Castagne secche

 

Daniele andava a scuola in bicicletta, perché, da quando era andato a vivere in un quartiere nuovo, la sua nuova casa era troppo lontana dal liceo per poterci arrivare a piedi in orario. Il quartiere era più o meno all’altezza di San Giovanni, dove le alghe creavano enormi banchine, nascondendo la spiaggia, ma si stendeva in mezzo alle campagne, piuttosto lontano dal mare.
La strada che scendeva verso il nuovo quartiere, in cui i suoi avevano costruito una minuscola villetta, era ancora sterrata e piena di ghiaia e la bicicletta pareva che odiasse la ghiaia, tanto che un paio di volte il ragazzo era finito per terra, con una bella sbucciatura al ginocchio.
La bicicletta che aveva acquistato era da donna, perché non riusciva a salire su quelle da uomo, troppo alte per lui. Daniele un po’ se ne vergognava e invidiava quelli più alti, che riuscivano, con una falcata delle loro lunghe gambe, a salire a cavallo di quel destriero instabile. Comunque, anche se non rappresentava proprio il massimo dei desideri del ragazzo, quel mezzo di locomozione svolgeva benissimo il suo compito e consentiva di arrivare a scuola in orario. Il bello era che lo si poteva lasciare da qualsiasi parte, senza che a nessuno venisse in mente di rubarlo. Non c’erano ladri di biciclette ad Alghero.

Un pomeriggio, mentre girava in bici, Daniele incontrò un suo compagno di scuola.
Si chiamava Gino ed era un ragazzino piccoletto, rossiccio, con la testa tonda, gli occhi azzurri azzurri e la pelle cotta dal sole della campagna. La famiglia di Daniele diceva che i suoi erano ferraresi e facevano parte di quel gruppo di coloni che avevano iniziato a lavorare nelle terre di Santa Maria La Palma. Erano arrivati per primi a occuparsi di quelle terre incolte, poi si erano aggiunti i giuliani che, poveretti, una terra non ce l’avevano più, da quando avevano dovuto abbandonare la loro, occupata dagli uomini di Tito.
La Sardegna li aveva accolti nelle nuove case di Fertilia, a due passi da Alghero.
Possiamo andare a casa mia, disse quel giorno Gino a Daniele: non è lontano.
Certo, non era lontano: c’erano solo sei chilometri tra Alghero e Fertilia. Bastava superare il ponte che attraversava lo stagno del Calich e si era subito arrivati. Daniele però non si era mai allontanato così tanto da casa.
La compagnia dell’amico gli diede coraggio.
Sì, andiamo, disse.
La strada aveva il grigio lucido e scuro dell’asfalto nuovo: invitava a correre. Così i due ragazzi lasciarono velocemente il crocicchio di Maria Pia e arrivarono in fretta al canale.
Daniele aveva sempre un certo timore, quando era sul ponte che attraversava il canale di collegamento tra lo stagno e il mare. L’acqua scura dello stagno lo faceva sentire a disagio. Eppure quella zona avrebbe dovuto essergli familiare. Il rio Carrabuffas, che bagnava la sua campagna (in senso proprio, perché qualche volta esondava), sfociava serenamente in quello stagno, che poi era quello in cui il suo bisnonno aveva una specie di itticoltura, a quanto gli avevano detto i suoi.
Ma anche il ponte fu superato in un attimo e così, quasi senza accorgersene, si trovò nell’abitato di Fertilia.
Era una giornata serena, col cielo azzurro spazzato dal vento e il sole che già si avviava a cadere nel mare e Fertilia li accolse, bianca come le rocce del Carso.
Quel biancore gli creava una strana sensazione. Gli pareva di respirare più a lungo e più forte, come se la vita lì si svolgesse in un’altra dimensione, tanto diversa da quella dei carrers della città vecchia, in cui era nato, dove la luce era uno spazio lontano, da conquistare.
Tutto poteva succedere, in quella strana realtà. Poteva accadere che un gabbiano si trasformasse in un’astronave e che partisse per un pianeta proibito insieme al leone di San Marco, quell’incredibile animale alato che accoglieva i visitatori, poggiato su un alto cippo bianco.
Quasi senza accorgersene, Daniele era arrivato a casa di Gino, che l’aveva invitato a casa. Naturale poi, visto che era gia quasi ora di cena, che la madre dell’amico lo invitasse a sedersi a tavola e a mangiare quello che era il loro pasto consueto.
Oh, pensò Daniele, è la minestra di castagne come quella che fa la mamma.
Assaggiò la minestra e rimase stupito. Lo stupore si leggeva sul suo volto.
Non è buona? chiese la mamma di Gino
No, è buona, disse lui e continuò a mangiare, perché facendoci la bocca non era male, ma chissà perché, mentre la minestra di casa sua era dolce, questa era salata. Evidentemente i ferraresi la minestra di castagne la facevano salata, come il minestrone o il brodo di carne, ed era un peccato, perché invece la minestra dolce di castagne secche era una delle cose che a lui piacevano di più.
Ci mise un po’ a finire quella strana minestra in cui un frutto dolce come la castagna diventava salato. Daniele non vedeva l’ora di tornare a casa per raccontare alla mamma quella stranezza e rifletteva su quella nuova esperienza. Il mondo, quindi, non era sempre uguale a quello che percepiva nell’incavo della sua casa. Al di là dei muri, al di là del suo piccolo giardino, esistevano altri sapori, forse un diverso pensare. Forse esistevano tanti mondi, uno differente dall’altro, e ognuno aveva le sue regole, i suoi gusti, le sue esigenze. La vita era molto più complessa di quanto avesse mai immaginato.

