Identità e stati

identità Apophysis-171016-35

Ho atteso un bel po’ prima di parlare dei problemi che le identità stanno creando in Europa e nel mondo.
Istintivamente sono favorevole all’autodeterminazione dei popoli, anche se non riconosciuti e osteggiati nel loro desiderio di autonomia o indipendenza. Che questo invece sia opportuno o possibile nell’attuale momento storico è tutto da discutere.
La mia opinione è che oggi gli stati, creati con la violenza o attraverso spregiudicati compromessi internazionali, siano ancora troppo forti per consentire liberamente ai loro popoli di decidere della propria esistenza.
Se si valutano solo gli aspetti giuridici del problema, è ovvio che gli Stati abbiano ragione da vendere. Il diritto infatti riconosce le strutture politiche attualmente esistenti e i loro diritti, mentre i popoli non hanno dalla loro parte un’organo riconosciuto a livello internazionale che possa creare fonti giuridiche dello stesso livello di quello degli stati in cui si trovano, a forza o a ragione, ad abitare. Per questo catalani, curdi e tutti gli altri popoli senza patria non hanno molte possibiltà di successo.
Confesso di essere fortemente infastidito da tutti quelli che pontificano asserendo che le nazioni non possono essere smembrate perché le costituzioni non lo consentono. Le costituzioni proteggono lo stato e i suoi confini. Anche costituzioni come quella dell’effimera Repubblica cispadana o quella della Cisalpina affermavano che la repubblica era “una e indivisibile”, e lo stesso in qualche modo è assicurato da ogni costituzione possibile.
Uscire dalla legalità costituzionale e separare un popolo imprigionato in uno stato che non sente come suo è impossibile? No. Lo si può fare con un accordo, sempre che lo stato sia ben felice di liberarsi di quella porzione di stato che crea problemi contestando l’attività dell’amministrazione centrale. Succede naturalmente se la parte che desidera la libertà sia meno ricca del resto del paese. Infatti la Slovacchia, area povera della Cecoslovacchia, ha potuto ottenere l’indipendenza senza spargimento di sangue. Quando avviene il contrario, quando cioè un’area più ricca e progredita chiede di staccarsi da uno stato che non naviga in floride acque, la risposta non potrà mai essere pacifica.
La separazione a questo punto rende necessaria una rivoluzione.
Per quanto mi consta, si può attuare una rivoluzione solo se si hanno risorse finanziarie e militari sufficienti e se la maggioranza dei rivoluzionari è disposta a combattere. Insomma, non si tratta di scendere in piazza e prendere un po’ di legnate, ma di affronatre i carri armati e l’aviazione, disponendo di altri carri armati e altri aerei da far intervenire con qualche probabilità di successo. Siamo sicuri poi che ne valga la pena? Non sarebbe meglio invece attendere qualche decennio, lottando nel frattempo per indebolire dall’interno quelle strutture obsolete e fondamentalmente reazionarie che sono oggi gli stati unitari?
Il processo di aggregazione di stati e continenti dovrebbe lentamente svigorire le vecchie nazioni, fino a renderle inutili. Solo in questo contesto le aspirazioni di indipendenza amministrativa di alcuni popoli che non hanno avuto la forza di imporsi come realizzazioni statuali possono trovare soddisfazione.
Il momento non sembra essere ancora arrivato.
In Europa inoltre le identità, tutte le identità locali, sono messe a rischio da nuove forme di immigrazione sempre più consistenti e ingestibili.

Bisogna considerare che di solito non è prevista alcuna protezione per l’identità intesa come condivisione di valori, sentimenti, tradizioni, aspetto fisico. La stessa costituzione italiana garantisce solamente la lingua e l’art. 2 della legge 482/1999, che riconosce l’esistenza di dodici minoranze linguistiche, parla anche di “cultura”, ma sempre con riferimento alle stesse minoranze. Se gli italiani attuali dovessero diventare minoranza per effetto di una migrazione incontrollata da altri territori e continenti, forse sarebbe garantito (sempre grazie alla legge 482/1999) l’uso della lingua italiana, anche se diventata minoritaria in un contesto trasformato e internazionalizzato; ma gli usi e costumi, le caratteristiche fisiche e psicologiche, le abitudini alimentari e ludiche di ogni regione e città dove andrebbero a finire? A questo non c’è risposta. D’altra parte, lo stesso popolo italiano è un coacervo di popoli, spesso notevolmente diversi l’uno dall’altro, che si sono mescolati nel corso di millenni di storia. Vale la pena di insistere nell’opposizione a nuovi rivolgimenti storici che porteranno a ulteriori trasformazioni, proponendo qualcosa che potrebbe apparire come una difesa della razza di infausta memoria?
Tutti noi, chi più chi meno, siamo ibridi. Nelle nostre vene scorre sangue romano e italico, ma anche celtico, germanico, ebraico, punico, arabo, iberico, greco, slavo, anatolico e di chissà quali altri popoli dei quali nemmeno più conserviamo il ricordo.
E poi siamo così entusiasti di questa nostra provvisoria identità da voler combattere per affermarla e conservarla intatta? Non ho soluzioni da proporre, se non ampliare un po’ la protezione giuridica delle nostre culture, ben sapendo però che in futuro una nuova maggioranza di altra composizione etnico-culturale potrebbe rimodificare a sua volta le leggi e cancellare ogni traccia del nostro modo di vivere.
Non so cosa pensare, se non che la storia a volte intraprende un cammino e che cercare scorciatoie e vie alternative è impossibile o magari molto pericoloso.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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3 risposte a Identità e stati

