Isola di plastica – Parte 1

isola

Prosegue la serie dei Viaggi impossibili con il terzo viaggio.

Il viaggio, a dire il vero, non era programmato e non mi sarei mai avventurato nel bel mezzo dell’Atlantico, se Gary non mi avesse incuriosito.

«È un posto incredibile» mi raccontò. «Non c’è nulla di simile in tutto il globo. Un territorio nato dal nulla, in mezzo all’oceano.»
Sapevo che gli oceani erano diventati enormi depositi di spazzatura industriale, ma non avrei mai immaginato che vi si potessero creare, su quegli ammasi di residui di plastica e di rifiuti di ogni genere, vere e proprie isole. Ancora più incredibile era che qualcuno avesse pensato di utilizzare quei conglomerati galleggianti per costruirvi case, in uno spazio libero, dove nessuna nazione potesse accampare diritti, né issare bandiere.

I primi a pensare di fermarsi a vivere su quelle zattere oceaniche furono dei marinai che non trovavano più ingaggi. Facce scavate, arrossate dalla calura dei mari tropicali ed essiccate dalla salsedine. Sguardi abituati a vedere l’infinito, che finalmente speravano di trovare quella pace che il mare non era in grado di offrire, ma che nemmeno la terra ormai riusciva più ad assicurare.
Poi arrivarono gli impiegati in fuga dalle aziende e dalle loro ristrutturazioni, che ogni volta precipitavano i dipendenti nell’inferno della disoccupazione permanente. Infine furono gli artisti a scoprire quel nuovo piccolo mondo nel ricercare modi alternativi di sopravvivenza.
Le prime isole erano semplici ammassi di rifiuti, ma a poco a poco l’ingegno dei primi abitatori rinforzò le strutture spontanee creando basi più solide per consentire un migliore e durevole galleggiamento. Con gli stessi materiali di scarto: plastica, legno, metallo, si alzarono muri e si costruirono padiglioni e veri e propri palazzi, tanto solidi da reggere le perturbazioni dell’Oceano.
Gli isolani vivevano principalmente di pesca, ma anche di caccia e dei prodotti degli orti idroponici che avevano cominciato ad assemblare sulle aree terminali delle costruzioni.

La vita in quelle terre artificiali era piuttosto semplice e decisamente più tranquilla di quella che si trascorreva di solito in una delle nostre società industriali.
Nessuno pagava tasse, perché non esisteva uno stato, nessuno si preoccupava di assicurarsi la proprietà degli spazi, dei giardini pensili, né delle abitazioni. Tutti al contrario si occupavano della produzione che era utile a tutti. Chi era più abile nella pesca scambiava i pesci con le piante dei coltivatori degli orti.

Non esisteva un vero e proprio organismo di carattere militare, che si preoccupasse della difesa. Quando però le isole cominciarono a popolarsi di uomini di varia origine e ceto sociale, quando i proventi del turismo e della pesca cominciarono a divenire consistenti, gli abitanti decisero di creare una specie di polizia interna, che avesse facoltà d’intervenire in caso di controversie e battibecchi e di contrastare i pericoli che provenissero dall’esterno.
Una piazzuola chiara e pulita costituiva il centro dell’abitato e su quella si affacciavano i principali servizi, dall’albergo allo spaccio, in cui si vendevano i mezzi di prima necessità.

Quando raggiungemmo, per la prima volta, l’agglomerato principale delle isole, un uomo grosso, dall’aspetto trasandato, ci intercettò. «Sono l’albergatore» tuonò, con voce robusta, troppo forte e rauca per noi gente di città, che rivelavano le sue origini di marinaio o pescatore.
«Volete visitare l’isola o siete venuti qui per trasferirvi?» chiese.
«Siamo soltanto visitatori» dissi.
«Allora bisogna che vi racconti alcune particolarità di questo posto.
Non rimanete troppo all’aperto, soprattutto quando c’è bonaccia. Si forma una specie di bruma, che può essere pericolosa per l’uomo.»
«In che senso?» chiese il mio amico.
«Nel senso peggiore del termine. L’esposizione ai vapori provoca un’ebbrezza difficilmente sostenibile e successivamente uno stato comatoso, da cui ci si risveglia a fatica.»
«E da cosa dipende?»
«Dalle esalazioni della plastica, a contatto con l’acqua marina e con la sollecitazione del calore solare.»
«C’è un modo per difendersi?»
«Certamente. Basta chiudersi bene negli alloggi, che prendono aria dall’alto.
Il gas, che si diffonde nell’aria, si mantiene fino a tre metri dal suolo, più in alto le brezze oceaniche lo spazzano via e lo mandano ad avvelenare gli spazi qui attorno, le rotte immutabili delle petroliere.
Ogni tanto, si narra, qualche marinaio impazzisce e non se ne conosce la causa. Io penso che tutto nasca dall’ammorbante potere di questi depositi, dal respiro venefico delle isole.»
«E con tutto questo ancora qualcuno viene ad abitare qui?»
«Non tutti hanno paura della follia e poi l’isola, tutte le isole di questo mare, hanno un fascino segreto, che forse anche voi avrete la possibilità di sperimentare.»
«Quale fascino?»
L’albergatore sorrise. «Il fascino dell’universo» rispose. «Ho fatto disegnare una mappa, che sta nel salone del secondo piano. Dateci un’occhiata» disse, e ci accompagnò in una costruzione dalle pareti luminose e abbellite da incrostazioni che producevano, alla luce del sole, riflessi che parevano di madreperla. Ci invitò poi a salire nelle nostre stanze, in uno dei piani superiori.

