Salben

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Trovai il toponimo Salben su una carta geografica infilata tra le illustrazioni di un libro del secondo Ottocento. Era un volume della biblioteca di mia nonna, a metà strada tra la geografia antropica e l’economia. Ricordo di averlo sfogliato più volte, senza mai spingermi a fondo nella lettura. Parlava di miniere, laghi, bestiame, ferrovie di paesi sconosciuti e stimolava ogni tanto la mia anima di curioso visitatore di luoghi diversi e particolari.

La carta però non faceva parte del libro: era stata ripiegata più volte e usata come segnalibro e lì era rimasta, forse per indicare qualcosa che nel testo era presente e che era esplicitato dalla raffigurazione simbolica di quel territorio, che doveva corrispondere a una particolare regione delle Alpi.

La parola, se si faceva riferimento a una probabile etimologia germanica, sembrava indicare qualcosa di pomatoso, un’essenza vischiosa che in quella terra si produceva, forse dovuta a qualche caratteristica del terreno o della flora endemica.

Non conoscevo bene quella zona, perché l’avevo attraversata solo un paio di volte, rimanendo però sempre sulla strada principale. Non sapevo perciò quali e quanti paesi si trovassero nell’interno, raggiungibili solo con lunghe diversioni su strade minori, qualche volta molto strette. Decisi comunque di inserirmi sulla statale, per abbandonarla una volta incrociata la provinciale che avrebbe dovuto condurmi alle porte di Salben.

La mia auto era quasi un rudere, a giudicare dalla carrozzeria, ma aveva un ottimo motore e avrei potuto lasciarla incustodita senza che nessuno fosse tentato di rubarla. Una fotocopia della mia carta originale stava accartocciata nel portaoggetti della portiera sinistra, a portata di mano, dato che all’epoca del mio viaggio non erano ancora stati inventati i navigatori satellitari.

Ci vollero almeno due ore per incontrare la strada che doveva condurre a quella piccola città. All’inizio pareva larga e agevole come la statale, ma dopo un po’ cominciò a restringersi e a diventare tortuosa. Trovai un paio di villaggi dalle case livide e tetre, che sembravano tappezzate di nerofumo, con larghi squarci bianchi di calce sporcata dal tempo e muraglioni scrostati dalle intemperie. La gente camminava in fretta, come se temesse di perdere tempo, e non si guardava troppo attorno. Rinunciai a fermarmi, e mi diressi decisamente verso una strada in salita, in cui un cartello segnalava la direzione Salben. Percorsi una decina di chilometri, l’automobile cominciò a muoversi come se fosse a disagio, su un terreno che pareva fatto di argille morbide. Prima che scivolasse e finisse fuori strada, sguazzando su quella superficie di viscida mota, riuscii a parcheggiarla su una piazzetta e decisi di proseguire a piedi, dato che cominciavano ad apparire costruzioni, in parte diroccate, che facevano presumere che la cittadina non fosse lontana.

Infatti, dopo una curva, mi apparve un cartello azzurro che recava il nome di Salben, con avvertenze e informazioni scritte in due lingue, un italiano approssimativo e una sorta di tedesco arcaico.

Ero arrivato quindi, o meglio ero quasi arrivato. Anche andando a piedi infatti non era facile mantenere l’equilibrio. Dappertutto, sul terreno, apparivano macchie iridescenti, simili a quelle che si notano spesso presso i distributori di carburante.

Mentre prestavo la massima attenzione, un uomo di circa cinquant’anni si materializzò sulla via deserta. Era completamente vestito di marrone e dello stesso colore erano i capelli.

Stia attento: la strada è scivolosa, disse.

Grazie, risposi, ma voi come fate a camminare. Lei abita qui? Aggiunsi, come per chiedere conferma di quello che avevo dato per scontato, cioè che quel signore in abito e cravatta fosse un abitante del luogo.

Beh, noi ci siamo abituati, rispose con un sorriso e aggiunse:

Com’è arrivato qua?

Con la macchina.

E dove l’ha lasciata?

In uno spiazzo prima del paese. Non sarò mica in divieto di sosta? chiesi con una certa apprensione.

Qui non ci sono divieti di sosta: ci viene pochissima gente, ma chi ci arriva difficilmente ci lascia.

Perché? Domandai.

