Ostrob – 1

ostrob

Finalmente trovo il tempo e la voglia di iniziare la pubblicazione dell’ultimo dei viaggi impossibili. Nel menù di Jorg ho aggiornato i racconti e inserito l’ultimo racconto, Il teschio, dedicato a Swedenborg.

Ostrob è una storia siberiana, in cui appare una città misteriosa…

1.

Il territorio dei Nenec o Nenci era una delle mete che Julien si prefiggeva di visitare. Non sapeva perché, ma era come se una forza sconosciuta lo indirizzasse verso quella gelida regione: un’area ancora vergine, sui percorsi fluviali del grande Nord. In qualità di membro della Società francese di Archeologia, era sempre riuscito a soddisfare le sue più profonde curiosità in altre parti del mondo, ma la Siberia artica pareva irraggiungibile ed era in cima ai suoi desideri da tempo.

Prima di tutto occorreva un’autorizzazione delle autorità russe, che pareva essere sempre sul punto di arrivare e non arrivava mai. Era come se le collaborazioni scientifiche dipendessero dai rapporti che di volta in volta venivano a crearsi tra Federazione russa e Unione europea. I sorrisi e la disponibilità degli ambienti accademici si spegnevano ad ogni imposizione di sanzioni internazionali, alle quali Mosca non dava poi troppa importanza, ma che finivano per ostacolare e ritardare qualunque iniziativa di studio e lavoro comune.

Quando finalmente l’autorizzazione giunse a Parigi, rimaneva pochissimo tempo per organizzare la spedizione. Julien era preparato da un bel po’. Qualche problema lo avevano invece gli studiosi come me, che erano stati avvisati all’ultimo momento e che dovevano preoccuparsi di aggiornare in tempo l’attrezzatura e di raggiungere San Pietroburgo, dove il gruppo aveva stabilito d’incontrarsi prima di affrontare le difficoltà di un viaggio al Nord, nel Circondario Autonomo dei Nenec.

Da San Pietroburgo ci muovemmo verso nord-est, per arrivare a Nar’jan Mar, capoluogo del circondario e ultimo ambiente civilizzato, provvisto di abitazioni e alberghi.

La spedizione doveva spostarsi lungo il fiume Pečora, fino a incontrare il sito nel quale erano stati effettuati i primi saggi di esplorazione e il carotaggio del terreno e dove era stata costruita una prima elementare base in legno. Una palizzata delimitava il terreno interessato dalle operazioni di scavo.

Attorno alla base il terreno era diventato una distesa nerastra e acquitrinosa da cui, per fortuna, l’acqua del disgelo defluiva, unendosi in vari rivoli che scendevano verso il fiume.

Il nostro gruppo comprendeva i colleghi russi, tre operai e due assistenti di scavo, diretti dall’archeologo Vladimir Gončarov. A questi si univano tre francesi, Julien Després e una giovane archeologa, Blanche Roussel, coadiuvati dal tecnico Tavette. Io rappresentavo la ricerca italiana, insieme al fotografo Gianfranco Ghisleri, che aveva il compito di documentare l’intera campagna.

Il team che si occupava degli scavi svolgeva nel circondario un programma limitato dalle condizioni climatiche. C’erano solo due settimane di tempo, prima che il terreno riprendesse a gelare. Perciò in quelle due settimane bisognava effettuare lo scavo, creare le strutture di mantenimento in legno e augurarsi che riuscissero a resistere al nuovo inverno, per poter proseguire il lavoro l’anno successivo.

Era curioso l’assortimento del gruppo. Io, bruno di capelli, ma dalla carnagione pallida, mi distinguevo dal fotografo, scuro anche per la sua frequentazione di siti mediterranei. Després era castano scuro e piuttosto spigoloso nel volto e nel carattere. I russi andavano dal rossiccio e corpulento Gončarov al bruno slavato degli operai, al biondo baltico degli assistenti.

Infine Blanche, per fare onore al suo nome, era di carnagione molto chiara e quasi si confondeva nel biancore che insisteva sul terreno più vicino all’Artico, dove le nevi non si erano sciolte. Non aveva un viso da madonna raffaellesca, ma piuttosto esprimeva la struttura decisa del fisico delle donne della Francia del Nord. Gli occhi chiari erano piuttosto grigi che celesti e i capelli di quel biondo tendente leggermente al rosso che ho sempre ammirato nelle mie amiche francesi. Avevo già conosciuto Blanche in un’altra occasione, durante una vacanza in Sardegna. La sua immagine era molto diversa da quella che poteva offrire durante una campagna di scavo nella tundra. Rappresentava un tipo di donna che mi aveva sempre affascinato: un fisico magro ed elegante, da signora della buona borghesia, capelli lisci e la capacità d’indossare qualunque camicione informe come se fosse un capo di haute couture. Viso allungato e serio, che sapeva scoppiare all’improvviso in un sorriso inatteso. Era affascinante anche nella sua versione selvaggia e lievemente abbronzata, a piedi nudi sugli spiazzi terrosi o sulla sabbia. Era andata via troppo presto, quella volta, per poter sviluppare meglio un’amicizia.