La mia camera era piccola ma comoda. Ero terribilmente sudato e sentivo il bisogno di una doccia.
Dopo essermi rinfrescato, mi stesi sul letto a riposare per qualche minuto.
Ora mi sentivo di nuovo in forma e finalmente potevo scendere nel salone per vedere la mappa di cui il nostro oste aveva parlato.
Gary era con me e osservò anche lui la proiezione cartografica, che occupava un’intera parete.
Rappresentava l’isola sulla quale eravamo approdati, l’isola maggiore, e tutte le isolette che si erano formate a qualche distanza da questa.
Una particolarità accomunava tutte quelle creazioni spontanee, che imitavano l’organizzazione naturale: avevano tutte la forma di una galassia, di un ammasso di materia che si era addensata seguendo linee di aggregazione che parevano spirali irregolari. Spinte e movimenti casuali avevano plasmato in modo differente tutte quelle strutture, ma nell’insieme un osservatore attento non poteva non rendersi conto che una legge comune le governava, quella di una logica matematica che le costringeva ad avvitarsi verso il centro, come se fossero attratte da un irresistibile forza che le obbligasse a precipitare verso un punto di attrazione. Era strano come anche le costruzioni artificiali, se abbandonate al potere della natura, finissero per imitarla.

Quel giorno mangiammo pesci e alghe. L’indomani, il ristorante offriva anche qualche piatto di carne di volatili, cucinata in modo appetibile, che apprezzammo, complimentandoci con l’albergatore.
Quest’ultimo, che si chiamava Petrus Wallerstein, ci fece conoscere un suo amico, che dirigeva quella sorta di polizia locale che assicurava l’ordine nelle isole. Era una specie di sceriffo, Don Coughlin, un londinese in fuga dalla civiltà, che aveva trovato in quelle particolari strutture un mondo più vicino ai suoi ideali di vita, e in cui poteva esercitare un potere che nella metropoli sarebbe rimasto per sempre un sogno impossibile.

Tutto sembrava tranquillo e stavamo progettando escursioni nelle isole minori, quando fummo svegliati in piena notte da un segnale d’allarme.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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6 risposte a Isola di plastica – Parte 1

  1. melogrande ha detto:

    Sai che non mi sembra affatto una cattiva idea, un’ isola artificiale fuori da tutte le acque territoriali ? Però, conoscendoti, è meglio prima vedere come va a finire.

  2. wolfghost ha detto:

    Accidenti che idea! 😀 Io non ci andrei mai su un’isola del genere, uno proprio perché “sedere” su una montagna di spazzatura non mi è che mi attiri proprio 😀 e due perché… cavolo, se non è ancorata… può andare a finire ovunque! 😛
    Complimenti per l’orginalità, anche se conoscendoti non mi soprenderei che qualche base di verità ci sia…
    http://www.wolfghost.com

  3. guido mura ha detto:

    In realtà ci sono stati tentativi di trasformare piattaforme o simili in stati indipendenti. Abbiamo il caso di Sealand, vicino all’Inghilterra, e dell’Isola delle rose, in Adriatico. Il mio racconto parla invece della massa di rifiuti (reali questi) che si è venuta a creare negli oceani e si diverte a ricamare su alcuni romanzi di Pemberton.

    • wolfghost ha detto:

      sì, purtroppo della massa di rifiuti già ne sapevo 😦 Ma l’idea di trasformarla in… massa abitabile è davvro geniale! 😀
      http://www.wolfghost.com

      • guido mura ha detto:

        Beh, sulla terraferma lo si è fatto. Basti pensare al Testaccio di Roma o a Monte Stella a Milano, costruito con i detriti. Sull’acqua è un po’ più difficile realizzare una struttura artificiale, ma non è una cosa impossibile, tanto che lo si è fatto sul Titicaca.

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