Perché qui tutti sono felici: non hanno obblighi, lavorano per divertirsi e per stare insieme agli altri, non hanno bisogno di guadagnare, perché la città soddisfa tutti i loro bisogni e, d’altra parte, il denaro non esiste. Non si ammalano mai, perché la serenità che deriva dalla mancanza di competizione garantisce una salute di ferro. Dove potrebbero trovare condizioni di vita migliori?

Dopo questa sintetica esposizione della realtà sociale salbenese, il signore vestito di marrone si accomiatò, perché doveva lasciare il cammino principale per immergersi in una viuzza laterale.

Diedi un’occhiata ai palazzi che costeggiavano il percorso che avevo intrapreso e notai che, a livello strada, erano pieni di parafarmacie e profumerie e che in tutte le vetrine si pubblicizzavano le miracolose pomate prodotte dalle fabbriche di quel luogo.

Dopo un po’ la strada era diventata una lunga discesa, che andava dalla cima del paese alla zona più bassa, quella che confinava col fiume.

Prima della discesa, in mezzo a quello che pareva il corso, c’era un’edicola. Mi fermai, per acquistare il quotidiano locale, bilingue, che aveva nell’intestazione il doppio titolo La voce di Salben e Salbener Stimme, e ne approfittai per parlare con l’edicolante.

Quest’ultimo era un omone grosso, con degli strani baffi a manubrio come quelli dei sollevatori di pesi del primo Novecento. Sembrava felice di parlare con un turista e mi fornì qualche altra notizia.

Per scendere a Salben bassa, i salbenesi non avevano bisogno di automobili, né di filobus. Era sufficiente scivolare con uno slittino o con qualsiasi altro mezzo di trasporto dal fondo piatto sulla superficie cremosa, melmosa, bitumosa.

Migliaia di specchi amplificavano la luce e accrescevano continuamente l’energia immagazzinata. Quella stessa energia muoveva ogni dispositivo e il lungo tapis roulant che consentiva a chi si trovasse per caso vicino al fiume di raggiungere la sommità della collina in breve tempo e senza fatica.

Nella parte più alta del paese si ergevano, su un gigantesco terrapieno, i palazzi pubblici.

Nel vasto piazzale si affacciava la levigata mole del palazzo comunale, una sorta di broletto medievale, in cui le rudi pietre squadrate erano state ricoperte da uno strato colorato dall’aspetto morbido, che pareva marzapane. Nel giorno in cui ebbi l’avventura di scoprire questo strano luogo, vi si svolgeva una festa di paese. C’era una schiera infinita di bancarelle, che vendevano miele di brugo, marshmallow, aromi morbidi e soffici ciambelle. Nel mezzo, su un palco di caucciù, un’orchestrina emetteva musiche vellutate, con note che sembravano spuntare dagli strumenti e svolazzare salendo fino alle finestre delle case.

Tutto intorno al palco i salbenesi si cimentavano in un ballo popolare.

Anche alcuni rari turisti provavano a danzare, ma in quell’ambiente così viscido e appiccicoso cadevano dopo pochi passi.

Per danzare senza incorrere in incresciosi incidenti (anche se il rischio di farsi male era minimo, per la morbidezza del suolo) bisognava unirsi nel ballo agli abitanti del luogo. Fu per quello che scelsi una ragazza che mi guardava con occhi mielosi e mi affidai a lei per quell’esperienza tersicorea. Col suo aiuto compresi che i passi, anziché decisi e definiti, erano scivolati, calibrando molto bene le spinte. In questo modo sembrava quasi di pattinare, volteggiando senza fatica, come se ci si appoggiasse a una serie di colonne d’aria invisibili.

Così, abbracciato o tenuto per mano, saldamente legato a quella giovane, sana e robusta, con i pomelli rossi come quelli del cartone di Heidi, incominciai a volteggiare All’improvviso, però, qualcosa andò storto. Probabilmente mi ero lasciato cogliere da una delle mie frequenti illusioni di onnipotenza e avevo preteso troppo dal mio senso dell’equilibrio, perché sentii che una forza inarrestabile mi trascinava fuori della pista. Di botto fui scaraventato dentro uno slittino che immediatamente si mise in moto, immettendosi senza che avessi il tempo nemmeno di stupirmi nella lunga discesa che portava al fiume.