  1. melogrande ha detto:

    Sono convinto che gli Stati siano più o meno degli accidenti storici. La Spagna attuale nacque nella seconda metà del Quattrocento in seguito al matrimonio (di convenienza, naturalmente) tra Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia. Se quest’ultima avesse invece sposato, per esempio, Alfonso V re del Portogallo, la Catalogna probabilmente oggi neppure starebbe in Spagna.
    Appena un paio di secoli fa l’Italia era una “espressione geografica“, la Germania sembrava una manciata di coriandoli sulla carta geografica e l’Austria confinava con la Russia.
    Detto questo, lo Stato come dice la parola stessa è “ciò che sta“ e cerca di non cadere in pezzi.
    Di solito in uno Stato vive un popolo, una nazione, una comunità con una lingua, una cultura, una tradizione civile o religiosa, ma non sempre è così. Ci sono Stati con molte nazioni all’interno come la Gran Bretagna, la Spagna o la Cina, e nazioni senza Stato come i curdi. L’autodeterminazione secondo me è sacrosanta se un popolo è perseguitato, molto meno se gode di libertà ed autonomia. I catalani non sono certo nelle condizioni dei curdi.

    Il problema in realtà è che lo Stato di per sé sembra oggi un concetto po’ obsoleto. Il potere economico è delle grandi multinazionali, che come dice la parola volano alto, mettono la sede legale in un Paese dove la legislazione e più permissiva, la sede finanziaria in uno dove le tasse sono minori, le fabbriche in altri ancora dove il costo del lavoro è più basso. E se uno Stato fa la voce grossa, semplicemente trasferiscono le fabbriche da un’altra parte, mentre la grande finanza gioca a speculare sul debito sovrano.
    In un mondo del genere va da sé che e meglio essere uno Stato grande e forte economicamente che uno Stato piccolino. La Catalogna ha meno di 8 milioni di abitanti, la sola Shanghai ne fa 24 milioni, il Pil annuo della Catalogna è di 200 milioni di euro, più o meno come Milano da sola. Che autorità, che peso politico può mai avere un ministato, barchetta nel mare in tempesta della contemporaneità ?

    Per il resto, la Storia con la maiuscola come sai è tutto un susseguirsi di migrazioni, invasioni e guerre di conquista. Ma anche in questo caso a resistere meglio nei secoli (ma non per sempre) sono stati i grandi imperi, non le piccole nazioni. Certo, di fronte ai numeri c’è poco da discutere. L’Africa avrà 1 miliardo di abitanti in più da qui al 2050. In genere la gente preferisce starsene dov’è nata, ma se non si consolida uno sviluppo economico importante, questa gente da qualche parte cercherà di and, che lo si voglia o no.

    • guido mura ha detto:

      Il problema è che tante persone, al di là del proprio interesse, agiscono dietro l’impulso del sentimento. Identità e appartenenza sono sentimenti, pulsioni, prive di qualsiasi razionalità. Per questo non so come andrà a finire. Per il Kurdistan posso immaginare un’ulteriore serie di guerre e attentati, per la Catalogna non riesco a immaginare niente. So che il sentimento identitario è forte e non credo che una formula di compromesso riesca a soddisfarlo. Inoltre basta leggere un libro catalano per capire quanto siano state profonde in quel territorio le ferite della guerra civile. Quando le memorie sono troppo vive, i risentimenti troppo forti, la guerra non finisce mai veramente. Letteratura e cinema non fanno che rimestare e camminare nel solco dei ricordi. L’Italia, con tutti i suoi difetti, ha avuto il coraggio di superare quei momenti, lasciandoseli alle spalle. Letterati e cineasti hanno raccontato una vita rinnovata, con problemi diversi, ormai lontana dalla lotta partigiana, dalle rappresaglie e dai bombardamenti. In Jugoslavia questo non è successo e ne abbiamo visto i risultati. In Spagna sembrava che la liberazione dal franchismo avesse portato un vento nuovo, ma forse così non è: guerra e fascismo sono ancora dietro l’angolo.

  2. wolfghost ha detto:

    Gli stati non li fa quasi mai la ragione ma la forza, militare, politica od economica che sia. Per questo alla fine è vero che la storia da ragione ai vincitori.
    Su Spagna e Catalogna non sento di potermi esprimere. Certo, a pelle ho reagito in un certo modo, ma poi mi sono reso conto che senza esserci è impossibile non solo giudicare ma perfino farsi una opinione sensata. Ci sono secoli di storia dietro. Per chi non ci vive, o almeno non conosce profondamente il territorio e il suo popolo, parole come “libertà” o “unione” sono solo slogan.
    http://www.wolfghost.com

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