Suttree

suttree

Apro Suttree e vengo accolto da un paio di pagine in corsivo dal tono smaccatamente letterario. Per descrivere un ambiente degradato, McCarthy ricorre a una sorta di prosa poetica, in cui non mancano parole rare e periodi extralarge. Il primo impulso di un lettore come me, amante della sobrietà e dell’isolata folgorazione poetica, che svetti sopra un contesto aspro e scabro, sarebbe quello di buttare il libro dalla finestra. Non lo faccio perché: A. Il libro appartiene a una biblioteca, B. Il libro è rilegato e robusto e non vorrei che, anche se la mia stanza si affaccia su una strada solitamente deserta, proprio in quel momento transitasse uno dei pochi passanti, magari trainato da uno dei soliti cani che obbligano gli umani a passeggiate indesiderate.
Proseguendo nella lettura del testo vero e proprio, non si attenua la sensazione che l’autore abbia inteso scrivere, con ostentazione, un testo letterario. Prevalgono ora i periodi brevissimi, le frasi due o tre elementi separate da punti, là dove un autore del bel tempo andato avrebbe inserito i due punti o il punto e virgola. Se questo è il gusto attuale, niente da ridire. La cosa peggiore è che, riga dopo riga, scopro che, nel faticoso procedere tra similitudini e descrizioni, sensazioni e presentazioni di personaggi, il mio intento di lettore non è quello di conoscere la storia, che pure si va delineando, spesso in maniera indiretta, attraverso i dialoghi (enunciazione indiretta attraverso il discorso diretto… bello!), ma bensì quello di vedere quale diavoleria lo scrittore saprà inventare per abbellire lo squallore degli ambienti evocati, quale artificio esploderà come un fuoco a mare (o a fiume, in questo caso). Così capita che perda il filo della storia, ammesso che una storia ci sia, per inoltrarmi nel labirinto dell’abilità letteraria, che è (devo riconoscerlo) immensa. Mi viene voglia di fermarmi ogni tanto per battere le mani, o per imparare qualcosa, e capisco anche perché McCarthy sia uno degli autori prediletti dagli scrittori. Se è del poeta il fin la meraviglia, qui il principio è applicato in maniera eccezionalmente abile. Si capisce che l’autore ha mescolato le carte e ha fuso stili e modalità diverse di padroneggiare la scrittura. Appare come sia possibile mettere insieme Faulkner e Hemingway, Mark Twain, Joyce e Carver, Steinbeck, Beckett, Fante e Bukowski. Qui c’è tutto, fuso insieme e servito in un piatto d’argento. Di meglio forse non si può fare.
Avanzando con coraggio nella palude melmosa in cui sembrano nuotare (o affondare?) i personaggi, vedo baluginare qualcosa che proviene da un’altra mia lettura, lunga e sofferta. Sarà l’utilizzo di un gran numero di parole provenienti da una terminologia tecnica e naturalistica, sarà la grandezza di un personaggio che diviene sempre più mitico, una sorta di eroe-antieroe, con sprazzi di ardente positività nel suo essere diverso e maledetto, ma tutto questo mi riporta alla mente un altro grande libro: Les travailleurs de la mer di Victor Hugo.
Ed ecco che l’insieme procede con la stesura di lunghi pezzi di bravura, realistici e onirici allo stesso tempo: il viaggio nei boschi, la malattia e l’ospedale. Un momento a parte è costituito dal lungo episodio del legame del protagonista con la prostituta Joyce (Un altro dei personaggi si chiama Ulysses… questo mi ricorda qualcosa!)
A conclusione della lettura, confermo l’invito fatto più volte a me stesso, e agli altri lettori, a non abbandonare mai un libro prima della sua fine naturale, quella decretata dall’autore. Succede spesso, con le grandi opere letterarie, che la fatica richiesta al lettore sia notevole, che sia lento l’adeguarsi allo stile, che sia difficile entrare in sintonia con il narratore. Suttree non fa eccezione. Lentamente si finisce per entrare nella logica della storia, per apprezzare i personaggi, la sconcertante commistione di tragico e di comico che li caratterizza. L’ambiente, l’apparato descrittivo, sono da considerare, in questo romanzo, come veri e propri personaggi. La natura violentata dall’uomo (dalle angurie di Harrogate al fiume ammorbato dai detriti della civiltà umana), resiste e sopravvive. Il fiume continua a scorrere, deposito di vita e di morte. La vita prosegue, anche quella di Suttree, malgrado le sue vicissitudini e le sue delusioni.
Come in La strada, c’è sempre una speranza residuale, qualcosa che spinge a proseguire, perché tutto è in movimento, tutto spinge a superare l’orrore del male.
Un libro grande, oltre che corposo, e difficile. Stilisticamente impegnativo, sia per lo scrittore, che ci lavorò a lungo, sia per il lettore. Il risultato, però, attesta che valeva la pena di scriverlo, come vale sicuramente la pena di leggerlo.
Considerazione finale:
Libri come Suttree appartengono a quel filone che si basa su quella che definirei “estetica del disgusto”. Pare che, da un po’ di tempo in qua, gli autori più dotati e celebrati si dedichino a rappresentare scene e personaggi vomitevoli e disgustosi, talvolta anche in forme (per contrasto) eleganti ed estremamente raffinate. Spesso quest’esposizione di piccoli e grandi orrori assume caratteristiche grottesche o decisamente comiche. È probabile che l’esibizione degli aspetti più sordidi e ributtanti dell’esistenza umana rassicuri tutti i buoni borghesi che per loro fortuna vivono una vita tranquilla e spesso insulsa. La morale di questa produzione rivolta alla descrizione dell’abominevole (o dell’osceno) parrebbe di questo tipo: “Non lamentatevi, cari lettori colti e ben pasciuti, la vita, fuori dalle vostre case, dalle vostre scuole e dai vostri uffici, può essere un vero inferno. Per cui ringraziate Dio (o chi per lui) di consentirvi di condurre un’esistenza in cui fame, freddo e violenza non riescono a penetrare. Certo non potete evitare la malattia e la morte, ma se non altro soffrirete e morirete in modo confortevole.”
La deriva comica delle storie è un’ulteriore rassicurazione: “Gli esseri di cui parliamo sono anormali, bacati, marginali e inferiori. Non sono come voi, miei buoni cittadini-lettori:”
Comprendo che raffigurare ed evocare il diverso, l’orrido, il male risulti più interessante del narrare il vivere quotidiano, ma non posso non registrare un’eccessiva predilezione degli autori e del pubblico dei nostri giorni verso l’eccessivo e il repellente, che sembrano cancellare ogni altro aspetto della vita. Drammi e commedie dell’esistenza comune possono risultare ugualmente interessanti, se raccontati con lo stile giusto (almeno è questa la mia speranza). Resta comunque la certezza che il lettore che fra qualche secolo cercherà una testimonianza della realtà del nostro tempo nella letteratura scoprirà che la nostra società era costituita principalmente da criminali, prostitute, barboni, mattoidi e serial killer.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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5 risposte a Suttree