La corsa fu come l’esplosione di un lapillo, si fermò solo davanti alla guarnera che separava il fiume dalla stazione dei veicoli che facevano la spola tra la città bassa e la città alta.

Arrivato in questa area di riposo, dove i salbenesi venivano a godere di un po’ di natura, sedendosi sulle panchine che fronteggiavano una specie di darsena e i boschi di un cupo verde che incombevano dall’altra parte del corso d’acqua, mi guardai intorno, per ammirare il panorama.

Ed ecco che, con mio grande stupore, vidi seduto proprio lì su una panchina l’uomo vestito di marrone, lo stesso che mi aveva parlato al mio arrivo a Salben.

È sicuro di volersene andare? mi interpellò. Lo sa che non potrà più tornare?

Perché? chiesi.

Lo vede quel muro, là in basso, sul fiume? Sì, lo so, non è un vero muro; in realtà è un coacervo di punti che formano blocchi virtuali. Si possono attraversare solo nell’uscire dal territorio della città, ma poi scompaiono, immersi in una bruma perenne. Noi lo chiamiamo “muro della ragione”. Nessuno può superare quella barriera all’ingresso, senza il permesso della città, ed è molto complicato uscirne. È quasi un Salbener Mauer, un’Antifaschistischer Schutzwall di sapore berlinese.

Ci pensai su per un attimo: potevo restare in quello strano paradiso ecologico, in cui tutti parevano liberi e felici, vivere strane esperienze, danzare in eterno con qualche bellezza germanica oppure tornare nel mio mondo inquinato e agonizzante. Mi chiesi se ci fosse qualcosa che mi spingeva a tornare nella mia realtà quotidiana e risposi a me stesso: Sì, ho tante persone che hanno bisogno di me, del mio pensiero, del mio affetto. Mia moglie, per quanto ormai totalmente assorbita dalle sue ricerche, mio figlio, che ancora pretende risposte dalla vita, i miei amici, che attendono da me il racconto sincero delle mie esperienze immaginarie, il mio cane, che mi aspetta sempre per giocare con me, anche quando non ne ho voglia.

Non posso fermarmi, dissi, devo andare!

Allora salga su quel battello, disse l’uomo. Si sbrighi: sta per partire!

Attraversai di corsa la banchina e percorsi in fretta la passerella che conduceva al barcone.

Quando fui dentro, la passerella fu ritirata e l’imbarcazione iniziò lentamente a muoversi.

Tanta era la mia confusione, che solo sul battello mi ricordai di aver lasciato l’auto sulla strada per Salben. Sarei dovuto tornare per forza, allora, malgrado quello che mi aveva detto l’uomo dal vestito marrone.

Quella specie di traghetto che mi aveva accolto aveva nel frattempo raggiunto il centro del fiume. Guardai in direzione della banchina appena abbandonata, ma non vidi nulla. Una fitta coltre grigiastra avvolgeva la riva e impediva la vista della città. Era come se il mondo dal quale avevo scelto di staccarmi non fosse mai esistito.

Dopo circa un quarto d’ora il barcone raggiunse una fermata, sull’altra sponda. Non sapevo bene che fare, ma decisi di scendere, prima che il mezzo riprendesse il suo viaggio sul fiume.

Per fortuna, il posto in cui ero disceso era un paese provvisto di ferrovia. Acquistai subito un biglietto per la mia città. Avrei pensato più tardi a cosa fare per recuperare l’auto.

Alla stazione presi un autobus, che mi portò quasi di fronte a casa, e qui avvenne qualcosa d’incredibile. Il veicolo che avevo abbandonato nello spiazzo sulla via di Salben mi osservava serenamente dal parcheggio che si trovava di fronte al mio palazzo.

Mi avvicinai, al colmo dello stupore; guardai bene la targa e passai anche un dito sulla vecchia carrozzeria, ma sembrava che la macchina non si fosse mossa dal parcheggio. Dopo tutte le ore di strada e il percorso così viscido e pieno di mota, non c’era sulla mia auto un solo schizzo di fango!

Non capivo cosa fosse accaduto. La cosa positiva era che tutto era tornato in ordine, così da far pensare che ogni viaggio impossibile potesse avere solo conseguenze immaginarie. Unico testimone della mia avventura è La voce di Salben, che conservo insieme a tutti i miei ricordi di viaggio.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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