Una vacanza diversa

duna alla spiaggia


Anche quest’anno il blog propone per Halloween un piccolo horror classico, da cui si apprende che non sempre gli adulti hanno ragione e che in questo mondo non sempre si sa dove si va a finire
😉

Voglio fare la litoranea, dicono che sia bellissima.
Sì, ma non s’incontra anima viva per chilometri. Non sarà pericoloso?
Beh, siamo stati in posti più pericolosi di questo.
Perché non ce ne siamo andati ad Amsterdam o a Berlino, invece di esplorare i deserti?
Perché prima di andare a spendere soldi all’estero, bisognerebbe conoscere il proprio paese.

Le vacanze erano appena cominciate e Sebastiano aveva deciso di partire in macchina, con la famiglia, per una vacanza diversa dal solito, una vacanza dedicata alla natura, visitando gli angoli sconosciuti della sua terra. Sua moglie, Valeria, lo avrebbe accompagnato, anche se il suo viso allungato e triste, ma ancora bello, non esprimeva entusiasmo.
La figlia Michela, una ragazza di soli tredici anni, era ancora troppo giovane per poter viaggiare da sola e doveva seguire i suoi, anche se di malavoglia.
Partirono al mattino, lungo la strada che costeggiava il mare. All’uscita dalla città incontrarono una delle tante rotonde che smistano il traffico lungo le strade destinate al traffico locale. Sebastiano non sapeva quale uscita scegliere.
Prendi quella, disse Valeria, quella della pineta.
Sebastiano seguì il consiglio della moglie. Anche lui pensò che quella striscia d’asfalto che pareva incunearsi in un bosco di pini dovesse seguire la costa, senza allontanarsi troppo dal mare, che però in quel momento risultava invisibile.
Michela era annoiata e armeggiava col suo smartphone. I suoi occhi verdi e profondi, così diversi da quelli chiari di Valeria, avevano assunto un tono cupo. Non guardava neppure la strada. Ma poi, cosa c’era da guardare in quel viaggiare monotono. Doveva crescere ancora un po’ e poi l’incubo delle vacanze con i familiari sarebbe finito.
Dopo quasi un’ora di cammino, la strada divenne sterrata e bianca. Al posto dell’asfalto uno strato di pietre e polvere.
Si capiva che non era quella la strada principale e che sarebbe stato meglio tornare indietro, ma ormai era ora di pranzo.
Fermiamoci qui, decise Sebastiano.
Merda, non c’è segnale, fece Michela.
Non dire parolacce, disse Valeria.
Michela la guardò, quasi stupita per essere stata ripresa. Era sempre così presa dal suo smartphone da non ascoltare quasi mai la madre.
Valeria la osservava con il suo viso lungo e triste. La ragazza abbassò lo sguardo.
Scesero dall’auto e cercarono una radura adatta a un picnic frugale.
Fermiamoci qui, fece Sebastiano.
Guardò il cielo sopra di lui: era bianco e opprimente. Nemmeno un ciuffo di nuvole.
Non c’era nessun segno di presenze umane. Nel silenzio si udiva il ronzio degli insetti.
Un uccello lanciò il suo richiamo. Sebastiano non aveva mai sentito quel suono.
Siamo soli, disse Valeria, con un pizzico di rincrescimento.
Meglio. Nessuno ci darà fastidio.
Stesero una tovaglia su uno spiazzo e mangiarono panini con la coca cola.
Poi Sebastiano si alzò in piedi e si mise a osservare l’erba e le piante che popolavano il sottobosco.
Guarda: il latte di gallina, disse a Valeria. Non vedeva quei fiori bianchi ed eleganti, simili a gigli, che nascevano dalla sabbia nelle pinete, da quand’era ragazzo. Si allontanò, proprio come faceva allora, cercando fiori e piante, perso tra sogni e ricordi. C’erano un’aria calda e pesante e una luce indecisa, per cui anche le ombre apparivano sfumate. Risalì una duna, di sabbia bianca e fine, punteggiata dagli aghi dei pini. Al di là si sentiva il mare, ma non riuscì a vederlo.
Fu allora che sentì uno strano suono. Era qualcosa che pareva un grido presto soffocato.
Si voltò, ma non vide niente. Né l’auto, né la radura in cui avevano consumato il loro spuntino. Gli alberi coprivano totalmente la visuale.
Tornò giù di corsa e finalmente vide la macchina.
All’interno c’era solo Michela, immobile, con lo sguardo fisso, rivolto a qualcosa che lui non riusciva ancora a vedere.
Quando raggiunse l’auto, capì che qualcosa doveva essere successo. Ora la scena era libera e, nell’aria di una luminosità sulfurea, una figura appariva in controluce, là dove era diretto lo sguardo di Michela. Era Valeria, in piedi, a appoggiata al tronco di un albero enorme.
Che c’è perché mi guardi così, le gridò Sebastiano. Quando si avvicinò vide che gli occhi di lei erano sbarrati, come se avessero visto la morte. Dal petto le era sceso un rivolo di sangue. Cercò di prenderla tra le braccia , ma non riuscì a staccarla dall’albero, dove sembrava inchiodata. Così si accorse che lei era veramente attaccata al tronco, con un ferro che le aveva trapassato le costole e che sporgeva, appena visibile, là dove il sangue era sgorgato.
Il terrore gli impedì di pensare, di organizzare una difesa. Gli venne spontaneo solo fuggire, di prendere l’auto e di correre fuori dall’incubo.
Corse alla macchina.
Apri, maledizione, apri. Michela si era chiusa dentro e le chiavi stavano sul cruscotto. Finalmente si scosse e aprì. Sebastiano entrò, cercò di accendere il motore, ma la batteria non diede segni di vita.. Lui provò ancora, più volte, ma non si sentì nemmeno il rumore sordo delle batterie scariche. Non c’era che abbandonare l’auto e fuggire a piedi. Cercò di chiamare aiuto col cellulare, ma come quello di sua figlia anche il suo non riusciva a collegarsi.
Fuori, gridò, trascinando Michela per un braccio, andiamo.
Voleva fuggire, andare verso il mare, al di là delle dune, ma non poté.
Qualcosa l’aveva afferrato per i piedi e lo trascinava lontano, verso il folto degli alberi. Forse una corda, che qualcuno aveva nascosto tra le sabbie.
Corri, gridò alla figlia, corri.
La ragazza corse a perdifiato, il passo appesantito dalla sabbia, nella foresta che sembrava non avere mai fine.