  1. melogrande ha detto:

    Non posso che concordare in tutto e per tutto, che McCarthy non abbia ancora ricevuto il Nobel è per me un mistero inspiegabile.
    Lo stile in cui è scritto Suttree è totalmente diverso da quello, asciutto fino all’ osso, della Trilogia della Frontiera, eppure l’ efficacia rimane la stessa.

    Per chi non lo conoscesse, McCarthy è uno che scrive così:

    “In piedi tra le foglie urlanti, Suttree invocava il fulmine. Che scoppiò e tuonò e lui indicò il proprio cuore ottenebrato e supplicò per un po’ di luce. Sempre che esista qualche potere negli elementi della terra. Sennò riduci queste ossa in cenere. Se lo puoi, se lo puoi. Un cencio bruciato sotto la pioggia.
    Si sedette contro un albero e guardò il temporale spostarsi sopra la città- sono forse un mostro, ci sono dei mostri dentro di me ?”

    Per me è il più grande scrittore vivente.

  2. guido mura ha detto:

    Credo che Suttree non possa essere collocato semplicemente tra i romanzi, ma che presenti molte caratteristiche dei poemi (e questo all’inizio crea qualche perplessità nel lettore di narrativa). Stilisticamente, poi, McCarthy è un alieno. Usa il linguaggio come credo nessun altro sappia fare e senza apparente sforzo, anche se sappiamo che il suo lavoro su Suttree è paragonabile a quello compiuto da Manzoni nella sua difficile creazione di un romanzo italiano volutamente esemplare. Insomma, credo anch’io che il Nobel se lo meriterebbe. Forse gioca a suo sfavore il suo messaggio non esattamente inquadrabile in una qualche ideologia o religione rivelata e l’essere in definitiva politicamente scorretto. Magari poi subentreranno altri fattori, quali ad esempio la derivazione faulkneriana o l’indulgere verso arcaismi, che probabilmente disturbano alcuni lettori di lingua madre inglese (un po’ come succede ai lettori italiani del nostro Landolfi). Comunque, per il Nobel, c’è ancora tempo.

  3. E’ strano, Guido, ma nella tua recensione dici cose che in un certo senso, ho provato a dire con il mio ultimo, breve post. Sincronicità, presumo.
    McCarthy me lo consigliò qualche tempo fa un amico che non rivedo da troppo tempo e con il quale tu saresti certamente in sintonia. E dopo averlo letto, concordo con gli apprezzamenti che qui fate in merito alla sua letteratura. Mi manca questo libro e lo leggerò.

    • guido mura ha detto:

      Sicuramente è un libro da leggere, come McCarthy è sicuramente uno degli autori contemporanei più dotati. Il personaggio di Suttree è in fondo abbastanza credibile. Tanti artisti, scrittori e intellettuali, delusi dalla società e dalla cultura dei loro tempi, hanno fatto scelte di campo simili. Anche uno dei miei personaggi, Arno, protagonista di un romanzo che è passato dall’una all’altra casa editrice senza che nessuno abbia mai avuto veramente il coraggio di pubblicarlo, ha fatto scelte simili. Non avevo letto ancora il testo di McCarthy, quando l’ho scritto, per cui La casa dove gli angeli cantano è abbastanza diverso da Suttree, ma in fondo molti sono i punti di convergenza.

      • Quel che scrivi mi piace, Guido, lo sai, te l’ho già detto, ma continuerò a dirtelo… così continui a scrivere e sopratutto a pubblicare per noi. E di questo ti son grata. 🙂 E credo anche che tu non somigli a nessuno e per me va benissimo così.

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