Barolo

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Cercò la borsa termica e il borsone normale, i due contenitori indispensabili per andare al market.
Poi vide, sul mobiletto, accanto al televisore, il buono.
Abbiamo un buono, disse a sua moglie.
Da quanto?
Da quindici euro e sta per scadere.
Allora portalo.
Lo metto in tasca.
Metterlo in tasca significava trovare il blusottone imbottito di penne di volatile, rovesciarlo per individuare l’apertura in cui infilare il foglietto di carta chimica e inserirlo in quella tasca richiudibile per sicurezza con chiusura tipo velcro.
Naturalmente era necessario infilare il giubbotto prima di uscire di casa, per non prendere freddo. Così, gonfio come un tacchino, e con i manici dei due borsoni in una mano, Angelo doveva trovare le chiavi in una delle due tasche per chiudere la porta blindata.
Sua moglie Stefania nel frattempo aveva già chiamato l’ascensore.
Booz – sbrimb – bplamp, fece l’ascensore e la portina si spalancò.
Il marito cercava d’infilare la chiave grande nella toppa, ma non ci riusciva, impedito com’era.
Qualcuno, a uno dei piani inferiori, cominciò a battere, perché l’aggeggio era fermo da troppo tempo.
Ecco, ecco, arrivo. Disse l’uomo alla moglie, e si precipitò dentro la cabina, strettissima. La portina metallica con tante strisce o righine verticali si richiuse e finalmente cominciò la discesa.
Dopo il tonfo dell’arresto e l’uscita dal mostro metallico, c’erano ancora due ostacoli da superare. Il primo portoncino a vetri e l’altro, quello che separava il palazzo dal cortile.

Poco vento fuori e aria biancogrigiastra. La strada era il solito tappeto di automobili. La macchina di Angelo e Stefania si nascondeva stupendamente in quell’ammasso di ferraglia. Era vecchia e più bassa, di un colore grigio luminoso, quasi invisibile. Non ci si ricordava mai la strada o il punto esatto della strada in cui era stata parcheggiata. Qualche volta bisognava camminare, andare avanti, tornare indietro, per trovarla. Spesso, ma non questa volta.
Eccola: è là.
Ah, meno male!
La vecchia Fiat era depositata là, più bassa di tutte le altre macchine, progettate diversi anni dopo di lei. Sembrava che si nascondesse per non mostrare le sue ferite, le ammaccature che nessun carrozziere aveva più tentato di riparare. Solo il lavoro costerebbe più del valore dell’auto, dicevano.
Ora c’è la solita seccatura: aprire la porta posteriore, infilare i due borsoni, sedersi al posto di guida, mettere la cintura.
Pensavo, disse Angelo, dato che abbiamo il buono, di provare uno di quei vini che costano tanto, l’amarone per esempio.
Ah sì, vediamo. Sai che io al vino non ci tengo.
Certo, lei preferiva la birra. Diceva che senza un po’ di birra non riusciva nemmeno a digerire. Però era curiosa. Se tutti dicevano che i grandi vini italiani erano buoni, dovevano essere proprio speciali. Immagini di degustatori soddisfatti, di sommelier sussiegosi, di tante parole, sentori, retrogusti, aromi intensi, perlage, cru, barrique e altri misteri gloriosissimi della santeria vinaria.
Angelo non conosceva molti vini. Raramente aveva trovato un vino di suo gusto. Qualche volta aveva ordinato vino in un ristorante. Quasi mai con la moglie. Ricordava un vino della Mosella, abbastanza sciabido, bevuto a Colonia, qualche champagne, che gli era piaciuto. Poi c’erano gli spumanti brut comprati al market e bevuti alle feste. Piacevoli, per merito delle bollicine, ma nulla più. Buono il lambrusco che servivano a Mantova, in ristorante. Il barbera provato durante una colazione di lavoro, a Milano, era molto corposo, ma con qualcosa di indefinibile, come un sentore di casareccio, che un po’ disturbava.
Il vino rosso di marca, bevuto in casa di amici, durante una cena, gli aveva preso subito la testa. Si era sentito male ed era dovuto correre in bagno, scusandosi. Dopo dieci minuti di fumosità (e un breve episodio di cagarella), l’effetto era passato (mamma, quel vino è generoso…) e aveva potuto riprendere la cena, bevendo però solo acqua. Insomma pareva proprio che il vino non fosse fatto per lui, almeno qualche marca, mentre altre non gli procuravano gli stessi effetti. Non pareva dipendere nemmeno dalla gradazione alcolica, perché aveva riscontrato di non reggere proprio vini a dodici gradi, mentre poteva assaggiare senza problemi vini a quattordici gradi o superalcolici. Il rosso che aveva bevuto a Trieste, per esempio, non gli aveva procurato nessun effetto sgradevole.
Comunque i suoi limiti come bevitore un po’ gli pesavano. Gli sembrava di essere inadeguato, di soffrire di una specie di limite o disabilità sociale. Come facevano gli altri, quelli normali, a bere alcolici senza freni, a fumare, a drogarsi?
Bisognerebbe conoscerli i vini.
A me, come sapore, piace di più la birra.
Inutile dirle che in Italia c’era una cultura del vino, che la birra da noi non era eccezionale. I gusti sono gusti.
Però lo spumante mi piace.
L’auto percorreva la solita strada verso il market, le solite curve. Stefania era maledettamente abitudinaria. A lui sarebbe piaciuto cambiare sempre, andare a comprare in posti diversi. Lei invece lo faceva andare sempre lì, perché in quel market c’era la sua acqua minerale, quella che non trovava in altri punti vendita.
La birra anticamente la bevevano solo i poveri.
Allora, che facciamo, lo prendiamo il vino?
Sì, guarda.
Lui cominciò a studiare lo scaffale. In cerca dell’amarone.
Dopo dieci minuti di ricerca infruttuosa dovette arrendersi all’idea che l’amarone era scomparso. Pareva che l’intero quartiere si fosse precipitato in massa al market per comprare quel maledetto vino. Forse era veramente buono, pensò Angelo.
L’amarone non c’è più.
L’avranno finito!
Cosa prendiamo, il brunello o il barolo?
Di dove sono?
Il brunello di Montalcino è toscano, il barolo è del Piemonte.
Basta che non sia del Sud!
Ci sono vini del sud che sono buonissimi!
Non voglio robe del Sud.
Con lei non c’era niente da fare. Il valore di ogni prodotto, per Stefania, era direttamente legato alla sua latitudine. Era talmente permeata di nordismo da mitizzare ogni aspetto del Nord. Avrebbe comprato limoni della Lapponia e fichi d’india scozzesi, se fossero esistiti.
Prendiamo il barolo, disse Angelo.
Ricordava che una sua amica piemontese, esperta bevitrice, aveva celebrato quel vino, spiegandogliene minutamente l’origine e le caratteristiche. Così lui aveva migliorato le sue conoscenze ampelografiche, che erano piuttosto scarse. Il nebbiolo… cos’era il nebbiolo?
Va bene, disse alla fine Stefania. Il barolo non era un vino del Trentino, come il Ferrari, che lei qualche volta beveva a capodanno, ma era comunque un prodotto settentrionale.
Lo apriamo stasera?
Apriamolo.

