Alberi – 7

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“Non è possibile comunicare con un’altra dimensione”, aveva detto l’agente dei servizi. Fabrizio invece sapeva che era possibile, forse armonizzando i piani temporali, la velocità di scorrimento del tempo. Suo padre era riuscito evidentemente a escogitare un metodo che consentiva a varie realtà di interagire, era riuscito a far sì che i vivi del nostro mondo incontrassero i morti. Probabilmente era partito da una constatazione, quella dell’imperfezione del reale, che anche suo figlio aveva sperimentato più volte, senza però preoccuparsene troppo.

Succede che, nell’apparente logica del nostro procedere, si manifesti per un attimo qualche discordanza, qualche illogicità, che non è avvertita se non raramente, e anche quelle rare volte la nostra mente razionale la rifiuta. È come il punto, l’unico punto difforme di uno schermo a cristalli liquidi. Immerso, inserito nell’insieme, questo punto disobbediente non risulta nemmeno visibile, eppure sta lì, a segnalare l’imperfezione strutturale, l’impossibilità di definire i punti nella loro totalità.

Le irregolarità del sistema appaiono per un tempo brevissimo, qualche volta irrompono nel campo visivo come minuscole luci o forme luminose, in rapido movimento. L’occhio umano, abituato a tempi di osservazione più lunghi, non ha nemmeno il tempo di mettere a fuoco l’immagine che già questa è scomparsa. Rimane solo l’impressione di aver visto qualcosa, che non sapremmo definire né descrivere. A posteriori cerchiamo di giustificare quella subitanea visione come un inganno della percezione, senza comprendere che non siamo in grado di vedere compiutamente gli oggetti di un mondo che si muove a una velocità diversa dal nostro.

Certamente era sconvolgente pensare che la realtà è sempre più complessa di quanto ci appaia la semplificazione di essa che si presenta ai nostri sensi. Allo stesso modo è perturbante comprendere che le realtà possibili, gli altri mondi di cui si è sempre favoleggiato, non risiedano in uno spazio lontano, non siano disperse nell’azzurro infinito del cielo o nelle profondità infernali del nucleo terrestre, ma veleggino nel nostro stesso spazio. L’altro mondo vive e agisce accanto a noi, probabilmente anche dentro di noi. Occorre solo trovare la chiave, scoprire le tecniche che consentano il contatto.

Qualcuno conosceva questa chiave, era depositario di tecnologie superiori, ma non le metteva a disposizione dell’umanità. L’uomo doveva ancora svilupparsi e progredire al riparo da quella conoscenza, chissà per quanto tempo ancora!

Addirittura Fabrizio immaginava che, oltre alla realtà in cui viveva e a quell’altra, in cui albergavano le persone scomparse, come suo padre, si potesse presumere un’ulteriore modalità di esistenza, in cui le particelle potessero interagire, al di là dello spazio e del tempo. Era un esserci al di fuori di ogni regola, preesistente alle leggi della fisica. Forse Platone aveva pensato a qualcosa di simile, nel supporre la presenza di un mondo delle idee.

Fabrizio decise di organizzarsi. Non avrebbe cercato di indagare oltre. Gli era stato vietato e non aveva nessun interesse a entrare in conflitto con i servizi. Non gli era però impedito di dare corso alla volontà di suo padre. Se lui aveva programmato la sua vendetta, il figlio l’avrebbe aiutato, compiendo quelle azioni che il padre, nella sua realtà, non aveva la possibilità di compiere.

Stampò la lettera che il padre gli aveva dettato e la infilò dentro una busta. Ne aveva ancora qualcuna, di una confezione acquistata tanti anni prima, quando ancora era frequente comunicare con la scrittura e spedire gli scritti tramite posta. Ora le missive erano sostituite nella quasi totalità dalla posta elettronica.

Doveva imbucare quella lettera, ma dove? Sicuramente qualcuno lo stava pedinando. Infilò la busta nella tasca interna della giacca e uscì di casa. L’aria era fresca e Fabrizio si pentì di non aver messo un giubbotto al posto della giacca.