Il cielo andava scurendosi, quando Daniele inforcò la bici per rientrare ad Alghero. Arrivò che era già quasi buio.
I suoi erano in grande agitazione, perché non accadeva mai che rientrasse a casa così tardi.
Sai, mi hanno invitato a mangiare con loro, si giustificò il ragazzo.
La mamma non poteva obiettare, chiedergli perché non avesse chiamato. Non c’erano i telefonini allora.
E che cosa ti hanno dato? disse invece.
Minestra di castagne.
Buona! fece la mamma.
Sì, ma non è come la fai tu.
E come la fanno?
Salata, mentre la nostra è dolce. Daniele aveva ancora davanti agli occhi quella curiosa minestra, dello stesso colore bruno di quella che gli era familiare, ma così diversa nel sapore.
Chissà come fanno a mangiarla salata, disse la mamma.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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15 risposte a Castagne secche

  1. wolfghost ha detto:

    eheh ma è carinissimo questo racconto! 😀 Già mi immaginavo sfociasse in chissà quale dramma e invece trasmette un senso di semplicità, anzi di… ingenuità, oserei dire, quella del ragazzo per cui una semplice minestra diversa dal solito trasmette il pensiero sorprendente degli… universi paralleli quali noi tutti siamo 🙂
    Ho notato che una frase è rimasta tronca: “e che partisse per un pianeta proibito insieme al leone di San Marco, quell’incredibile animale alato che”… ? Ora mi è rimasta la curiosità, l’hai fatto apposta, vero? 😀
    http://www.wolfghost.com

    • guido mura ha detto:

      Urca! Mancava un pezzo, rimasto sul computer 🙂 Mi piaceva raccontare di come si scoprono le differenze culturali, nelle piccole cose, e di come sia importante scoprire presto che la realtà non è racchiusa nelle mura domestiche.

  2. massimolegnani ha detto:

    Racconto gradevole che la minuzia dei dettagli di geografia locale rende più nitido.
    ml

  3. melogrande ha detto:

    La prima scoperta che non c’è un solo modo di vivere o di vedere le cose…
    Bello !

    • guido mura ha detto:

      Forse si può fare della narrativa senza riempire le pagine di morti ammazzati e di exploit erotici, anche se pare che al pubblico interessi solo quello. Io ogni tanto ci provo a raccontare la vita e non solo la sua estremizzazione,

  4. gelsobianco ha detto:

    Che bel racconto, Guido!
    La vita nelle sue piccole grandi scoperte fatte per la prima volta.
    Mi piace questo tuo raccontare.
    🙂
    gb

    • guido mura ha detto:

      Per me un ritorno alle atmosfere di tanti anni fa, ai miei primi tentativi di costruzione narrativa. Uno di questi, una specie di romanzo di formazione, aveva un protagonista che si chiamava Daniele. Potrei riprovare a scrivere finalmente quella storia, anche se ora mi è molto difficile rivedere e ripensare luoghi e persone.
      A presto, Gelso, e grazie per aver commentato questo pezzo.

      • gelsobianco ha detto:

        Riprova, Guido caro, a scrivere quella storia.
        Riprova.
        Io ci conto. 🙂
        E’ bello ripensare rivivere luoghi persone anche se non è facile per nulla talvolta.
        Con affetto e stima
        gelso

  5. guido mura ha detto:

    Chissà che qualcos’altro riemerga. Magari proverò a cercare una madeleine.

    • gelsobianco ha detto:

      Se la assaggi, ricorderai come fece Proust…
      Riemergerà tantissimo da te, Guido.
      E io ti leggerò con grande “gusto”.
      Un abbraccio
      gelso

      • gelsobianco ha detto:

        Io aspetto altri tuoi racconti così… 🙂
        gelso
        E poi hai anche una grande ironia che ti completa.

  6. guido mura ha detto:

    Sai che cerco di seguire due filoni alternativi: quello della narrativa realistica e il genere fantastico, nei suoi vari aspetti. Non ho un genere preferito, nemmeno nelle letture o nell’ascolto della musica. Dipende dal momento, dallo stato d’animo 😉

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