I primi saggi e i carotaggi sul sito avevano fornito risultati incoraggianti e si presumeva di ottenere quelle certezze che solo la presenza di manufatti può offrire alla scienza.

Iniziammo subito il lavoro, per poter individuare e liberare i primi strati, scendendo di vari metri, fino a incontrare le strutture e i reperti che si presumevano esistere nel sottosuolo. Il terreno in profondità era ancora molto duro e i lavori procedevano a fatica, ma già dopo la prima settimana potevamo valutare i risultati e confermare ipotesi.

Facevamo brevi pause per consumare un pasto ridotto, ma sostanzioso.

Durante una di queste pause ammiravamo l’infinita distesa bianca che si stendeva a nord, illuminata dal sole basso sull’orizzonte, e notammo che pochi chilometri più in là si ergevano le forme a cono di un accampamento, da cui si levava il fumo delle cucine.

Nell’aria ferma si sentì arrivare l’eco del suono del penser, il magico tamburello degli sciamani. Lo seguì un canto formato da poche note: un tema semplice, che proprio per la sua essenzialità si fissava nella mente come un’ossessione.

Circa un’ora dopo gli operai ci avvisarono che un uomo si aggirava nei dintorni del nostro sito come se volesse studiare le nostre azioni. Non vi avevamo fatto caso, impegnati com’eravamo nello scarico delle attrezzature e nell’organizzazione della struttura di ricerca.

Vado a parlargli, disse Julien.

Conosci la sua lingua?, gli chiesi.

Solo qualche parola, ma loro parlano un po’ di russo.

L’uomo era vestito alla maniera dei popoli delle zone artiche, portava con sé il penser e alcune vestigia animali. Doveva trattarsi di un tatibè, lo sciamano della tribù che si era accampata con le sue renne poco più a nord del nostro sito.

Parlava con Julien in un russo elementare, ma si rivolgeva anche agli altri membri della spedizione.

Dovete andar via da qui, disse il samoiedo. Qui sono presenti le anime dei miei antenati. Non vogliono che il terreno sia contaminato dagli stranieri.

Noi facciamo ricerche per l’università, siamo autorizzati dal governo.

Lo sciamano non si scompose.

Noi siamo accoglienti con chi viene da lontano, ma gli spiriti vogliono che siano rispettati i luoghi sacri.

Sapevo che i Nenec spesso non seppellivano i morti, ma lasciavano i corpi alla natura, dove si decomponevano lentamente nel fango della tundra. Però forse non tutti i gruppi si comportavano allo stesso modo.

Non portate i vostri morti nell’isola di Vajgač? Chiese Julien.

Sì, ora i morti li mandiamo a nord, dove finisce la vita, ma qui una volta si trovavano i nostri padri, nella terra dove avevano costruito le loro case.

Vivevate qui, per tutto l’anno?

Sì, una volta qui c’erano alberi e case di legno.

Quello che lo sciamano raccontava era confermato dai nostri ritrovamenti. Il sito su cui stavamo lavorando esprimeva una realtà lontana da quella attuale. Era probabilmente un antico insediamento di popoli stanziali, perché quella che incominciava ad apparire era la struttura di un villaggio costituito da case di legno e un’area ricordava una vera e propria necropoli, in cui i defunti erano sepolti in grandi casse lignee, fissate al suolo con pali su cui si affiggevano teschi di renna. Esistevano quindi una volta dei popoli stanziali, che non vagavano per la tundra assieme alle renne. Il clima doveva essere meno gelido, tanto da consentire agli alberi, di cui avevamo reperito i resti, di crescere e svilupparsi.

Sono ancora qui gli spiriti?, chiese Julien.

No, ora stanno a Ostrob.

E dove si trova Ostrob?

Alle radici del vento.

 

 

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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Una risposta a Ostrob – 1

  1. wolfghost ha detto:

    Affascinante! Ancora di più sapendo che i tuoi racconti partono sempre da ambientazioni reali. Gli sciamani sono figure molto interessanti per noi occidentali, dotati di spiritualità e capacità “esotiche” molto distanti dalle nostre, e quindi estremamente coinvolgenti 🙂
    http://www.wolfghost.com

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