Bambinate

luna offuscata

luna offuscata

Fatti di cronaca che si ripresentano. Storie di violenza che riappaiono periodicamente. Parole infelici (bambinata) dette da chi non le dovrebbe dire, per essere politicamente corretto. Si sa che però la vita è politicamente scorretta, che lo spirito comune nutre pensieri e desideri inconfessabili, tanto che spesso l’uomo della strada, se lasciato libero di esprimere il proprio pensiero, finisce per comprendere, se non per giustificare, comportamenti che la censura sociale riterrebbe criminali. Oggi si sono trovate formule che classificano questi comportamenti, sempre più frequenti tra gli adolescenti, locuzioni o termini quali “arancia meccanica”, “stupro di gruppo”, “bullismo”, “branco”. Una volta queste forme di violenza erano prerogativa del maschio, ma ora cominciano a diffondersi anche tra le ragazzine, che devono dimostrare di non essere inferiori ai maschi per ferocia.

Mi sono occupato altre volte di queste devianze sociali e continuo a occuparmene. La violenza, per lo più gratuita, simile a quella rappresentata da Gide in Les caves du Vatican o a quella di cui è impregnato il romanzo di Burgess, A Clockwork Orange, è un problema con cui la nostra civiltà dovrà prima o poi fare i conti. Un racconto che ancora sto scrivendo, Il crescione, parlerà di un caso di violenza perpetrata da parte di adolescenti di sesso femminile, vagamente ispirato da un fatto di cronaca.

La mia modesta opinione è che ci sia sempre stata un’eccessiva tolleranza verso certe forme d’intemperanza giovanile. Si comincia con la “sana scazzottata” e si finisce col terrorizzare gli altri con le squadracce o con le bande. Continuo a pensare che la violenza, in tutte le sue forme, non debba mai essere considerata con indulgenza. Non si tratta mai di “ragazzate”, ma di devianze comportamentali, di pericolosi focolai che è sempre bene spegnere sul nascere.

Mi sembra naturale invece riproporre un mio vecchio racconto, che tratta di un episodio (immaginario) visto attraverso gli occhi di un recente passato.

Un’altra luna

Ho guardato la luna. E’ quasi piena, una luna da licantropi, enorme, gialla, chiara, luminosa. C’è qualcosa di opaco sulla sua faccia, ma non sono più le macchie che vedevo una volta. Ora non riesco più a distinguerle bene e non mi ricordo più nemmeno com’erano. Se cerco di fotografarla, vedo poi solo un’immagine tonda e luminosa, qualche volta oblunga, ma non risultano i particolari, i mari, i crateri: solo un cerchio o un’ellisse dal colore uniforme.
Mi fa uno strano effetto, la luna, e forse non è la luna, ma la notte. Succedono tante cose, di notte, cose che non sai se sono avvenute veramente o se te le sei inventate, o se sono capitate a un altro, forse a quell’altro che tu eri una volta. Così pensi che non possa essere vero, che la tua memoria riporti scene viste in un film, o lette su qualche libro.

Non vieni a dormire? E’ mezzanotte!
Vengo subito, vengo.
Ma cosa fai, guardi la luna?
Non lo so
Guarda che è sempre la stessa. Dopo che l’hai vista una volta…
Ne sei sicura?
Sicura di che?
Che la luna è sempre la stessa?
Certo: lei sta sempre lì, sempre uguale. Siamo noi che cambiamo
Perché diventiamo vecchi?

Così chiudo la finestra e mi avvio verso il letto; mi ci butto sopra. E’ da tanto tempo che io e Tiziana rimaniamo nella nostra porzione di letto. Ho anche comprato un materasso unico a due piazze, per non trovare quella fastidiosa divisione dei materassi, quella specie di precipizio che scoraggia la migrazione tra l’una e l’altra delle piazze, se si ha voglia di sentire il corpo dell’altro; però non serve a niente, non cambia niente. Sì, certo: a volte succede di allungare un braccio e trovare una parte della struttura fisica della persona che si è amata una volta. Ma tutto si ferma lì. Una carezza, un casto riconoscersi, la rassicurante certezza di una presenza: tutto qui.
Il tempo della solitudine è arrivato, anche se nessuno dei due è morto, non è ancora completamente morto. I piedi si spostano in uno spazio vastissimo, un deserto in cui possono avanzare a loro agio. Il corpo può muoversi liberamente, girarsi su un lato, raggomitolarsi.

Tiziana è serena, adesso, perché sa che sono con lei, in quel letto grande, anche se penso, se sono libero di pensare, anche se ricordo o credo di ricordare, anche se ricordo cose che a lei non potrei confessare mai
Tante cose non c’è mica bisogno di andarle a raccontare, soprattutto a tua moglie! Se proprio non si può fare a meno di parlarne. Cose che riguardano la tua sfera intima, o comportamenti di un tempo, di cui oggi ti vergogni: rabbie, violenze, desideri, ingenuità.