Così a cena il barolo finì in tavola.
Non è freddo, però!
Non lo sai che i rossi si bevono a temperatura ambiente!
Ma a me piacciono freddi
Gelati, cioè.
Non fa niente, lo apriamo lo stesso.
Il vino era stato messo per qualche minuto in frigo, ma si era appena rinfrescato.

Angelo si mise d’impegno ad aprire la bottiglia col cavaturaccioli.
Lo assaggio, fece la moglie.
Uah, ma è acido!
Non è acido, è tannico.
Eh?
È colpa dei tannini.
Gli esperti sul web parlavano di piacevolmente tannico. In realtà quel vino legava la bocca, era tannico, ma in maniera un po’ eccessiva e sgradevole.
No, io lo sento acido.
Non sa di aceto, e poi il gusto è piacevole, ci sono aromi particolari.
Insomma, con quello che costava doveva farselo piacere per forza. Provò a berne un po’, ma decisamente il tannino era troppo. Decise di rinunciare. Il barolo anche per lui era proprio imbevibile; e poi, tutto quel tannino non gli avrebbe conciato lo stomaco? Non era col tannino che si conciavano le pelli?
Proverò a usarlo per cucinare la carne, disse.
Cercò informazioni su Google e scoprì che quell’annata di barolo non era eccezionale. Inoltre il vino avrebbe avuto ancora bisogno d’invecchiamento, in botti di rovere, per ammorbidire un po’ i tannini.
L’indomani cucinò un pezzo di vitello in padella e lo bagnò col barolo. Lo assaggiò: non era niente male.
Se si cucina con la carne, l’aspro non si sente, disse alla moglie.
Pensava che, se avesse fatto uno stufato o lo spezzatino, o magari quella specie d’imitazione di gulasch che aveva imparato a preparare, la carne con tutto quel barolo sarebbe venuta buona.
Non avrebbe mai buttato un vino che costava tanto!
Non ce ne intendiamo proprio di vini, disse a Stefania. Quello che a noi sembra buono magari non lo è, mentre quello che sembra cattivo è un vino da buongustai.
Io preferisco la birra, fece lei.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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