Continuò a spostarsi, salendo e scendendo le dune, per un tempo che non riusciva a stabilire. Aveva ancora il cellulare. Tentò di nuovo di metterlo in funzione per chiamare qualcuno, per cercare un soccorso. Inutilmente. Il mondo che conosceva era troppo lontano, irraggiungibile.
E’ un sogno, si diceva, un maledetto sogno! Mentre le figure scure dei tronchi sfilavano di lato, confuse per le lacrime che le offuscavano gli occhi.
Finalmente, dopo tanto correre, gli alberi si diradarono e davanti a lei si ergeva un’ampia duna di sabbia finissima e bianca, disseminata di resti scuri di posidonia e di frammenti di conchiglie. Salita in cima alla duna, vide che in un’ampia spianata bianca, che giungeva fino alla spiaggia, era accampato un gruppo di persone.
Il sole era già quasi al tramonto.
Michela vide con sollievo che gli esseri accampati parevano famiglie, con donne e bambini, anche se vestivano in modo originale, con una sorta di peplo di un rosso vinoso. I bambini erano nudi e sembravano liberi e sereni.
Un uomo con una lunga barba brizzolata vide la ragazza e si avvicinò.
Vieni, disse l’uomo con la barba. Anche gli altri del gruppo ora osservavano Michela con curiosità
Avrai fame, vieni.
Una donna di circa cinquant’anni le rivolse un sorriso sdentato e le porse qualcosa che pareva la zampa di un animale.
Non capì immediatamente, ma pensò che quel pezzo di carne aveva uno strano aspetto
È buono, disse la donna.
Michela lo guardò meglio, ora che gli occhi avevano smesso di lacrimare, e il cuore le sobbalzò nel petto.
Ora la donna brandiva l’arto come un trofeo e, alla luce del sole calante, la ragazza vide distintamente in quell’offerta di carne abbrustolita le cinque dita di una mano.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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4 risposte a Una vacanza diversa

  1. melogrande ha detto:

    Quando c’è da mettere paura dai il meglio !

    • guido mura ha detto:

      Invece, caro Melo, come autore horror proprio non mi vogliono e mi scartano sempre alle selezioni. Pare che gli altri siano molto più cattivi di me, che come diavolo in fondo sono un buon diavolo. Per vendicarmi mi faccio stampare una copia del mio romanzo impegnato, La casa dove gli angeli cantano, e decidere se metterlo poi in vendita (con Il mio libro). Dopo essere stato abbandonato sul più bello dalla editor-editrice che l’aveva già valutato e corretto quasi tutto, mi tocca fare tutto da solo. il romanzo dicono che sia buono, una sorta di postmoderno mediterraneo, un po’ romanzo di formazione, un po’ romanzo picaresco, che racconta di una vita irrisolta sullo sfondo dell’Italia del Novecento. C’è dentro del tragico e del comico, tanta filosofia e anche, spero, un po’ di poesia. Quando l’ho iniziato avevo appena letto i romanzi di Beckett, poi ho letto Roth, McCarthy, DeLillo e ho capito di non essere troppo differente da loro, almeno nell’ispirazione. Mentre decido il da farsi, non avendo ancora perso le speranze di trovare un editore vero, ho deciso di mettere su carta, con StreetLib, il mio romanzetto di Natale (uno strano regalo di Natale), visto che in ebook non lo compra nessuno. La storiellina è originale e avventurosa, dopo l’aggiunta di una seconda parte al primo racconto che forse ricorderai, ma non credo che spopolerà, anche perché il Natale non è più di moda e i tempi di Dickens sono lontani.

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