Ci sono cose che ti possono macchiare per sempre, altre che sei proprio tu a considerare macchie, mentre forse non lo sono. Le figuracce, ad esempio, la mancanza di coraggio, l’incoerenza. Cose e avvenimenti che per te hanno rappresentato motivo di sofferenza, che hai percepito come circondati da un alone di negatività.

Una notte, tanto per fare qualcosa di nuovo. C’era un gran caldo, anche se era soltanto maggio. Credo sia stata la primavera più calda del secolo, almeno dalle mie parti.
Non ricordo nemmeno se ci fosse la luna. Ma allora si usava riunirsi sulla spiaggia, per stare insieme, cantare, divertirsi. Io non l’avevo mai fatto e qualche amico mi trascinò lì, a una decina di chilometri dalla città. Una spiaggia isolata, con le dune, la pineta, le palme nane, tutte quelle strane erbe che crescono nella sabbia, le palle di posidonia che si depositano a migliaia lungo la riva del mare.
Strano per me fare il bagno senza la luce, senza il calore del sole. Mi sentivo privo di consapevolezza, immerso in una vita che non era la mia vita abituale, in qualche modo trascinato dagli altri verso un agire che non era più mio, ma quello di tutti, degli amici, dei compagni, di tutti quei ragazzi che si erano riuniti per una nottata diversa dalle altre.

Poi qualcuno incominciò a tirar fuori le birre. Anche quello era in programma. Ci eravamo divisi in gruppi. Ognuno con i compagni di scuola e gli amici più intimi.
Qualcuno schiamazzava, poco lontano, e un paio di amici andarono a vedere.
Si era formato un assembramento, come spesso succede, anche di giorno, nelle spiagge, quando c’è qualcosa di nuovo, un’attrazione, qualcosa che aiuti a far passare la noia. Magari qualcuno che improvvisa uno spettacolo o che vende un oggetto o un giocattolo per i bambini

Qualcuno disse: venite.
Ci accodammo al gruppo, ma non si vedeva ancora nulla.
Sentivo urlare. Doveva essere una delle ragazze. Forse aveva bevuto troppo e stava male.
Un ragazzo grosso si volse verso di me e mi disse: E’ una che ci sta, te la puoi fare anche tu.
Mi spinsero avanti e mi trovai improvvisamente al centro.
C’erano dei ragazzi per terra e una ragazza distesa che si agitava.
Non potevo muovermi. Quasi non capivo. Mi pareva assurdo quello che stava capitando.
Uno dei maschi teneva una torcia, per illuminare la scena.
La ragazza urlava e qualcuno cercava di farla star zitta. Le tenevano le braccia, mentre uno dei ragazzi le stava sopra e si muoveva. Era così che si faceva l’amore?
Poi si staccò e un altro si fece avanti, ma non lo vedevo bene. Quella che vidi bene fu la ragazza, la sua faccia, le sue gambe che si sollevavano cercando un’impossibile via di fuga.

Cominciai a desiderare di essere anch’io uno di quelli che usavano la ragazza, ma in quel momento non riuscii ad avvicinarmi, a toccarla. Eppure era un’occasione che mi si offriva, un’occasione di fare qualcosa che avevo tanto desiderato, tanto immaginato, anche nei miei sogni ad occhi aperti. Ma l’agitazione che provavo era talmente forte da bloccare ogni mia capacità di agire. Si sa che il momento dell’azione è breve e se si è indecisi, timorosi, insicuri, subito qualcuno più spavaldo subentra e ti sottrae la scena.

Improvvisamente vedo al mio fianco Angelo, che mi tira per un braccio. E’ il più maturo dei miei amici, ripetente da una vita, ma con un po’ di cervello in più rispetto a noi ragazzini.
Dai, andiamocene, mi dice. Mi spinge nella sua macchina, una vecchia giardinetta. Io sono ancora istupidito; mi sembra di non capire bene cosa sia successo. La birra mi ha annebbiato il cervello. Nient’altro, mi sembra. Non girava erba a quei tempi, ma non posso esserne sicuro. Guardo i cespugli che scorrono, la strada bianca di polvere. Così almeno la ricordo, bianca. Allora c’era, la luna!
Angelo mi scarica a casa. Non è successo niente, dice. Apro il cancello e mi trascino fino al portone. E’ tutto buio. La casa dorme, non mi accoglie, ma nemmeno mi rifiuta. Non c’è nessuno a chiedermi come mai sia ritornato a quell’ora. Il letto è preparato. Sollevo il lenzuolo e m’infilo dentro. Non riesco più a pensare a niente.
L’indomani ho la testa pesante. La mamma mi chiede:
Ti sei divertito ieri notte