Mentre camminava, pensava. Non era certamente il caso di mettere la lettera nella casella del patrigno. Se qualcuno lo teneva sotto controllo, di sicuro sarebbe andato a frugare nella casella e avrebbe sequestrato la sua busta. Era meglio ricorrere alle poste, ma per farlo, senza far sapere dove la lettera fosse stara imbucata, doveva riuscire a sottrarsi al pedinamento

Quando la portiera si aprì, rimase fino all’ultimo nel vagone e saltò giù solo quando l’avvisatore acustico della chiusura delle portiere entrò in funzione. Se qualcuno lo seguiva, aveva sottovalutato il suo obiettivo. Infatti, le portine si chiusero e nessuno scese dal treno. Velocemente, Fabrizio si mescolò al flusso della gente che usciva e si precipitò di corsa sulla banchina opposta, dove un treno stava per arrivare. Riuscì a infilarsi tra la folla dei passeggeri e fece all’inverso tutto il percorso per ritornare vicino a casa. Scese una fermata più avanti e si diresse verso l’ufficio postale. Percorse un lungo viale deserto, in cui le foglie cadute avevano già steso un manto giallo bruno, un tappeto di forme essiccate, che scricchiolava sotto i passi della gente.

Una camionetta dell’esercito stazionava davanti al ristorante kosher. Poco più avanti si scorgevano già le cassette rosse della posta.

L’esercito vegliava sulla sicurezza del quartiere. Quell’area era stata individuata come obiettivo sensibile del terrorismo.

“È mai possibile”, si chiese Fabrizio, “che in un mondo avanzato, in un paese pacifico, debba essere necessaria una protezione militare di una minoranza? Perché non si chiudeva quella questione una volta per tutte? La storia aveva fatto capire chiaramente che le controversie tra due comunità non si possono eliminare sterminando uno dei due contendenti. Bisognava obbligarli a vivere in pace, a rispettarsi, se non ad amarsi, a vicenda. Nemmeno un’alleanza privilegiata con Dio, nemmeno il possesso di armi più potenti dei fulmini poteva risolvere il problema alla radice. I popoli continuano a esistere, continuano a rigenerarsi, fino a che sussista la consapevolezza di avere una cultura, una tradizione, una missione, un’illusione. Non basta distruggere un tempio, né vietare una lingua o una religione per cancellarli. I popoli sono una realtà e bisogna rispettarne le volontà e le aspirazioni.”

Ancora pochi passi, tra le foglie, e finalmente la busta fu estratta dalla giacca di Fabrizio e finì nella buca. “Ecco, ho fatto il mio dovere”, pensò Fabrizio.

Pochi giorni dopo, un trafiletto di cronaca locale riferiva di un ingegnere milanese colpito da un fulmine in uno spiazzo poco distante dalla strada provinciale per Ultimate. La notizia fu riferita anche dal tg regionale. Nessuno ricordò che quell’ingegnere, che si chiamava Umberto Rizzi, era stato l’assistente di un illustre studioso, morto, guarda caso, nello stesso identico modo. Oppure, se qualcuno se ne ricordò, pensò che doveva trattarsi di una delle tante strane coincidenze che capitano nella vita di tutti i giorni e alle quali (lo abbiamo imparato da tempo) cerchiamo di non prestare eccessiva attenzione, per non precipitare nell’abisso dell’inquietudine.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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Una risposta a Alberi – 7

  1. wolfghost ha detto:

    Affascinante, non c’è che dire! La teoria esposta in questo post potrebbe apparire come frutto di fantasia, ma… conoscendoti credo che tu sia informato bene, e seppure una teoria è una teoria, tutta da dimostrare, resta comunque una possibilità. Almeno fino a quando non viene dimostrata che la verità è un’altra e nega quella esposta 😉
    Interessante anche “l’inserto sociologico” 🙂
    http://www.wolfghost.com

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