qualche modo, prendono vita propria, quasi indipenendente dal loro autore. Non credo sia una cosa semplice riuscirci, di solito si finisce per… immischiarsi inevitabilmente nel loro pensiero 😉
      http://www.wolfghost.com

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