E cos’avete fatto?
Il bagno di notte.
Al buio?
No, c’era la luna.
Ah sì: è vero che c’è la luna!
E poi?
Vorrebbe sapere tutto, vorrebbe essere sempre con me, vivere la mia vita, conoscere tutte le cose che non sa, vivere tutte le esperienze che non ha vissuto.
Mio padre mi fissa con lo sguardo cupo. Non è uno che parla molto, ma capisce quando un ragazzo ha bevuto troppo, lo vede dalla faccia, dagli occhi.
Poi abbiamo giocato sulla sabbia.
E’ vero, abbiamo giocato, ma qualcuno ha fatto degli strani giochi.
Perché sono andati così avanti – perché hanno deciso di giocare pesante?
Quel viso arrossato, alla luce della torcia.
No, basta!
E pensavo a com’erano strane le donne, con quella fessura in cui si doveva entrare per dimostrare di essere uomini, quasi un dovere. Con quel corpo che avevo visto per la prima volta com’era veramente. Così roseo e luminoso nel buio, alla luce di quella torcia.

Nessuno ha mai parlato di quello che capitò quella notte. La ragazza non disse niente. Era una che non aveva una gran bella fama. Magari aveva pensato di appartarsi con un suo amico, ma non pensava di dover soddisfare una banda di scapestrati. Nemmeno loro erano studenti modello. Qualcuno aveva già smesso di studiare e lavoracchiava come manovale o si arrangiava in qualche altro modo. Ma erano cose che succedevano da tutte le parti. Si sapeva!

Quell’esperienza mi aveva lasciato una sorta di agitazione interna, che mi tenne compagnia per vari giorni. Non capivo se ero tormentato dal rimorso per non aver subito denunciato il fatto, o dal rincrescimento per essermi fatto sfuggire l’occasione per realizzare finalmente quell’esperienza di vita che chissà quando avrei potuto fare. Ero combattuto tra diverse forze e non sapevo bene come comportarmi. I miei amici mi parlarono e mi consigliarono di non far cenno di niente. Se si finiva davanti ai carabinieri, poi non si sapeva mai cosa sarebbe potuto succedere. Ognuno di noi avrebbe potuto essere accusato delle peggiori azioni. Poi erano tutti abbastanza sbronzi per ricordare una cosa per un’altra e, magari, accusare proprio chi non c’entrava, uno che stava lì per caso. Nessuno dei compagni si fidava dei carabinieri: meglio non averci a che fare!

Così non ho parlato, allora, di quello che ho visto, di quella ragazza dal viso arrossato dalla rabbia o dagli schiaffi, della vigliaccheria di quelli, me compreso, che avevano assistito allo spettacolo senza intervenire per interromperlo. Avevo bevuto; avevano bevuto tutti, anche le ragazze. Chi era responsabile?
Chi aveva il coraggio di affrontare i carabinieri, che fanno passare per colpevole quello che denuncia o magari la ragazza stessa, colpevole di essersi offerta, di aver provocato i suoi compagni, così mezzo nuda com’era? No, non si poteva raccontare niente, allora. Perciò non dirò nulla adesso: non avrebbe più senso, sarebbe una confessione inutile, come scaricarsi addosso una carrata di letame. Meglio guardare la luna e far finta che tutto vada bene, anche se la luna che vedo adesso sembra proprio un’altra luna.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su LopCom, Facebook, LinkedIn, Pinterest e sul mio canale youtube.
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2 risposte a Bambinate

  1. carmela checa ha detto:

    “In tutto il mondo, nello stesso momento, un’ora di completo silenzio sul web.
    Il gesto più semplice e potente per condannare l’indifferenza che
    accompagna gli atti di violenza contro le Donne.

    25 novembre – In Italia dalle ore 13:00
    Per essere a milioni, serve una persona sola: TU”

    • guido mura ha detto:

      E’ difficile intervenire in un campo in cui la cultura popolare ha sempre accettato il principio che picchiare le mogli fosse cosa legittima. Il delitto d’onore è stato, per fortuna, cancellato dalla nostra cultura giuridica. La violenza pura e semplice non è ancora sanzionata adeguatamente. Sarei dell’opinione che ogni pestaggio (anche non di genere, anche la banale violenza di un bullo) sia da considerare sempre come tentato omicidio e sanzionato di conseguenza. Altrimenti non resta che l’autodifesa e soprattutto sempre “sparare prima”; insomma “insegnare alle vittime a cambiare ruolo”, come scrivo a conclusione del mio raccontino “Vittime”, già proposto e riproposto su questo blog.
      https://guidomura.wordpress.com/colline/vittime/

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