Killer city – 4

 ritaglio16

Cominciamo, dissi.
A fare cosa? Chiese Philip.
A disattivare le unità e le periferiche.
Cosa devo fare?
Cerca i contatti.
Non ne trovo.

Non c’era molto tempo per pensare. Il cervello doveva essere posizionato da qualche parte e poteva ordinare alle armi di spararci addosso, per difendere la postazione. La comunicazione però doveva avvenire tramite un sistema wifi, per cui non erano presenti fili, da staccare o tagliare.

Potrebbe essere dovunque, dissi.
Cosa?
Il cervello principale.
Beh, intanto eliminiamo quelli secondari, fece Philip.

Ronnie capì subito e iniziò ad abbattere la spranga sulle unità sfrigolanti. Si capiva che l’azione non poteva essere risolutiva, ma intanto c’era la speranza che quei servi non riuscissero più ad aiutare il padrone nella guerra.
Vedevamo che le scatole di metallo e plastica si accartocciavano e gemevano, ma nonostante questo qualcosa continuava a funzionare.

Non serve, dissi ai nostri, fate attenzione.
Via di là, disse Philip a uno dei marinai, che continuava ad accanirsi contro un armadio che pareva un megacomputer e rembrava resistere ai colpi.
Pensai che messo là davanti era un bersaglio ideale da parte dei tiratori dell’altra squadra, reali o virtuali che fossero.
Non avevo torto.
Quando incominciarono a fischiare le pallottole, cercammo di buttarci per terra, per proteggerci; ma il marinaio che combatteva il mostro non fece in tempo a sottrarsi alla furia bellica. Lanciò un grido e cadde sulle ginocchia. Era stato colpito alla schiena.

Johnny, gridò Philip, Johnny. Il giovane non rispose.

Bisognava pensare e decidere in fretta.
Dove poteva nascondersi il cervello?
Cercai di entrare nella mente ormai dissolta del vecchio signore di quel luogo e improvvisamente mi venne un’ispirazione.
Lo scheletro! Gridai.
Strisciammo sul pavimento e raggiungemmo la stanza dove il cadavere continuava a sorridere.
Il nucleo dei comandi doveva essere proprio lì, perché ci accorgemmo subito che quel luogo, da cui il vecchio militare dirigeva le operazioni, non poteva essere colpito da nessun lato. Infatti non aveva finestre, e la porta era fuori della portata di ogni possibile tiro nemico.

Soffocai il mio disgusto e mi accostai al corpo. Non c’era nulla di visibile, ma, tastando tra quello che doveva essere stato il collo e le spalle, mi accorsi della presenza di un collare. Attaccato a questo, sulla schiena, ben coperto dalla divisa, c’era un oggetto rotondo, che lampeggiava.
Eccolo, dissi.
Anche Philip si avvicinò e vide l’aggeggio di plastica che avevo scoperto.
E ora cosa facciamo?
Lo spegniamo, gridai. Trovai un pulsante e lo premetti velocemente, senza pensarci due volte. La luce dopo qualche secondo scomparve.

Il comando avversario, quello della squadra beta, era speculare a quello che avevamo conquistato.
Eravamo tornati indietro, per il passaggio che avevamo percorso all’andata. Giunti al punto di partenza, imboccammo il corridoio che immaginavamo conducesse all’ala opposta del palazzo.
La strada non era proprio identica e c’era un certo numero di scale e di stanzette da attraversare, ma alla fine raggiungemmo il quartier generale dei combattenti.
Avanzammo con cautela, non sapendo cosa attenderci, ma comprendemmo subito che ogni cautela era ormai inutile. Senza il controllo dell’unità appesa al cadavere di Olbert, le macchine erano diventate innocue.
Le luci delle unità informatiche però erano tutte accese e gli armadi, come le unità minori, producevano un sordo ronzio.
Ronnie non stette ad aspettare che qualcuno prendesse una decisione e si scagliò contro quei pezzi di metallo. Anche l’altro marinaio aveva rimediato un’asta con la quale prese a sprangate i computer.
Questo per Johnny, urlava.

A pensarci ora, forse sarebbe stato possibile recuperare una parte delle attrezzature e riutilizzarle, anziché distruggerle, ma troppa era stata la paura e troppo forte la rabbia per l’uccisione del nostro marinaio.
Ci volle una gran fatica, ma alla fine dell’epica lotta anche l’ultima luce si era spenta per sempre.

In fondo sono solo delle stupide macchine, disse Ronnie.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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4 risposte a Killer city – 4

  1. wolfghost ha detto:

    Gran capitolo anche questo! Coinvolgente! 😉 Ricorda un po’ il finale di Terminator. Il problema delle macchine in fondo è proprio che sono stupide: fanno ciò per cui l’uomo le ha programmate, è proprio questo il rischio! 😀
    http://www.wolfghost.com

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